Il bisso, la seta fatta di vento

bisso tra le mani

bisso-pulito-e-pettinato_bigPonente, Levante, Maestro e Grecale prendete la mia anima e buttatela nel fondale

Che sia la mia vita per essere, pregare e tessere…” – Il Giuramento dell’Acqua

Nell’isola di Sant’Antioco, in Sardegna, ancora oggi si tesse il vento che soffia dal mare e si conservano i segreti di un’arte antichissima: il bisso. Bruno in penombra, oro sfavillante alla luce del sole, il bisso è una seta leggerissima donata dal mare intorno alla quale, come una perla, si è sedimentata una leggenda. Non è facile individuare le fonti letterarie che ne parlano e sono rari e preziosissimi i manufatti ancora esistenti poiché Il bisso è frutto di una conchiglia oggi specie protetta e soprattutto, per giuramento, non si compra e non si vende: si dona. Lo imparò a sue spese chi provò, in tempi più recenti, a farne mercato in Sardegna come a Taranto, dove la storia vuole che il bisso fosse uno dei simboli della più fastosa tra le poleis magnogreche.

pinna-nobilisIl filo di bisso si ricava dunque da una conchiglia, la pinna nobilis, che vive e si sviluppa nei fondali bassi e incontaminati del Mediterraneo. Simile nella forma ad una madreperla, deve il nome al suo modo di spuntare dalle sabbie proprio come una pinna, come se nascondesse nelle profondità del mare la parte più preziosa del suo essere. Infatti, è da ciò che la ancora al fondale, i filamenti che affondano nella sabbia, che si ricava un tessuto degno di re e regine. Nella Bibbia, è scritto che fossero di bisso le vesti di re Salomone e a Roma imperiale, racconta Plinio, le donne di rango pagavano a peso d’oro ciò che per Apuleio, nelle Metamorfosi, è il tessuto “dal colore cangiante…dal bianco splendente al giallo del fiore di croco” della tunica di Iside, la dea che gli apparve sfolgorante dal mare. Nella Taranto dell’epoca d’oro, quella classica, di bisso erano fatte le “tarantinidie”, vesti femminili trasparenti e provocanti. In letteratura, tuttavia, non è sempre chiaro se è di bisso marino che si parla, di lino finissimo o addirittura di un colore molto vicino al porpora.

Nel 500 d.C., all’epoca di Giustiniano, la seta di terra importata dalla Cina e ricavata dai bachi soppiantò, per facilità di lavorazione e di reperimento, quella del mare e il bisso fu usato per ricamare anziché per tessere: occorrono infatti mille pinne per produrre circa due o tre etti di seta marina, oltre che trattamenti lunghi ed elaborati per il confezionamento di piccoli oggetti. Tuttavia, la fama del bisso, divenuto sempre più raro, si propagherà nei secoli come il vento di cui sembra figlio. Nel XIX secolo i manufatti in bisso non mancarono nelle grandi esposizioni universali di Londra o Parigi, dove furono venduti ad un prezzo che superava di cento volte quello della lana più pregiata. Nel 1914, Vittorio Alinari fotografa, a Sant’Antioco, alcune ragazze intente alla filatura del bisso nella scuola di Italo Diana, maestro di un’arte ormai perduta. Tra queste, Leonilde Mereu, la nonna dell’ultimo maestro rimasto: Chiara Vigo.

bisso chiaraA diciotto anni, Chiara presta giuramento al bisso e al mare, di cui divenne sposa fedele. In virtù del rispetto sacrale che nutre nei confronti dell’acqua e della vita, studia per anni il modo di estrarre, senza uccidere il mollusco, i filamenti dalle conchiglie oggi specie protetta: ne preleva soltanto i fiocchi terminali, re-insabbia accuratamente le pinne e infine si assicura che abbiano riaperto le valve. I bioccoli così ricavati vengono sottoposti a lunghi e pazienti trattamenti: dissalati per giorni in acqua dolce, asciugati in luoghi ben ventilati e immersi nel succo di limone per farne risaltare la lucentezza, sono poi cardati a spillo con piccole spazzole che ne eliminano impurità e incrostazioni. La difficile filatura manuale con fusi a piombo costituisce l’ultima fase di una lavorazione millenaria prima che il bisso venga affidato al telaio.

Il laboratorio di Chiara Vigo è un museo vivo: non si paga per entrare, non ci sono percorsi obbligati. Lei riceve secondo le esigenze dei visitatori e racconta loro una storia antica che intreccia i propri fili col vento e con le onde del mare. Dell’arte – sostiene Chiara – non si può fare mercato perché ciò che vive nelle profondità del nostro essere è inalienabile.

Non lo capirono, agli inizi del XX secolo, due nomi legati al mondo del bisso e il filo di seta che legava Sant’Antioco a Taranto si tinse di cupidigia. I racconti intorno al dottor Basso-Arnoux in Sardegna e Rita Del Bene, tessitrice, in Puglia, sono storie di moderna mercificazione, se non di avidità. Tentarono entrambi la strada della vendita del bisso su larga scala: Basso-Arnoux riuscì a mettere insieme quarantatré chili di ciuffi di bisso e ne propose la lavorazione a diverse filande del nord Italia. “Fa ridere – si legge nei suoi scritti – il sentire gli industriali chiedere quante tonnellate possono averne! Quasi si trattasse di alghe marine o di juta…”. Anche in Svizzera, una fabbrica celebre per le sperimentazioni sui tessuti si rifiutò di trattare il bisso,  perché le impurità avrebbero bloccato le macchine per giorni.

Sulla vicenda della Del Bene, molto simile a quella del dottore sardo, aleggia un’aura di leggenda. Pare fosse donna molto avida, la tessitrice tarantina. Sesta di otto figli e sempre angustiata da problemi economici, riteneva di poter diventare molto ricca grazie alla vendita e alla filatura industriale del bisso, intravedendovi il suo riscatto personale. Raccolse, si dice, tremilacinquecento chili di bisso perché venisse filato, ma il giorno in cui li consegnò alla fabbrica, morì di colpo per un infarto e i padroni della seteria, che avevano tentato di piegare il bisso all’automazione, videro tutte le loro macchine andare distrutte.

Ancora oggi, il bisso impone le sue regole quasi mistiche: la sua lavorazione  non si può ipotizzare che abbia un futuro, almeno secondo i parametri dell’economia globalizzata. Una seta che può essere reperita solo in piccolissime quantità e non consente altra tessitura che quella manuale, non può essere considerata appetibile attività d’impresa. Le ricerche compiute dalla Scuola di Maricoltura di Taranto e finalizzate all’allevamento assistito della pinna nobilis, hanno evidenziato che, pur proteggendo i fondali dalla pesca a strascico con scogliere sommerse sperimentali e trapiantandovi giovani esemplari del mollusco, i risultati ottenuti non possono che relegare il bisso all’interno delle attività tessili “amatoriali”.

La "pinna nobilis", il più grande mollusco bivalve del mediterraneo, può raggiungere anche 1 m di lunghezza

La “pinna nobilis”, il più grande mollusco bivalve del mediterraneo, può raggiungere anche 1 m di lunghezza

Del resto, il bisso stesso non desidera diventare una voce di bilancio. È quel tipo d’oro che può sfavillare solo sotto una particolare luce: quella di uno sguardo pieno di stupore. La fascinazione del mare e del vento non può essere svenduta, ma soltanto offerta a chi è aperto a comprendere che la vita stessa è una complessa tessitura i cui fili di bisso dorato sono la nostra intima disponibilità alla meraviglia.

L’esistenza della pinna nobilis va preservata esattamente come i fondali incontaminati in cui vive. Le conoscenze antiche e i maestri che le tramandano sono tesori viventi che, anche quando non possono essere capitalizzati, sono comunque fonti di ricchezza inestinguibile. Tutto sta nel capire a quale tipo di ricchezza tendere: la pazienza richiesta dalla tessitura disciplina il cuore, il vero valore del bisso risiede nella devozione che esige, non nella sua rarità. E se c’è un filo che lega tutti noi è quello dell’intimo e profondo desiderio di armonia, un’armonia che per Chiara Vigo, l’ultimo maestro di bisso, viene dal mare della sua Sardegna.

Miriam Corongiu

36 commenti

  • Affascinante

  • Il bisso? Si, intessuto di vera magia!

  • Favola affascinante da sognare ad occhi aperti ,meraviglia della natura e mani meravigliose che si prestano a confezionare uno miracolo della natura grazie

    • Cara Marinella, hai ragione. Il bisso ha un fascino che travalica il tempo e l’arte che vi è legata è un patrimonio in sè, come lo è Chiara Vigo. Grazie per esserti fermata qui e per il tuo commento.

  • Tanto mi piacerebbe che Gianni Versace avesse conosciuto ed utilizzato questo tesoro.
    “Ponente, Levante, Maestro e Grecale prendete la mia anima e buttatela nel fondale”… grazie

  • raccontiamo tutti i giorni ai bambini di tutta italia di chira vigo e della seta di mare al nostro museo della seta di san floro (calabria). Noi ci occupiamo di gelsibachicoltura tradizionale, abbiamo in una teca un esemplare di pinna nobilis e un filo di bisso da lei creato. Ci piacerebbe molto incontrarla un giorno per essere rapiti dalla magia che cerchiamo di trasmettere tutti i giorni. Un caro saluto Miriam Cooperativa Nido di Seta.

  • Cara Miriam,
    grazie mille per il tuo contributo non solo su questo blog, ma anche per quello che dai ogni giorno con il tuo lavoro. Non conoscevo la tua Cooperativa, leggo adesso notizie in rete ed è un’iniziativa encomiabile e bellissima.
    Chiunque sappia vedere in ciò che è piccolo la vera ricchezza è già in sé patrimonio dell’umanità. Approfondirò la conoscenza del Nido di Seta, magari, se ti fa piacere, posso scriverti per avere notizie per farne un articolo: realtà come la tua vanno valorizzate e portate allo scoperto più che si può. Nel mio infinitamente piccolo sarò lieta di contribuire.

  • Mi basterebbe averne solo un filo, per sentir vicino la magia del mare.

  • La pinna nobilis è protetta e nessuno è autorizzato ad asportare i filamenti dall’animale. Il bisso si è sempre venduto e comprato (oltrechè regalato), si tratta di una fibra come tutte le altre con la particolarità di venire dal mare.

  • Bella leggenda… peccato che negli anni la tela della storia del bisso sia stata ricamata con fili a dir poco fantasiosi. Meditate, gente, meditate… ma soprattutto ricercate la verità ascoltando il coro e non la singola voce.

    • Ciao Gianna, ho letto molto delle polemiche mosse a Chiara Vigo in Sardegna da altre tessitrici. Non è possibile capire da qui, soltanto leggendo varie fonti e non vivendo in quel contesto, dove sia la ragione e dove il torto.
      Alla Vigo, credo vada comunque il merito di aver diffuso a livello nazionale ed oltre un sapere dimenticato.
      Grazie per esserti fermata a commentare il mio articolo!

  • molto interessante e affascinante.
    per chi ha studiato le fibre tessili l’argomento “filo” cattura l’attenzione.
    Fantastico che rimanga un” filo” di nicchia, non svilito dal commercio globale

  • Per fortuna ogni tanto la natura riesce a difendersi dall’avidità umana!!!

  • Maddalena Leali

    Che meraviglia! Veramente ci si avvicina al mito. Da piccola sentivo mio padre, sarto artigiano, parlare del bisso di lino, ma ne ho soltanto un vago ricordo. Questo tessuto che viene dal mare merita la scrittura di una fiaba accompagnata da preziosi dipinti. Grazie. Ogni nuova conoscenza è preziosa.

    • Grazie a te, Maddalena!Siamo in tanti a pensare, vedo, che non tutto ciò che viene dal nostro passato vada cancellato in nome del progresso.

      • Maddalena Leali

        E’ passato qualche mese. Nel frattempo ho scritto una poesia. Provo a postarla qui.

        Bisso di mare (Byssus)

        A Kevin

        Il piccolo cancello aperto dall’alba
        e Clementina la gatta a fare la guardia
        dei miei pochi gradini di ogni mattina.
        Girata la toppa, ricordi? spingevo la porta.
        Un sussurro il tuo nome,
        uno scoppio la tua risata. Eri là.
        Dolce, l’ansia si disperdeva
        sotto i pini marittimi,
        fra gli aghi secchi e le processionarie.
        Il tempo disperso nei ritmi diversi,
        convulsi, gioiosi, tristi, complicati,
        seppure amorevoli, giochi complessi
        per le anime cieche, algoritmi
        ogni giorno sconnessi,
        percezioni semplici soltanto
        ai sensi dei bimbi.
        Ricordi? l’anno dei no, l’anno dei sì,
        i giochi del su, la paura del giù.
        E il buio… E quel tuo camminare
        restando seduto alla conquista
        del complice nido dell’amico
        come te sfortunato.
        Breve, questa piccola ombra
        che lasci a me che continuo a vivere.
        Mi vedi? Malinconica e muta, non triste.
        Perché non sei nella memoria trapassata,
        precipitoso e lieve, come tela di rado
        ordito e inesistente trama, preziosa,
        però, e protetta come bisso di mare,
        sconosciuto e nascosto alle menti dei più.
        Il tempo sempre raggiunge
        e s’indossa a qualcuno lacerandone i giorni,
        Stupido tempo: nella sua inconsapevole
        erranza tralascia il bisso di mare
        dei giorni del sì e del no,
        dei giochi del giù e del su.
        E io che so di averti amato tanto
        riparo di seta lo strappo … e ti trattengo.

        Maddalena Leali
        (diritti riservati)

        • Carissima Maddalena, i tuoi versi sono meravigliosi…hanno reso questo scorcio di giornata tanto più intenso. Li pubblico, ovviamente con la tua firma, anche sulla pagina facebook di Georgika: è un vanto, per me, averne avuto accesso.
          “E io che so di averti amato tanto
          riparo di seta lo strappo…e ti trattengo.”
          Bellissimi.
          Grazie infinite.

  • Molto bello! grazie da una tarantina.

  • Complimenti un bell’articolo, ben documentato; interessante la parte riguardante la signora Del Bene.

  • Grazie per questo articolo, ho scoperto qualcosa di magico che mi ha trasportato in un mondo favoloso. La mia cultura era ferma al bisso di lino. Voglio fare qualche ricerca più approfondita. Nel tempo in cui viviamo abbiamo così tanto bisogno di atmosfere magiche.
    Graie

  • Cara Miriam,
    questo articolo ha rapito il mio cuore. Ho un bimestrale – Kenavò – di cui puoi trovare notizie on-line dove mi piacerebbe pubblicare questo scritto. Sarebbe possible?
    Grazie

  • Complimenti vivissimi per il bellissimo articolo che mi ha affascinata ed emozionata.
    Brava Miriam

  • Gabriele Fassi

    Purtroppo i tempi moderni ci costringono alla fretta; è così che ho scorso questa fantastica presentazione, che ci dà il senso di una storia tessile, pregevole e complessa come essa tutta è.
    Complimenti signora Miriam Corongiu, mi ha fatto venire la pelle d’oca e ricordare il mio grande Professor GALLESE di filatura, alla Scuola di Setificio di Como, quasi 50 anni fa, che ben sapeva del Bisso e della Pinna nobilis.
    Con tanti che si riempiono la bocca di Made in Italy, che ormai prevalentemente è un “falso”, restano dei nobili eroi a praticare e ricordare nel tempo dei miracoli della natura e del “saper fare umano”. Grazie.
    Diceva una frase pubblicitaria che “IL FUTURO E’ DI CHI HA UN GRANDE PASSATO” ; dovremmo ricordarcene sempre ed essere capaci di saperlo salvare, ed insieme a questo, operare per valorizzarlo, salvando con IMPRESE DEL PATRIMONIO VIVENTE tutti i nostri saperi, attraverso gli uomini trovando tutti i modi per conservare il loro lavoro, anzi, rendendo loro tutto il loro PREGIO.
    Grazie signora MIRIAM.
    da Albavilla (Como) – Gabriele – 3401229245 .—

    • Caro Gabriele, grazie infinite! Indubbiamente non tutto ciò che è vecchio è da rigettare e non tutto ciò che è nuovo è migliore…in questo mondo fatto di slogan e di innovazioni forzate, fermarsi un attimo a ricordare è un valore.

  • Leandra La Gioia

    Grazie per il magnifico articolo informativo! Ero completamente all’ oscuro di tale miracolo che nelle mani pazienti ed esperte di alcuni maestri tessili,diventa un tesoro unico. Grazie ancora,mi piacerebbe molto vedere un tessuto ricamato con il bisso e capirne la trama e il magico colore.

  • 1- In nessun passo della Bibbia è scritto che le vesti di Salomone erano di bisso
    2- il tessuto “dal colore cangiante…dal bianco splendente al giallo del fiore di croco” non è certo il bisso marino il quale non è bianco, nessuno dei reperti in bisso marino rinvenuti ha questo colore e nessuna fonte che citi il bisso marino ha mai fatto riferimento al colore bianco.
    3- La parola bisso della Bibbia ebraica significa “lino Fino” e non è mai citata in relazione a una qualsiasi cosa che abbia a che vedere con il mare.
    4- Leonilde Mereu, nonna di Chiara Vigo, fu allieva del maestro d’arte Italo Diana e fu in quella scuola che imparò questa lavorazione. Senza segreti, immersioni, giuramenti.
    5- La signora Vigo non è nè l’unica nè l’ultima artigiana che ancora lavora il bisso marino.. A Sant’Antioco ci sono
    anche altre donne che eseguono questa lavorazione e , come la signora Vigo, l’hanno appresa da un’allieva di Italo Diana.
    6- La signora Vigo non preleva i filamenti della pinna nobilis perchè questa è soggetta a rigorosa protezione e tutela. E’ inserita nella famosa lista rossa e non può essere nemmeno “perturbata”. Lo stesso comandante della Capitaneria di Porto di Sant’Antioco, in un documento che porta la sua firma, ha dichiarato che nessuno è autorizzato ad asportare i filamenti dall’animale. Io stessa ho pubblicato il documento.
    Oggi la signora Vigo ha cambiato versione, dice che il bisso da lei utilizzato è quello lasciatole in eredità da sua nonna in tale quantità da poter lavorare per almeno altri 50 anni.
    7- Rita del Bene non consegnò mai 3.500 kg (!!!) di bisso ad alcuno, nessuna macchina andò distrutta e lei non morì di infarto. La signora Rita del Bene si dedico alla lavorazione del bisso fino ala fine degli anni ’30 e morì 60 anni dopo, nel 1998, all’età di 89 anni e a seguito di patologie legate all’età.
    8- La signora Vigo ha venduto pezzi in bisso marino, per sua stessa pubblica dichiarazione.

    Raccontare favole è lecito ma sarebbe bene specificare che si tratta appunto di favole. A me rimane la libertà di cercare di mettere fine ad una fantasia che sta stravolgendo una nostra memoria che nessuno ha il diritto di distorcere

    • Cara Antonella, mi dispiace aver moderato il suo commento solo ora. Non riesco a seguire il blog da un po’. Mi dispiace anche il suo tono, per la verità, che trovo inutilmente offensivo. In rete si ha sempre l’impressione di avere a che fare con ologrammi, ma come siamo tenuti nella realtà ad una certa pacatezza nell’approcciarci agli altri, siamo tenuti anche in rete a fare altrettanto.
      Nel merito:
      – ho scritto questo articolo circa tre anni fa e l’eco che ha avuto francamente mi sorprende molto. Anche se questa non è certo una testata giornalistica, ma poco più che un diario personale, sono tenuta anch’io ad attenermi quanto più possibile alla verità e ad un lavoro sulle fonti che, però, in nessun caso può essere considerato esaustivo. E mai potrà esserlo nel caso del bisso visto che le fonti non sono poi così chiare come dice lei: perfino su cosa si intenda per bisso mi pare ci sia molto da discutere tra gli studiosi. Il mio intento – ad ogni modo – era solo raccontare un passato che sparisce e un’arte antica: le dispute interne al mondo del bisso sardo (di cui non faccio parte) tra chi debba considerarsi un maestro e chi no, mi riguardano molto poco.
      Quando lavoravo al pezzo, ho trovato molte lettere scritte dai sostenitori di Chiara Vigo in merito alla questione Italo Diana (alcune sulla Gazzetta del Sulcis, numeri di luglio e settembre 2014) e le relative risposte: sono al corrente delle vostre discussioni interne, ma non so e non posso valutare – a rigor storico – chi di voi abbia ragione. E nemmeno mi interessa. Volevo raccontare il bisso come possibilità e come passione.
      – per quanto riguarda le fonti ho spaziato dalla su citata Gazzetta del Sulcis a firma di Claudio Moica, al Corriere della Sera a firma di Susanna Lavazza (autrice del testo sulla Vigo) e non solo, a La Repubblica a firma di Carlo Floris, a Fame di Sud (testata giornalistica registrata) alle pagine informative di http://www.muschelseide.ch/it.html e il progetto sul bisso dalla cui bibliografia ho tratto alcune letture, a Sergio Flore, al sito del Museo di Chiara Vigo, e moltissime altre per Taranto che solo per questioni di tempo e opportunità non le elenco.
      – lei mi muove una critica sulla fantasiosità delle notizie inserite nel pezzo: ma guardi che il mio articolo in nessun caso voleva proporsi come uno studio. Anzi, parto con il parlare di una leggenda e torno a dirlo esplicitamente a proposito della Del Bene e dei famigerati 3500kg di bisso. Basta rileggere il pezzo per capire quale ne sia il registro.
      – in definitiva, ciò che mi interessava e mi interessa tuttora era raccontare una fascinazione perché abbiamo bisogno anche di questo, di immaginare, di rimanere avvinti, e di capire attraverso i mestieri del passato quanto il lavoro di oggi si sia snaturato. Lei dice che Chiara Vigo abbia puntato tutto su questo? Esclusivamente sulla fantasia? Non lo so, probabile. Lascio a voi esperti (se lei lo è) il compito di capire se c’è mistificazione o addirittura frode. Ma di sicuro se non fosse per lei di bisso non si parlerebbe affatto.
      Ad ogni modo, vorrei fosse chiaro a lei e a chi legge che io da quello che scrivo su questo blog (che non ha nemmeno inserti pubblicitari) non guadagno nemmeno un centesimo.
      Credo anche che chi legge (e lo dimostrano i commenti) abbia compreso le finalità del racconto: parla di nostalgia per qualcosa il cui valore non può essere monetizzato.
      Nel salutarla, la ringrazio per il commento.

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