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	<title>Georgika &#187; lavoro di cura</title>
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	<description>Terre dei Fuochi. E di Vita.</description>
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		<title>Sono nata negli anni &#8217;80</title>
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		<pubDate>Thu, 15 Sep 2022 07:27:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Miriam Corongiu]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[ecofemminismo]]></category>
		<category><![CDATA[cura]]></category>
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		<category><![CDATA[lavoro di cura]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Sono nata negli anni &#8217;80 in una famiglia di italiani del Sud dei quali ho raccolto  le radici, le emozioni e i  saperi. Donne e uomini emigranti all&#8217;estero rientrati nella Terra Madre, espressione usata per estensione a tutto il territorio della nazione e non solo alla propria porzione di comune di origine. Operai pensionati per i quali, che la generazione [...]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Sono nata negli anni &#8217;80 in una famiglia di italiani del Sud dei quali ho raccolto  le radici, le emozioni e i  saperi.</p>
<p style="text-align: justify;">Donne e uomini emigranti all&#8217;estero rientrati nella Terra Madre, espressione usata per estensione a tutto il territorio della nazione e non solo alla propria porzione di comune di origine.</p>
<p style="text-align: justify;">Operai pensionati per i quali, che la generazione seguente scegliesse di collocarsi nella societá attraverso i ruoli di  madri casalinghe e lavoratori statali, poteva essere una sicurezza auspicabile.</p>
<p style="text-align: justify;">Ho profondamente a cuore l&#8217; ereditá di questa storia e dei sentimenti ricevuti in ciò che, anno dopo anno,  ho appreso prima e  conservato, rigenerato o smantellato poi.</p>
<p style="text-align: justify;">Ho osservato per tutta l&#8217; infanzia donne che si occupavano della cura domestica, delle relazioni sociali e familiar , del verde di casa e dell&#8217; orto.</p>
<p style="text-align: justify;"> Impariamo riproponendo i gesti degli adulti, cosi, quella natura desiderosa di essere parte delle attivitá dei grandi, mi spingeva a emulare i gesti rituali delle persone che mi erano intorno per la maggior parte del tempo: donne dedite alle mansioni della cura con l&#8217; abitudine della lettura.</p>
<p style="text-align: justify;">Con la crescita, questo stato di cose, si è trasformato in pretese e aspettative gravose: potenziali ore di gioco, socialitá e talenti da coltivare trasformatesi in doveri da apprendere e rispettare per condividere la stessa sorte di genere.</p>
<p style="text-align: justify;">Altre ore ed anni sono trascorsi in cui convivere e tentare di ribellarsi sentendosi fuori posto e con una doppia cocente ingiustizia: la prima è stata  che queste  richieste venivano obbligate a me soltanto in quanto ultima ed unica figlia femmina, entrambe condizioni  mai scelte; la seconda, che i miei bisogni, tempo ed emozioni non occupavano alcuno spazio di valore  in questo panorama culturale fatto di cose da maschi e cose da femmine.</p>
<p style="text-align: justify;">Una divisione estesa da un nucleo familiare alla societá.</p>
<p style="text-align: justify;">Era ed è un mondo dove le donne fanno, anche controvoglia e sacrificio, rinunciando a se stesse, incontrando spesso stati di insoddisfazione, frustrazione e depressione, e dove  gli uomini aiutano quando i propri impegni umori e recinti sociali ne svegliano lo slancio di compassione e pudore.</p>
<p style="text-align: justify;">Racconto perchè so per certo che questo è stato ed è un vissuto comune di molte donne appartenenti a generazioni precedenti e successive alla mia e, a tuttora, è la norma per molte altre.</p>
<p style="text-align: justify;">Per tutta l&#8217; infanzia e l&#8217; adolescenza ho sentito la condizione di donna una condanna perchè , tra le varie  motivazioni e per alcune mansioni, atta a caricare di pesi mentali emotivi e fisici un solo genere per di piú  incapace di trovare un proprio spazio di riscontro agli occhi della societá se non in qualitá di madre modello, lavoratrice stipendiata o meno.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo sono giunte la ribellione ed i suoi tentativi molteplici, il coraggio di iniziare a fermare la giostra e rifiutare, quello di affermare  opinioni:  un uomo ed una donna sono ugualmente in grado di compiere doveri, piaceri e mansioni con la regolaritá e quotidianitá  che l&#8217; essere un adulto funzionale richiede. Non mi adeguo piú senza repulsione al modello che crea cose da donna e cose da uomini nelle quali la natura biologica non ha nessun punto fermo.</p>
<p style="text-align: justify;">Vivere tanto a stretto contatto l&#8217; esperienza delle donne e delle pratiche della cura mi ha lasciato un bagaglio culturale ampio di conoscenze  pratiche, a volte legate alle leggi dell&#8217;amore altre solo al dovere, e mi ha condotta ad osservare con occhi diversi i miei bisogni imparando ,non senza fatica e pegno, a dare loro valore. Osservo con occhi diversi i compagni con i quali condividere una coppia perchè, anche se la societá cambia  dietro nozioni e titoli culturali e professionali, statistiche e modelli economici da inseguire, la quotidianitá tende ad essere  l&#8217; unica cartina di tornasole di ogni discorso.</p>
<p style="text-align: justify;">Ho appreso leggendo, dallo stesso spiraglio apertomi da quelle donne che mi hanno mostrato i limiti del lavoro di cura, che le cose possono cambiare.</p>
<p style="text-align: justify;">Ho portato queste competenze nella vita di donna adulta, nelle esperienze sociali e relazionali, nel mio lavoro, nell&#8217; assistenza offerta in situazioni di necessitá, nelle attivitá per l&#8217;orto familiare al quale resto legata. Ho memorizzato il valore intrinseco ed estrinseco del lavoro di cura e la necessitá della sua presenza  nelle vite e relazioni umane a cui dona qualitá e spessore.</p>
<p style="text-align: justify;">Fatica, rinunce, limiti che un costume reiterato richiede alle donne, non possono continuare ad essere normalizzati . Necessitiamo che sia condivisa fra i generi la sua pratica, che non venga considerato progresso e soluzione il ribaltare il carico ad altri individui lavoratrici e lavoratori subalterni .</p>
<p style="text-align: justify;">Ovviamente quotidiano è incontrare resistenze alle mie posizioni se  non accetto di compiere mansioni  per un adulto perfettamente in grado di adempierle da sé o che vadano oltre il mio personale confine del giusto linguaggio dell&#8217; affetto e della cura.</p>
<p style="text-align: justify;">I limiti, che incontro spesso e con i quali mi scontro, risultano per me confini da smantellare o iniziare a spostare piú in lá, prendendo quotidianamente consapevolezza del grande  valore che hanno gli insegnamenti e l&#8217; esperienza  appresi e che continuerò ad assimilare dalle donne.</p>
<p style="text-align: justify;">Un percorso che continua sui passi  del presente verso un futuro diverso per chi verrá dopo di me.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Annamaria Ottaiano</em></p>
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		<title>Tu sei casalinga: non fai niente, beata te!</title>
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		<pubDate>Sat, 10 Sep 2022 17:13:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Miriam Corongiu]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[ecofemminismo]]></category>
		<category><![CDATA[Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[georgika]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro di cura]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>“Tu stai a casa: non fai niente, beata te” Questo è quello che mi viene detto tutte le volte che dico di essere casalinga. Eppure, a ben guardare, il mio lavoro ne racchiude tanti altri che hanno un valore economico di tutto rispetto. Nonostante ciò, il lavoro di casalinga viene visto secondo il pensiero comune come un non lavoro svolto [...]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">“Tu stai a casa: non fai niente, beata te”</p>
<p style="text-align: justify;">Questo è quello che mi viene detto tutte le volte che dico di essere casalinga. Eppure, a ben guardare, il mio lavoro ne racchiude tanti altri che hanno un valore economico di tutto rispetto. Nonostante ciò, il lavoro di casalinga viene visto secondo il pensiero comune come un non lavoro svolto da donne insoddisfatte o poco acculturate.</p>
<p style="text-align: justify;">La scelta di occuparmi della mia famiglia non è stata ragionata, consapevole, ma è stata dettata da un susseguirsi di eventi che mi hanno portato a stare in casa per un po&#8217;. Certo è che non avrei potuto assolutamente affidare la cura dei miei familiari a mani diverse dalle mie.</p>
<p style="text-align: justify;">Ora che i miei figli sono grandi e in procinto di intraprendere le loro strade, mi guardo indietro e so di aver fatto, tutto sommato, un buon lavoro (perché il mio è un lavoro ed è stato chiaramente sancito da una sentenza della <a href="https://www.inail.it/cs/internet/comunicazione/news-ed-eventi/news/p283048489_sentenza_della_cassazione_cas.html">Cassazione n.6658</a>) e, a chi mi chiede quale sia la mia professione, rispondo che sono un’amministratrice delegata di una piccola società che si occupa di <em>welfare, cooked food , cleaning</em> e tanto altro.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Carmelina Cutolo</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Foto in evidenza: https://www.diritto.net/la-pensione-per-le-casalinghe-senza-contributi-versati/</em></p>
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		<title>Ecofemminismo: Stefania Barca per Georgika</title>
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		<pubDate>Mon, 18 Jul 2022 07:00:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Miriam Corongiu]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[ecofemminismo]]></category>
		<category><![CDATA[femminismo]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro di cura]]></category>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><strong><em>IL LAVORO DI CURA/2: ecofemminismo e Global Women’s Strike</em></strong></p>
<p><strong><em>20 giugno 2022</em></strong></p>
<p><strong><em> </em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il secondo incontro sul lavoro di cura del gruppo ecofemminista rurale &#8220;Georgika&#8221; ha visto la partecipazione di parte delle donne intervenute la prima volta e la fortunata presenza di Stefania Barca, docente di Ecologia Politica Femminista all’Universidade di Santiago de Compostela.</p>
<p style="text-align: justify;">Nell’arco temporale delle nuove presentazioni e del recap su quanto ci siamo dette la volta precedente, sono emersi alcuni punti importanti. Chi ha avuto esperienze di femminismo organizzato tempo addietro o lo ha vissuto attraverso gli incontri delle madri e delle nonne, ha sottolineato quanto i diritti che si pensavano acquisiti debbano essere, invece, difesi ogni giorno. L’errore della generazione precedente è stato quello di darli per scontati. Ancora una volta, inoltre, registriamo una grande voglia di cultura e di emancipazione soprattutto da parte di chi non ha potuto disporne in gioventù.</p>
<p style="text-align: justify;">Pur ritenendo sicuramente fondamentale l’estensione dei principi dell’ecofemminismo a tutti i generi (non solo a quello maschile), il gruppo Georgika pensa che sia fondamentale dapprima acquisire una ferrata consapevolezza personale sul gap di genere e sul patriarcato attraverso pratiche di autoformazione e di autocoscienza. Il racconto del vissuto di tutte le partecipanti ha messo in luce come, per livelli diversi, il patriarcato sia stato interiorizzato a tal punto da indirizzare in maniera inconsapevole le nostre scelte quotidiane, soprattutto in relazione ai nostri figli o ai nostri fratelli.</p>
<p style="text-align: justify;">Quindi, abbiamo continuato a parlare di lavoro di cura nell’ottica dell’ecofemminismo approfittando della presenza di Stefania Barca perché la parola femminismo provoca sempre diffidenza, una diffidenza che dev’essere spiegata e decostruita.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Sintesi dell’intervento di Stefania Barca</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">I ruoli di genere non hanno a che fare con i nostri corpi, cioè con la nascita in quanto uomini e donne, ma con l’educazione. Io stessa, sia per il mio vissuto personale nella famiglia di origine e per le vicissitudini di tipo professionale in relazione anche alla carriera di mio marito, sono stata penalizzata dalla cultura patriarcale. Il femminismo dice, infatti, che non è la natura che ci ha fatto donne, ma è la società che ci reso tali. La società in cui le relazioni familiari sono incardinate è più grande di noi e noi ne saremo sempre condizionate: le nostre scelte non saranno mai totalmente libere. La mia vita racconta che, trasferita in America, ho potuto vivere molto più liberamente le mie decisioni e non certo perché l’America possa dirsi femminista (al contrario), ma perché lontana da casa e in assenza di relazioni strutturate mi sono sentita autonoma e senza condizionamenti. La storia delle migrazioni ci dice, infatti, che si migra anche per liberarsi da contesti culturali di partenza troppo soffocanti.</p>
<p style="text-align: justify;">C’è stata un’epoca storica, molto antica, in cui vigeva il matriarcato, ravvisabile più attraverso reperti che tramite fonti scritte, epoca poi scalzata dalla nascita dello stato che richiedeva il patriarcato, la guerra, l’uso della forza e delle gerarchie per poter esercitare il proprio potere. Non c’è nulla di naturale in quello che viviamo oggi, essere donne non è di per sé una condizione inferiorizzante e questa presa di coscienza è arrivata solo con il femminismo come, con i movimenti femministi, è arrivata la presa di parola: noi abbiamo la capacità di riflettere a lungo, la tendenza a non essere aggressive, a essere rispettose, a non parlare troppo e questo tipo di educazione ci rende difficile prendere parola nei contesti più diversi fino ad esprimere grande timidezza, a dover lavorare il doppio per essere accettate e a entrare in relazione abusive con gli uomini. I maschi invece subiscono altri condizionamenti: devono essere aggressivi, marcare il territorio, occupare uno spazio, parlare per vincere.</p>
<p style="text-align: justify;">Il femminismo è principalmente (ma di certo non solo) un’affermazione della parità di genere che non vuol dire uguaglianza, ma rispetto e riconoscimento delle differenze. Ha avuto diverse fasi e oggi si sta riscoprendo e rinvigorendo di fronte al dato di fatto che c’è una donna morta ogni tre giorni e che non può essere un caso. Anche per me, in età liceale, le femministe erano le esaltate di turno che dicevano cose incomprensibili, ma il femminismo è stato molto diverso a seconda del periodo storico.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel primo novecento, le suffragette nacquero e si attivarono perché le donne votassero in un’epoca in cui le non avevano diritto di proprietà (erano solo proprietà altrui) e quindi nessuna capacità giuridica.</p>
<p style="text-align: justify;">La seconda generazione (anni 60 e 70) ha lottato poi per il salario al lavoro domestico, riconoscendo che le donne si accollavano tutto il lavoro di cura e che, per questo, ne erano penalizzate. Il lavoro di cura ha, invece, la stessa dignità del lavoro di fabbrica o d’ufficio. In Italia Maria Rosa dalla Costa e Silvia Federici sono tra le principali fondatrici del movimento di lotta per il salario domestico, rivendicazione utile ad acquisire la consapevolezza che il lavoro di cura non è naturale, ma imposto dalla società.</p>
<p style="text-align: justify;">Negli anni 70 una femminista francese, Francois d’Eaubonne, scrive un libro che si chiama “Femminismo o morte”: la distruzione degli ecosistemi è un effetto del patriarcato perché questo sistema si basa sull’emanazione della categoria del maschile, affermando che il pianeta sia progressivamente distrutto non dall’umanità, ma dal patriarcato.</p>
<p style="text-align: justify;">L’ecofemminismo è di provenienza rurale perché nasce da chi paga di più il prezzo alto della distruzione degli ecosistemi. Viene quindi dalle donne del sud del mondo, delle aree contadine marginalizzate, come Vandana Shiva, Wangaari Mathai. L’ecofemminismo arriva in città solo quando arrivano i movimenti per la giustizia ambientale e le donne che si prendono cura dei figli si rendono conto che qualcosa non va nell’ambiente in cui vivono. Si rendono conto che il potere economico basato sul profitto sta in mano agli uomini e che a questo potere si deve la devastazione ambientale.</p>
<p style="text-align: justify;">Il femminismo degli anni 90 e 2000 è più un femminismo di carriera, legato all’empowerment sui luoghi di lavoro. Non c’è assolutamente nulla di male nel voler fare carriera ed emergere dal punto di vista professionale, ma dobbiamo farlo in maniera diversa dagli uomini per mantenere il nostro modo di vivere e di essere, per non cadere nella trappola della competizione e dell’arrivismo. Non dobbiamo pensare di dover lavorare per essere all’altezza di qualcun altro perché è come ammettere che siamo, già in partenza, su un gradino più basso.</p>
<p style="text-align: justify;">Come possiamo essere trasformative per le nostre vite e nella società? Quali sono le pratiche? Come lottare per i nostri diritti? Perché il femminismo ci insegna anche a lottare per i nostri diritti.</p>
<p style="text-align: justify;">Queste sono le grandi domande alle quali intendiamo rispondere attraverso i nostri incontri e le nostre riflessioni.</p>
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		<title>Liberandoci, libereremo</title>
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		<pubDate>Sat, 08 Jan 2022 17:52:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Miriam Corongiu]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[femminismo]]></category>
		<category><![CDATA[agricoltura]]></category>
		<category><![CDATA[bell hooks]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro di cura]]></category>
		<category><![CDATA[libertà]]></category>
		<category><![CDATA[patriarcato]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Non dovrebbe essere permesso ai treni veloci di attraversare le campagne e interferire con il canto degli uccelli. Sono arrivata qui, nel mio orto, dietro la spinta di un desiderio più grande di solitudine e riparo, per dedicare a me stessa almeno una manciata di secondi in una giornata -l’ultima dell’anno &#8211; che mi tormenta da ieri. È tutto spoglio, [...]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Non dovrebbe essere permesso ai treni veloci di attraversare le campagne e interferire con il canto degli uccelli.</p>
<p style="text-align: justify;">Sono arrivata qui, nel mio orto, dietro la spinta di un desiderio più grande di solitudine e riparo, per dedicare a me stessa almeno una manciata di secondi in una giornata -l’ultima dell’anno &#8211; che mi tormenta da ieri.</p>
<p style="text-align: justify;">È tutto spoglio, disturbato dal cavalcavia che gli alberi denudati dall’autunno non riescono a nascondere e i cani che mi fanno festa, inconsapevoli di me e del treno, non leniscono il mio senso di abbandono. Siedo triste, sulla panca di legno scoperchiata e priva del telo protettivo, a sentire sul viso un piccolo calore, un detrito di sole, mentre provo a concentrarmi su questo ritaglio di vita che ho tra le mani.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi sento stanca e mi sembra sia giusto, dopo due mesi di lavoro nell’orto a perdifiato e l’enorme mole di lavoro di cura che ho dovuto gestire mio malgrado. Vorrei vivere questa giornata diversamente, divertendomi e trattandomi come l’ospite più desiderata invece di continuare a sgobbare, cucinare, rispondere amorevolmente a tutte le richieste, comporre diplomaticamente tutti gli scontri. Vorrei davvero avere due giorni di noia e non due giorni di lavori forzati ai quali gli obblighi familiari mi impediscono di sottrarmi. Quante di voi si sono sentite e si sentono così? So di dare parola a moltissime donne che vivono la dicotomia sentimentale tra il donare ricordi robusti ai quali, un giorno, i figli si aggrapperanno e la voglia costante di scappare via per vivere le feste in quanto “feste”.</p>
<p style="text-align: justify;">Seduta al pallore dell’inverno e reagendo al silenzio, capisco di aver sempre provato angoscia nel vivere il lavoro di cura della casa e (entro certi limiti) della famiglia perché per me è stato molto a lungo soltanto una privazione, la rinuncia forzata al tempo che – una volta terminato il lavoro cosiddetto per il mercato – avrei potuto dedicare alle mie passioni, qualunque esse fossero, all’approfondimento di me o al riposo. Anche oggi che posso definirmi più consapevole delle dinamiche che scaricano perlopiù sulle donne la fatica della cura, è sempre complicato relazionarmi al periodo delle feste e, più in generale, alle faccende domestiche, alla cucina e alle mille piccole e grandi esigenze della gestione familiare. Di fondo vivo psicologicamente male l’ambivalenza valutativa di cui è permeato socialmente questo lavoro (ritenuto fondamentale e infimo al tempo stesso) così come vivo con disagio la mia difficoltà di donna a ritenermi soggetto destinatario di diritti e, in questo ritaglio di tempo rubato, di un diritto in particolare: quello a vivere la cura anche come una grandissima seccatura, una palla al piede e una catena così pesante da potermi trascinare a fondo.</p>
<p style="text-align: justify;">Considerata essenziale per gli equilibri collettivi, la cura nei fatti non ha nessun rilievo politico e culturale. Quante volte ripetiamo che si da tutto per scontato? Che siamo invisibili e che dovremmo essere pagate? Ma aldilà del riconoscimento pubblico e personale che desidereremmo, il problema è (anche) profondamente intimo e ha radici nella concezione che noi stesse abbiamo o non abbiamo costruito nel tempo del valore da attribuire alle nostre singole esistenze e in quello da attribuire al nostro ruolo dentro casa/famiglia.</p>
<p style="text-align: justify;">bell hooks &#8211; che leggo in questi giorni a scopo ricostituente – nel suo “Elogio del margine” (antologia di testi prodotti tra il 1991 e il 1998) scrive un capitolo meraviglioso dal titolo “Casa. Un sito di resistenza”. La hooks parla di nerezza e patriarcato fuori e dentro le baracche prima, le abitazioni poi, delle donne che hanno subito la schiavitù e l’emarginazione razziale, spiegando quanto sia stato importante e misconosciuto il loro tentativo, attraverso la cura, di non lasciarsi culturalmente e mentalmente “occupare” dal suprematismo bianco. Le loro case erano focolai di resistenza in cui potersi ritrovare aldiquà dei binari che le separavano dalla città dei padroni, vivibile solo in quanto luogo dei privilegi altrui e della loro inferiorità.  Nelle loro case ritornavano ad essere se stesse e &#8211; anche se il sessismo non le avrebbe risparmiate nemmeno lì – costruivano le possibilità affettive e culturali in cui altre giovani donne avrebbero potuto autodefinirsi, crescere consapevoli e, alla fine, ribellarsi.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Ritornare ad essere se stesse per ribellarsi</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Ho concepito fin dai primi istanti L’Orto Conviviale come la scelta ragionata di contestualità tra casa e politica, offrendo sempre uno spazio di riposo e riflessione a chiunque ne avesse bisogno, aprendo le porte al mondo ecologista, femminista e contadino seguendo semplicemente l’onda del mio profondo desiderio di crescere con mia figlia in un climax intellettuale rigenerativo. Non ho mai distratto forze verso il modello del salotto culturale: volevo praticare una forma di resistenza trasformativa in cui coinvolgere chiunque.</p>
<p style="text-align: justify;">La mia casa e la mia terra non sono mai state neutre, ma fortemente partecipate e partecipative e dentro questi confini così labili, frangibili da tutti, ho sviluppato la mia declinazione di agricoltura e di femminilità. La mia. E’ una vittoria enorme per me.</p>
<p style="text-align: justify;">Contro la mia stessa educazione che mi voleva straordinaria, ma nell’ordinarietà delle relazioni di potere, affermata professionista e/o instancabile organo riproduttivo, sono riuscita con moltissima fatica e inizialmente senza comunità di supporto a scrollarmi pian piano di dosso l’idea che dovessi essere un ingranaggio perfetto in una macchina infernale. Sono assolutamente sghemba e non nell’accezione commerciale che si da della diversità: sono più verosimilmente un ammasso confuso di desideri, pratiche, studi, martiri ed esaltazioni. Cresciuta con l’idea monolitica di dover eccellere in un settore e in uno soltanto (la ballerina, l’avvocato, l’astronauta) ho vissuto la mia curiosità e il mio eclettismo come un difetto, scoprendo solo tardi che io coincido con le mie necessità intellettuali e fisiche, non con le esigenze del mercato.</p>
<p style="text-align: justify;">Il mio percorso politico sui territori, di conseguenza, non è stato mai semplice e nemmeno nelle organizzazioni strettamente ecologiste sono riuscita a riconoscere pienamente il suono della mia voce. Molti movimenti sono ancora attraversati da scelte strategiche che non tengono conto dei tempi delle donne o delle loro esigenze, così come sacrificano sull’altare del buon esito politico il modo in cui ci sentiamo – uomini e donne – in relazione alle tragedie in cui siamo immersi. Nel tentativo di essere riconosciuta dagli altri, di ribellarmi e di trovare un posto che non fosse quello che la mia famiglia e la società mi avevano assegnato, ho dimenticato di attribuirmi un valore.</p>
<p style="text-align: justify;">Ritengo, ad oggi, di aver potuto imparare a percepire me stessa solo quando da me stessa ho smesso di fuggire, quando pur amando molto la lotta per la giustizia ambientale che mi ha forgiata, mi sono concessa di scendere alla mia fermata. Ho dovuto. Senza smettere di rimboccarmi le maniche: “coloro che ci dominano e ci opprimono sono in posizione di massimo vantaggio proprio quando non abbiamo nulla da dare a noi stesse, quando ci hanno sottratto a tal punto la nostra dignità, la nostra umanità, che non ci rimane nulla, nessun “focolare domestico” dove riprendere possesso di noi stesse”</p>
<p style="text-align: justify;">In questo autoritratto dipinto a tentoni, il focolare domestico ha avuto e continua ad avere per me un ruolo determinante. Non è più lo spazio sessista in cui essere rinchiusa, ma lo spazio di liberazione in cui praticare la mia rivoluzione.</p>
<p style="text-align: justify;">La hooks, sostenitrice della teoria secondo la quale liberazione razziale e patriarcale devono essere due tensioni da unificare, scrive anche “non è un caso che il regime di apartheid sudafricano attacchi e distrugga sistematicamente gli sforzi della nostra gente per costruirsi un sia pur precario focolare domestico, quella piccola realtà privata dove donne e uomini neri possono ricrearsi e ritrovare se stessi”.</p>
<p style="text-align: justify;">Oggi, privarci della terra accrescendo le economie di scala, devastandola, rendendola appannaggio solo dei grandi investitori e svuotandola del significato culturale che ha sempre avuto in tutte le civiltà, tranne che in questa nostra del wasteocene, ha esattamente lo stesso scopo: disperderci e privarci di un luogo in cui praticare la resistenza, in cui ritrovarci e autodefinirci. Oggi, noi che abbiamo il privilegio di avere una casa e di abitare l’emisfero più fortunato, non possiamo esimerci dal farne un avamposto di cambiamento e di praticarvi all’interno la nostra liberazione e quella degli altri.</p>
<p style="text-align: justify;">Né quello di bell hooks, né sommessamente il mio, sono perciò un elogio della famiglia tradizionale, né della figura materna o matriarcale. Al contrario. Un focolare domestico è tale se è capace di accogliere ogni differenza e di comporla nell’accettazione e nell’empatia, lasciando spazio alle esigenze di tutti e, in primis, alle nostre. Un focolare domestico è tale se passiamo dalla maternità alle genitorialità e se decliniamo la cura come una possibilità e un dovere da condividere con tutti.</p>
<p style="text-align: justify;">Ripensare dunque il nostro ruolo all’interno delle nostre famiglie partendo da una comprensione divergente per noi stesse, per quelle che siamo e soprattutto per quello che vorremmo e possiamo ancora essere, significa non solo riconferire dignità a quello che facciamo, ma trovare un pensiero attivo utile a sopportarne il peso. Significa non solo politicizzare (quindi universalizzare) la rilevanza della cura, ma – nel farlo &#8211; costruire uno spazio fisico in cui riconoscerci e avere privacy, ritagliarci tempo libero per ciò che amiamo fare, coltivare l’ebbrezza, la follia, l’arte, la politica, l’amore diverso, mettendo da parte le convenzioni sociali e le assurde aspettative che – talvolta – emanano solo dal modello patriarcale in cui siamo state cresciute.</p>
<p style="text-align: justify;">Significa, in altri termini, cercare di assomigliarci di più e di amarci a dispetto di tutto, per come siamo: uniche nel nostro “genere”.</p>
<p style="text-align: justify;">Liberandoci, dunque, libereremo.</p>
<h6><em><a href="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2020/08/rosa.jpg"><img class="size-medium wp-image-545 alignleft" src="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2020/08/rosa-300x199.jpg" alt="rosa" width="300" height="199" /></a>Sono qui, nel mio orto, per riconciliarmi con te, Madre. Vorrei stendermi nel prato freddo e trovare il tuo perdono per quello che ho fatto e per quello che non ho fatto. Vorrei essere in grado di sapere tutto di te, di abbracciare con la conoscenza ogni tua foglia e ogni tua radice, vorrei vivere solo con te, in mezzo a te, nella nostalgia (dolore del ritorno) che sussurri ad ogni mio passo. Vorrei conoscere ogni verso e parlare la tua lingua, ma nell’infinita bellezza che ostenti, riesco solo debolmente ad ascoltare. </em></h6>
<h6 style="text-align: justify;"><em>Sei tu mia madre, io ti sento.</em></h6>
<h6 style="text-align: justify;"></h6>
<p style="text-align: justify;"><em>Miriam Corongiu</em></p>
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