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	<title>Georgika &#187; guerra</title>
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	<description>Terre dei Fuochi. E di Vita.</description>
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		<title>LA TRANSIZIONE AGROECOLOGICA LIBERA E PENSANTE</title>
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		<pubDate>Sat, 07 May 2022 13:14:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Miriam Corongiu]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[agricoltura]]></category>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Ho un modo molto personale di guardare alla campagna. Non riesco mai a provare quel particolare abbandono dettato da un’idea di natura altra, incontaminata e forse un po’ algida, che sembra beare tanti quando si ritrovano in luoghi lontani dal vivere moderno. Non c’è niente che si possa definire lontano o altro da noi e anche se, nella comunicazione ordinaria, sottolineo continuamente la dimensione poetizzante della terra che pure esiste e persiste nonostante tutto, le fondamenta stesse del mio pensiero sono sempre pesantemente poggiate su ciò che non va. E ciò che non va è decisamente troppo.</p>
<p style="text-align: justify;">La guerra in Europa emana un’economia che ripete lo stesso modello dei conflitti precedenti. Per l’agricoltura essenzialmente vuol dire: 1)un ulteriore sfruttamento dei terreni per rispondere alle contrazioni del mercato in relazione ad alcuni beni primari (in questo caso grano e mais); 2) aumento dei prezzi dei prodotti agricoli in corrispondenza dei rincari elevatissimi dei costi di produzione, mentre la moneta perde capacità di acquisto; 3) accentuazione delle disuguaglianze nei campi in seno a quelle più genericamente sociali, ma ancora più significative se riguardanti le persone migranti nere; 4) poderosa spinta verso quel passato che non passa, fatto di lobbies dell’agrofarmaceutica e delle associazioni di categoria così vicine agli interessi della grande industria produttiva e distributiva.</p>
<p style="text-align: justify;">Per riprendere le parole di Serpieri in Paolo Nanni a proposito del patrimonio agricolo dopo la Grande Guerra, le decisioni emergenziali portano solo ad ipotecare il futuro: il conflitto di tipo bellico è l’apoteosi della condizione d’emergenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo scorso marzo l’ISMEA, Istituto di Servizi per il Mercato Agricolo Alimentare, ha ben individuato il peso di Russia e Ucraina nel mercato del grano duro e tenero, del mais, dei fertilizzanti e di come la guerra influisca sugli equilibri economici italiani. Per il grano duro c’è di sicuro una grande speculazione in atto che esaspera quelle già in essere, mentre per il mais e i fertilizzanti c’è un’oggettiva difficoltà che riguarda essenzialmente le grandi agroindustrie convenzionali, ma che trasforma tutto il quadro produttivo, piccole aziende biologiche comprese: quando si verifica una contrazione dell’offerta, tutti – e dico tutti – ne approfittano per rincarare i prezzi delle materie prime o dei prodotti indispensabili nella produzione agricola, anche indipendentemente dal costo dell’energia fossile che costituisce la base dell’agricoltura supermeccanizzata e dei fitofarmaci, all’interno dei quali è massiccia la presenza di coadiuvanti e coformulanti di derivazione petrolifera. Il problema è che, mentre le grandi produzioni industriali hanno la possibilità concreta di assorbire i contraccolpi del mercato perché già esternalizzano costi ambientali e sociali e perché sono di nuovo in pole position per le erogazioni dei fondi della Politica Agricola Comunitaria, le piccole realtà si barcamenano molto peggio e sono a rischio chiusura.</p>
<p style="text-align: justify;">L’Europa, in un battito di ciglia, ha dimenticato pratiche e promesse: stop alle rotazioni colturali, alle aree a greening, ai limiti per l’uso di agrofarmaci e fertilizzanti nelle fasce a riposo, a quelli per l’import di materie prime in deroga ai limiti massimi di residui fitosanitari. Stop allora alla strategia Farm To Fork, all’Agenda 2030, a quel chiacchieratissimo Green New Deal che, già debolissimo in partenza, oggi, se messo al paio con la peggiore PAC di sempre e le scudisciate del Copa Cogeca al parlamento europeo, è carta straccia.</p>
<p style="text-align: justify;">Non da ultima c’è la questione dei nuovi OGM perché tali vanno chiamati gli NBT, New Breeding Tecniques. I semi NBT – chiedono le 27 associazioni che si riuniscono nella campagna “Italia Libera dagli OGM” – dovrebbero sottostare alla stessa legislazione che vieta da vent’anni gli OGM in Europa e alla sentenza (2018) della Corte di Giustizia Europea che assimila in tutto e per tutto le nuove biotecnologie alle vecchie. I contadini hanno provveduto sempre da soli al miglioramento genetico dei propri semi, adattando le popolazioni colturali alle condizioni sitospecifiche del clima e del terreno. E’ chiaro che è qui che si giocano gli interessi delle solite multinazionali: i semi Round Up Ready e Round Up Ready 2 vengono venduti con tutto il pacchetto di fitofarmaci necessari a controllare la resistenza delle supermalerbe ai semi transgenici, ma c’è molto di più. Ora che la guerra sul fronte ucraino complica la produzione di mais in Europa, da chi lo importeremo? Possiamo rivolgerci ai paesi dell’UE che hanno avuto raccolti migliori, ma non agli USA perché OGM. Mi sembra abbastanza implicito dove è possibile che vada il mercato del mais e perché ci sia tutta questa rinnovata pressione, anche da parte della Coldiretti, sul tema NBT.</p>
<p style="text-align: justify;">Si consuma perciò, sull’altare del nuovo teatro geopolitico, il dramma delle nostre terre.</p>
<p style="text-align: justify;">La transizione ecologica non è l’unico problema-cardine in periodo di guerra perché non può in nessun caso realizzarsi senza quella agroecologica e, quando giustamente ci battiamo per un clima fuori dal fossile, non possiamo dimenticare che sono l’agricoltura e gli allevamenti convenzionali ad essere responsabili per circa il 50% delle emissioni climalteranti. Per converso, se ci battiamo per l’agroecologia, non possiamo dimenticare che non esistono solo i conflitti su larga scala e che viviamo, ogni giorno, conflitti a bassa intensità accesi dall’ingiustizia ambientale su ogni territorio. La rovina dell’agricoltura è, in primo luogo, un certo tipo di agricoltura, ma coincide anche con le discariche e gli sversamenti abusivi della Terra dei Fuochi, le acciaierie obsolete come l’ILVA di Taranto e i 20km di raggio entro i quali non si può coltivare, le industrie chimiche come la Caffaro di Brescia e l’inquinamento da PCB che ha reso sterili e impraticabili i terreni, i gasdotti come la TAP che marciano sugli ulivi storici e il patrimonio agricolo del Salento, i treni veloci che vorrebbero sventrare la Val di Susa sottraendo acqua, smuovendo amianto, togliendo lavoro utile e magnifici paesaggi.</p>
<p style="text-align: justify;">L’agroecologia, in entrambe le tipologie di conflitto, non è solo una delle possibili alternative all’agricoltura industriale, ma LA risposta comunitaria e rigenerativa che non può essere ridotta a mero pacchetto di conoscenze tecniche. E’, nelle parole e nell’immaginario di Miguel Angel Altieri, di Vandana Shiva e di milioni di contadini e contadine al mondo, un processo di integrazione tra esseri umani e natura. Se davvero ai piani alti lo avessero capito, non la propugnerebbero come perno della transizione.</p>
<p style="text-align: justify;">È ovvio e ormai scontato per alcuni di noi che solo il passaggio dal paradigma meccanico-riduzionista a quello sistemico-ecologico (V. Shiva, 2017) possa garantire la sopravvivenza del pianeta. La transizione agroecologica si può fare solo se smettiamo di farla coincidere con la digitalizzazione e le biotecnologie, se togliamo aria al neolatifondismo e a quella PAC che lo favorisce per far respirare le realtà di piccola scala in cui soprattutto le donne hanno – ad ogni latitudine – un peso determinante, se impediamo alle grandi concentrazioni di potere di fare di braccianti e ambiente la propria personale pattumiera, se parliamo alle persone di sovranità alimentare e non di sovranismo, se sostituiamo la cooperazione alla competizione.</p>
<p style="text-align: justify;">Il nostro immaginario economico è completamente sbagliato, come completamente errati sono i fondamenti biologici del <em>processo </em>economico. Sappiamo da molto tempo che la crescita infinita è un mito distruttivo, ma siamo davvero pronti e pronte a smontare le tesi culturali che lo supportano? E’ molto facile, per moltissime persone, comprendere che i sistemi biologici non tendono alla massimizzazione di alcuna variabile (figuriamoci di quella del profitto) ed è relativamente semplice provare a vivere quindi più sobriamente, modificando con gradualità le proprie abitudini di acquisto o quelle alimentari.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma cosa sappiamo e cosa facciamo in relazione ai rapporti di potere? Mauro Bonaiuti in “Bioeconomia”, una raccolta di scritti di Nicholas Georgescu-Roegen sul tema, rimarca come i sistemi biologici non adottino per sopravvivere solo comportamenti di tipo competitivo, ma che – da sistemi complessi quali sono – adottino una pluralità di strategie diverse come relazioni cooperative e simbiotiche tra le specie, argomenti già centrali in molta letteratura biologica sovietica e che oggi, per esempio, ritroviamo in numerosi studi scientifici come quelli di Suzanne Simard sullo scambio di informazioni tra caducifogli e sempreverdi in contesti di scarsità di CO2.</p>
<p style="text-align: justify;">Possiamo allora riconoscere certamente due cose: la prima e la più lapalissiana è che, a differenza della natura, non siamo abbastanza intelligenti da rispondere con efficacia ai mutamenti di contesto o non ci troveremmo ad un pelo dalla terza guerra mondiale e dalla sesta estinzione di massa nel cuore del Wasteocene (M. Armiero, 2021); l’altra è che i tratti di quel potere che tanto condanniamo sono i nostri stessi tratti somatici.</p>
<p style="text-align: justify;">Ci riempiamo la bocca di parole come comunità e cura, ma non comprendiamo che i processi rivestono la stessa importanza degli obiettivi e non riusciamo nemmeno lontanamente ad avere relazioni autentiche nella differenza perché non ci concediamo il tempo di “stare ed esistere” nelle relazioni. In questo vuoto praticato dalla confusione tra opinione e sapere, e tra sapere e sapere, dalla tensione tra governo e potere perfino nei rapporti personali, dalla cancellazione dell’Altro in politica che, alla maniera di Lacan, non gode affatto di buona salute, dimentichiamo che siamo esseri viventi stigmatizzati dalla profonda necessità di entrare in connessione (non in competizione) con tutti gli altri esseri viventi.</p>
<p style="text-align: justify;">Il cibo buono, sano e giusto, in quanto frutto vivo e manifestazione dell’enorme rete neurale che collega corpi e intenzioni alla terra, potrebbe essere la chiave attraverso la quale ripensare ogni cosa.</p>
<p style="text-align: justify;">Potrebbe se solo non ce ne privassimo in maniera così insensata e non pensassimo di avere più valore assoluto del più esile dei fili d’erba.</p>
<p style="text-align: justify;"><i>Miriam Corongiu</i></p>
<p style="text-align: justify;"><em>A Taranto, per l&#8217;Uno Maggio Libero e Pensante, davanti ad attivisti e attiviste di tutta Italia, decine di migliaia di persone e me stessa. </em></p>
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		<title>Quali linguaggi, quali strade</title>
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		<pubDate>Mon, 07 Mar 2022 11:56:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Miriam Corongiu]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[agroecologia]]></category>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">La tragedia che stiamo vivendo in questi giorni di rinnovata offensiva bellica ha gettato tutti e tutte nell’incredulità. Eravamo abituati a guerre remote, ad orrori mediati dalla lontananza geografica e dalla politica della differenza razziale. Oggi che ad essere sotto le bombe è la vicina Ucraina, i nostri sentimenti di repulsione si fanno più vivi, mentre più palpabile diventa la riflessione interiore sulla pace. E’ così puro il nostro desiderio di pace, così adamantino e indiscutibile nei nostri cuori che ci sembra impossibile non possa essere condiviso dall’umanità intera. Eppure, non lo è. Non lo è soprattutto da parte dei leader mondiali per i quali muovere guerra è come muovere pedine, spargendo un sangue che non è mai il loro.</p>
<p style="text-align: justify;">Sembra difficile trovare le parole per esprimere la confusione che c’è nei nostri cuori, tra ipotesi strategiche e tecnicismi del disarmo. Ciononostante, proprio adesso è fondamentale riprendere a ragionare senza fidelizzazioni di parte e senza tifoserie, inventando nuovi suoni e nuove armonie.</p>
<p style="text-align: justify;">Verso LOTTO marzo e in piena invasione, le femministe russe pubblicano al 28 febbraio un appello in cui non condannano soltanto la politica di Putin, ma la guerra assurta a categoria politica. Il femminismo non è oppositivo in sé, ma di certo sa opporsi con fermezza ai conflitti, alle violenze, alle prevaricazioni: “La guerra intensifica le disuguaglianze di genere e mette un freno per molti anni alle conquiste per i diritti umani. La guerra porta con sé non solo la violenza delle bombe e dei proiettili, ma anche la violenza sessuale” (<a title="Jacobin Italia" href="https://jacobinitalia.it/contro-laggressione-militare-di-putin/">traduzione Jacobin Italia</a>). Lo stupro come strategia militare, ancora oggi nel 2022, è una realtà ben definita, il linguaggio del dominio indiscusso sui nostri corpi e sull’interezza delle nostre vite.</p>
<p style="text-align: justify;">Quali strade percorrere, allora, quali parole da adoperare non solo ora nell’afasia dell’incredulità e tra le gimcane della propaganda politica, ma davanti gli assetti geopolitici che cambiano nuovamente profilando un’idea di Europa e di mondo che farà ancora una volta della sopraffazione la sua modalità comunicativa?</p>
<p style="text-align: justify;">Nettie Wiebe, esponente di spicco di La Via Campesina Canada, l’organizzazione internazionale che unisce circa 200 milioni di contadine e contadini, ha rilasciato in questi giorni un’intervista ad “<a title="Agroecology Now!" href="https://www.agroecologynow.com/spirituality-solidarity-lvc/">Agroecology Now!</a>” nella quale racconta estesamente di una pratica fortemente voluta dalle donne del movimento. Prima di aprire l’agenda politica delle riunioni, tutti e tutte si riuniscono in un tempo dedicato alla mistica, ossia alla spiritualità, mai intesa come religione. La mistica è diversa per cultura e provenienza geografica: ci sono danze del Bangalore, canti nel Canada o semi da condividere al centro del tavolo in altre regioni. Nettie, filosofa e contadina, dice che non a tutti possiamo approcciarci intellettualmente, ma che far sentire uomini e donne al sicuro, rendere possibile la loro affermazione come persone all’interno di un quadro spirituale è non solo una strategia di comunicazione interrazziale e interculturale, ma una necessità profonda delle donne in primis che, ancor prima di affrontare il tema del patriarcato, hanno riconosciuto il bisogno di sentirsi esseri umani.</p>
<p style="text-align: justify;">Mentre scrivevo il mio contributo per il Global Women’s Strike, il movimento internazionale che si occupa di cura come lavoro domestico e non, mi sono ritrovata a definirmi una pianta produttiva e silenziosa alla quale, nel paesaggio che io stessa – da contadina – ho contribuito a far rifiorire, non si fa più caso. Per la legge italiana sono imprenditrice agricola, non una donna con un enorme carico emotivo e lavorativo misconosciuto: sono tuttalpiù destinataria di finanziamenti, non soggetto di diritti. Com’è possibile che proprio io che coltivo cibo buono, cibo in grado di riconnetterci con tutto ciò che è vivo, faccia fatica a guardare a me stessa come essere vivente e desiderante?</p>
<p style="text-align: justify;">Sentirci esseri umani. Nella cultura occidentale, la razionalità è il tratto prevalente o, per dirla con Vandana Shiva, la binarietà riduzionista tra natura e cultura disegna il corpo come macchina alimentata dall’esterno, il cibo come massa ingegnerizzabile e l’anima come governo della separazione. Al contrario, una visione ecologica smantella “la camicia di forza del rapporto causa-effetto” (2018) e lascia spazio alla complessità delle interazioni. Vale a dire che la nostra cultura ci programma dividendoci dalla natura, tagliando in due ogni esperienza e relegandoci alla disconnessione dalla vita intesa come (bio)diversità di impulsi, stimoli e saperi.</p>
<p style="text-align: justify;">Sulla scorta di questa spiegazione, si comprende meglio perché non è facile per noi occidentali sedere sulla nostra impazienza, come dice Nettie, e lasciarci andare. Non è facile coltivare la nostra emotività se ritenuta socialmente segno di debolezza, dare spazio a ciò che non è codificato dal nostro sistema economico, usare linguaggi che non siano quelli della ragione e della politica degli uomini. Le nostre pratiche non sempre riflettono le nostre esigenze più intime, adeguandosi a tempi, parole e modi che sono spesso l&#8217;eco del padrone. Non basta cambiare le desinenze, per quanto necessario sia il dibattito sul rapporto tra lingua e patriarcato. Se non riusciamo a raggiungere il centro emotivo di tutti e tutte coloro che subiscono le disuguaglianze culturali, se non puntiamo sulla semplicità espressiva utile a farsi corpo nella vita di ognuno, il nostro sarà sempre un lavoro a metà.</p>
<p style="text-align: justify;">La terra usa un’altra lingua dall&#8217;alba dei tempi. E’ la lingua della pace interiore, dell’equilibrio, della ricomposizione nella differenza, parlata dalle erbe spontanee, dalle colture selezionate nei millenni o dalle danze tribali che accompagnano i raccolti, dagli usi e dai costumi che hanno fatto le società in tutte le culture contadine. Questa voce arriva sempre, al cuore di tutti, chiara e incontrovertibile. Nonostante le guerre siano sempre state ingaggiate per il possesso della terra e del potere che da quel possesso deriva, la terra – come il femminismo – non può che essere contro la guerra. E la guerra, per la lingua che parla, è fuor da ogni dubbio contro la terra.</p>
<p style="text-align: justify;">Diamo ragione dunque, ancora una volta, alle donne sudamericane quando dicono che non può esistere agroecologia senza femminismo, ma soprattutto che non può esistere femminismo senza agroecologia e, nella trama che dobbiamo tessere per superare l’ulteriore dualismo tra città e campagne, occidentali e orientali che siano, dobbiamo provare a dare forma e corpo ad altri linguaggi che sappiano esprimere meglio tutte le sfumature del nostro universo culturale. Non è certo una coincidenza se &#8220;cultura&#8221; e &#8220;coltivare&#8221; hanno la stessa radice linguistica: dalla terra veniamo noi e ciò che ci contraddistingue come esseri umani.</p>
<p style="text-align: justify;">Miliardi di stelle diverse, dunque. Ognuna brilla, ognuna illumina a prescindere dallo spazio siderale che abitano e dalla luce che emanano su questa terra capace di accoglierle tutte.</p>
<p style="text-align: justify;">Miriam Corongiu</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Grazie alle compagne della collettiva “Officina Femminista” di Orta di Atella che, nell’atto rivoluzionario di intitolare una piazza alla dimenticata Enrichetta di Lorenzo, eroina risorgimentale, hanno desiderato una volta di più dare spazio alla terra e al femminismo rurale al tempo della guerra degli altri.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
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