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	<title>Georgika &#187; femminismo</title>
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	<description>Terre dei Fuochi. E di Vita.</description>
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		<title>Quali linguaggi, quali strade</title>
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		<pubDate>Mon, 07 Mar 2022 11:56:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Miriam Corongiu]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[agroecologia]]></category>
		<category><![CDATA[femminismo]]></category>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">La tragedia che stiamo vivendo in questi giorni di rinnovata offensiva bellica ha gettato tutti e tutte nell’incredulità. Eravamo abituati a guerre remote, ad orrori mediati dalla lontananza geografica e dalla politica della differenza razziale. Oggi che ad essere sotto le bombe è la vicina Ucraina, i nostri sentimenti di repulsione si fanno più vivi, mentre più palpabile diventa la riflessione interiore sulla pace. E’ così puro il nostro desiderio di pace, così adamantino e indiscutibile nei nostri cuori che ci sembra impossibile non possa essere condiviso dall’umanità intera. Eppure, non lo è. Non lo è soprattutto da parte dei leader mondiali per i quali muovere guerra è come muovere pedine, spargendo un sangue che non è mai il loro.</p>
<p style="text-align: justify;">Sembra difficile trovare le parole per esprimere la confusione che c’è nei nostri cuori, tra ipotesi strategiche e tecnicismi del disarmo. Ciononostante, proprio adesso è fondamentale riprendere a ragionare senza fidelizzazioni di parte e senza tifoserie, inventando nuovi suoni e nuove armonie.</p>
<p style="text-align: justify;">Verso LOTTO marzo e in piena invasione, le femministe russe pubblicano al 28 febbraio un appello in cui non condannano soltanto la politica di Putin, ma la guerra assurta a categoria politica. Il femminismo non è oppositivo in sé, ma di certo sa opporsi con fermezza ai conflitti, alle violenze, alle prevaricazioni: “La guerra intensifica le disuguaglianze di genere e mette un freno per molti anni alle conquiste per i diritti umani. La guerra porta con sé non solo la violenza delle bombe e dei proiettili, ma anche la violenza sessuale” (<a title="Jacobin Italia" href="https://jacobinitalia.it/contro-laggressione-militare-di-putin/">traduzione Jacobin Italia</a>). Lo stupro come strategia militare, ancora oggi nel 2022, è una realtà ben definita, il linguaggio del dominio indiscusso sui nostri corpi e sull’interezza delle nostre vite.</p>
<p style="text-align: justify;">Quali strade percorrere, allora, quali parole da adoperare non solo ora nell’afasia dell’incredulità e tra le gimcane della propaganda politica, ma davanti gli assetti geopolitici che cambiano nuovamente profilando un’idea di Europa e di mondo che farà ancora una volta della sopraffazione la sua modalità comunicativa?</p>
<p style="text-align: justify;">Nettie Wiebe, esponente di spicco di La Via Campesina Canada, l’organizzazione internazionale che unisce circa 200 milioni di contadine e contadini, ha rilasciato in questi giorni un’intervista ad “<a title="Agroecology Now!" href="https://www.agroecologynow.com/spirituality-solidarity-lvc/">Agroecology Now!</a>” nella quale racconta estesamente di una pratica fortemente voluta dalle donne del movimento. Prima di aprire l’agenda politica delle riunioni, tutti e tutte si riuniscono in un tempo dedicato alla mistica, ossia alla spiritualità, mai intesa come religione. La mistica è diversa per cultura e provenienza geografica: ci sono danze del Bangalore, canti nel Canada o semi da condividere al centro del tavolo in altre regioni. Nettie, filosofa e contadina, dice che non a tutti possiamo approcciarci intellettualmente, ma che far sentire uomini e donne al sicuro, rendere possibile la loro affermazione come persone all’interno di un quadro spirituale è non solo una strategia di comunicazione interrazziale e interculturale, ma una necessità profonda delle donne in primis che, ancor prima di affrontare il tema del patriarcato, hanno riconosciuto il bisogno di sentirsi esseri umani.</p>
<p style="text-align: justify;">Mentre scrivevo il mio contributo per il Global Women’s Strike, il movimento internazionale che si occupa di cura come lavoro domestico e non, mi sono ritrovata a definirmi una pianta produttiva e silenziosa alla quale, nel paesaggio che io stessa – da contadina – ho contribuito a far rifiorire, non si fa più caso. Per la legge italiana sono imprenditrice agricola, non una donna con un enorme carico emotivo e lavorativo misconosciuto: sono tuttalpiù destinataria di finanziamenti, non soggetto di diritti. Com’è possibile che proprio io che coltivo cibo buono, cibo in grado di riconnetterci con tutto ciò che è vivo, faccia fatica a guardare a me stessa come essere vivente e desiderante?</p>
<p style="text-align: justify;">Sentirci esseri umani. Nella cultura occidentale, la razionalità è il tratto prevalente o, per dirla con Vandana Shiva, la binarietà riduzionista tra natura e cultura disegna il corpo come macchina alimentata dall’esterno, il cibo come massa ingegnerizzabile e l’anima come governo della separazione. Al contrario, una visione ecologica smantella “la camicia di forza del rapporto causa-effetto” (2018) e lascia spazio alla complessità delle interazioni. Vale a dire che la nostra cultura ci programma dividendoci dalla natura, tagliando in due ogni esperienza e relegandoci alla disconnessione dalla vita intesa come (bio)diversità di impulsi, stimoli e saperi.</p>
<p style="text-align: justify;">Sulla scorta di questa spiegazione, si comprende meglio perché non è facile per noi occidentali sedere sulla nostra impazienza, come dice Nettie, e lasciarci andare. Non è facile coltivare la nostra emotività se ritenuta socialmente segno di debolezza, dare spazio a ciò che non è codificato dal nostro sistema economico, usare linguaggi che non siano quelli della ragione e della politica degli uomini. Le nostre pratiche non sempre riflettono le nostre esigenze più intime, adeguandosi a tempi, parole e modi che sono spesso l&#8217;eco del padrone. Non basta cambiare le desinenze, per quanto necessario sia il dibattito sul rapporto tra lingua e patriarcato. Se non riusciamo a raggiungere il centro emotivo di tutti e tutte coloro che subiscono le disuguaglianze culturali, se non puntiamo sulla semplicità espressiva utile a farsi corpo nella vita di ognuno, il nostro sarà sempre un lavoro a metà.</p>
<p style="text-align: justify;">La terra usa un’altra lingua dall&#8217;alba dei tempi. E’ la lingua della pace interiore, dell’equilibrio, della ricomposizione nella differenza, parlata dalle erbe spontanee, dalle colture selezionate nei millenni o dalle danze tribali che accompagnano i raccolti, dagli usi e dai costumi che hanno fatto le società in tutte le culture contadine. Questa voce arriva sempre, al cuore di tutti, chiara e incontrovertibile. Nonostante le guerre siano sempre state ingaggiate per il possesso della terra e del potere che da quel possesso deriva, la terra – come il femminismo – non può che essere contro la guerra. E la guerra, per la lingua che parla, è fuor da ogni dubbio contro la terra.</p>
<p style="text-align: justify;">Diamo ragione dunque, ancora una volta, alle donne sudamericane quando dicono che non può esistere agroecologia senza femminismo, ma soprattutto che non può esistere femminismo senza agroecologia e, nella trama che dobbiamo tessere per superare l’ulteriore dualismo tra città e campagne, occidentali e orientali che siano, dobbiamo provare a dare forma e corpo ad altri linguaggi che sappiano esprimere meglio tutte le sfumature del nostro universo culturale. Non è certo una coincidenza se &#8220;cultura&#8221; e &#8220;coltivare&#8221; hanno la stessa radice linguistica: dalla terra veniamo noi e ciò che ci contraddistingue come esseri umani.</p>
<p style="text-align: justify;">Miliardi di stelle diverse, dunque. Ognuna brilla, ognuna illumina a prescindere dallo spazio siderale che abitano e dalla luce che emanano su questa terra capace di accoglierle tutte.</p>
<p style="text-align: justify;">Miriam Corongiu</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Grazie alle compagne della collettiva “Officina Femminista” di Orta di Atella che, nell’atto rivoluzionario di intitolare una piazza alla dimenticata Enrichetta di Lorenzo, eroina risorgimentale, hanno desiderato una volta di più dare spazio alla terra e al femminismo rurale al tempo della guerra degli altri.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Liberandoci, libereremo</title>
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		<pubDate>Sat, 08 Jan 2022 17:52:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Miriam Corongiu]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[femminismo]]></category>
		<category><![CDATA[agricoltura]]></category>
		<category><![CDATA[bell hooks]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro di cura]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>Non dovrebbe essere permesso ai treni veloci di attraversare le campagne e interferire con il canto degli uccelli. Sono arrivata qui, nel mio orto, dietro la spinta di un desiderio più grande di solitudine e riparo, per dedicare a me stessa almeno una manciata di secondi in una giornata -l’ultima dell’anno &#8211; che mi tormenta da ieri. È tutto spoglio, [...]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Non dovrebbe essere permesso ai treni veloci di attraversare le campagne e interferire con il canto degli uccelli.</p>
<p style="text-align: justify;">Sono arrivata qui, nel mio orto, dietro la spinta di un desiderio più grande di solitudine e riparo, per dedicare a me stessa almeno una manciata di secondi in una giornata -l’ultima dell’anno &#8211; che mi tormenta da ieri.</p>
<p style="text-align: justify;">È tutto spoglio, disturbato dal cavalcavia che gli alberi denudati dall’autunno non riescono a nascondere e i cani che mi fanno festa, inconsapevoli di me e del treno, non leniscono il mio senso di abbandono. Siedo triste, sulla panca di legno scoperchiata e priva del telo protettivo, a sentire sul viso un piccolo calore, un detrito di sole, mentre provo a concentrarmi su questo ritaglio di vita che ho tra le mani.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi sento stanca e mi sembra sia giusto, dopo due mesi di lavoro nell’orto a perdifiato e l’enorme mole di lavoro di cura che ho dovuto gestire mio malgrado. Vorrei vivere questa giornata diversamente, divertendomi e trattandomi come l’ospite più desiderata invece di continuare a sgobbare, cucinare, rispondere amorevolmente a tutte le richieste, comporre diplomaticamente tutti gli scontri. Vorrei davvero avere due giorni di noia e non due giorni di lavori forzati ai quali gli obblighi familiari mi impediscono di sottrarmi. Quante di voi si sono sentite e si sentono così? So di dare parola a moltissime donne che vivono la dicotomia sentimentale tra il donare ricordi robusti ai quali, un giorno, i figli si aggrapperanno e la voglia costante di scappare via per vivere le feste in quanto “feste”.</p>
<p style="text-align: justify;">Seduta al pallore dell’inverno e reagendo al silenzio, capisco di aver sempre provato angoscia nel vivere il lavoro di cura della casa e (entro certi limiti) della famiglia perché per me è stato molto a lungo soltanto una privazione, la rinuncia forzata al tempo che – una volta terminato il lavoro cosiddetto per il mercato – avrei potuto dedicare alle mie passioni, qualunque esse fossero, all’approfondimento di me o al riposo. Anche oggi che posso definirmi più consapevole delle dinamiche che scaricano perlopiù sulle donne la fatica della cura, è sempre complicato relazionarmi al periodo delle feste e, più in generale, alle faccende domestiche, alla cucina e alle mille piccole e grandi esigenze della gestione familiare. Di fondo vivo psicologicamente male l’ambivalenza valutativa di cui è permeato socialmente questo lavoro (ritenuto fondamentale e infimo al tempo stesso) così come vivo con disagio la mia difficoltà di donna a ritenermi soggetto destinatario di diritti e, in questo ritaglio di tempo rubato, di un diritto in particolare: quello a vivere la cura anche come una grandissima seccatura, una palla al piede e una catena così pesante da potermi trascinare a fondo.</p>
<p style="text-align: justify;">Considerata essenziale per gli equilibri collettivi, la cura nei fatti non ha nessun rilievo politico e culturale. Quante volte ripetiamo che si da tutto per scontato? Che siamo invisibili e che dovremmo essere pagate? Ma aldilà del riconoscimento pubblico e personale che desidereremmo, il problema è (anche) profondamente intimo e ha radici nella concezione che noi stesse abbiamo o non abbiamo costruito nel tempo del valore da attribuire alle nostre singole esistenze e in quello da attribuire al nostro ruolo dentro casa/famiglia.</p>
<p style="text-align: justify;">bell hooks &#8211; che leggo in questi giorni a scopo ricostituente – nel suo “Elogio del margine” (antologia di testi prodotti tra il 1991 e il 1998) scrive un capitolo meraviglioso dal titolo “Casa. Un sito di resistenza”. La hooks parla di nerezza e patriarcato fuori e dentro le baracche prima, le abitazioni poi, delle donne che hanno subito la schiavitù e l’emarginazione razziale, spiegando quanto sia stato importante e misconosciuto il loro tentativo, attraverso la cura, di non lasciarsi culturalmente e mentalmente “occupare” dal suprematismo bianco. Le loro case erano focolai di resistenza in cui potersi ritrovare aldiquà dei binari che le separavano dalla città dei padroni, vivibile solo in quanto luogo dei privilegi altrui e della loro inferiorità.  Nelle loro case ritornavano ad essere se stesse e &#8211; anche se il sessismo non le avrebbe risparmiate nemmeno lì – costruivano le possibilità affettive e culturali in cui altre giovani donne avrebbero potuto autodefinirsi, crescere consapevoli e, alla fine, ribellarsi.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Ritornare ad essere se stesse per ribellarsi</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Ho concepito fin dai primi istanti L’Orto Conviviale come la scelta ragionata di contestualità tra casa e politica, offrendo sempre uno spazio di riposo e riflessione a chiunque ne avesse bisogno, aprendo le porte al mondo ecologista, femminista e contadino seguendo semplicemente l’onda del mio profondo desiderio di crescere con mia figlia in un climax intellettuale rigenerativo. Non ho mai distratto forze verso il modello del salotto culturale: volevo praticare una forma di resistenza trasformativa in cui coinvolgere chiunque.</p>
<p style="text-align: justify;">La mia casa e la mia terra non sono mai state neutre, ma fortemente partecipate e partecipative e dentro questi confini così labili, frangibili da tutti, ho sviluppato la mia declinazione di agricoltura e di femminilità. La mia. E’ una vittoria enorme per me.</p>
<p style="text-align: justify;">Contro la mia stessa educazione che mi voleva straordinaria, ma nell’ordinarietà delle relazioni di potere, affermata professionista e/o instancabile organo riproduttivo, sono riuscita con moltissima fatica e inizialmente senza comunità di supporto a scrollarmi pian piano di dosso l’idea che dovessi essere un ingranaggio perfetto in una macchina infernale. Sono assolutamente sghemba e non nell’accezione commerciale che si da della diversità: sono più verosimilmente un ammasso confuso di desideri, pratiche, studi, martiri ed esaltazioni. Cresciuta con l’idea monolitica di dover eccellere in un settore e in uno soltanto (la ballerina, l’avvocato, l’astronauta) ho vissuto la mia curiosità e il mio eclettismo come un difetto, scoprendo solo tardi che io coincido con le mie necessità intellettuali e fisiche, non con le esigenze del mercato.</p>
<p style="text-align: justify;">Il mio percorso politico sui territori, di conseguenza, non è stato mai semplice e nemmeno nelle organizzazioni strettamente ecologiste sono riuscita a riconoscere pienamente il suono della mia voce. Molti movimenti sono ancora attraversati da scelte strategiche che non tengono conto dei tempi delle donne o delle loro esigenze, così come sacrificano sull’altare del buon esito politico il modo in cui ci sentiamo – uomini e donne – in relazione alle tragedie in cui siamo immersi. Nel tentativo di essere riconosciuta dagli altri, di ribellarmi e di trovare un posto che non fosse quello che la mia famiglia e la società mi avevano assegnato, ho dimenticato di attribuirmi un valore.</p>
<p style="text-align: justify;">Ritengo, ad oggi, di aver potuto imparare a percepire me stessa solo quando da me stessa ho smesso di fuggire, quando pur amando molto la lotta per la giustizia ambientale che mi ha forgiata, mi sono concessa di scendere alla mia fermata. Ho dovuto. Senza smettere di rimboccarmi le maniche: “coloro che ci dominano e ci opprimono sono in posizione di massimo vantaggio proprio quando non abbiamo nulla da dare a noi stesse, quando ci hanno sottratto a tal punto la nostra dignità, la nostra umanità, che non ci rimane nulla, nessun “focolare domestico” dove riprendere possesso di noi stesse”</p>
<p style="text-align: justify;">In questo autoritratto dipinto a tentoni, il focolare domestico ha avuto e continua ad avere per me un ruolo determinante. Non è più lo spazio sessista in cui essere rinchiusa, ma lo spazio di liberazione in cui praticare la mia rivoluzione.</p>
<p style="text-align: justify;">La hooks, sostenitrice della teoria secondo la quale liberazione razziale e patriarcale devono essere due tensioni da unificare, scrive anche “non è un caso che il regime di apartheid sudafricano attacchi e distrugga sistematicamente gli sforzi della nostra gente per costruirsi un sia pur precario focolare domestico, quella piccola realtà privata dove donne e uomini neri possono ricrearsi e ritrovare se stessi”.</p>
<p style="text-align: justify;">Oggi, privarci della terra accrescendo le economie di scala, devastandola, rendendola appannaggio solo dei grandi investitori e svuotandola del significato culturale che ha sempre avuto in tutte le civiltà, tranne che in questa nostra del wasteocene, ha esattamente lo stesso scopo: disperderci e privarci di un luogo in cui praticare la resistenza, in cui ritrovarci e autodefinirci. Oggi, noi che abbiamo il privilegio di avere una casa e di abitare l’emisfero più fortunato, non possiamo esimerci dal farne un avamposto di cambiamento e di praticarvi all’interno la nostra liberazione e quella degli altri.</p>
<p style="text-align: justify;">Né quello di bell hooks, né sommessamente il mio, sono perciò un elogio della famiglia tradizionale, né della figura materna o matriarcale. Al contrario. Un focolare domestico è tale se è capace di accogliere ogni differenza e di comporla nell’accettazione e nell’empatia, lasciando spazio alle esigenze di tutti e, in primis, alle nostre. Un focolare domestico è tale se passiamo dalla maternità alle genitorialità e se decliniamo la cura come una possibilità e un dovere da condividere con tutti.</p>
<p style="text-align: justify;">Ripensare dunque il nostro ruolo all’interno delle nostre famiglie partendo da una comprensione divergente per noi stesse, per quelle che siamo e soprattutto per quello che vorremmo e possiamo ancora essere, significa non solo riconferire dignità a quello che facciamo, ma trovare un pensiero attivo utile a sopportarne il peso. Significa non solo politicizzare (quindi universalizzare) la rilevanza della cura, ma – nel farlo &#8211; costruire uno spazio fisico in cui riconoscerci e avere privacy, ritagliarci tempo libero per ciò che amiamo fare, coltivare l’ebbrezza, la follia, l’arte, la politica, l’amore diverso, mettendo da parte le convenzioni sociali e le assurde aspettative che – talvolta – emanano solo dal modello patriarcale in cui siamo state cresciute.</p>
<p style="text-align: justify;">Significa, in altri termini, cercare di assomigliarci di più e di amarci a dispetto di tutto, per come siamo: uniche nel nostro “genere”.</p>
<p style="text-align: justify;">Liberandoci, dunque, libereremo.</p>
<h6><em><a href="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2020/08/rosa.jpg"><img class="size-medium wp-image-545 alignleft" src="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2020/08/rosa-300x199.jpg" alt="rosa" width="300" height="199" /></a>Sono qui, nel mio orto, per riconciliarmi con te, Madre. Vorrei stendermi nel prato freddo e trovare il tuo perdono per quello che ho fatto e per quello che non ho fatto. Vorrei essere in grado di sapere tutto di te, di abbracciare con la conoscenza ogni tua foglia e ogni tua radice, vorrei vivere solo con te, in mezzo a te, nella nostalgia (dolore del ritorno) che sussurri ad ogni mio passo. Vorrei conoscere ogni verso e parlare la tua lingua, ma nell’infinita bellezza che ostenti, riesco solo debolmente ad ascoltare. </em></h6>
<h6 style="text-align: justify;"><em>Sei tu mia madre, io ti sento.</em></h6>
<h6 style="text-align: justify;"></h6>
<p style="text-align: justify;"><em>Miriam Corongiu</em></p>
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