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	<title>Georgika &#187; ecofemminismo</title>
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	<description>Terre dei Fuochi. E di Vita.</description>
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		<title>Sono nata negli anni &#8217;80</title>
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		<pubDate>Thu, 15 Sep 2022 07:27:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Miriam Corongiu]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[ecofemminismo]]></category>
		<category><![CDATA[cura]]></category>
		<category><![CDATA[georgika]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro di cura]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Sono nata negli anni &#8217;80 in una famiglia di italiani del Sud dei quali ho raccolto  le radici, le emozioni e i  saperi. Donne e uomini emigranti all&#8217;estero rientrati nella Terra Madre, espressione usata per estensione a tutto il territorio della nazione e non solo alla propria porzione di comune di origine. Operai pensionati per i quali, che la generazione [...]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Sono nata negli anni &#8217;80 in una famiglia di italiani del Sud dei quali ho raccolto  le radici, le emozioni e i  saperi.</p>
<p style="text-align: justify;">Donne e uomini emigranti all&#8217;estero rientrati nella Terra Madre, espressione usata per estensione a tutto il territorio della nazione e non solo alla propria porzione di comune di origine.</p>
<p style="text-align: justify;">Operai pensionati per i quali, che la generazione seguente scegliesse di collocarsi nella societá attraverso i ruoli di  madri casalinghe e lavoratori statali, poteva essere una sicurezza auspicabile.</p>
<p style="text-align: justify;">Ho profondamente a cuore l&#8217; ereditá di questa storia e dei sentimenti ricevuti in ciò che, anno dopo anno,  ho appreso prima e  conservato, rigenerato o smantellato poi.</p>
<p style="text-align: justify;">Ho osservato per tutta l&#8217; infanzia donne che si occupavano della cura domestica, delle relazioni sociali e familiar , del verde di casa e dell&#8217; orto.</p>
<p style="text-align: justify;"> Impariamo riproponendo i gesti degli adulti, cosi, quella natura desiderosa di essere parte delle attivitá dei grandi, mi spingeva a emulare i gesti rituali delle persone che mi erano intorno per la maggior parte del tempo: donne dedite alle mansioni della cura con l&#8217; abitudine della lettura.</p>
<p style="text-align: justify;">Con la crescita, questo stato di cose, si è trasformato in pretese e aspettative gravose: potenziali ore di gioco, socialitá e talenti da coltivare trasformatesi in doveri da apprendere e rispettare per condividere la stessa sorte di genere.</p>
<p style="text-align: justify;">Altre ore ed anni sono trascorsi in cui convivere e tentare di ribellarsi sentendosi fuori posto e con una doppia cocente ingiustizia: la prima è stata  che queste  richieste venivano obbligate a me soltanto in quanto ultima ed unica figlia femmina, entrambe condizioni  mai scelte; la seconda, che i miei bisogni, tempo ed emozioni non occupavano alcuno spazio di valore  in questo panorama culturale fatto di cose da maschi e cose da femmine.</p>
<p style="text-align: justify;">Una divisione estesa da un nucleo familiare alla societá.</p>
<p style="text-align: justify;">Era ed è un mondo dove le donne fanno, anche controvoglia e sacrificio, rinunciando a se stesse, incontrando spesso stati di insoddisfazione, frustrazione e depressione, e dove  gli uomini aiutano quando i propri impegni umori e recinti sociali ne svegliano lo slancio di compassione e pudore.</p>
<p style="text-align: justify;">Racconto perchè so per certo che questo è stato ed è un vissuto comune di molte donne appartenenti a generazioni precedenti e successive alla mia e, a tuttora, è la norma per molte altre.</p>
<p style="text-align: justify;">Per tutta l&#8217; infanzia e l&#8217; adolescenza ho sentito la condizione di donna una condanna perchè , tra le varie  motivazioni e per alcune mansioni, atta a caricare di pesi mentali emotivi e fisici un solo genere per di piú  incapace di trovare un proprio spazio di riscontro agli occhi della societá se non in qualitá di madre modello, lavoratrice stipendiata o meno.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo sono giunte la ribellione ed i suoi tentativi molteplici, il coraggio di iniziare a fermare la giostra e rifiutare, quello di affermare  opinioni:  un uomo ed una donna sono ugualmente in grado di compiere doveri, piaceri e mansioni con la regolaritá e quotidianitá  che l&#8217; essere un adulto funzionale richiede. Non mi adeguo piú senza repulsione al modello che crea cose da donna e cose da uomini nelle quali la natura biologica non ha nessun punto fermo.</p>
<p style="text-align: justify;">Vivere tanto a stretto contatto l&#8217; esperienza delle donne e delle pratiche della cura mi ha lasciato un bagaglio culturale ampio di conoscenze  pratiche, a volte legate alle leggi dell&#8217;amore altre solo al dovere, e mi ha condotta ad osservare con occhi diversi i miei bisogni imparando ,non senza fatica e pegno, a dare loro valore. Osservo con occhi diversi i compagni con i quali condividere una coppia perchè, anche se la societá cambia  dietro nozioni e titoli culturali e professionali, statistiche e modelli economici da inseguire, la quotidianitá tende ad essere  l&#8217; unica cartina di tornasole di ogni discorso.</p>
<p style="text-align: justify;">Ho appreso leggendo, dallo stesso spiraglio apertomi da quelle donne che mi hanno mostrato i limiti del lavoro di cura, che le cose possono cambiare.</p>
<p style="text-align: justify;">Ho portato queste competenze nella vita di donna adulta, nelle esperienze sociali e relazionali, nel mio lavoro, nell&#8217; assistenza offerta in situazioni di necessitá, nelle attivitá per l&#8217;orto familiare al quale resto legata. Ho memorizzato il valore intrinseco ed estrinseco del lavoro di cura e la necessitá della sua presenza  nelle vite e relazioni umane a cui dona qualitá e spessore.</p>
<p style="text-align: justify;">Fatica, rinunce, limiti che un costume reiterato richiede alle donne, non possono continuare ad essere normalizzati . Necessitiamo che sia condivisa fra i generi la sua pratica, che non venga considerato progresso e soluzione il ribaltare il carico ad altri individui lavoratrici e lavoratori subalterni .</p>
<p style="text-align: justify;">Ovviamente quotidiano è incontrare resistenze alle mie posizioni se  non accetto di compiere mansioni  per un adulto perfettamente in grado di adempierle da sé o che vadano oltre il mio personale confine del giusto linguaggio dell&#8217; affetto e della cura.</p>
<p style="text-align: justify;">I limiti, che incontro spesso e con i quali mi scontro, risultano per me confini da smantellare o iniziare a spostare piú in lá, prendendo quotidianamente consapevolezza del grande  valore che hanno gli insegnamenti e l&#8217; esperienza  appresi e che continuerò ad assimilare dalle donne.</p>
<p style="text-align: justify;">Un percorso che continua sui passi  del presente verso un futuro diverso per chi verrá dopo di me.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Annamaria Ottaiano</em></p>
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		<title>Tu sei casalinga: non fai niente, beata te!</title>
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		<pubDate>Sat, 10 Sep 2022 17:13:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Miriam Corongiu]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[ecofemminismo]]></category>
		<category><![CDATA[Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[georgika]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro di cura]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>“Tu stai a casa: non fai niente, beata te” Questo è quello che mi viene detto tutte le volte che dico di essere casalinga. Eppure, a ben guardare, il mio lavoro ne racchiude tanti altri che hanno un valore economico di tutto rispetto. Nonostante ciò, il lavoro di casalinga viene visto secondo il pensiero comune come un non lavoro svolto [...]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">“Tu stai a casa: non fai niente, beata te”</p>
<p style="text-align: justify;">Questo è quello che mi viene detto tutte le volte che dico di essere casalinga. Eppure, a ben guardare, il mio lavoro ne racchiude tanti altri che hanno un valore economico di tutto rispetto. Nonostante ciò, il lavoro di casalinga viene visto secondo il pensiero comune come un non lavoro svolto da donne insoddisfatte o poco acculturate.</p>
<p style="text-align: justify;">La scelta di occuparmi della mia famiglia non è stata ragionata, consapevole, ma è stata dettata da un susseguirsi di eventi che mi hanno portato a stare in casa per un po&#8217;. Certo è che non avrei potuto assolutamente affidare la cura dei miei familiari a mani diverse dalle mie.</p>
<p style="text-align: justify;">Ora che i miei figli sono grandi e in procinto di intraprendere le loro strade, mi guardo indietro e so di aver fatto, tutto sommato, un buon lavoro (perché il mio è un lavoro ed è stato chiaramente sancito da una sentenza della <a href="https://www.inail.it/cs/internet/comunicazione/news-ed-eventi/news/p283048489_sentenza_della_cassazione_cas.html">Cassazione n.6658</a>) e, a chi mi chiede quale sia la mia professione, rispondo che sono un’amministratrice delegata di una piccola società che si occupa di <em>welfare, cooked food , cleaning</em> e tanto altro.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Carmelina Cutolo</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Foto in evidenza: https://www.diritto.net/la-pensione-per-le-casalinghe-senza-contributi-versati/</em></p>
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		<title>QUI PIANETA “TERRA”!</title>
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		<pubDate>Thu, 01 Sep 2022 09:53:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Miriam Corongiu]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[agroecologia]]></category>
		<category><![CDATA[cambiamenti climatici]]></category>
		<category><![CDATA[ecofemminismo]]></category>
		<category><![CDATA[donne]]></category>
		<category><![CDATA[terra]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Quando, ormai passati i quaranta, ho scelto di diventare una contadina, ho capito subito che coltivare significava soprattutto prendersi cura: della terra, della salute delle persone che avrebbero mangiato il mio cibo, della comunità come insieme di relazioni positive. Mi sono resa conto molto presto, inoltre, che il lavoro che svolgo in regime di agroecologia è importantissimo e necessario soprattutto [...]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Quando, ormai passati i quaranta, ho scelto di diventare una contadina, ho capito subito che coltivare significava soprattutto prendersi cura: della terra, della salute delle persone che avrebbero mangiato il mio cibo, della comunità come insieme di relazioni positive. Mi sono resa conto molto presto, inoltre, che il lavoro che svolgo in regime di agroecologia è importantissimo e necessario soprattutto perché vivo, ogni giorno, l’ingiustizia ambientale. L’agroecologia infatti, come processo di integrazione tra natura e umanità, non solo rigenera terra, acqua e aria, ma attiva le comunità che intorno alla terra si riuniscono. Nonostante il mio lavoro sia fondamentale per il mio territorio e, più in generale, per il mondo flagellato dai cambiamenti climatici, nessuno però conosce l’enorme mole di tempo, fatica e dedizione che richiede seguire non solo la produzione agricola, ma l’elaborazione politica che c’è nella ricerca e nella pratica del mio posizionamento, l’organizzazione dei progetti di reti contadine informali, l’attivismo sui territori. Tutto è da coniugare con la gestione pratica della mia piccola azienda e con le esigenze della famiglia: come tantissime donne rurali sono una pianta produttiva e silenziosa alla quale, in un paesaggio che io stessa ho contribuito a far rifiorire, non si fa più caso.</p>
<p style="text-align: justify;">Dove sono le politiche che dovrebbero sostenermi quando, malata o troppo stanca, non posso lavorare? Se devo occuparmi di mia figlia o della mia anziana madre, se sono senza aiuti esterni, il mio lavoro e il mio attivismo rallentano o si fermano. E dov’è il tempo per la cura di me stessa? Proprio io che, attraverso il cibo buono, metto in relazione le persone con tutto ciò che è vivo, stento a riconoscermi come essere vivente e desiderante. Per la legge italiana le contadine sono imprenditrici, non persone, non donne, né care givers: siamo tuttalpiù destinatarie di finanziamenti, non soggetti di diritti.</p>
<p style="text-align: justify;">Ciò di cui ho bisogno è dunque che il mio lavoro venga riconosciuto come specchio di ciò che sono e di tutto ciò che faccio: non c’è soluzione di continuità tra cura di me, cura della terra, cura degli affetti e cura del territorio. Ognuna di queste declinazioni della cura è parte di un unico approccio salvifico, l’agroecologia, del cui messaggio, pur facendosi un gran parlare in sede europea, non si è ancora compresa la radicalità e l’imprescindibilità al tempo dei cambiamenti climatici.</p>
<p style="text-align: justify;">Non sarò Berta Caceres, né Wangari Maathai, ma come tutte ho diritto a vivere la mia vita rispettando ciò che sono e il mio lavoro, come quello di tutte le donne rurali, ha il diritto di essere preservato dagli attacchi del potere.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Miriam Corongiu per il <a href="https://globalwomenstrike.net/">Global Women&#8217;s Strike</a>: &#8220;What mothers and other caregivers want?&#8221;</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Campagna a favore del reddito di cura, 2022</em></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">In copertina: FAO, Giornata Internazionale della Donna 2015</p>
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		<title>LA MATERNITA’ NON VA MAI IN VACANZA</title>
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		<pubDate>Mon, 22 Aug 2022 15:52:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Miriam Corongiu]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[femminismo]]></category>
		<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[autobiografia]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>&#8220;La maternità non va mai in vacanza&#8221;. Fu questa frase lapidaria di mio padre a suggellare l&#8217;idea, che iniziavo a temere, che io ormai esistevo innanzitutto in funzione di quel piccolo fagottino che da sette mesi era entrato nella mia vita. Era bellissimo, col viso tondo e luminoso come un piccolo sole, io lo adoravo, ma allo stesso tempo non [...]</p>
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]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">&#8220;La maternità non va mai in vacanza&#8221;. Fu questa frase lapidaria di mio padre a suggellare l&#8217;idea, che iniziavo a temere, che io ormai esistevo innanzitutto in funzione di quel piccolo fagottino che da sette mesi era entrato nella mia vita. Era bellissimo, col viso tondo e luminoso come un piccolo sole, io lo adoravo, ma allo stesso tempo non ne potevo più: mangiava poco e spesso e non dormiva mai, praticamente mai. Ogni ora piangeva e, come unica detentrice del suo sostentamento, era scontato che potessi occuparmene solo io.</p>
<p style="text-align: justify;">Lui nato a gennaio, io tornata a lavoro ad aprile con un incastro di orari ed impegni al millisecondo, finalmente salutavo come un&#8217;oasi da miraggio l&#8217;arrivo delle ferie ad agosto e vagliavo coi miei genitori opzioni di svezzamento che mi liberassero da questo incastro continuativo che mi faceva sentire imprigionata. &#8220;La maternità non va mai in vacanza&#8221; fu la frase finale del ragionamento per chiarirmi in definitiva che non avevo più diritto ad ascoltare i miei bisogni, se non nella misura in cui, eventualmente, la cura di mio figlio ne avesse lasciato tempo e possibilità. Mio figlio, perché ovviamente i figli sono delle mamme, era una scelta che nessuno mi aveva imposto e che perciò ancor più implicava una condotta coerente a tempo indefinito, senza contemplare alcun limite di tempo ed energia. Del resto mio marito collaborava, cioè accettava abbastanza di buon grado che si fosse ridotto il tempo dedicato a lui, al cucinare manicaretti, a lucidare la casa, a farmi bella: cosa potevo chiedere di più, considerato che la maternità non va mai in vacanza?</p>
<p style="text-align: justify;">Mi avevano tenuta sui libri a studiare fino alla laurea a 22 anni perché era importante per costruirmi la vita che volevo, per ritrovarmi poi a 24 anni con un&#8217;altra vita generata da me che era diventata l&#8217;unica per la quale potersi lecitamente chiedere cosa voleva. L&#8217;avrei cresciuta per 22 anni, affinché completasse ciò che serviva per avere la vita che voleva e poi magari dopo un paio d&#8217;anni tutto sarebbe stato messo da parte, per dare spazio esclusivo alla generazione successiva? Un rapido calcolo mi mostrava che l&#8217;equazione era carente in convenienza e ragionevolezza.</p>
<p style="text-align: justify;">Esiste chi nasce. E continua ad esistere anche chi l&#8217;ha fatto nascere.  L&#8217;obiettivo non può essere annullare una delle due esistenze, ma è trovare un equilibrio che consenta ad entrambe le vite di essere ciò che vogliono diventare. Per fortuna le donne della famiglia, innanzitutto mia suocera, hanno compreso il punto di vista da donna e genitrice e quando l&#8217;anno dopo, fra le critiche mosse al delegare, si è ripresentata la fatidica frase &#8220;la maternità non va mai in vacanza &#8221; non sono rimasta ad incassare in silenzio quella che volevano propormi come una verità assoluta. Mi sono presa e ripresa il mio spazio d&#8217;espressione, in cui prioritario era avere non l&#8217;approvazione, ma il rispetto per le mie idee. E da allora quella frase nessuno me l&#8217;ha più ripetuta. Soprattutto io non l&#8217;ho mai più ripetuta a me stessa. E’quello che sul serio ha contato per far crescere mio figlio. E me stessa insieme a lui.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Antonella Cafora</em></p>
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		<title>Ecofemminismo: Stefania Barca per Georgika</title>
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		<pubDate>Mon, 18 Jul 2022 07:00:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Miriam Corongiu]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[ecofemminismo]]></category>
		<category><![CDATA[femminismo]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro di cura]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>IL LAVORO DI CURA/2: ecofemminismo e Global Women’s Strike 20 giugno 2022   Il secondo incontro sul lavoro di cura del gruppo ecofemminista rurale &#8220;Georgika&#8221; ha visto la partecipazione di parte delle donne intervenute la prima volta e la fortunata presenza di Stefania Barca, docente di Ecologia Politica Femminista all’Universidade di Santiago de Compostela. Nell’arco temporale delle nuove presentazioni e [...]</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.georgika.it/wordpress/?p=595">Ecofemminismo: Stefania Barca per Georgika</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.georgika.it/wordpress">Georgika</a>.</p>
]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong><em>IL LAVORO DI CURA/2: ecofemminismo e Global Women’s Strike</em></strong></p>
<p><strong><em>20 giugno 2022</em></strong></p>
<p><strong><em> </em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il secondo incontro sul lavoro di cura del gruppo ecofemminista rurale &#8220;Georgika&#8221; ha visto la partecipazione di parte delle donne intervenute la prima volta e la fortunata presenza di Stefania Barca, docente di Ecologia Politica Femminista all’Universidade di Santiago de Compostela.</p>
<p style="text-align: justify;">Nell’arco temporale delle nuove presentazioni e del recap su quanto ci siamo dette la volta precedente, sono emersi alcuni punti importanti. Chi ha avuto esperienze di femminismo organizzato tempo addietro o lo ha vissuto attraverso gli incontri delle madri e delle nonne, ha sottolineato quanto i diritti che si pensavano acquisiti debbano essere, invece, difesi ogni giorno. L’errore della generazione precedente è stato quello di darli per scontati. Ancora una volta, inoltre, registriamo una grande voglia di cultura e di emancipazione soprattutto da parte di chi non ha potuto disporne in gioventù.</p>
<p style="text-align: justify;">Pur ritenendo sicuramente fondamentale l’estensione dei principi dell’ecofemminismo a tutti i generi (non solo a quello maschile), il gruppo Georgika pensa che sia fondamentale dapprima acquisire una ferrata consapevolezza personale sul gap di genere e sul patriarcato attraverso pratiche di autoformazione e di autocoscienza. Il racconto del vissuto di tutte le partecipanti ha messo in luce come, per livelli diversi, il patriarcato sia stato interiorizzato a tal punto da indirizzare in maniera inconsapevole le nostre scelte quotidiane, soprattutto in relazione ai nostri figli o ai nostri fratelli.</p>
<p style="text-align: justify;">Quindi, abbiamo continuato a parlare di lavoro di cura nell’ottica dell’ecofemminismo approfittando della presenza di Stefania Barca perché la parola femminismo provoca sempre diffidenza, una diffidenza che dev’essere spiegata e decostruita.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Sintesi dell’intervento di Stefania Barca</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">I ruoli di genere non hanno a che fare con i nostri corpi, cioè con la nascita in quanto uomini e donne, ma con l’educazione. Io stessa, sia per il mio vissuto personale nella famiglia di origine e per le vicissitudini di tipo professionale in relazione anche alla carriera di mio marito, sono stata penalizzata dalla cultura patriarcale. Il femminismo dice, infatti, che non è la natura che ci ha fatto donne, ma è la società che ci reso tali. La società in cui le relazioni familiari sono incardinate è più grande di noi e noi ne saremo sempre condizionate: le nostre scelte non saranno mai totalmente libere. La mia vita racconta che, trasferita in America, ho potuto vivere molto più liberamente le mie decisioni e non certo perché l’America possa dirsi femminista (al contrario), ma perché lontana da casa e in assenza di relazioni strutturate mi sono sentita autonoma e senza condizionamenti. La storia delle migrazioni ci dice, infatti, che si migra anche per liberarsi da contesti culturali di partenza troppo soffocanti.</p>
<p style="text-align: justify;">C’è stata un’epoca storica, molto antica, in cui vigeva il matriarcato, ravvisabile più attraverso reperti che tramite fonti scritte, epoca poi scalzata dalla nascita dello stato che richiedeva il patriarcato, la guerra, l’uso della forza e delle gerarchie per poter esercitare il proprio potere. Non c’è nulla di naturale in quello che viviamo oggi, essere donne non è di per sé una condizione inferiorizzante e questa presa di coscienza è arrivata solo con il femminismo come, con i movimenti femministi, è arrivata la presa di parola: noi abbiamo la capacità di riflettere a lungo, la tendenza a non essere aggressive, a essere rispettose, a non parlare troppo e questo tipo di educazione ci rende difficile prendere parola nei contesti più diversi fino ad esprimere grande timidezza, a dover lavorare il doppio per essere accettate e a entrare in relazione abusive con gli uomini. I maschi invece subiscono altri condizionamenti: devono essere aggressivi, marcare il territorio, occupare uno spazio, parlare per vincere.</p>
<p style="text-align: justify;">Il femminismo è principalmente (ma di certo non solo) un’affermazione della parità di genere che non vuol dire uguaglianza, ma rispetto e riconoscimento delle differenze. Ha avuto diverse fasi e oggi si sta riscoprendo e rinvigorendo di fronte al dato di fatto che c’è una donna morta ogni tre giorni e che non può essere un caso. Anche per me, in età liceale, le femministe erano le esaltate di turno che dicevano cose incomprensibili, ma il femminismo è stato molto diverso a seconda del periodo storico.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel primo novecento, le suffragette nacquero e si attivarono perché le donne votassero in un’epoca in cui le non avevano diritto di proprietà (erano solo proprietà altrui) e quindi nessuna capacità giuridica.</p>
<p style="text-align: justify;">La seconda generazione (anni 60 e 70) ha lottato poi per il salario al lavoro domestico, riconoscendo che le donne si accollavano tutto il lavoro di cura e che, per questo, ne erano penalizzate. Il lavoro di cura ha, invece, la stessa dignità del lavoro di fabbrica o d’ufficio. In Italia Maria Rosa dalla Costa e Silvia Federici sono tra le principali fondatrici del movimento di lotta per il salario domestico, rivendicazione utile ad acquisire la consapevolezza che il lavoro di cura non è naturale, ma imposto dalla società.</p>
<p style="text-align: justify;">Negli anni 70 una femminista francese, Francois d’Eaubonne, scrive un libro che si chiama “Femminismo o morte”: la distruzione degli ecosistemi è un effetto del patriarcato perché questo sistema si basa sull’emanazione della categoria del maschile, affermando che il pianeta sia progressivamente distrutto non dall’umanità, ma dal patriarcato.</p>
<p style="text-align: justify;">L’ecofemminismo è di provenienza rurale perché nasce da chi paga di più il prezzo alto della distruzione degli ecosistemi. Viene quindi dalle donne del sud del mondo, delle aree contadine marginalizzate, come Vandana Shiva, Wangaari Mathai. L’ecofemminismo arriva in città solo quando arrivano i movimenti per la giustizia ambientale e le donne che si prendono cura dei figli si rendono conto che qualcosa non va nell’ambiente in cui vivono. Si rendono conto che il potere economico basato sul profitto sta in mano agli uomini e che a questo potere si deve la devastazione ambientale.</p>
<p style="text-align: justify;">Il femminismo degli anni 90 e 2000 è più un femminismo di carriera, legato all’empowerment sui luoghi di lavoro. Non c’è assolutamente nulla di male nel voler fare carriera ed emergere dal punto di vista professionale, ma dobbiamo farlo in maniera diversa dagli uomini per mantenere il nostro modo di vivere e di essere, per non cadere nella trappola della competizione e dell’arrivismo. Non dobbiamo pensare di dover lavorare per essere all’altezza di qualcun altro perché è come ammettere che siamo, già in partenza, su un gradino più basso.</p>
<p style="text-align: justify;">Come possiamo essere trasformative per le nostre vite e nella società? Quali sono le pratiche? Come lottare per i nostri diritti? Perché il femminismo ci insegna anche a lottare per i nostri diritti.</p>
<p style="text-align: justify;">Queste sono le grandi domande alle quali intendiamo rispondere attraverso i nostri incontri e le nostre riflessioni.</p>
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