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	<title>Georgika &#187; contadini</title>
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	<description>Terre dei Fuochi. E di Vita.</description>
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		<title>Vi promettiamo amore eterno</title>
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		<pubDate>Mon, 03 Aug 2020 06:31:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Miriam Corongiu]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[agricoltura]]></category>
		<category><![CDATA[ecologia]]></category>
		<category><![CDATA[agroecologia]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>Il lavoro di un contadino è un lavoro dimenticato. Nella sua essenza e nelle sue ragioni sembra appartenere ad un remoto passato in cui zolle dure e povertà si mescolano a panorami imbionditi dal grano o alla perduta sobrietà del cibo buono e necessario. Non è, però, esattamente così. Non è del tutto scomparsa la possibilità di tornare a star [...]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il lavoro di un contadino è un lavoro dimenticato. Nella sua essenza e nelle sue ragioni sembra appartenere ad un remoto passato in cui zolle dure e povertà si mescolano a panorami imbionditi dal grano o alla perduta sobrietà del cibo buono e necessario. Non è, però, esattamente così. Non è del tutto scomparsa la possibilità di tornare a star bene e di partire verso un mondo più vivibile per ogni fascia sociale.</p>
<p style="text-align: justify;">Rinasce ogni giorno (e da tanto) un modo nuovo di relazionarsi alla terra che fa implodere dall’interno l’attuale modello agroindustriale e che segna il passo verso un’agricoltura giusta, innamorata della natura e ad essa dolcemente sottomessa. E’ un approccio scientifico, basato sull’osservazione e sullo studio dei sistemi contadini dei sud del mondo che per ere sono sopravvissuti ad ogni cambiamento garantendo sussistenza, e sul concetto che alla base del lavoro nella terra debba esserci il rispetto più sacro per ogni forma di vita nelle sue infinite differenze.</p>
<p style="text-align: justify;">Si chiama agroecologia e mette radici profonde ogni giorno di più:</p>
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<video class="wp-video-shortcode" id="video-544-1" width="640" height="352" preload="metadata" controls="controls"><source type="video/mp4" src="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2020/08/piennolo-2020.mp4?_=1" />Coltivazione di pomodorino del &#8220;piennolo&#8221; in consociazione con girasoli e in sistema di agrosilvicoltura tra melograni e noci &#8211; L&#8217;Orto Conviviale, S.Anastasia (Na)<a href="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2020/08/piennolo-2020.mp4">http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2020/08/piennolo-2020.mp4</a></video></div>
<p style="text-align: justify;"><em>(In video: Coltivazione di pomodorino del &#8220;piennolo&#8221; in consociazione con girasoli e in sistema di agrosilvicoltura tra melograni e noci &#8211; L&#8217;Orto Conviviale, S.Anastasia nel napoletano)</em></p>
<p style="text-align: justify;">Vandana Shiva<a href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a>, attivista internazionale nel campo della protezione della biodiversità, sottolinea come l’agricoltura convenzionale sia un’agricoltura di guerra: pesticidi e diserbanti – sostiene &#8211;  sono stati ottenuti attraverso una ridefinizione di laboratorio delle armi chimiche utilizzate nel secondo conflitto mondiale, lasciando intuire con questa affermazione che la premessa stessa dell’agroindustria sia la distruzione. Gli agrofarmaci aggrediscono infatti le colture causando danni enormi non solo al sistema suolo-pianta &#8211; la cui salute e vitalità sono alla base della fertilità dei terreni, della loro resilienza e della produttività delle colture stesse &#8211; ma rovinando la vita umana, interferendo con il nostro sistema immunitario e indebolendolo fino all’insorgenza di gravi malattie, spesso mortali.</p>
<p style="text-align: justify;">Un’agricoltura che si articola in monocolture, disintegrando l’opulenza con cui la natura fa mostra di se attraverso infinite varietà, ha necessità di un massiccio controllo esterno e di tecniche profondamente lesive di tutto ciò che vive nel terreno. Dagli OGM alle NBT (New Breeding Tecniques) che puntano tutto sull’innovazione genetica creata a tavolino e non sull’evoluzione naturale della vita sul pianeta, possiamo evincere premesse culturali radicate esclusivamente nella selezione demiurgica di ciò che è utile al mercato, commerciabile, esportabile. Vince ciò che si produce in fretta, in grandi quantità e soprattutto a costi bassissimi. In virtù dei costi e soprattutto dei costi del lavoro, se ci soffermiamo a riflettere su come l’agroindustria sia incontestabilmente il volto del neocolonialismo nei paesi cosiddetti emergenti, il collegamento sinaptico a sfruttamento, schiavitù, povertà dilagante e migrazioni è immediato.</p>
<p style="text-align: justify;">E se, non da ultimo, consideriamo l’impatto del modello convenzionale sui cambiamenti climatici stimato intorno al 30% delle emissioni globali, l’architettura di un’agricoltura inquinante, socialmente ingiusta e distruttiva può dirsi compiuta. La Shiva dice la verità: la nostra è agricoltura di guerra.</p>
<p style="text-align: justify;">Come possiamo porre fine a questo scontro epocale con la natura? Da dove ripartire nella lotta alle ingiustizie, al caos climatico, alla cultura dalla sopraffazione? Esattamente da dove tutto è iniziato: dalla terra. L’agroecologia è una scienza che tiene presente criteri di efficienza nella produzione alimentare mettendo al centro la sostenibilità ecologica, sociale ed economica. Non può esserci cibo sicuro che non sia contemporaneamente cibo giusto, basato sul rispetto dei diritti umani, delle differenze di genere e degli equilibri naturali. Il nuovo paradigma è un sistema vivente in cui il benessere degli uomini e delle donne, così come di ogni altra forma di vita al mondo, diventa il fulcro concettuale da inverare, ogni giorno, nelle corrette pratiche agricole così come nell’eticità del lavoro.</p>
<p style="text-align: justify;">Si può fare? L’esperienza ci dice di si. Molti studi ormai confermano che la resa delle coltivazioni agroecologiche garantisce la sostenibilità aziendale e quella familiare come e più di quelle convenzionali<a href="#_ftn2" name="_ftnref2">[2]</a> producendo più cibo con meno terra, utilizzando meno energia e meno acqua, migliorando le risorse naturali di base e abbassando le emissioni di gas serra. La produttività misurata in salute e nutrizione risulta incomparabile, come lo sono le conseguenze culturali di questo modello che non sa lasciare indietro nessuno.</p>
<p style="text-align: justify;">Praticare la rigenerazione nella scelta delle tecniche di coltivazione non è un suggerimento romantico: è, al contrario, l’esercizio necessario per il salto verso la compassione e la restituzione. Chi traduce gli studi agroecologici nel proprio contesto aziendale non potrà, in nessun caso, riservare trattamenti disumani ai lavoratori e alle lavoratrici della terra perché li considererà, finalmente, come elementi integranti di quel mondo-natura che reclama venerazione, più che rispetto.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2020/08/jamme1.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-559" src="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2020/08/jamme1-300x263.jpg" alt="Iamme, liberi di scegliere" width="300" height="263" /></a>Nelle aziende come la mia, in cui la biodiversità è un imperativo categorico, i braccianti sono parte della nostra vita e si da loro il giusto contratto, la giusta retribuzione, il giusto trattamento ponendo al vertice delle nostre azioni la solidarietà verso ragazzi e ragazze afflitti dalla povertà e dall’ingiustizia. Parimenti, chi parte da una progettualità di lotta al caporalato e alle disuguaglianze generate dalle agromafie, non potrà esimersi dall’adottare una visione del mondo diversa da quella agroecologica. E’ il caso di I<a title="Jamme, liberi di scegliere " href="https://www.facebook.com/iammeliberidiscegliere/">amme</a>, il tentativo da poco messo in essere tra il materano e il foggiano da Rete per la terra, dal Movimento No Cap e da Altragricoltura basato sull’agricoltura bio: non solo filiera, comunità, aziende e braccianti uniti dall’esigenza di ridare visibilità agli ultimi e umanità alle prime, ma la terra al centro di un’alleanza che – <a href="https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/07/28/caporalato-50-donne-italiane-sfruttate-assunte-grazie-al-progetto-iamme-per-30-anni-mi-hanno-detto-lavora-asina-questo-e-un-sogno/5881960/">partendo dalle donne</a>, 50 donne contro il caporalato &#8211; parla di libertà e di liberazione.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2020/08/sottopadrone_copertina-exe-1.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-560" src="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2020/08/sottopadrone_copertina-exe-1-185x300.jpg" alt="sottopadrone_copertina-exe-1" width="185" height="300" /></a>“Il made in Italy non esiste fuori da questa alleanza”, scrive il sociologo e attivista <a href="https://www.inmigrazione.it/it/socie-e-soci/marco-omizzolo?gclid=Cj0KCQjwyJn5BRDrARIsADZ9ykEKBGg4K8f1g4fZb5iatbf3n-hmzyH_mdLwBO308Ll0D-zev7FrobsaAgbqEALw_wcB">Marco Omizzolo</a><a href="#_ftn3" name="_ftnref3">[3]</a>. “Non riguarda solo il prodotto o il processo. È la sintesi e la prospettiva di un modello di Paese che si esprime dentro un’artigianalità modernizzante che custodisce e nel frattempo sviluppa, nel settore primario e non solo, il proprio tradizionale saper fare, portando tutto al futuro. Dentro questa proposta il caporalato, la ghettizzazione, l’emarginazione, e dunque le agromafie, non possono trovare posto”.</p>
<p style="text-align: justify;">In Terra dei Fuochi siamo ripartiti proprio laddove lo scempio si era compiuto, dalle campagne affogate tra i rifiuti dove i roghi appestano le nostre vite e le nostre terre, convinti che ripristinando quel rapporto d’amore con la natura bruscamente interrotto dall’economia del capitale, si possa tornare a sognare. Abbiamo maturato la certezza che le ecomafie possano essere svuotate non tanto e non solo da politiche repressive o adeguate programmazioni normative, quanto dal movimento culturale di progressiva sottrazione del terreno sulle quali le mafie prosperano: povertà, lavoro nero, omertà.</p>
<p style="text-align: justify;">Noi contadini agroecologici sappiamo che tornare a essere protagonisti del nostro futuro coltivando nel giusto modo significa infliggere un duro colpo all’economia suicida che alimenta di sé il caporalato e il complesso sistema agromafioso fatto di colletti bianchi, professionisti, industriali del settore agroalimentare e esperti della distribuzione, una struttura questa pericolosamente simile alla piovra ecomafiosa.</p>
<p style="text-align: justify;">L’agricoltura ha tutto in comune con la vita e nulla con il profitto, con il bene comune e non con la proprietà privata, con la generosità e non con lo sfruttamento, con ciò che è <em>soave, profondo e lento</em>, molto più che con l’automazione e il latifondismo. Riducendo la scala a redistribuendo le terre, ritornando al sapere contadino e ad un&#8217;agricoltura mani nella terra si potrebbe ottenere equità, sicurezza, sovranità alimentare e, nell’ottica ecologista, giustizia ambientale, sociale, climatica.</p>
<p style="text-align: justify;">Tornando piccoli, stavolta, diventeremmo grandi. E noi contadini ci stiamo lavorando. Quei campi d’oro che sembravano appartenere ad un romanzo di fine ottocento si vedono ormai all’orizzonte e con loro un cibo equo, diritto di tutti. Di zolle dure da vincere ne abbiamo avute tante sotto i piedi e ogni volta siamo stati in grado di portare la fertilità nei campi che abbiamo lavorato, sicuri di essere tanto più necessari adesso di un tempo.</p>
<p style="text-align: justify;">Il mondo si sta ricontadinizzando, lo dicono 22 milioni di nuovi “terroni” in tutto il globo. Cari uomini affezionati al potere, siamo già davanti a voi.</p>
<p style="text-align: justify;">E vi promettiamo amore eterno.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Miriam Corongiu</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> “Agroecologia e crisi climatica”, Terra Nuova Edizioni, 2019</p>
<p><a href="#_ftnref2" name="_ftn2">[2]</a> “Agroecologia. Una via percorribile per un paese in crisi”, di Altieri, Nicholls, Ponti – Edagricole, 2015</p>
<p><a href="#_ftnref3" name="_ftn3">[3]</a> “Sotto padrone. Uomini, donne e caporali nell’agromafia italiana”, Milano, 2019</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Immagine in evidenza: Iamme, liberi di scegliere/Facebook</em></p>
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		<title>Aldo dice 26 x 1</title>
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		<pubDate>Fri, 24 Apr 2020 13:53:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Miriam Corongiu]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Storia]]></category>
		<category><![CDATA[25 aprile]]></category>
		<category><![CDATA[aldo cervi]]></category>
		<category><![CDATA[contadini]]></category>
		<category><![CDATA[fascismo]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>Aldo Cervi non si fermava mai. Le campagne della Bassa Reggiana degli anni ’40 richiedevano ai mezzadri dedizione assoluta e un lavoro durissimo, incessante, ripagato solo con l’ingiustizia: ti spaccavi la schiena con le vacche, il grano, le giornate infinite e una stanchezza che non conosciamo più, ma tra le annate magre e la protervia del padrone, era la fame [...]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Aldo Cervi non si fermava mai.</p>
<p style="text-align: justify;">Le campagne della Bassa Reggiana degli anni ’40 richiedevano ai mezzadri dedizione assoluta e un lavoro durissimo, incessante, ripagato solo con l’ingiustizia: ti spaccavi la schiena con le vacche, il grano, le giornate infinite e una stanchezza che non conosciamo più, ma tra le annate magre e la protervia del padrone, era la fame a mangiare te. Terzo di sette fratelli e due sorelle, braccia forti e volontà di ferro, Gino dei Ruban (così lo chiamavano) aveva nella testa un vortice inarrestabile di pensieri sempre pronti a rendergli chiara la strada e un cuore svelto, in ogni momento, a individuare quella forse meno battuta, ma di certo la più giusta.</p>
<p style="text-align: justify;">Sapeva parlare, lui. E sapeva anche convincerti. Sorrideva, insisteva, ed era fatta: non si resisteva a quel matto del Gino che con i libri – quelli “rossi” come i Campi dai quali veniva – costruiva pian piano il mondo intorno ai suoi fratelli, un mondo in cui dalle catene ci si doveva liberare e in cui il futuro era sempre una spanna di là dalla porta del fienile. Gli annali della Resistenza srotolano silenziosi il nastro in bianco e nero di una famiglia poverissima, ma piena di risorse che, grazie a tecniche agrarie nuove come il livellamento dei terreni introdotto dai Cervi per primi, riuscì ad affrancarsi dalla mezzadria con la conoscenza e un pizzico di follia. Matti, dunque, dicevano in paese. Contadini di scienza, disse invece il presidente Einaudi una manciata d’anni dopo, quando sette medaglie al valore, rilucenti sul petto di papà Alcide, furono tutto ciò che rimase dei fratelli Cervi.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1943, infatti, la grande pagliacciata del fascismo volgeva al termine, ma senza rinunciare al suo lato tragico e a una strage epocale. Aldo, che la dittatura l’aveva sempre avversata perché, nonostante tutta la roboante propaganda di segno opposto, il Duce aveva soffocato nel sangue le rivendicazioni dei contadini ridotti alla fame, aveva già cominciato da tempo a dire basta. Instancabile sulla sua bici, correva da un paese all’altro per leggere di nascosto, portare cibo o vestiti, infiammare i cuori parlando di libertà. La resistenza non fu subito montagne e fucili e, soprattutto, non fu subito un movimento di massa.</p>
<p style="text-align: justify;">La resistenza fu studiare quando gli altri contadini si davano solo alla zappa. Fu fare agricoltura tra la gente e per la gente quando ognuno badava ai fatti propri. Fu non fare la tessera dei fascio quando tutti si vestivano di nero. La resistenza fu seminare mentre i gerarchi mietevano e fu aprire ai disertori, agli esuli, ai ribelli, quando tutti facevano la spia.</p>
<p style="text-align: justify;">Le armi vennero dopo, quando fu chiaro che i nazisti e i fascisti della Repubblichina non si potevano mandare via che a calci e quando i processi sommari, le torture inaudite nelle carceri e la barbarie per le strade crebbero fino a detonare. Aldo, Antenore, Gelindo, Ferdinando, Agostino, Ovidio ed Ettore – che allora era poco più che un ragazzino – non si tirarono certo indietro. Non ebbero scelta di fronte a quella vita che da principio scorse in timidi rigagnoli e diventò poi, dopo tutti quegli anni di dissenso, un fiume in piena. Non ne ebbe nessuno che con chiarezza avesse visto nel fascismo schiavitù, stupidità e quella volgarità estetica che oggi è palese a tanti, ma che allora educava all&#8217;obbedienza cieca.</p>
<p style="text-align: justify;">Così, una notte, li presero. “Noi qui – scrisse Aldo a Bianca, nome in codice di una compagna partigiana &#8211; siamo pieni di coraggio, non disperiamo mai, sicuri di vincere anche se dovessimo morire”.</p>
<p style="text-align: justify;">Il 28 dicembre del 1943, solo una settimana prima che le bombe alleate distruggessero il carcere di San Tommaso dov’erano rinchiusi e consentissero la fuga dei prigionieri, sette fratelli “di pane e miele” furono fucilati al freddo e, cadendo, diedero vita a un mito.</p>
<p style="text-align: justify;">Aldo aveva solo 34 anni.  Gelindo, il maggiore, 42. Ettore, l’ultimo, appena 22.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma, disse Calamandrei, dopo un raccolto ne viene un altro. Quel matto del Gino lo si può ancora veder venire giù dalle montagne a consegnare scarpe ai partigiani: sono tanti, ogni giorno, quelli in cammino verso la giustizia. Sono tanti quelli che non dimenticano e che si inorgogliscono al nome di sette fratelli uccisi perché seppero scegliere di non abbassare la testa.</p>
<p style="text-align: justify;">E’ sempre necessario leggere, arare la terra, preparare un piatto di pastasciutta per gli altri e saper riconoscere le forme del fascismo che viene. Perché il fascismo non bussa alla nostra porta presentandosi a viso aperto: si nasconde in un crocifisso sbandierato in tv, nel disprezzo verso i migranti o nell’apprezzamento delle donne che sappiano stare “un passo indietro”. Sopravvive nella convenienza indifferente di chi ama gli orticelli in luogo delle pianure aperte, nella strafottenza dei pochi che amano le altezze vertiginose del potere senza guardare mai in basso e che poi, se in basso guardano, vedono solo una moltitudine di scarafaggi, non vite preziose nelle loro diversità. Il fascismo è imbelle per definizione. La resistenza, per definizione, è audace.</p>
<p style="text-align: justify;">Quel coraggio di affrontare la paura, per fortuna, appartiene ancora a tanti e Aldo, quelle scarpe da partigiano, non le ha mai tolte. Non si fermava mai, non si è fermato più.</p>
<p style="text-align: justify;">A 75 anni dall’insurrezione che ci rese liberi, ora e sempre, <em>Aldo dice 26 x 1</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Miriam Corongiu</em></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://https://www.youtube.com/watch?v=d5zQ_ZRZRm0">La pianura dei sette fratelli, Modena City Ramblers</a></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Coronavirus: non abbandonate i contadini!</title>
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		<pubDate>Tue, 24 Mar 2020 18:57:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Miriam Corongiu]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[agricoltura]]></category>
		<category><![CDATA[contadini]]></category>
		<category><![CDATA[coronavirus]]></category>
		<category><![CDATA[covid19]]></category>
		<category><![CDATA[pandemia]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Non vediamo che il nostro pezzo di terra da venti giorni, ormai. Le persone che arrivavano in quest’orto dai comuni limitrofi non hanno più il permesso di varcare i confini amministrativi delle loro città e qui giungono, ormai, solo pochi compaesani o qualche temerario che aggira la polizia percorrendo le strade nascoste di una periferia già poco frequentata. La solitudine [...]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Non vediamo che il nostro pezzo di terra da venti giorni, ormai.</p>
<p style="text-align: justify;">Le persone che arrivavano in quest’orto dai comuni limitrofi non hanno più il permesso di varcare i confini amministrativi delle loro città e qui giungono, ormai, solo pochi compaesani o qualche temerario che aggira la polizia percorrendo le strade nascoste di una periferia già poco frequentata. La solitudine che da sempre ammantava serena il lavoro nei campi, ora sembra una cappa nebbiosa perfino nelle ore più terse del mattino e il silenzio a cui abbiamo docilmente adattato le nostre vite appare come il vuoto praticato in una grande latta color argento.</p>
<p style="text-align: justify;">Non sappiamo quanto potrà reggere una piccola azienda agricola come questa alle bordate del coronavirus. Noi contadini che abbiamo sempre rivendicato il ruolo di sentinelle, di custodi della biodiversità e il nostro diritto a coltivare oltre i limiti dell’agrochimica, saremo ancora più oppressi dal mercato globale che si nutre di guerre, di emergenze e di squilibri per imporre le proprie leggi e la propria corte marziale. La prossimità su cui abbiamo scommesso tutto per riportare ognuno di voi alla campagna e ai vostri ricordi, attraverso la quale vi parlavamo contenti di comunità e di vita vera, di luce e di convivialità, è stata cancellata da una manciata di decreti inchiodati al muro della quarantena ad infinitum, mentre lo stato italiano assicura aiuti consistenti, di 8 volte superiori, solo ai colossi agroindustriali. Ai nostri diretti carnefici.</p>
<p style="text-align: justify;">Eppure siamo noi, quelli e quelle dei fazzoletti di terra, a garantire la sopravvivenza del nostro mondo, fornendo cibo sicuro al 70% dell’umanità e proteggendo il diritto dei popoli alla sovranità alimentare. Noi siamo la storia, la cultura e il futuro di ogni territorio, il contrasto vero e imprescindibile ai cambiamenti climatici e una cornucopia sempre straripante di possibilità lavorative soprattutto nelle aree interne del paese da troppo tempo abbandonate.</p>
<p style="text-align: justify;">Soprattutto, però, siamo una promessa di felicità nella ricomposizione. La nostra è un’arca perduta e ritrovata nel guazzabuglio della modernità dove i pruni in fiore sono la siepe che ci proietta nella società che vorremmo. Diamo accoglienza a chi fugge dalle guerre, agli uomini e le donne che vorremmo crocifissi nei centri di espulsione perché “prima gli italiani” e che ora, in virtù della fratellanza sbandierata al tempo della pandemia, andrebbero finalmente considerati solo essere umani. Terrorizzati come noi. Le esigenze della campagna, affamata di braccia, offrono ancora una volta al mondo intero, l’opportunità di sopravvivere alla propria brutalità.</p>
<p style="text-align: justify;">E dove potreste trovare, se non dai contadini come noi, la ribellione ad ogni stereotipata confezione, il sapore della frutta di stagione e le conserve di un tempo pronte per i tempi duri?</p>
<p style="text-align: justify;">Dove, se non qui, potete ancora percepire la forza della natura che si rigenera a dispetto di ogni contagio? Questi non sono articoli da megastore, né da centri commerciali. Non sono cianfrusaglie a buon mercato, ma i risultati di un lavoro durissimo e generoso del quale vorremmo parlarvi ancora a lungo.</p>
<p style="text-align: justify;">Non ci abbandonate. Venite da noi!</p>
<p style="text-align: justify;">Abbiamo messo da parte i nostri libri per regalarvi una storia in più da vivere e vi offriremo le nostre margherite selvatiche per ricordarvi che c’è sempre un’altra primavera. Non troverete mai né storie, né margherite nei grandi supermercati, né ricordi, né sogni. Anche nella paura e nel disagio potete continuare a costruire il mondo che vorreste, percorrendo quei pochi metri che vi separano da noi per comprare la natura che si fa agricoltura.</p>
<p style="text-align: justify;">Siamo ancora, sempre stati, la vostra nostalgia più grande.</p>
<p style="text-align: justify;">Siamo ancora, sempre saremo, la vostra speranza più ardente.</p>
<p style="text-align: justify;">Non cancellate i nostri giorni. Non dimenticate.</p>
<p style="text-align: justify;">Non c’è bisogno che finisca tutto per tornare a vivere, quando ogni giorno c’è la possibilità di ricominciare.</p>
<p><em>Miriam Corongiu</em></p>
<p><em><a title="L'Orto Conviviale" href="https://www.facebook.com/lortoconviviale/?ref=bookmarks">L&#8217;Orto Conviviale</a></em></p>
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