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	<title>Georgika &#187; Basilicata</title>
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	<description>Terre dei Fuochi. E di Vita.</description>
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		<title>Pesticidi, una cultura da eradicare</title>
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		<pubDate>Mon, 13 Aug 2018 17:22:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Miriam Corongiu]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://https://video.corriere.it/processo-monsanto-dewayne-johnson-corridoi-tribunale-poco-prima-sentenza/ef41cfc6-9cf2-11e8-bdf6-1676d51daf16">DeWayne “Lee” Johnson</a> passeggia nervoso nei corridoi del tribunale americano che, a breve, lo consegnerà alla storia. Un giardiniere di colore, 46 anni, con un cancro terminale alla pelle, sta per mettere in ginocchio il più noto dei colossi dell’agrochimica: la Monsanto, ora gruppo Bayer. Lo sguardo torvo, quasi spento. Penserà probabilmente ai suoi figli di 10 e 13 anni che presto si ritroveranno orfani di padre, ennesime vittime di questo mondo a rovescio che mette i soldi davanti a tutto, perfino alla vita stessa. E con i soldi, anche in questo caso, si cerca di compensare. Sono infatti 268 i milioni di dollari che lo Stato della California stabilisce debbano essere pagati e non soltanto perché il glifosato usato come erbicida sia ritenuto un killer. Ma perché la Monsanto SAPEVA. Sapeva di aver messo in commercio un principio attivo probabilmente cancerogeno e sapeva che i 4 miliardi di dollari che ne avrebbe ricavato si sarebbero sporcati di sangue.</p>
<p style="text-align: justify;">Alla Monsanto era già “capitato” di essere superficiale nella gestione dei propri brevetti. Nei noti <a href="http://espresso.repubblica.it/inchieste/2017/08/17/news/pcb-i-veleni-prodotti-in-italia-nonostante-gli-allarmi-sulla-loro-pericolosita-1.308097">Poison Papers</a>, un enorme archivio di documenti collazionati tra cause intentate alle industrie chimiche e richiesti alle agenzie federali americane, si legge a chiare lettere che la Monsanto era a conoscenza anche della pericolosità dei PCB, i policlorurobifenili prodotti per 50 anni dalla Caffaro di Brescia e responsabili del più grande disastro industriale italiano. I PCB sono stati ritirati dal mercato solo a catastrofe avvenuta e quando la potente macchina da soldi americana capì che non poteva più ricavarne nulla. Accadrà lo stesso per il glifosato che, per esempio, l’EFSA (Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare) ha ritenuto non essere dannoso <a href="https://www.wired.it/scienza/ecologia/2017/11/30/glifosato-voto-europa/">e il cui uso è stato prorogato nel Vecchio Continente per altri 5 anni.</a></p>
<p style="text-align: justify;">Eppure sono ormai una folta antologia gli studi che provano come pesticidi e diserbanti in genere siano altamente tossici per la salute umana, oltre che una condanna per i suoli agricoli. E’ del giugno di quest’anno la pubblicazione di una ricerca che potrebbe mettere la parola fine a ogni discussione in merito: Celine Lukowicz e il suo team di studiosi hanno dimostrato sulla rivista scientifica <a href="https://ehp.niehs.nih.gov/ehp2877/"><em>Environmental Health Perspectives</em></a> che i residui dei fitofarmaci, anche se in dosaggi inferiori a quelli consentiti per legge ma assunti in combinazione multipla attraverso il cibo, possono provocare alterazioni del metabolismo. Il documento recentemente espresso dall’ISDE (Medici per l’Ambiente) &#8211; <a href="http://www.isde.it/rischi-derivanti-dallobbligo-duso-di-pesticidi-per-il-controllo-della-xylella-fastidiosa-in-puglia/"><em>&#8220;Rischi derivanti dall’obbligo d’uso di pesticidi per il controllo della xylella fastidiosa in Puglia&#8221; </em></a>- in merito al Decreto Martina del marzo 2018 e all’obbligo imposto ai coltivatori pugliesi di utilizzare neonicotinoidi e piretroidi per debellare la presunta infestazione da Xylella Fastidiosa, ci schiaffeggia anche di più: a fronte di controlli esigui sia sui residui di pesticidi negli alimenti che nelle acque (ad esempio, scrive il dott. Agostino Di Ciaula, non è mai stato monitorato l’uso del glifosato), tra il 2012 e il 2014 è aumentata la percentuale di campioni con presenza simultanea di più pesticidi, sino a 15 differenti tipologie in un unico campione. Siamo già ben oltre gli standard dello studio della Lukowicz.  E se consideriamo che L’ISTAT ci consegna la Puglia al quarto posto in Italia per l’uso di agrochimica, siamo indotti a pensare che, se i monitoraggi fossero più estesi e costanti, ci ritroveremmo davanti ad una situazione incredibilmente preoccupante.</p>
<p style="text-align: justify;">Sulla stessa scia si pone la recentissima proroga dello Stato italiano all’uso della <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Cloropicrina">cloropicrina</a>, un fumigante del suolo che serve a eliminare funghi e insetti dannosi alla coltivazione delle fragole e altre colture, utilizzato in sintesi differenti come arma chimica durante il primo conflitto mondiale. Anche l’attuale governo ha preferito agire in regime di deroga alla disciplina europea per evitare scontri con i produttori. La Spagna aveva già autorizzato l’uso di questo principio attivo ritenuto indispensabile ai fragoleti e, <a href="materasocial.live/agricoltura-coldiretti-basilicata-plaude-alla-proroga-sullutilizzo-della-cloropicrina-nella-produzione-di-fragole/">ribadisce la Coldiretti lucana</a>, il comparto ne avrebbe risentito in maniera drammatica. Tuttavia, è possibile e remunerativo <a href="http:https://www.coltivazionebiologica.it/coltivare-piante-di-fragole///">coltivare fragole in regime di agricoltura biologica</a> come dimostrano moltissime esperienze sul campo e, ormai, una notevole letteratura a riguardo.</p>
<p style="text-align: justify;">Perché, dunque, se è chiaro ai più che l’uso dell’agrochimica è pestilenziale per la salute umana e dei suoli; perché se gli studi in materia di agricoltura biologica/biodinamica urlano ormai la possibilità di andare oltre il paradigma corrente, c’è ancora questa corsa ai sistemi convenzionali? Dagli ulivi della Puglia ai <a href="http://www.lastampa.it/2018/07/09/scienza/tanti-troppi-pesticidi-sulle-vigne-del-prosecco-z6UIwN4TjHtiSdE8XruWHO/pagina.html">vigneti veneti del prosecco</a>, dal verde scolastico curato da DeWayne Johnson con il glifosato, al <a href="http://www.rainews.it/dl/rainews/media/ContentItem-dd07acb6-41ac-4079-ab64-2cee6a04c8f3.html">clordecone che appesta le banane delle Antille<span style="color: #007000;">: </span></a>cosa rende così lento il passaggio a più avanzati sistemi agroecologici in armonia con la natura?</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;economia neoclassica che ancora oggi tiene banco nelle accademie e che impregna di sé ogni aspetto della cultura meccanicistica moderna, si basa essenzialmente sul concetto che al mondo naturale si possa attingere illimitatamente. Eppure, la fisica e la biologia ci dicono &#8211; fosse anche solo per esperienza diretta &#8211; che in natura qualsiasi processo è soggetto a degradazione: qualcosa si perde per sempre, o &#8211; per meglio dire &#8211; c&#8217;è sempre un costo ogni volta che produciamo un bene o un servizio. La natura, invece, contrariamente a quanto ritenevano gli economisti classici, non offre nulla gratis<a href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">A questa cultura economica, crudele con l&#8217;ambiente e profondamente ignorante delle leggi naturali, si ancora l&#8217;agricoltura convenzionale. Nel convincimento che l&#8217; <em>homo oeconomicus </em>avesse davvero il potere di dominare il mondo senza ritorsioni sensibili, anche i sistemi agricoli si sono trasformati in modifiche sostanziali (e per questo deboli) del paesaggio. L&#8217;agrochimica è indispensabile in regime di monocoltura, laddove cioè in assenza totale di biodiversità, le colture diventano terribilmente suscettibili alle avversità biotiche: enormi concentrazioni di risorse utili agli insetti fitofagi specializzati (che si cibano di quelle specifiche piante) ne determinano l&#8217;immigrazione e gli insetti antagonisti vengono decimati. Il risultato finale è un ecosistema artificiale che per sussistere richiede un costante intervento umano<a href="#_ftn2" name="_ftnref2">[2]</a>: la medicina è necessaria quando ci si ammala, non prima.</p>
<p style="text-align: justify;">Masanobu Fukuoka, l&#8217;ideatore dell&#8217;agricoltura naturale, pensava a quella convenzionale come ad una vera e propria dipendenza culturale: una droga dalla quale, una volta assunta, è difficile liberarsi. Pur vivendo e studiando il potere del &#8220;filo di paglia&#8221; in anni addirittura di molto antecedenti la Rivoluzione Verde, Fukuoka già capiva quanto fosse perverso il pensiero sotteso all&#8217;uso della chimica in agricoltura: massime rese con il minimo sforzo, controllo capillare e sottilmente narcisistico di ogni reazione scomposta della natura, profitti alti. E non importava a quale prezzo.</p>
<p style="text-align: justify;">E&#8217; intuitivo comprendere, a questo punto, come sia difficile passare dall&#8217;agricoltura convenzionale a sistemi agroecologici sostenibili: è una conversione spirituale molto prima che tecnica che impone una riflessione molto seria su se stessi e sul mondo. Guardare alla terra come fine e non come mezzo dovrà diventare il cardine di una nuova ispirazione e, in questa nuova dimensione culturale, l&#8217;agricoltura tornerà a essere un dolce addomesticare la natura, non un pericolo certo per troppi di noi.</p>
<p style="text-align: justify;">Nella bellissima prefazione di Giannozzo Pucci a &#8220;La rivoluzione del filo di paglia&#8221; di Fukuoka, con invidia e con speranza si legge : &#8220;E&#8217; questo il senso più importante: lo spirito di vita, l&#8217;essere come fanciulli. L&#8217;agricoltura, allora, viene da sé&#8221;<a href="#_ftn3" name="_ftnref3">[3]</a></p>
<p><em>Miriam Corongiu</em></p>
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<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> “Bioeconomia – verso un’altra economia ecologicamente e socialmente sostenibile” di Nicholas Georgescu Roegen, Bollati Boringhieri, 2003, a cura di Mauro Bonaiuti</p>
<p><a href="#_ftnref2" name="_ftn2">[2]</a> “Agroecologia, una via percorribile per un pianeta in crisi” di Altieri, Nicholls, Ponti – Edagricole, 2015 – pag. 7</p>
<p><a href="#_ftnref3" name="_ftn3">[3]</a> “La rivoluzione del filo di paglia” di Masanobu Fukuoka, Libreria Editrice Fiorentina, 2008</p>
<p><em>Immagine in evidenza: <a href="https://www.giornaledipuglia.com/2018/06/studio-shock-i-pesticidi-possono.html">www.ilgiornaledipuglia.it </a></em></p>
<p>Pubblicato anche su <a href="http://www.decrescita.com/news/pesticidi-una-cultura-da-eradicare/">Decrescita Felice Social Network</a></p>
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		<title>Life after oil: quando il cinema diventa (inform)azione</title>
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		<pubDate>Mon, 13 Apr 2015 15:06:16 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/04/life_after_oil.jpg"><img class=" size-medium wp-image-211 alignleft" src="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/04/life_after_oil-300x285.jpg" alt="life_after_oil" width="300" height="285" /></a>Cinquemila abitanti e il loro sindaco combattono trivelle e inquinamento a Martis, nel sassarese, impiegando un’arma non convenzionale: il cinema. “<em>Life after oil”</em>, sezione a tema ambiente del Sardinia Film Festival, è la creatura di un giovane regista di origine salentina, Massimiliano Mazzotta, che qualche anno fa con due film documentari &#8211; “Oil,” e “Oil, secondo tempo” – mise a nudo la realtà della Saras, una delle più imponenti raffinerie del Mediterraneo, di proprietà della famiglia Moratti. Un racconto, quello di Massimiliano Mazzotta, di profitti e di morte, disperazione e ingordigia in nome dell’oro nero.</p>
<p style="text-align: justify;">Siamo nella Sardegna del sud, a Sarroch: venti chilometri da Cagliari e pochi di più dagli incantevoli paradisi naturali della costa meridionale. Anche Sarroch, come Martis, conta cinquemila abitanti. E moltissimi morti. E’ a ridosso di un vero e proprio distretto “nero”: meno di ottocento ettari, espropriati ai contadini della zona, dove c’è la Saras, la Sarlux (società controllata della Saras), centrale elettrica che sfrutta gli scarti tossici della lavorazione del petrolio, e la Versalis (ex Polimeri Europa), gruppo ENI fino alla fine del 2014 e ora acquisita quasi interamente dai Moratti.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/04/sarroch-di-notte_gentedi-sardegna.jpg"><img class="  wp-image-212 alignright" src="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/04/sarroch-di-notte_gentedi-sardegna.jpg" alt="sarroch di notte_gentedi sardegna" width="439" height="252" /></a>Sembra quasi una città lunare, la Saras, nelle riprese di “Oil” (2009): a costeggiarla in auto, di notte, con le sue luci al neon disseminate in ogni punto della raffineria, si ha la sensazione di una base spaziale. Ma non suggerisce fascino, né meraviglia: solo inquietudine. Il funerale di un ragazzo di trent’anni, raccontato da un coetaneo in un piccolo bar, fa da contraltare alle parole pronunciate da Gianmarco Moratti in apertura di un convegno e del film. Tra “spigole diesel”, polipi neri e interiora di agnello allo zolfo, “sa (la) raffineria” diventa “sa rovineria” nella testimonianza vocale di un’altra sarrochese e il Golfo degli Angeli (coi suoi fondali adatti ad ospitare le petroliere) di angelico finisce per non avere più nulla. Molte generazioni di contadini sono stati costretti a barattare tutta la loro vita con quella tranquillità da fine mese che la Sardegna, terra economicamente depressa, non ha mai offerto. E così, funerale dopo funerale, Sarroch si spegne, mentre le luci della raffineria brillano ogni notte dal 1966.</p>
<p style="text-align: justify;">Così, a seguito di un numero sempre più impressionante di decessi, si moltiplicano gli studi scientifici e tutti raggiungono gli stessi risultati: dal 2007 al 2013 si certifica a Sarroch l’elevata incidenza di malattie respiratorie e neoplasie di polmoni e pleura, tra Pula, Sarroch e Assemini (Cagliari ovest) si registra un alto rischio di leucemie nella popolazione maschile. Ma gelano il sangue i dati pubblicati nel febbraio 2013 da un’importante rivista internazionale di epidemiologia, <em>Mutagenesis (Oxford University): </em>a fronte di più alte concentrazioni di benzene, metalli pesanti e idrocarburi policiclici aromatici nell’ambiente, corrispondono alterazioni del Dna nei bambini sarrochesi.</p>
<p style="text-align: justify;">E le istituzioni? Sono due gli “Atti di Sindacato Ispettivo” sull’argomento depositati in Senato dal M5S, uno nel 2013, l’altro l’estate scorsa, mentre la Procura di Cagliari ha avviato un’indagine per verificare l’eventuale correlazione tra emissioni della raffineria e patologie tumorali. A proposito, ancora oggi manca un registro dei tumori che metta in luce quali siano le zone dell’isola in cui esplode il rischio di contrarre malattie.  Il dottor Vincenzo Migaleddu dell’Isde (Medici per l’Ambiente), in un’intervista a <em>Sardinia Post</em>, parla di “atteggiamento timoroso, se non omertoso, quando si parla di Saras: sudditanza psicologica nei confronti dei potenti che vengono da fuori (e che portano lavoro)”? O altro?</p>
<div id="attachment_213" style="width: 512px" class="wp-caption alignleft"><a href="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/04/saras1_sardinia-post.jpg"><img class=" wp-image-213" src="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/04/saras1_sardinia-post-300x214.jpg" alt="Sarroch, il distretto &quot;nero&quot;" width="502" height="358" /></a><p class="wp-caption-text">Sarroch, il distretto &#8220;nero&#8221;</p></div>
<p style="text-align: justify;">Secondo i legali della Saras, la raffineria “non inquina”. La famiglia Romanino è costretta a chiudere la propria azienda agricola di Sarroch e, nel 2013, fa causa ai Moratti per due milioni e mezzo di euro: le analisi sui pomodori rivelano la presenza di metalli pesanti in elevatissima concentrazione, al punto da doverle ripetere tre volte per essere certi che valori così vertiginosamente alti siano la realtà. La Saras “contesta con decisione l’attribuibilità di qualsiasi inquinamento ambientale all’attività produttiva del suo impianto di produzione”. Ritiene sia colpa del clima salmastro e della scarsa manutenzione delle serre dei Romanino, se le canalette di raccolta delle acque piovane sono corrose. Si risente anche delle riprese di Massimiliano Mazzotta e lo cita in giudizio per danno d’immagine. La vicenda legale intorno ad “Oil” darà poi ragione al regista, perché il garante della Privacy definisce “d’interesse pubblico nazionale” il suo lavoro.</p>
<div id="attachment_215" style="width: 210px" class="wp-caption alignright"><a href="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/04/mazzotta_oil.jpg"><img class="size-medium wp-image-215" src="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/04/mazzotta_oil-200x300.jpg" alt="Massimiliano Mazzotta" width="200" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Massimiliano Mazzotta</p></div>
<p style="text-align: justify;">Massimiliano, dopo un anno in India, a Goa, torna con grandi idee e con una visione della militanza da sublimare nell’arte. A Martis, non distante dal petrolchimico di Porto Torres e dove incombe la minaccia delle trivelle della Geoenergy, il giovane regista salentino ha organizzato alla fine dello scorso anno un laboratorio completamente gratuito di fotografia e cinema d’inchiesta, mettendo a disposizione dei partecipanti la propria esperienza e la propria attrezzatura: non tutti, infatti, possono permettersi una costosa videocamera. Ogni corsista ha perciò riciclato ciò che aveva in casa e ha avuto la possibilità di imparare un nuovo modo di intendere la lotta per l’ambiente. La mostra e il documentario che ne sono il diretto risultato saranno mostrati a quello che è il fiore all’occhiello della virtuosa militanza di Massimiliano: <em>“Life after oil”</em>, International Film festival, che nella sua seconda edizione si terrà a Martis dal 7 al 9 agosto prossimi. L’associazione culturale a cui fa capo e da cui prende il nome, vanta come presidente onorario Giuseppe Ferrara, regista di “Cento giorni a Palermo” e “Il caso Moro”. L’obiettivo principale della rassegna – si legge sul sito internet in italiano, inglese e sardo – è denunciare la devastazione ambientale provocata dalla ricerca e dall’impiego dei combustibili fossili, ma soprattutto, di ricercare sistemi di vita alternativi a quelli imposti dalla società del petrolio.</p>
<p style="text-align: justify;">La Sardegna del resto è la regione dove si registra l’area inquinata più vasta d’Italia, triste primato condiviso con la Campania: oltre 445mila ettari nei quali si calcola che un sardo su tre viva in un territorio contaminato, a fronte di una media nazionale di 1 su 6. Ridotta ad altoforno, con discariche che si ingrandiscono esponenzialmente, possibile sito di stoccaggio per le scorie nucleari dell’intera nazione, l’isola non ne può più. E nemmeno i suoi abitanti, i quali si oppongono strenuamente allo svilimento della loro terra organizzandosi in numerosi comitati cittadini.</p>
<p style="text-align: justify;">Mentre a Martis il sindaco Lasia difende il suo piccolo comune dagli attacchi dei giganti della trivellazione anche con operazioni culturali di grande respiro come una rassegna cinematografica, “sa raffineria”, a Sarroch, punta sul “Progetto Scuola Saras”: visite guidate negli stabilimenti e un fumetto in cui Gaby, un gabbiano, spiega ai bambini che la raffineria non è pericolosa. Queste iniziative che mirano a “educare” gli adulti del futuro, non sono isolate: a Marsico Nuovo, nella bersagliatissima Basilicata, l’Eni vara il progetto Eni Scuola lo scorso 25 marzo. “Al termine della presentazione – si legge sul sito del cane a sei zampe &#8211; alunni e famiglie hanno assistito allo spettacolo teatrale &#8220;<em>Le insostenibili leggerezze di Ciccio&#8221;</em>. Un’esperienza formativa e divertente per spiegare ai ragazzi la strettissima relazione che c’è tra i prodotti che quotidianamente consumiamo e l’energia che serve a produrli“ .</p>
<p style="text-align: justify;">Sardegna, Campania, Basilicata: mille terre dei fuochi bruciano nel silenzio spesso connivente della politica,  mentre i colossi dell’energia puntano ad assicurarsi cifre da capogiro. La soluzione, come ha saggiamente compreso Massimiliano Mazzotta, risiede nella controinformazione e nella cultura ambientalista che ognuno di noi deve contribuire ad alimentare secondo le proprie inclinazioni e possibilità. Un regista contribuisce con le immagini; un film o una fotografia hanno un grandissimo valore non solo dal punto di vista documentale: presuppongono, in chi gira o in chi scatta, la tensione alla verità oggettiva e hanno il potere di suscitare consapevolezza in chi guarda.</p>
<p style="text-align: justify;">„Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario“, diceva Primo Levi, ma sapere e rimanere seduti non ha senso. Amare la propria terra significa difenderla, dobbiamo venire a patti con il nostro coraggio e la nostra pigrizia. Dobbiamo agire. Ma soprattutto, dobbiamo comprendere che quando si parla di terra non c’è geopolitica che tenga: ce lo dimostra un regista salentino di adozione milanese  prestato alle lotte ambientali sarde. L’Appennino è poi così diverso dal Gennargentu? E‘ forse la Val d‘Agri così distante da Porto Torres? Ha importanza la provenienza geografica dei bimbi morti a causa dell‘inquinamento?</p>
<p style="text-align: justify;">La terra è sempre la stessa ovunque la si calpesti e la devastazione ambientale ha le stesse caratteristiche in qualunque angolo del pianeta. Esiste un solo mondo da tenere in vita ed esiste una sola razza a condannarlo e a difenderlo: la razza umana, tutti noi.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Miriam Corongiu</em></p>
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