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	<title>Georgika &#187; agroecologia</title>
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	<description>Terre dei Fuochi. E di Vita.</description>
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		<title>QUI PIANETA “TERRA”!</title>
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		<pubDate>Thu, 01 Sep 2022 09:53:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Miriam Corongiu]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[agroecologia]]></category>
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		<category><![CDATA[ecofemminismo]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>Quando, ormai passati i quaranta, ho scelto di diventare una contadina, ho capito subito che coltivare significava soprattutto prendersi cura: della terra, della salute delle persone che avrebbero mangiato il mio cibo, della comunità come insieme di relazioni positive. Mi sono resa conto molto presto, inoltre, che il lavoro che svolgo in regime di agroecologia è importantissimo e necessario soprattutto [...]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Quando, ormai passati i quaranta, ho scelto di diventare una contadina, ho capito subito che coltivare significava soprattutto prendersi cura: della terra, della salute delle persone che avrebbero mangiato il mio cibo, della comunità come insieme di relazioni positive. Mi sono resa conto molto presto, inoltre, che il lavoro che svolgo in regime di agroecologia è importantissimo e necessario soprattutto perché vivo, ogni giorno, l’ingiustizia ambientale. L’agroecologia infatti, come processo di integrazione tra natura e umanità, non solo rigenera terra, acqua e aria, ma attiva le comunità che intorno alla terra si riuniscono. Nonostante il mio lavoro sia fondamentale per il mio territorio e, più in generale, per il mondo flagellato dai cambiamenti climatici, nessuno però conosce l’enorme mole di tempo, fatica e dedizione che richiede seguire non solo la produzione agricola, ma l’elaborazione politica che c’è nella ricerca e nella pratica del mio posizionamento, l’organizzazione dei progetti di reti contadine informali, l’attivismo sui territori. Tutto è da coniugare con la gestione pratica della mia piccola azienda e con le esigenze della famiglia: come tantissime donne rurali sono una pianta produttiva e silenziosa alla quale, in un paesaggio che io stessa ho contribuito a far rifiorire, non si fa più caso.</p>
<p style="text-align: justify;">Dove sono le politiche che dovrebbero sostenermi quando, malata o troppo stanca, non posso lavorare? Se devo occuparmi di mia figlia o della mia anziana madre, se sono senza aiuti esterni, il mio lavoro e il mio attivismo rallentano o si fermano. E dov’è il tempo per la cura di me stessa? Proprio io che, attraverso il cibo buono, metto in relazione le persone con tutto ciò che è vivo, stento a riconoscermi come essere vivente e desiderante. Per la legge italiana le contadine sono imprenditrici, non persone, non donne, né care givers: siamo tuttalpiù destinatarie di finanziamenti, non soggetti di diritti.</p>
<p style="text-align: justify;">Ciò di cui ho bisogno è dunque che il mio lavoro venga riconosciuto come specchio di ciò che sono e di tutto ciò che faccio: non c’è soluzione di continuità tra cura di me, cura della terra, cura degli affetti e cura del territorio. Ognuna di queste declinazioni della cura è parte di un unico approccio salvifico, l’agroecologia, del cui messaggio, pur facendosi un gran parlare in sede europea, non si è ancora compresa la radicalità e l’imprescindibilità al tempo dei cambiamenti climatici.</p>
<p style="text-align: justify;">Non sarò Berta Caceres, né Wangari Maathai, ma come tutte ho diritto a vivere la mia vita rispettando ciò che sono e il mio lavoro, come quello di tutte le donne rurali, ha il diritto di essere preservato dagli attacchi del potere.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Miriam Corongiu per il <a href="https://globalwomenstrike.net/">Global Women&#8217;s Strike</a>: &#8220;What mothers and other caregivers want?&#8221;</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Campagna a favore del reddito di cura, 2022</em></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">In copertina: FAO, Giornata Internazionale della Donna 2015</p>
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		<title>Quali linguaggi, quali strade</title>
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		<pubDate>Mon, 07 Mar 2022 11:56:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Miriam Corongiu]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[agroecologia]]></category>
		<category><![CDATA[femminismo]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>La tragedia che stiamo vivendo in questi giorni di rinnovata offensiva bellica ha gettato tutti e tutte nell’incredulità. Eravamo abituati a guerre remote, ad orrori mediati dalla lontananza geografica e dalla politica della differenza razziale. Oggi che ad essere sotto le bombe è la vicina Ucraina, i nostri sentimenti di repulsione si fanno più vivi, mentre più palpabile diventa la [...]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">La tragedia che stiamo vivendo in questi giorni di rinnovata offensiva bellica ha gettato tutti e tutte nell’incredulità. Eravamo abituati a guerre remote, ad orrori mediati dalla lontananza geografica e dalla politica della differenza razziale. Oggi che ad essere sotto le bombe è la vicina Ucraina, i nostri sentimenti di repulsione si fanno più vivi, mentre più palpabile diventa la riflessione interiore sulla pace. E’ così puro il nostro desiderio di pace, così adamantino e indiscutibile nei nostri cuori che ci sembra impossibile non possa essere condiviso dall’umanità intera. Eppure, non lo è. Non lo è soprattutto da parte dei leader mondiali per i quali muovere guerra è come muovere pedine, spargendo un sangue che non è mai il loro.</p>
<p style="text-align: justify;">Sembra difficile trovare le parole per esprimere la confusione che c’è nei nostri cuori, tra ipotesi strategiche e tecnicismi del disarmo. Ciononostante, proprio adesso è fondamentale riprendere a ragionare senza fidelizzazioni di parte e senza tifoserie, inventando nuovi suoni e nuove armonie.</p>
<p style="text-align: justify;">Verso LOTTO marzo e in piena invasione, le femministe russe pubblicano al 28 febbraio un appello in cui non condannano soltanto la politica di Putin, ma la guerra assurta a categoria politica. Il femminismo non è oppositivo in sé, ma di certo sa opporsi con fermezza ai conflitti, alle violenze, alle prevaricazioni: “La guerra intensifica le disuguaglianze di genere e mette un freno per molti anni alle conquiste per i diritti umani. La guerra porta con sé non solo la violenza delle bombe e dei proiettili, ma anche la violenza sessuale” (<a title="Jacobin Italia" href="https://jacobinitalia.it/contro-laggressione-militare-di-putin/">traduzione Jacobin Italia</a>). Lo stupro come strategia militare, ancora oggi nel 2022, è una realtà ben definita, il linguaggio del dominio indiscusso sui nostri corpi e sull’interezza delle nostre vite.</p>
<p style="text-align: justify;">Quali strade percorrere, allora, quali parole da adoperare non solo ora nell’afasia dell’incredulità e tra le gimcane della propaganda politica, ma davanti gli assetti geopolitici che cambiano nuovamente profilando un’idea di Europa e di mondo che farà ancora una volta della sopraffazione la sua modalità comunicativa?</p>
<p style="text-align: justify;">Nettie Wiebe, esponente di spicco di La Via Campesina Canada, l’organizzazione internazionale che unisce circa 200 milioni di contadine e contadini, ha rilasciato in questi giorni un’intervista ad “<a title="Agroecology Now!" href="https://www.agroecologynow.com/spirituality-solidarity-lvc/">Agroecology Now!</a>” nella quale racconta estesamente di una pratica fortemente voluta dalle donne del movimento. Prima di aprire l’agenda politica delle riunioni, tutti e tutte si riuniscono in un tempo dedicato alla mistica, ossia alla spiritualità, mai intesa come religione. La mistica è diversa per cultura e provenienza geografica: ci sono danze del Bangalore, canti nel Canada o semi da condividere al centro del tavolo in altre regioni. Nettie, filosofa e contadina, dice che non a tutti possiamo approcciarci intellettualmente, ma che far sentire uomini e donne al sicuro, rendere possibile la loro affermazione come persone all’interno di un quadro spirituale è non solo una strategia di comunicazione interrazziale e interculturale, ma una necessità profonda delle donne in primis che, ancor prima di affrontare il tema del patriarcato, hanno riconosciuto il bisogno di sentirsi esseri umani.</p>
<p style="text-align: justify;">Mentre scrivevo il mio contributo per il Global Women’s Strike, il movimento internazionale che si occupa di cura come lavoro domestico e non, mi sono ritrovata a definirmi una pianta produttiva e silenziosa alla quale, nel paesaggio che io stessa – da contadina – ho contribuito a far rifiorire, non si fa più caso. Per la legge italiana sono imprenditrice agricola, non una donna con un enorme carico emotivo e lavorativo misconosciuto: sono tuttalpiù destinataria di finanziamenti, non soggetto di diritti. Com’è possibile che proprio io che coltivo cibo buono, cibo in grado di riconnetterci con tutto ciò che è vivo, faccia fatica a guardare a me stessa come essere vivente e desiderante?</p>
<p style="text-align: justify;">Sentirci esseri umani. Nella cultura occidentale, la razionalità è il tratto prevalente o, per dirla con Vandana Shiva, la binarietà riduzionista tra natura e cultura disegna il corpo come macchina alimentata dall’esterno, il cibo come massa ingegnerizzabile e l’anima come governo della separazione. Al contrario, una visione ecologica smantella “la camicia di forza del rapporto causa-effetto” (2018) e lascia spazio alla complessità delle interazioni. Vale a dire che la nostra cultura ci programma dividendoci dalla natura, tagliando in due ogni esperienza e relegandoci alla disconnessione dalla vita intesa come (bio)diversità di impulsi, stimoli e saperi.</p>
<p style="text-align: justify;">Sulla scorta di questa spiegazione, si comprende meglio perché non è facile per noi occidentali sedere sulla nostra impazienza, come dice Nettie, e lasciarci andare. Non è facile coltivare la nostra emotività se ritenuta socialmente segno di debolezza, dare spazio a ciò che non è codificato dal nostro sistema economico, usare linguaggi che non siano quelli della ragione e della politica degli uomini. Le nostre pratiche non sempre riflettono le nostre esigenze più intime, adeguandosi a tempi, parole e modi che sono spesso l&#8217;eco del padrone. Non basta cambiare le desinenze, per quanto necessario sia il dibattito sul rapporto tra lingua e patriarcato. Se non riusciamo a raggiungere il centro emotivo di tutti e tutte coloro che subiscono le disuguaglianze culturali, se non puntiamo sulla semplicità espressiva utile a farsi corpo nella vita di ognuno, il nostro sarà sempre un lavoro a metà.</p>
<p style="text-align: justify;">La terra usa un’altra lingua dall&#8217;alba dei tempi. E’ la lingua della pace interiore, dell’equilibrio, della ricomposizione nella differenza, parlata dalle erbe spontanee, dalle colture selezionate nei millenni o dalle danze tribali che accompagnano i raccolti, dagli usi e dai costumi che hanno fatto le società in tutte le culture contadine. Questa voce arriva sempre, al cuore di tutti, chiara e incontrovertibile. Nonostante le guerre siano sempre state ingaggiate per il possesso della terra e del potere che da quel possesso deriva, la terra – come il femminismo – non può che essere contro la guerra. E la guerra, per la lingua che parla, è fuor da ogni dubbio contro la terra.</p>
<p style="text-align: justify;">Diamo ragione dunque, ancora una volta, alle donne sudamericane quando dicono che non può esistere agroecologia senza femminismo, ma soprattutto che non può esistere femminismo senza agroecologia e, nella trama che dobbiamo tessere per superare l’ulteriore dualismo tra città e campagne, occidentali e orientali che siano, dobbiamo provare a dare forma e corpo ad altri linguaggi che sappiano esprimere meglio tutte le sfumature del nostro universo culturale. Non è certo una coincidenza se &#8220;cultura&#8221; e &#8220;coltivare&#8221; hanno la stessa radice linguistica: dalla terra veniamo noi e ciò che ci contraddistingue come esseri umani.</p>
<p style="text-align: justify;">Miliardi di stelle diverse, dunque. Ognuna brilla, ognuna illumina a prescindere dallo spazio siderale che abitano e dalla luce che emanano su questa terra capace di accoglierle tutte.</p>
<p style="text-align: justify;">Miriam Corongiu</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Grazie alle compagne della collettiva “Officina Femminista” di Orta di Atella che, nell’atto rivoluzionario di intitolare una piazza alla dimenticata Enrichetta di Lorenzo, eroina risorgimentale, hanno desiderato una volta di più dare spazio alla terra e al femminismo rurale al tempo della guerra degli altri.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Vi promettiamo amore eterno</title>
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		<pubDate>Mon, 03 Aug 2020 06:31:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Miriam Corongiu]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[agricoltura]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>Il lavoro di un contadino è un lavoro dimenticato. Nella sua essenza e nelle sue ragioni sembra appartenere ad un remoto passato in cui zolle dure e povertà si mescolano a panorami imbionditi dal grano o alla perduta sobrietà del cibo buono e necessario. Non è, però, esattamente così. Non è del tutto scomparsa la possibilità di tornare a star [...]</p>
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]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il lavoro di un contadino è un lavoro dimenticato. Nella sua essenza e nelle sue ragioni sembra appartenere ad un remoto passato in cui zolle dure e povertà si mescolano a panorami imbionditi dal grano o alla perduta sobrietà del cibo buono e necessario. Non è, però, esattamente così. Non è del tutto scomparsa la possibilità di tornare a star bene e di partire verso un mondo più vivibile per ogni fascia sociale.</p>
<p style="text-align: justify;">Rinasce ogni giorno (e da tanto) un modo nuovo di relazionarsi alla terra che fa implodere dall’interno l’attuale modello agroindustriale e che segna il passo verso un’agricoltura giusta, innamorata della natura e ad essa dolcemente sottomessa. E’ un approccio scientifico, basato sull’osservazione e sullo studio dei sistemi contadini dei sud del mondo che per ere sono sopravvissuti ad ogni cambiamento garantendo sussistenza, e sul concetto che alla base del lavoro nella terra debba esserci il rispetto più sacro per ogni forma di vita nelle sue infinite differenze.</p>
<p style="text-align: justify;">Si chiama agroecologia e mette radici profonde ogni giorno di più:</p>
<div style="width: 640px; " class="wp-video"><!--[if lt IE 9]><script>document.createElement('video');</script><![endif]-->
<video class="wp-video-shortcode" id="video-544-1" width="640" height="352" preload="metadata" controls="controls"><source type="video/mp4" src="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2020/08/piennolo-2020.mp4?_=1" />Coltivazione di pomodorino del &#8220;piennolo&#8221; in consociazione con girasoli e in sistema di agrosilvicoltura tra melograni e noci &#8211; L&#8217;Orto Conviviale, S.Anastasia (Na)<a href="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2020/08/piennolo-2020.mp4">http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2020/08/piennolo-2020.mp4</a></video></div>
<p style="text-align: justify;"><em>(In video: Coltivazione di pomodorino del &#8220;piennolo&#8221; in consociazione con girasoli e in sistema di agrosilvicoltura tra melograni e noci &#8211; L&#8217;Orto Conviviale, S.Anastasia nel napoletano)</em></p>
<p style="text-align: justify;">Vandana Shiva<a href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a>, attivista internazionale nel campo della protezione della biodiversità, sottolinea come l’agricoltura convenzionale sia un’agricoltura di guerra: pesticidi e diserbanti – sostiene &#8211;  sono stati ottenuti attraverso una ridefinizione di laboratorio delle armi chimiche utilizzate nel secondo conflitto mondiale, lasciando intuire con questa affermazione che la premessa stessa dell’agroindustria sia la distruzione. Gli agrofarmaci aggrediscono infatti le colture causando danni enormi non solo al sistema suolo-pianta &#8211; la cui salute e vitalità sono alla base della fertilità dei terreni, della loro resilienza e della produttività delle colture stesse &#8211; ma rovinando la vita umana, interferendo con il nostro sistema immunitario e indebolendolo fino all’insorgenza di gravi malattie, spesso mortali.</p>
<p style="text-align: justify;">Un’agricoltura che si articola in monocolture, disintegrando l’opulenza con cui la natura fa mostra di se attraverso infinite varietà, ha necessità di un massiccio controllo esterno e di tecniche profondamente lesive di tutto ciò che vive nel terreno. Dagli OGM alle NBT (New Breeding Tecniques) che puntano tutto sull’innovazione genetica creata a tavolino e non sull’evoluzione naturale della vita sul pianeta, possiamo evincere premesse culturali radicate esclusivamente nella selezione demiurgica di ciò che è utile al mercato, commerciabile, esportabile. Vince ciò che si produce in fretta, in grandi quantità e soprattutto a costi bassissimi. In virtù dei costi e soprattutto dei costi del lavoro, se ci soffermiamo a riflettere su come l’agroindustria sia incontestabilmente il volto del neocolonialismo nei paesi cosiddetti emergenti, il collegamento sinaptico a sfruttamento, schiavitù, povertà dilagante e migrazioni è immediato.</p>
<p style="text-align: justify;">E se, non da ultimo, consideriamo l’impatto del modello convenzionale sui cambiamenti climatici stimato intorno al 30% delle emissioni globali, l’architettura di un’agricoltura inquinante, socialmente ingiusta e distruttiva può dirsi compiuta. La Shiva dice la verità: la nostra è agricoltura di guerra.</p>
<p style="text-align: justify;">Come possiamo porre fine a questo scontro epocale con la natura? Da dove ripartire nella lotta alle ingiustizie, al caos climatico, alla cultura dalla sopraffazione? Esattamente da dove tutto è iniziato: dalla terra. L’agroecologia è una scienza che tiene presente criteri di efficienza nella produzione alimentare mettendo al centro la sostenibilità ecologica, sociale ed economica. Non può esserci cibo sicuro che non sia contemporaneamente cibo giusto, basato sul rispetto dei diritti umani, delle differenze di genere e degli equilibri naturali. Il nuovo paradigma è un sistema vivente in cui il benessere degli uomini e delle donne, così come di ogni altra forma di vita al mondo, diventa il fulcro concettuale da inverare, ogni giorno, nelle corrette pratiche agricole così come nell’eticità del lavoro.</p>
<p style="text-align: justify;">Si può fare? L’esperienza ci dice di si. Molti studi ormai confermano che la resa delle coltivazioni agroecologiche garantisce la sostenibilità aziendale e quella familiare come e più di quelle convenzionali<a href="#_ftn2" name="_ftnref2">[2]</a> producendo più cibo con meno terra, utilizzando meno energia e meno acqua, migliorando le risorse naturali di base e abbassando le emissioni di gas serra. La produttività misurata in salute e nutrizione risulta incomparabile, come lo sono le conseguenze culturali di questo modello che non sa lasciare indietro nessuno.</p>
<p style="text-align: justify;">Praticare la rigenerazione nella scelta delle tecniche di coltivazione non è un suggerimento romantico: è, al contrario, l’esercizio necessario per il salto verso la compassione e la restituzione. Chi traduce gli studi agroecologici nel proprio contesto aziendale non potrà, in nessun caso, riservare trattamenti disumani ai lavoratori e alle lavoratrici della terra perché li considererà, finalmente, come elementi integranti di quel mondo-natura che reclama venerazione, più che rispetto.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2020/08/jamme1.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-559" src="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2020/08/jamme1-300x263.jpg" alt="Iamme, liberi di scegliere" width="300" height="263" /></a>Nelle aziende come la mia, in cui la biodiversità è un imperativo categorico, i braccianti sono parte della nostra vita e si da loro il giusto contratto, la giusta retribuzione, il giusto trattamento ponendo al vertice delle nostre azioni la solidarietà verso ragazzi e ragazze afflitti dalla povertà e dall’ingiustizia. Parimenti, chi parte da una progettualità di lotta al caporalato e alle disuguaglianze generate dalle agromafie, non potrà esimersi dall’adottare una visione del mondo diversa da quella agroecologica. E’ il caso di I<a title="Jamme, liberi di scegliere " href="https://www.facebook.com/iammeliberidiscegliere/">amme</a>, il tentativo da poco messo in essere tra il materano e il foggiano da Rete per la terra, dal Movimento No Cap e da Altragricoltura basato sull’agricoltura bio: non solo filiera, comunità, aziende e braccianti uniti dall’esigenza di ridare visibilità agli ultimi e umanità alle prime, ma la terra al centro di un’alleanza che – <a href="https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/07/28/caporalato-50-donne-italiane-sfruttate-assunte-grazie-al-progetto-iamme-per-30-anni-mi-hanno-detto-lavora-asina-questo-e-un-sogno/5881960/">partendo dalle donne</a>, 50 donne contro il caporalato &#8211; parla di libertà e di liberazione.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2020/08/sottopadrone_copertina-exe-1.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-560" src="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2020/08/sottopadrone_copertina-exe-1-185x300.jpg" alt="sottopadrone_copertina-exe-1" width="185" height="300" /></a>“Il made in Italy non esiste fuori da questa alleanza”, scrive il sociologo e attivista <a href="https://www.inmigrazione.it/it/socie-e-soci/marco-omizzolo?gclid=Cj0KCQjwyJn5BRDrARIsADZ9ykEKBGg4K8f1g4fZb5iatbf3n-hmzyH_mdLwBO308Ll0D-zev7FrobsaAgbqEALw_wcB">Marco Omizzolo</a><a href="#_ftn3" name="_ftnref3">[3]</a>. “Non riguarda solo il prodotto o il processo. È la sintesi e la prospettiva di un modello di Paese che si esprime dentro un’artigianalità modernizzante che custodisce e nel frattempo sviluppa, nel settore primario e non solo, il proprio tradizionale saper fare, portando tutto al futuro. Dentro questa proposta il caporalato, la ghettizzazione, l’emarginazione, e dunque le agromafie, non possono trovare posto”.</p>
<p style="text-align: justify;">In Terra dei Fuochi siamo ripartiti proprio laddove lo scempio si era compiuto, dalle campagne affogate tra i rifiuti dove i roghi appestano le nostre vite e le nostre terre, convinti che ripristinando quel rapporto d’amore con la natura bruscamente interrotto dall’economia del capitale, si possa tornare a sognare. Abbiamo maturato la certezza che le ecomafie possano essere svuotate non tanto e non solo da politiche repressive o adeguate programmazioni normative, quanto dal movimento culturale di progressiva sottrazione del terreno sulle quali le mafie prosperano: povertà, lavoro nero, omertà.</p>
<p style="text-align: justify;">Noi contadini agroecologici sappiamo che tornare a essere protagonisti del nostro futuro coltivando nel giusto modo significa infliggere un duro colpo all’economia suicida che alimenta di sé il caporalato e il complesso sistema agromafioso fatto di colletti bianchi, professionisti, industriali del settore agroalimentare e esperti della distribuzione, una struttura questa pericolosamente simile alla piovra ecomafiosa.</p>
<p style="text-align: justify;">L’agricoltura ha tutto in comune con la vita e nulla con il profitto, con il bene comune e non con la proprietà privata, con la generosità e non con lo sfruttamento, con ciò che è <em>soave, profondo e lento</em>, molto più che con l’automazione e il latifondismo. Riducendo la scala a redistribuendo le terre, ritornando al sapere contadino e ad un&#8217;agricoltura mani nella terra si potrebbe ottenere equità, sicurezza, sovranità alimentare e, nell’ottica ecologista, giustizia ambientale, sociale, climatica.</p>
<p style="text-align: justify;">Tornando piccoli, stavolta, diventeremmo grandi. E noi contadini ci stiamo lavorando. Quei campi d’oro che sembravano appartenere ad un romanzo di fine ottocento si vedono ormai all’orizzonte e con loro un cibo equo, diritto di tutti. Di zolle dure da vincere ne abbiamo avute tante sotto i piedi e ogni volta siamo stati in grado di portare la fertilità nei campi che abbiamo lavorato, sicuri di essere tanto più necessari adesso di un tempo.</p>
<p style="text-align: justify;">Il mondo si sta ricontadinizzando, lo dicono 22 milioni di nuovi “terroni” in tutto il globo. Cari uomini affezionati al potere, siamo già davanti a voi.</p>
<p style="text-align: justify;">E vi promettiamo amore eterno.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Miriam Corongiu</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> “Agroecologia e crisi climatica”, Terra Nuova Edizioni, 2019</p>
<p><a href="#_ftnref2" name="_ftn2">[2]</a> “Agroecologia. Una via percorribile per un paese in crisi”, di Altieri, Nicholls, Ponti – Edagricole, 2015</p>
<p><a href="#_ftnref3" name="_ftn3">[3]</a> “Sotto padrone. Uomini, donne e caporali nell’agromafia italiana”, Milano, 2019</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Immagine in evidenza: Iamme, liberi di scegliere/Facebook</em></p>
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