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	<title>Georgika</title>
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	<description>Terre dei Fuochi. E di Vita.</description>
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		<title>Nel deserto</title>
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		<pubDate>Fri, 24 Mar 2023 16:22:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Miriam Corongiu]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[amore]]></category>
		<category><![CDATA[deserto culturale]]></category>
		<category><![CDATA[esami]]></category>
		<category><![CDATA[suicidio]]></category>
		<category><![CDATA[università]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Varcai la soglia della facoltà di lettere classiche inciampando. Il contenuto della mia borsa si rovesciò ovunque, tra le risatine al gloss delle mie colleghe e le Superga alla moda dei maschi. Recuperando il portafogli, ne sgusciò fuori la mia carta d’identità: “Cristo, che guaio passato che sono”, bestemmiai paonazza davanti a quella foto del cazzo. “Piacere, Valerio”, disse divertito un [...]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Varcai la soglia della facoltà di lettere classiche inciampando. Il contenuto della mia borsa si rovesciò ovunque, tra le risatine al gloss delle mie colleghe e le Superga alla moda dei maschi. Recuperando il portafogli, ne sgusciò fuori la mia carta d’identità: “Cristo, che guaio passato che sono”, bestemmiai paonazza davanti a quella foto del cazzo.</p>
<p style="text-align: justify;">“Piacere, Valerio”, disse divertito un ragazzo inginocchiandosi accanto a me per ramazzare i mille oggetti che avevo eruttato. “Claudia”, risposi, chiedendomi se il mio imbarazzo puzzasse e se i miei capelli fossero sopravvissuti alla caduta.</p>
<p style="text-align: justify;">Entrambi lì per la prima lezione di letteratura latina, ci incamminammo insieme verso l’aula magna (“Ti accompagno io”, aveva detto), chiedendoci, con arie da filologi di quartiere, se ci avrebbe mangiato per davvero. Io gli occhi bassi, lui salutando gente in ogni direzione.</p>
<p style="text-align: justify;">Il professor Paoletta si aprì un varco tra i nostri schiamazzi con un ingresso magistrale: in corsa, scaraventò alcuni libri sulla scrivania e, schiena all’enorme distesa di ardesia che lo incorniciava, guardò gli almeno trecento studenti che già pendevano dalle sue labbra. Il silenzio si fece d’oro. Io e Valerio ci scambiammo uno sguardo di universitaria complicità.</p>
<p style="text-align: justify;">“La brezza del deserto ha soffiato sul mio cuore e v’è rimasto il deserto. Non c’è brezza, né luna che possa farvi scendere la sua rugiada”, principiò. Nessun caffè all’alba, nessun allenamento. Paoletta ci trascinò dritto al centro della maratona che furono le sue seducenti e difficilissime lezioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Vidi Valerio avvampare e tremare accanto a me, attraversato da una folgore. Istintivamente prese la mia mano e, senza girarsi, disse piano: “Lo amerò per sempre”. La mia penna rotolò emozionata tra i gradini dei banchi, ma aveva fatto in tempo a trascrivere quei versi che – seppi poi – appartenevano ad un anonimo egizio di circa tremila anni prima del cristo che nominavo troppo spesso.</p>
<p style="text-align: justify;">Strappai con cura il rettangolo di carta che li cullava e lo riposi, origami da portafogli, in quel documento di riconoscimento che pensavo non mi ritraesse. Spinta da non so quale vento, riafferrai la mano di Valerio.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo guardai con fermezza negli occhi e, coraggio in faretra, gli risposi: “Anch’io”.</p>
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<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>#2 <a href="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2023/03/cuore-bianco.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-637" src="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2023/03/cuore-bianco.jpg" alt="cuore bianco" width="225" height="225" /></a></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Sono passati due anni da quando io e Valerio ci siamo piovuti addosso nei corridoi della Facoltà di Lettere. Abbiamo riso a lungo della mia memorabile caduta e della sua aria da maestrino divertito ogni volta che, tra una lezione e l’altra, ci incontravamo per un caffè all’angolo.</p>
<p style="text-align: justify;">“Dai, Claudia, fammi rivedere quella foto!”, mi diceva sempre. E io, senza sapermi immergere nella catramosa malinconia del suo sguardo, fingevo di stringere forte il mio serissimo zaino bianco e nero. Additavo Valerio come mi avevano insegnato a fare con i borseggiatori sull’autobus e distribuivo a tutti sguaiate grida di aiuto per barattare una fettina della sua sicurezza con un assaggio della mia vergogna.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi piaceva? Moltissimo, si. Lui, però, sembrava sottrarsi continuamente. Professava una fede assoluta nel potere taumaturgico della letteratura, ma non ne beneficiava, non ne gioiva, come se tra la sua identità e l’erotica dei libri si fosse praticata una crepa che nessuno scampolo di realtà avrebbe mai potuto rabberciare. Appariva sempre più rinchiuso nel caveau del suo silenzio. E, per quanto mi industriassi nel forzarne la serratura, non riuscivo a capire che diavolo gli passasse per la testa.</p>
<p style="text-align: justify;">“Cazzo, Valerio, hai fatto presto!”, lo apostrofai quasi indignata all’uscita dell’aula in cui il Prof. Paoletta teneva gli esami di Latino 2. Non lo accompagnavo mai (era categorico su questo punto), ma quella volta decisi di appostarmi nel lungo corridoio di fregi e marmo.</p>
<p style="text-align: justify;">Valerio, pallido, trasalì. Nel tentativo di dissimulare velocemente il suo disagio, scelse di sorridermi con slancio, una trovata utile solo a calare tra noi un velo di spessa diffidenza.</p>
<p style="text-align: justify;">“Si”, rispose, “mi ha fatto solo due domande, ho preso ventisette”.</p>
<p style="text-align: justify;">“Che culo”, gli rinfacciai incredula. “A me ne ha fatte più del doppio e ho beccato un ventiquattro!”</p>
<p style="text-align: justify;">“Coraggio”, aggiunse, “l’importante è passare…”. Nel dirlo, fissò il lussuoso pavimento a scacchi.</p>
<p style="text-align: justify;">Quegli occhi scuri e bovini sembrarono all’improvviso fuori dalla mia portata. Cercai allora un contatto periferico, annaspando verso la sua mano come avevo fatto il giorno in cui Paoletta ci aveva presi al laccio della poetica egizia, ma ottenni solo una scrollata e un rancoroso borbottio. Capii, allora, che dovevo lasciarlo in pace.</p>
<p style="text-align: justify;">E così feci. Per quel giorno e poi, di certo, troppo a lungo.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>#3</strong>  <img class="alignright size-medium wp-image-636" src="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2023/03/deserto-bianco-e-nero-300x207.jpg" alt="deserto bianco e nero" width="300" height="207" />Il giorno della laurea si avvicinava come un maglio allo stomaco, portando con sé un carico d’ansia che mal sopportavo. Non erano stati anni dolci per me. Rincorrevo i tempi del sistema con grande riluttanza e sentivo addosso il tanfo di una mentalità ristretta che, in ambito accademico, non smetteva di nausearmi. La mancanza atavica di strutture, personale e fondi, figlia di tagli finanziari chirurgicamente apportati per modellare il Frankenstein della nostra istruzione, pesava ogni giorno come una colpa su troppi di noi.</p>
<p style="text-align: justify;">Non era nostra la colpa, no. Ma in questo mondo di competitor e di precariato, dove il bisogno è ridotto a puro commercio e gli ideali a <em>nugae</em>, ci vuole molto poco per sentire di non aver diritto a esistere. Trovavo sempre qualcuno che “ce l’aveva fatta in tempo”, “si era laureato studiando poco”, “aveva trovato immediatamente lavoro”, “si era realizzato subito dopo l’università”.</p>
<p style="text-align: justify;">Erano mosche bianche, ne ero sicura, ma continuavano a ronzarmi intorno fastidiose, pericolose. Pensavo di poterle tenere a bada con la paletta della mia determinazione, ma in realtà sentivo l’infezione propagarsi nel mio sistema immunitario e fiaccare ogni mia difesa emotiva. Lottavo ogni giorno contro la convinzione di essere una merda solo perché ero più lenta o meno intuitiva. E l’erotica dell’insegnamento del Prof. Paoletta, che all’inizio avevo classificato come pura rivoluzione, ora giaceva in archivio alla voce “giochi per bambini”.</p>
<p style="text-align: justify;">Valerio, intanto, si faceva vedere sempre meno. Avvistamenti non confermati lo davano prossimo alla laurea proprio con Paoletta relatore, il suo mito, ma di lui non sapevo praticamente più nulla. Avrei voluto parlargli, chiedergli come se la passasse. Invece, ogni volta che mi sembrava di scorgerlo nel brulicare dei corridoi, sgusciava via prima che potessi anche solo arrivare a sfiorargli le mani.</p>
<p style="text-align: justify;">Una mattina di giugno, annunciata dal colorarsi delle albicocche, mi infilai in un’aula vuota al terzo piano, in cerca di un posto fresco e solitario in cui studiare.</p>
<p style="text-align: justify;">“VALERIO!”, urlai con tutta la voce che trovai. Era lì, in piedi sul davanzale dell’alto finestrone, a fissare privo di luce interiore il cortile interno. Del tutto ignara, un’umanità robotica inseguiva imperterrita il proprio nulla.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>#4</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2023/03/abbraccio.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-632" src="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2023/03/abbraccio-300x225.jpg" alt="abbraccio" width="300" height="225" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Valerio non diede segno di avermi sentito. Non si mosse. Era pietra nei suoi pensieri inconoscibili e acqua in un’espressione vuota, asciutta, lontana dalla tranquillità tanto quanto dalla disperazione. Mi si indurì il fiato. Cercare aiuto? Correre il rischio di lasciarlo solo? Non c’era tempo. E anche lo spazio prese a rimpicciolirsi così vertiginosamente da procurarmi conati di vomito.</p>
<p style="text-align: justify;">“Valerio…ti prego”, dissi sforzandomi di non piangere. “Sono io, Claudia. Dai, scendi, mi stai spaventando”.</p>
<p style="text-align: justify;">Si girò lentamente, come una grossa testuggine. Sul suo carapace sembravano trascorsi millenni, così come tra lui e il ragazzo che avevo conosciuto. Mi guardò senza vedermi davvero. Provai a fare un passo nella sua direzione e allungai la mano destra, lasciando cadere pesantemente lo zaino rigonfio di libri ai miei piedi. Il tonfo lo riscosse e vidi un accenno di presenza, di ritorno.</p>
<p style="text-align: justify;">“Claudia…ho fatto un casino”, disse disperato. Si era perduto. Mi sembrò di nuotare nella polvere dell’universo, pietrisco di vite che non percepivo. La sua voce era una specie di ululato dimesso, i capelli si mostravano rancidi, gli abiti perdonavano una magrezza che non ricordavo.</p>
<p style="text-align: justify;">“Valerio, scendi”, lo supplicai. Qualunque cosa fosse, volevo solo vedere le sue ginocchia e i suoi piedi conquistare la sicurezza del pavimento.</p>
<p style="text-align: justify;">“Non capisci! Io non posso tornare a casa!”, gridò.</p>
<p style="text-align: justify;">“Va bene, non devi tornarci ora! Dai, parliamo io e te, ok? Dammi la mano, ti prego”, dissi provando a mantenere il controllo.</p>
<p style="text-align: justify;">Mentre mi allungavo verso di lui, qualcuno entrò sbattendo la porta. Il prof. Paoletta, senza volerlo, non riusciva a fare a meno degli ingressi teatrali. Gli vidi il sangue raggrumarsi nelle vene e quel viso ogivale, normalmente aspro e respingente, trascolorò assumendo un’aria di drammatica comprensione.</p>
<p style="text-align: justify;">“Ragazzi, calmiamoci tutti”, disse richiudendo piano. “Tu, lassù, come ti chiami?”. Fu una domanda che mi allarmò moltissimo: Valerio non avrebbe dovuto laurearsi con lui? Come mai Paoletta non ricordava chi fosse?</p>
<p style="text-align: justify;">“Si chiama Valerio, professore”, interloquii. “Adesso scende. Vero?” e guardai dolcemente il mio amico. Capii tutto. Purtroppo troppo tardi, solo quando sensi di colpa e inadeguatezza lo avevano già fatto a pezzi.</p>
<p style="text-align: justify;">Paoletta rincarò: “Coraggio, Valerio, sistemeremo tutto”.</p>
<p style="text-align: justify;">“E come?! Io…gli esami&#8230;non riesco più a farli, non riesco più a respirare. E come posso, ora, venire fuori da tutta questa merda, dalle bugie che ho raccontato ogni giorno?”</p>
<p style="text-align: justify;">Paoletta si rabbuiò. Era un vecchio insegnante di letteratura che teneva ai ragazzi. Con energia diceva loro di studiare perché l’umanità meritasse il titolo di specie evoluta, ma sapeva anche leggere la realtà oltre le parole, i versi, i voti. Capiva che per quanto salvifico potesse essere un racconto o totalizzante la perfezione nel composto frantume dei distici elegiaci, nessuno in fondo aveva abbastanza amore per guardare dentro quella fragilità che ora Valerio incarnava suo malgrado.</p>
<p style="text-align: justify;">Nessuno voleva davvero dare spazio ad un ragazzo disperato per non essere riuscito a stare al passo, un ragazzo così certo dell’egemonia dei Numeri sulla Vita al punto da darsi in pasto alla morte. Lo spirito della nostra società, davanti a queste decisioni, è già un appalto della fine.</p>
<p style="text-align: justify;">Vince, così, un’idea di merito ritagliata su un’arcaica concezione di darwinismo.</p>
<p style="text-align: justify;">La realtà si infrange contro pile e pile di analisi spicce.</p>
<p style="text-align: justify;">Il vuoto si espande erodendo quei pochi tavolieri di consapevolezza che ancora resistono.</p>
<p style="text-align: justify;">E resta l’unicità di un ragazzo, già oltre l’ideazione suicidaria, sul precipizio di un’istituzione ormai decrepita e di un vivere senza orizzonti di senso.</p>
<p style="text-align: justify;">“Credimi, niente di tutto questo vale la tua vita”, principiò Paoletta indicando i grossi banchi di mogano tarlato. “L’imputato non sei tu. Sono io. O almeno tutto ciò che rappresento”.</p>
<p style="text-align: justify;">Raggiunto dal sole estivo, ormai alto nella grande stanza vuota, sembrava stanchissimo.</p>
<p style="text-align: justify;">“Avevo il dovere di capire dove fossi per vederti, capirti, non per spiarti. E di certo non per controllarti. Tutti lo avevamo. Vi guardiamo dall’alto della nostra sopravvalutata esperienza, pensando tronfi di essere sempre nel giusto solo perché adulti, solo perché insegnanti. Una nuova forma di suprematismo che spiana ogni cuspide di diversità. E non ci sforziamo mai di leggere i vostri passi, di capire quale sentiero stiate tracciando. Non vediamo verso quale abisso vi spingiamo. Non è colpa tua, giovane amico. E’ mia. Nostra.”</p>
<p style="text-align: justify;">Si abbandonò su una sedia e si mise la testa tra le mani. Io lo sbirciavo mentre tenevo sotto rigido controllo ogni movimento di Valerio che rimaneva lì, paralizzato nella sua angoscia. Favorita, però, dal discorso del professore, annullavo centimetro dopo centimetro la distanza tra me e lui.</p>
<p style="text-align: justify;">All’improvviso Paoletta alzò lo sguardo e disse qualcosa che prese corpo dalla sua voce commossa e vibrante. Fu come vedere un ricordo fumoso diventare di carne: un golem venuto dal passato attraversava l’oggi di tre persone le cui vite si erano aggrovigliate per un’inattesa declinazione dell’effetto farfalla.</p>
<p style="text-align: justify;">“Ricordi? <em>La brezza del deserto ha soffiato sul mio cuore e v’è rimasto il deserto. </em>A lezione non ho mai spiegato che quel poeta egizio ha lasciato altri versi meravigliosi, pieni di sabbie fertili e acque rutilanti come gli scudi dei suoi dei. E’ sopravvissuto al suo deserto. Possiamo riuscirci tutti”.</p>
<p style="text-align: justify;">Rievocai allora un Valerio ingentilito e toccato nel profondo, il ragazzo che tremante aveva preso la mia mano dichiarando amore eterno alla Bellezza.</p>
<p style="text-align: justify;">Stavolta, non esitai. Non gli diedi il tempo di accorgersi che ormai ero vicinissima a lui. Gli afferrai la mano scarna e sofferente, la tenni stretta nella mia e lo tirai giù, pronta a placcarlo o a rompergli un braccio se avesse opposto resistenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma non ce ne fu bisogno. Lo presi con me, lo strappai al davanzale e, mentre Paoletta si rimetteva in piedi visibilmente sollevato, io e Valerio ci abbracciammo come non ci era mai riuscito di fare. Valerio si fece cullare a lungo dalla promessa di aiuto che io e il professore rappresentavamo per lui e pianse, finalmente, quel dolore non confessato che aveva ridotto ad un lumicino i suoi anni migliori.</p>
<p style="text-align: justify;">Non disse una sola parola e, del resto, non era necessario.</p>
<p style="text-align: justify;">Le nostre mani erano intrecciate, la paura ormai dispersa. Il coraggio, ancora in faretra, stavolta l’avevamo trovato insieme.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Miriam Corongiu</em></p>
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		<title>Sono nata negli anni &#8217;80</title>
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		<pubDate>Thu, 15 Sep 2022 07:27:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Miriam Corongiu]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[cura]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>Sono nata negli anni &#8217;80 in una famiglia di italiani del Sud dei quali ho raccolto  le radici, le emozioni e i  saperi. Donne e uomini emigranti all&#8217;estero rientrati nella Terra Madre, espressione usata per estensione a tutto il territorio della nazione e non solo alla propria porzione di comune di origine. Operai pensionati per i quali, che la generazione [...]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Sono nata negli anni &#8217;80 in una famiglia di italiani del Sud dei quali ho raccolto  le radici, le emozioni e i  saperi.</p>
<p style="text-align: justify;">Donne e uomini emigranti all&#8217;estero rientrati nella Terra Madre, espressione usata per estensione a tutto il territorio della nazione e non solo alla propria porzione di comune di origine.</p>
<p style="text-align: justify;">Operai pensionati per i quali, che la generazione seguente scegliesse di collocarsi nella societá attraverso i ruoli di  madri casalinghe e lavoratori statali, poteva essere una sicurezza auspicabile.</p>
<p style="text-align: justify;">Ho profondamente a cuore l&#8217; ereditá di questa storia e dei sentimenti ricevuti in ciò che, anno dopo anno,  ho appreso prima e  conservato, rigenerato o smantellato poi.</p>
<p style="text-align: justify;">Ho osservato per tutta l&#8217; infanzia donne che si occupavano della cura domestica, delle relazioni sociali e familiar , del verde di casa e dell&#8217; orto.</p>
<p style="text-align: justify;"> Impariamo riproponendo i gesti degli adulti, cosi, quella natura desiderosa di essere parte delle attivitá dei grandi, mi spingeva a emulare i gesti rituali delle persone che mi erano intorno per la maggior parte del tempo: donne dedite alle mansioni della cura con l&#8217; abitudine della lettura.</p>
<p style="text-align: justify;">Con la crescita, questo stato di cose, si è trasformato in pretese e aspettative gravose: potenziali ore di gioco, socialitá e talenti da coltivare trasformatesi in doveri da apprendere e rispettare per condividere la stessa sorte di genere.</p>
<p style="text-align: justify;">Altre ore ed anni sono trascorsi in cui convivere e tentare di ribellarsi sentendosi fuori posto e con una doppia cocente ingiustizia: la prima è stata  che queste  richieste venivano obbligate a me soltanto in quanto ultima ed unica figlia femmina, entrambe condizioni  mai scelte; la seconda, che i miei bisogni, tempo ed emozioni non occupavano alcuno spazio di valore  in questo panorama culturale fatto di cose da maschi e cose da femmine.</p>
<p style="text-align: justify;">Una divisione estesa da un nucleo familiare alla societá.</p>
<p style="text-align: justify;">Era ed è un mondo dove le donne fanno, anche controvoglia e sacrificio, rinunciando a se stesse, incontrando spesso stati di insoddisfazione, frustrazione e depressione, e dove  gli uomini aiutano quando i propri impegni umori e recinti sociali ne svegliano lo slancio di compassione e pudore.</p>
<p style="text-align: justify;">Racconto perchè so per certo che questo è stato ed è un vissuto comune di molte donne appartenenti a generazioni precedenti e successive alla mia e, a tuttora, è la norma per molte altre.</p>
<p style="text-align: justify;">Per tutta l&#8217; infanzia e l&#8217; adolescenza ho sentito la condizione di donna una condanna perchè , tra le varie  motivazioni e per alcune mansioni, atta a caricare di pesi mentali emotivi e fisici un solo genere per di piú  incapace di trovare un proprio spazio di riscontro agli occhi della societá se non in qualitá di madre modello, lavoratrice stipendiata o meno.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo sono giunte la ribellione ed i suoi tentativi molteplici, il coraggio di iniziare a fermare la giostra e rifiutare, quello di affermare  opinioni:  un uomo ed una donna sono ugualmente in grado di compiere doveri, piaceri e mansioni con la regolaritá e quotidianitá  che l&#8217; essere un adulto funzionale richiede. Non mi adeguo piú senza repulsione al modello che crea cose da donna e cose da uomini nelle quali la natura biologica non ha nessun punto fermo.</p>
<p style="text-align: justify;">Vivere tanto a stretto contatto l&#8217; esperienza delle donne e delle pratiche della cura mi ha lasciato un bagaglio culturale ampio di conoscenze  pratiche, a volte legate alle leggi dell&#8217;amore altre solo al dovere, e mi ha condotta ad osservare con occhi diversi i miei bisogni imparando ,non senza fatica e pegno, a dare loro valore. Osservo con occhi diversi i compagni con i quali condividere una coppia perchè, anche se la societá cambia  dietro nozioni e titoli culturali e professionali, statistiche e modelli economici da inseguire, la quotidianitá tende ad essere  l&#8217; unica cartina di tornasole di ogni discorso.</p>
<p style="text-align: justify;">Ho appreso leggendo, dallo stesso spiraglio apertomi da quelle donne che mi hanno mostrato i limiti del lavoro di cura, che le cose possono cambiare.</p>
<p style="text-align: justify;">Ho portato queste competenze nella vita di donna adulta, nelle esperienze sociali e relazionali, nel mio lavoro, nell&#8217; assistenza offerta in situazioni di necessitá, nelle attivitá per l&#8217;orto familiare al quale resto legata. Ho memorizzato il valore intrinseco ed estrinseco del lavoro di cura e la necessitá della sua presenza  nelle vite e relazioni umane a cui dona qualitá e spessore.</p>
<p style="text-align: justify;">Fatica, rinunce, limiti che un costume reiterato richiede alle donne, non possono continuare ad essere normalizzati . Necessitiamo che sia condivisa fra i generi la sua pratica, che non venga considerato progresso e soluzione il ribaltare il carico ad altri individui lavoratrici e lavoratori subalterni .</p>
<p style="text-align: justify;">Ovviamente quotidiano è incontrare resistenze alle mie posizioni se  non accetto di compiere mansioni  per un adulto perfettamente in grado di adempierle da sé o che vadano oltre il mio personale confine del giusto linguaggio dell&#8217; affetto e della cura.</p>
<p style="text-align: justify;">I limiti, che incontro spesso e con i quali mi scontro, risultano per me confini da smantellare o iniziare a spostare piú in lá, prendendo quotidianamente consapevolezza del grande  valore che hanno gli insegnamenti e l&#8217; esperienza  appresi e che continuerò ad assimilare dalle donne.</p>
<p style="text-align: justify;">Un percorso che continua sui passi  del presente verso un futuro diverso per chi verrá dopo di me.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Annamaria Ottaiano</em></p>
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		<title>Tu sei casalinga: non fai niente, beata te!</title>
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		<pubDate>Sat, 10 Sep 2022 17:13:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Miriam Corongiu]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[ecofemminismo]]></category>
		<category><![CDATA[Lavoro]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>“Tu stai a casa: non fai niente, beata te” Questo è quello che mi viene detto tutte le volte che dico di essere casalinga. Eppure, a ben guardare, il mio lavoro ne racchiude tanti altri che hanno un valore economico di tutto rispetto. Nonostante ciò, il lavoro di casalinga viene visto secondo il pensiero comune come un non lavoro svolto [...]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">“Tu stai a casa: non fai niente, beata te”</p>
<p style="text-align: justify;">Questo è quello che mi viene detto tutte le volte che dico di essere casalinga. Eppure, a ben guardare, il mio lavoro ne racchiude tanti altri che hanno un valore economico di tutto rispetto. Nonostante ciò, il lavoro di casalinga viene visto secondo il pensiero comune come un non lavoro svolto da donne insoddisfatte o poco acculturate.</p>
<p style="text-align: justify;">La scelta di occuparmi della mia famiglia non è stata ragionata, consapevole, ma è stata dettata da un susseguirsi di eventi che mi hanno portato a stare in casa per un po&#8217;. Certo è che non avrei potuto assolutamente affidare la cura dei miei familiari a mani diverse dalle mie.</p>
<p style="text-align: justify;">Ora che i miei figli sono grandi e in procinto di intraprendere le loro strade, mi guardo indietro e so di aver fatto, tutto sommato, un buon lavoro (perché il mio è un lavoro ed è stato chiaramente sancito da una sentenza della <a href="https://www.inail.it/cs/internet/comunicazione/news-ed-eventi/news/p283048489_sentenza_della_cassazione_cas.html">Cassazione n.6658</a>) e, a chi mi chiede quale sia la mia professione, rispondo che sono un’amministratrice delegata di una piccola società che si occupa di <em>welfare, cooked food , cleaning</em> e tanto altro.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Carmelina Cutolo</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Foto in evidenza: https://www.diritto.net/la-pensione-per-le-casalinghe-senza-contributi-versati/</em></p>
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		<title>QUI PIANETA “TERRA”!</title>
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		<pubDate>Thu, 01 Sep 2022 09:53:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Miriam Corongiu]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[agroecologia]]></category>
		<category><![CDATA[cambiamenti climatici]]></category>
		<category><![CDATA[ecofemminismo]]></category>
		<category><![CDATA[donne]]></category>
		<category><![CDATA[terra]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Quando, ormai passati i quaranta, ho scelto di diventare una contadina, ho capito subito che coltivare significava soprattutto prendersi cura: della terra, della salute delle persone che avrebbero mangiato il mio cibo, della comunità come insieme di relazioni positive. Mi sono resa conto molto presto, inoltre, che il lavoro che svolgo in regime di agroecologia è importantissimo e necessario soprattutto [...]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Quando, ormai passati i quaranta, ho scelto di diventare una contadina, ho capito subito che coltivare significava soprattutto prendersi cura: della terra, della salute delle persone che avrebbero mangiato il mio cibo, della comunità come insieme di relazioni positive. Mi sono resa conto molto presto, inoltre, che il lavoro che svolgo in regime di agroecologia è importantissimo e necessario soprattutto perché vivo, ogni giorno, l’ingiustizia ambientale. L’agroecologia infatti, come processo di integrazione tra natura e umanità, non solo rigenera terra, acqua e aria, ma attiva le comunità che intorno alla terra si riuniscono. Nonostante il mio lavoro sia fondamentale per il mio territorio e, più in generale, per il mondo flagellato dai cambiamenti climatici, nessuno però conosce l’enorme mole di tempo, fatica e dedizione che richiede seguire non solo la produzione agricola, ma l’elaborazione politica che c’è nella ricerca e nella pratica del mio posizionamento, l’organizzazione dei progetti di reti contadine informali, l’attivismo sui territori. Tutto è da coniugare con la gestione pratica della mia piccola azienda e con le esigenze della famiglia: come tantissime donne rurali sono una pianta produttiva e silenziosa alla quale, in un paesaggio che io stessa ho contribuito a far rifiorire, non si fa più caso.</p>
<p style="text-align: justify;">Dove sono le politiche che dovrebbero sostenermi quando, malata o troppo stanca, non posso lavorare? Se devo occuparmi di mia figlia o della mia anziana madre, se sono senza aiuti esterni, il mio lavoro e il mio attivismo rallentano o si fermano. E dov’è il tempo per la cura di me stessa? Proprio io che, attraverso il cibo buono, metto in relazione le persone con tutto ciò che è vivo, stento a riconoscermi come essere vivente e desiderante. Per la legge italiana le contadine sono imprenditrici, non persone, non donne, né care givers: siamo tuttalpiù destinatarie di finanziamenti, non soggetti di diritti.</p>
<p style="text-align: justify;">Ciò di cui ho bisogno è dunque che il mio lavoro venga riconosciuto come specchio di ciò che sono e di tutto ciò che faccio: non c’è soluzione di continuità tra cura di me, cura della terra, cura degli affetti e cura del territorio. Ognuna di queste declinazioni della cura è parte di un unico approccio salvifico, l’agroecologia, del cui messaggio, pur facendosi un gran parlare in sede europea, non si è ancora compresa la radicalità e l’imprescindibilità al tempo dei cambiamenti climatici.</p>
<p style="text-align: justify;">Non sarò Berta Caceres, né Wangari Maathai, ma come tutte ho diritto a vivere la mia vita rispettando ciò che sono e il mio lavoro, come quello di tutte le donne rurali, ha il diritto di essere preservato dagli attacchi del potere.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Miriam Corongiu per il <a href="https://globalwomenstrike.net/">Global Women&#8217;s Strike</a>: &#8220;What mothers and other caregivers want?&#8221;</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Campagna a favore del reddito di cura, 2022</em></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">In copertina: FAO, Giornata Internazionale della Donna 2015</p>
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		<title>LA MATERNITA’ NON VA MAI IN VACANZA</title>
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		<pubDate>Mon, 22 Aug 2022 15:52:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Miriam Corongiu]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[femminismo]]></category>
		<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[autobiografia]]></category>
		<category><![CDATA[autocoscienza]]></category>
		<category><![CDATA[ecofemminismo]]></category>
		<category><![CDATA[formazione]]></category>
		<category><![CDATA[maternità]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>&#8220;La maternità non va mai in vacanza&#8221;. Fu questa frase lapidaria di mio padre a suggellare l&#8217;idea, che iniziavo a temere, che io ormai esistevo innanzitutto in funzione di quel piccolo fagottino che da sette mesi era entrato nella mia vita. Era bellissimo, col viso tondo e luminoso come un piccolo sole, io lo adoravo, ma allo stesso tempo non [...]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">&#8220;La maternità non va mai in vacanza&#8221;. Fu questa frase lapidaria di mio padre a suggellare l&#8217;idea, che iniziavo a temere, che io ormai esistevo innanzitutto in funzione di quel piccolo fagottino che da sette mesi era entrato nella mia vita. Era bellissimo, col viso tondo e luminoso come un piccolo sole, io lo adoravo, ma allo stesso tempo non ne potevo più: mangiava poco e spesso e non dormiva mai, praticamente mai. Ogni ora piangeva e, come unica detentrice del suo sostentamento, era scontato che potessi occuparmene solo io.</p>
<p style="text-align: justify;">Lui nato a gennaio, io tornata a lavoro ad aprile con un incastro di orari ed impegni al millisecondo, finalmente salutavo come un&#8217;oasi da miraggio l&#8217;arrivo delle ferie ad agosto e vagliavo coi miei genitori opzioni di svezzamento che mi liberassero da questo incastro continuativo che mi faceva sentire imprigionata. &#8220;La maternità non va mai in vacanza&#8221; fu la frase finale del ragionamento per chiarirmi in definitiva che non avevo più diritto ad ascoltare i miei bisogni, se non nella misura in cui, eventualmente, la cura di mio figlio ne avesse lasciato tempo e possibilità. Mio figlio, perché ovviamente i figli sono delle mamme, era una scelta che nessuno mi aveva imposto e che perciò ancor più implicava una condotta coerente a tempo indefinito, senza contemplare alcun limite di tempo ed energia. Del resto mio marito collaborava, cioè accettava abbastanza di buon grado che si fosse ridotto il tempo dedicato a lui, al cucinare manicaretti, a lucidare la casa, a farmi bella: cosa potevo chiedere di più, considerato che la maternità non va mai in vacanza?</p>
<p style="text-align: justify;">Mi avevano tenuta sui libri a studiare fino alla laurea a 22 anni perché era importante per costruirmi la vita che volevo, per ritrovarmi poi a 24 anni con un&#8217;altra vita generata da me che era diventata l&#8217;unica per la quale potersi lecitamente chiedere cosa voleva. L&#8217;avrei cresciuta per 22 anni, affinché completasse ciò che serviva per avere la vita che voleva e poi magari dopo un paio d&#8217;anni tutto sarebbe stato messo da parte, per dare spazio esclusivo alla generazione successiva? Un rapido calcolo mi mostrava che l&#8217;equazione era carente in convenienza e ragionevolezza.</p>
<p style="text-align: justify;">Esiste chi nasce. E continua ad esistere anche chi l&#8217;ha fatto nascere.  L&#8217;obiettivo non può essere annullare una delle due esistenze, ma è trovare un equilibrio che consenta ad entrambe le vite di essere ciò che vogliono diventare. Per fortuna le donne della famiglia, innanzitutto mia suocera, hanno compreso il punto di vista da donna e genitrice e quando l&#8217;anno dopo, fra le critiche mosse al delegare, si è ripresentata la fatidica frase &#8220;la maternità non va mai in vacanza &#8221; non sono rimasta ad incassare in silenzio quella che volevano propormi come una verità assoluta. Mi sono presa e ripresa il mio spazio d&#8217;espressione, in cui prioritario era avere non l&#8217;approvazione, ma il rispetto per le mie idee. E da allora quella frase nessuno me l&#8217;ha più ripetuta. Soprattutto io non l&#8217;ho mai più ripetuta a me stessa. E’quello che sul serio ha contato per far crescere mio figlio. E me stessa insieme a lui.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Antonella Cafora</em></p>
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		<title>Ecofemminismo: Stefania Barca per Georgika</title>
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		<pubDate>Mon, 18 Jul 2022 07:00:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Miriam Corongiu]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[ecofemminismo]]></category>
		<category><![CDATA[femminismo]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro di cura]]></category>
		<category><![CDATA[stefania barca]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>IL LAVORO DI CURA/2: ecofemminismo e Global Women’s Strike 20 giugno 2022   Il secondo incontro sul lavoro di cura del gruppo ecofemminista rurale &#8220;Georgika&#8221; ha visto la partecipazione di parte delle donne intervenute la prima volta e la fortunata presenza di Stefania Barca, docente di Ecologia Politica Femminista all’Universidade di Santiago de Compostela. Nell’arco temporale delle nuove presentazioni e [...]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><strong><em>IL LAVORO DI CURA/2: ecofemminismo e Global Women’s Strike</em></strong></p>
<p><strong><em>20 giugno 2022</em></strong></p>
<p><strong><em> </em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il secondo incontro sul lavoro di cura del gruppo ecofemminista rurale &#8220;Georgika&#8221; ha visto la partecipazione di parte delle donne intervenute la prima volta e la fortunata presenza di Stefania Barca, docente di Ecologia Politica Femminista all’Universidade di Santiago de Compostela.</p>
<p style="text-align: justify;">Nell’arco temporale delle nuove presentazioni e del recap su quanto ci siamo dette la volta precedente, sono emersi alcuni punti importanti. Chi ha avuto esperienze di femminismo organizzato tempo addietro o lo ha vissuto attraverso gli incontri delle madri e delle nonne, ha sottolineato quanto i diritti che si pensavano acquisiti debbano essere, invece, difesi ogni giorno. L’errore della generazione precedente è stato quello di darli per scontati. Ancora una volta, inoltre, registriamo una grande voglia di cultura e di emancipazione soprattutto da parte di chi non ha potuto disporne in gioventù.</p>
<p style="text-align: justify;">Pur ritenendo sicuramente fondamentale l’estensione dei principi dell’ecofemminismo a tutti i generi (non solo a quello maschile), il gruppo Georgika pensa che sia fondamentale dapprima acquisire una ferrata consapevolezza personale sul gap di genere e sul patriarcato attraverso pratiche di autoformazione e di autocoscienza. Il racconto del vissuto di tutte le partecipanti ha messo in luce come, per livelli diversi, il patriarcato sia stato interiorizzato a tal punto da indirizzare in maniera inconsapevole le nostre scelte quotidiane, soprattutto in relazione ai nostri figli o ai nostri fratelli.</p>
<p style="text-align: justify;">Quindi, abbiamo continuato a parlare di lavoro di cura nell’ottica dell’ecofemminismo approfittando della presenza di Stefania Barca perché la parola femminismo provoca sempre diffidenza, una diffidenza che dev’essere spiegata e decostruita.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong><em>Sintesi dell’intervento di Stefania Barca</em></strong></p>
<p style="text-align: justify;">I ruoli di genere non hanno a che fare con i nostri corpi, cioè con la nascita in quanto uomini e donne, ma con l’educazione. Io stessa, sia per il mio vissuto personale nella famiglia di origine e per le vicissitudini di tipo professionale in relazione anche alla carriera di mio marito, sono stata penalizzata dalla cultura patriarcale. Il femminismo dice, infatti, che non è la natura che ci ha fatto donne, ma è la società che ci reso tali. La società in cui le relazioni familiari sono incardinate è più grande di noi e noi ne saremo sempre condizionate: le nostre scelte non saranno mai totalmente libere. La mia vita racconta che, trasferita in America, ho potuto vivere molto più liberamente le mie decisioni e non certo perché l’America possa dirsi femminista (al contrario), ma perché lontana da casa e in assenza di relazioni strutturate mi sono sentita autonoma e senza condizionamenti. La storia delle migrazioni ci dice, infatti, che si migra anche per liberarsi da contesti culturali di partenza troppo soffocanti.</p>
<p style="text-align: justify;">C’è stata un’epoca storica, molto antica, in cui vigeva il matriarcato, ravvisabile più attraverso reperti che tramite fonti scritte, epoca poi scalzata dalla nascita dello stato che richiedeva il patriarcato, la guerra, l’uso della forza e delle gerarchie per poter esercitare il proprio potere. Non c’è nulla di naturale in quello che viviamo oggi, essere donne non è di per sé una condizione inferiorizzante e questa presa di coscienza è arrivata solo con il femminismo come, con i movimenti femministi, è arrivata la presa di parola: noi abbiamo la capacità di riflettere a lungo, la tendenza a non essere aggressive, a essere rispettose, a non parlare troppo e questo tipo di educazione ci rende difficile prendere parola nei contesti più diversi fino ad esprimere grande timidezza, a dover lavorare il doppio per essere accettate e a entrare in relazione abusive con gli uomini. I maschi invece subiscono altri condizionamenti: devono essere aggressivi, marcare il territorio, occupare uno spazio, parlare per vincere.</p>
<p style="text-align: justify;">Il femminismo è principalmente (ma di certo non solo) un’affermazione della parità di genere che non vuol dire uguaglianza, ma rispetto e riconoscimento delle differenze. Ha avuto diverse fasi e oggi si sta riscoprendo e rinvigorendo di fronte al dato di fatto che c’è una donna morta ogni tre giorni e che non può essere un caso. Anche per me, in età liceale, le femministe erano le esaltate di turno che dicevano cose incomprensibili, ma il femminismo è stato molto diverso a seconda del periodo storico.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel primo novecento, le suffragette nacquero e si attivarono perché le donne votassero in un’epoca in cui le non avevano diritto di proprietà (erano solo proprietà altrui) e quindi nessuna capacità giuridica.</p>
<p style="text-align: justify;">La seconda generazione (anni 60 e 70) ha lottato poi per il salario al lavoro domestico, riconoscendo che le donne si accollavano tutto il lavoro di cura e che, per questo, ne erano penalizzate. Il lavoro di cura ha, invece, la stessa dignità del lavoro di fabbrica o d’ufficio. In Italia Maria Rosa dalla Costa e Silvia Federici sono tra le principali fondatrici del movimento di lotta per il salario domestico, rivendicazione utile ad acquisire la consapevolezza che il lavoro di cura non è naturale, ma imposto dalla società.</p>
<p style="text-align: justify;">Negli anni 70 una femminista francese, Francois d’Eaubonne, scrive un libro che si chiama “Femminismo o morte”: la distruzione degli ecosistemi è un effetto del patriarcato perché questo sistema si basa sull’emanazione della categoria del maschile, affermando che il pianeta sia progressivamente distrutto non dall’umanità, ma dal patriarcato.</p>
<p style="text-align: justify;">L’ecofemminismo è di provenienza rurale perché nasce da chi paga di più il prezzo alto della distruzione degli ecosistemi. Viene quindi dalle donne del sud del mondo, delle aree contadine marginalizzate, come Vandana Shiva, Wangaari Mathai. L’ecofemminismo arriva in città solo quando arrivano i movimenti per la giustizia ambientale e le donne che si prendono cura dei figli si rendono conto che qualcosa non va nell’ambiente in cui vivono. Si rendono conto che il potere economico basato sul profitto sta in mano agli uomini e che a questo potere si deve la devastazione ambientale.</p>
<p style="text-align: justify;">Il femminismo degli anni 90 e 2000 è più un femminismo di carriera, legato all’empowerment sui luoghi di lavoro. Non c’è assolutamente nulla di male nel voler fare carriera ed emergere dal punto di vista professionale, ma dobbiamo farlo in maniera diversa dagli uomini per mantenere il nostro modo di vivere e di essere, per non cadere nella trappola della competizione e dell’arrivismo. Non dobbiamo pensare di dover lavorare per essere all’altezza di qualcun altro perché è come ammettere che siamo, già in partenza, su un gradino più basso.</p>
<p style="text-align: justify;">Come possiamo essere trasformative per le nostre vite e nella società? Quali sono le pratiche? Come lottare per i nostri diritti? Perché il femminismo ci insegna anche a lottare per i nostri diritti.</p>
<p style="text-align: justify;">Queste sono le grandi domande alle quali intendiamo rispondere attraverso i nostri incontri e le nostre riflessioni.</p>
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		<title>LA TRANSIZIONE AGROECOLOGICA LIBERA E PENSANTE</title>
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		<pubDate>Sat, 07 May 2022 13:14:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Miriam Corongiu]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[agricoltura]]></category>
		<category><![CDATA[agroecologia]]></category>
		<category><![CDATA[cambiamenti climatici]]></category>
		<category><![CDATA[decrescita]]></category>
		<category><![CDATA[ecologia]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
		<category><![CDATA[OGM]]></category>
		<category><![CDATA[PAC]]></category>
		<category><![CDATA[transizione agroecologica]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Ho un modo molto personale di guardare alla campagna. Non riesco mai a provare quel particolare abbandono dettato da un’idea di natura altra, incontaminata e forse un po’ algida, che sembra beare tanti quando si ritrovano in luoghi lontani dal vivere moderno. Non c’è niente che si possa definire lontano o altro da noi e anche se, nella comunicazione ordinaria, [...]</p>
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]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Ho un modo molto personale di guardare alla campagna. Non riesco mai a provare quel particolare abbandono dettato da un’idea di natura altra, incontaminata e forse un po’ algida, che sembra beare tanti quando si ritrovano in luoghi lontani dal vivere moderno. Non c’è niente che si possa definire lontano o altro da noi e anche se, nella comunicazione ordinaria, sottolineo continuamente la dimensione poetizzante della terra che pure esiste e persiste nonostante tutto, le fondamenta stesse del mio pensiero sono sempre pesantemente poggiate su ciò che non va. E ciò che non va è decisamente troppo.</p>
<p style="text-align: justify;">La guerra in Europa emana un’economia che ripete lo stesso modello dei conflitti precedenti. Per l’agricoltura essenzialmente vuol dire: 1)un ulteriore sfruttamento dei terreni per rispondere alle contrazioni del mercato in relazione ad alcuni beni primari (in questo caso grano e mais); 2) aumento dei prezzi dei prodotti agricoli in corrispondenza dei rincari elevatissimi dei costi di produzione, mentre la moneta perde capacità di acquisto; 3) accentuazione delle disuguaglianze nei campi in seno a quelle più genericamente sociali, ma ancora più significative se riguardanti le persone migranti nere; 4) poderosa spinta verso quel passato che non passa, fatto di lobbies dell’agrofarmaceutica e delle associazioni di categoria così vicine agli interessi della grande industria produttiva e distributiva.</p>
<p style="text-align: justify;">Per riprendere le parole di Serpieri in Paolo Nanni a proposito del patrimonio agricolo dopo la Grande Guerra, le decisioni emergenziali portano solo ad ipotecare il futuro: il conflitto di tipo bellico è l’apoteosi della condizione d’emergenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo scorso marzo l’ISMEA, Istituto di Servizi per il Mercato Agricolo Alimentare, ha ben individuato il peso di Russia e Ucraina nel mercato del grano duro e tenero, del mais, dei fertilizzanti e di come la guerra influisca sugli equilibri economici italiani. Per il grano duro c’è di sicuro una grande speculazione in atto che esaspera quelle già in essere, mentre per il mais e i fertilizzanti c’è un’oggettiva difficoltà che riguarda essenzialmente le grandi agroindustrie convenzionali, ma che trasforma tutto il quadro produttivo, piccole aziende biologiche comprese: quando si verifica una contrazione dell’offerta, tutti – e dico tutti – ne approfittano per rincarare i prezzi delle materie prime o dei prodotti indispensabili nella produzione agricola, anche indipendentemente dal costo dell’energia fossile che costituisce la base dell’agricoltura supermeccanizzata e dei fitofarmaci, all’interno dei quali è massiccia la presenza di coadiuvanti e coformulanti di derivazione petrolifera. Il problema è che, mentre le grandi produzioni industriali hanno la possibilità concreta di assorbire i contraccolpi del mercato perché già esternalizzano costi ambientali e sociali e perché sono di nuovo in pole position per le erogazioni dei fondi della Politica Agricola Comunitaria, le piccole realtà si barcamenano molto peggio e sono a rischio chiusura.</p>
<p style="text-align: justify;">L’Europa, in un battito di ciglia, ha dimenticato pratiche e promesse: stop alle rotazioni colturali, alle aree a greening, ai limiti per l’uso di agrofarmaci e fertilizzanti nelle fasce a riposo, a quelli per l’import di materie prime in deroga ai limiti massimi di residui fitosanitari. Stop allora alla strategia Farm To Fork, all’Agenda 2030, a quel chiacchieratissimo Green New Deal che, già debolissimo in partenza, oggi, se messo al paio con la peggiore PAC di sempre e le scudisciate del Copa Cogeca al parlamento europeo, è carta straccia.</p>
<p style="text-align: justify;">Non da ultima c’è la questione dei nuovi OGM perché tali vanno chiamati gli NBT, New Breeding Tecniques. I semi NBT – chiedono le 27 associazioni che si riuniscono nella campagna “Italia Libera dagli OGM” – dovrebbero sottostare alla stessa legislazione che vieta da vent’anni gli OGM in Europa e alla sentenza (2018) della Corte di Giustizia Europea che assimila in tutto e per tutto le nuove biotecnologie alle vecchie. I contadini hanno provveduto sempre da soli al miglioramento genetico dei propri semi, adattando le popolazioni colturali alle condizioni sitospecifiche del clima e del terreno. E’ chiaro che è qui che si giocano gli interessi delle solite multinazionali: i semi Round Up Ready e Round Up Ready 2 vengono venduti con tutto il pacchetto di fitofarmaci necessari a controllare la resistenza delle supermalerbe ai semi transgenici, ma c’è molto di più. Ora che la guerra sul fronte ucraino complica la produzione di mais in Europa, da chi lo importeremo? Possiamo rivolgerci ai paesi dell’UE che hanno avuto raccolti migliori, ma non agli USA perché OGM. Mi sembra abbastanza implicito dove è possibile che vada il mercato del mais e perché ci sia tutta questa rinnovata pressione, anche da parte della Coldiretti, sul tema NBT.</p>
<p style="text-align: justify;">Si consuma perciò, sull’altare del nuovo teatro geopolitico, il dramma delle nostre terre.</p>
<p style="text-align: justify;">La transizione ecologica non è l’unico problema-cardine in periodo di guerra perché non può in nessun caso realizzarsi senza quella agroecologica e, quando giustamente ci battiamo per un clima fuori dal fossile, non possiamo dimenticare che sono l’agricoltura e gli allevamenti convenzionali ad essere responsabili per circa il 50% delle emissioni climalteranti. Per converso, se ci battiamo per l’agroecologia, non possiamo dimenticare che non esistono solo i conflitti su larga scala e che viviamo, ogni giorno, conflitti a bassa intensità accesi dall’ingiustizia ambientale su ogni territorio. La rovina dell’agricoltura è, in primo luogo, un certo tipo di agricoltura, ma coincide anche con le discariche e gli sversamenti abusivi della Terra dei Fuochi, le acciaierie obsolete come l’ILVA di Taranto e i 20km di raggio entro i quali non si può coltivare, le industrie chimiche come la Caffaro di Brescia e l’inquinamento da PCB che ha reso sterili e impraticabili i terreni, i gasdotti come la TAP che marciano sugli ulivi storici e il patrimonio agricolo del Salento, i treni veloci che vorrebbero sventrare la Val di Susa sottraendo acqua, smuovendo amianto, togliendo lavoro utile e magnifici paesaggi.</p>
<p style="text-align: justify;">L’agroecologia, in entrambe le tipologie di conflitto, non è solo una delle possibili alternative all’agricoltura industriale, ma LA risposta comunitaria e rigenerativa che non può essere ridotta a mero pacchetto di conoscenze tecniche. E’, nelle parole e nell’immaginario di Miguel Angel Altieri, di Vandana Shiva e di milioni di contadini e contadine al mondo, un processo di integrazione tra esseri umani e natura. Se davvero ai piani alti lo avessero capito, non la propugnerebbero come perno della transizione.</p>
<p style="text-align: justify;">È ovvio e ormai scontato per alcuni di noi che solo il passaggio dal paradigma meccanico-riduzionista a quello sistemico-ecologico (V. Shiva, 2017) possa garantire la sopravvivenza del pianeta. La transizione agroecologica si può fare solo se smettiamo di farla coincidere con la digitalizzazione e le biotecnologie, se togliamo aria al neolatifondismo e a quella PAC che lo favorisce per far respirare le realtà di piccola scala in cui soprattutto le donne hanno – ad ogni latitudine – un peso determinante, se impediamo alle grandi concentrazioni di potere di fare di braccianti e ambiente la propria personale pattumiera, se parliamo alle persone di sovranità alimentare e non di sovranismo, se sostituiamo la cooperazione alla competizione.</p>
<p style="text-align: justify;">Il nostro immaginario economico è completamente sbagliato, come completamente errati sono i fondamenti biologici del <em>processo </em>economico. Sappiamo da molto tempo che la crescita infinita è un mito distruttivo, ma siamo davvero pronti e pronte a smontare le tesi culturali che lo supportano? E’ molto facile, per moltissime persone, comprendere che i sistemi biologici non tendono alla massimizzazione di alcuna variabile (figuriamoci di quella del profitto) ed è relativamente semplice provare a vivere quindi più sobriamente, modificando con gradualità le proprie abitudini di acquisto o quelle alimentari.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma cosa sappiamo e cosa facciamo in relazione ai rapporti di potere? Mauro Bonaiuti in “Bioeconomia”, una raccolta di scritti di Nicholas Georgescu-Roegen sul tema, rimarca come i sistemi biologici non adottino per sopravvivere solo comportamenti di tipo competitivo, ma che – da sistemi complessi quali sono – adottino una pluralità di strategie diverse come relazioni cooperative e simbiotiche tra le specie, argomenti già centrali in molta letteratura biologica sovietica e che oggi, per esempio, ritroviamo in numerosi studi scientifici come quelli di Suzanne Simard sullo scambio di informazioni tra caducifogli e sempreverdi in contesti di scarsità di CO2.</p>
<p style="text-align: justify;">Possiamo allora riconoscere certamente due cose: la prima e la più lapalissiana è che, a differenza della natura, non siamo abbastanza intelligenti da rispondere con efficacia ai mutamenti di contesto o non ci troveremmo ad un pelo dalla terza guerra mondiale e dalla sesta estinzione di massa nel cuore del Wasteocene (M. Armiero, 2021); l’altra è che i tratti di quel potere che tanto condanniamo sono i nostri stessi tratti somatici.</p>
<p style="text-align: justify;">Ci riempiamo la bocca di parole come comunità e cura, ma non comprendiamo che i processi rivestono la stessa importanza degli obiettivi e non riusciamo nemmeno lontanamente ad avere relazioni autentiche nella differenza perché non ci concediamo il tempo di “stare ed esistere” nelle relazioni. In questo vuoto praticato dalla confusione tra opinione e sapere, e tra sapere e sapere, dalla tensione tra governo e potere perfino nei rapporti personali, dalla cancellazione dell’Altro in politica che, alla maniera di Lacan, non gode affatto di buona salute, dimentichiamo che siamo esseri viventi stigmatizzati dalla profonda necessità di entrare in connessione (non in competizione) con tutti gli altri esseri viventi.</p>
<p style="text-align: justify;">Il cibo buono, sano e giusto, in quanto frutto vivo e manifestazione dell’enorme rete neurale che collega corpi e intenzioni alla terra, potrebbe essere la chiave attraverso la quale ripensare ogni cosa.</p>
<p style="text-align: justify;">Potrebbe se solo non ce ne privassimo in maniera così insensata e non pensassimo di avere più valore assoluto del più esile dei fili d’erba.</p>
<p style="text-align: justify;"><i>Miriam Corongiu</i></p>
<p style="text-align: justify;"><em>A Taranto, per l&#8217;Uno Maggio Libero e Pensante, davanti ad attivisti e attiviste di tutta Italia, decine di migliaia di persone e me stessa. </em></p>
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		<title>Quali linguaggi, quali strade</title>
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		<pubDate>Mon, 07 Mar 2022 11:56:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Miriam Corongiu]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[agroecologia]]></category>
		<category><![CDATA[femminismo]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">La tragedia che stiamo vivendo in questi giorni di rinnovata offensiva bellica ha gettato tutti e tutte nell’incredulità. Eravamo abituati a guerre remote, ad orrori mediati dalla lontananza geografica e dalla politica della differenza razziale. Oggi che ad essere sotto le bombe è la vicina Ucraina, i nostri sentimenti di repulsione si fanno più vivi, mentre più palpabile diventa la riflessione interiore sulla pace. E’ così puro il nostro desiderio di pace, così adamantino e indiscutibile nei nostri cuori che ci sembra impossibile non possa essere condiviso dall’umanità intera. Eppure, non lo è. Non lo è soprattutto da parte dei leader mondiali per i quali muovere guerra è come muovere pedine, spargendo un sangue che non è mai il loro.</p>
<p style="text-align: justify;">Sembra difficile trovare le parole per esprimere la confusione che c’è nei nostri cuori, tra ipotesi strategiche e tecnicismi del disarmo. Ciononostante, proprio adesso è fondamentale riprendere a ragionare senza fidelizzazioni di parte e senza tifoserie, inventando nuovi suoni e nuove armonie.</p>
<p style="text-align: justify;">Verso LOTTO marzo e in piena invasione, le femministe russe pubblicano al 28 febbraio un appello in cui non condannano soltanto la politica di Putin, ma la guerra assurta a categoria politica. Il femminismo non è oppositivo in sé, ma di certo sa opporsi con fermezza ai conflitti, alle violenze, alle prevaricazioni: “La guerra intensifica le disuguaglianze di genere e mette un freno per molti anni alle conquiste per i diritti umani. La guerra porta con sé non solo la violenza delle bombe e dei proiettili, ma anche la violenza sessuale” (<a title="Jacobin Italia" href="https://jacobinitalia.it/contro-laggressione-militare-di-putin/">traduzione Jacobin Italia</a>). Lo stupro come strategia militare, ancora oggi nel 2022, è una realtà ben definita, il linguaggio del dominio indiscusso sui nostri corpi e sull’interezza delle nostre vite.</p>
<p style="text-align: justify;">Quali strade percorrere, allora, quali parole da adoperare non solo ora nell’afasia dell’incredulità e tra le gimcane della propaganda politica, ma davanti gli assetti geopolitici che cambiano nuovamente profilando un’idea di Europa e di mondo che farà ancora una volta della sopraffazione la sua modalità comunicativa?</p>
<p style="text-align: justify;">Nettie Wiebe, esponente di spicco di La Via Campesina Canada, l’organizzazione internazionale che unisce circa 200 milioni di contadine e contadini, ha rilasciato in questi giorni un’intervista ad “<a title="Agroecology Now!" href="https://www.agroecologynow.com/spirituality-solidarity-lvc/">Agroecology Now!</a>” nella quale racconta estesamente di una pratica fortemente voluta dalle donne del movimento. Prima di aprire l’agenda politica delle riunioni, tutti e tutte si riuniscono in un tempo dedicato alla mistica, ossia alla spiritualità, mai intesa come religione. La mistica è diversa per cultura e provenienza geografica: ci sono danze del Bangalore, canti nel Canada o semi da condividere al centro del tavolo in altre regioni. Nettie, filosofa e contadina, dice che non a tutti possiamo approcciarci intellettualmente, ma che far sentire uomini e donne al sicuro, rendere possibile la loro affermazione come persone all’interno di un quadro spirituale è non solo una strategia di comunicazione interrazziale e interculturale, ma una necessità profonda delle donne in primis che, ancor prima di affrontare il tema del patriarcato, hanno riconosciuto il bisogno di sentirsi esseri umani.</p>
<p style="text-align: justify;">Mentre scrivevo il mio contributo per il Global Women’s Strike, il movimento internazionale che si occupa di cura come lavoro domestico e non, mi sono ritrovata a definirmi una pianta produttiva e silenziosa alla quale, nel paesaggio che io stessa – da contadina – ho contribuito a far rifiorire, non si fa più caso. Per la legge italiana sono imprenditrice agricola, non una donna con un enorme carico emotivo e lavorativo misconosciuto: sono tuttalpiù destinataria di finanziamenti, non soggetto di diritti. Com’è possibile che proprio io che coltivo cibo buono, cibo in grado di riconnetterci con tutto ciò che è vivo, faccia fatica a guardare a me stessa come essere vivente e desiderante?</p>
<p style="text-align: justify;">Sentirci esseri umani. Nella cultura occidentale, la razionalità è il tratto prevalente o, per dirla con Vandana Shiva, la binarietà riduzionista tra natura e cultura disegna il corpo come macchina alimentata dall’esterno, il cibo come massa ingegnerizzabile e l’anima come governo della separazione. Al contrario, una visione ecologica smantella “la camicia di forza del rapporto causa-effetto” (2018) e lascia spazio alla complessità delle interazioni. Vale a dire che la nostra cultura ci programma dividendoci dalla natura, tagliando in due ogni esperienza e relegandoci alla disconnessione dalla vita intesa come (bio)diversità di impulsi, stimoli e saperi.</p>
<p style="text-align: justify;">Sulla scorta di questa spiegazione, si comprende meglio perché non è facile per noi occidentali sedere sulla nostra impazienza, come dice Nettie, e lasciarci andare. Non è facile coltivare la nostra emotività se ritenuta socialmente segno di debolezza, dare spazio a ciò che non è codificato dal nostro sistema economico, usare linguaggi che non siano quelli della ragione e della politica degli uomini. Le nostre pratiche non sempre riflettono le nostre esigenze più intime, adeguandosi a tempi, parole e modi che sono spesso l&#8217;eco del padrone. Non basta cambiare le desinenze, per quanto necessario sia il dibattito sul rapporto tra lingua e patriarcato. Se non riusciamo a raggiungere il centro emotivo di tutti e tutte coloro che subiscono le disuguaglianze culturali, se non puntiamo sulla semplicità espressiva utile a farsi corpo nella vita di ognuno, il nostro sarà sempre un lavoro a metà.</p>
<p style="text-align: justify;">La terra usa un’altra lingua dall&#8217;alba dei tempi. E’ la lingua della pace interiore, dell’equilibrio, della ricomposizione nella differenza, parlata dalle erbe spontanee, dalle colture selezionate nei millenni o dalle danze tribali che accompagnano i raccolti, dagli usi e dai costumi che hanno fatto le società in tutte le culture contadine. Questa voce arriva sempre, al cuore di tutti, chiara e incontrovertibile. Nonostante le guerre siano sempre state ingaggiate per il possesso della terra e del potere che da quel possesso deriva, la terra – come il femminismo – non può che essere contro la guerra. E la guerra, per la lingua che parla, è fuor da ogni dubbio contro la terra.</p>
<p style="text-align: justify;">Diamo ragione dunque, ancora una volta, alle donne sudamericane quando dicono che non può esistere agroecologia senza femminismo, ma soprattutto che non può esistere femminismo senza agroecologia e, nella trama che dobbiamo tessere per superare l’ulteriore dualismo tra città e campagne, occidentali e orientali che siano, dobbiamo provare a dare forma e corpo ad altri linguaggi che sappiano esprimere meglio tutte le sfumature del nostro universo culturale. Non è certo una coincidenza se &#8220;cultura&#8221; e &#8220;coltivare&#8221; hanno la stessa radice linguistica: dalla terra veniamo noi e ciò che ci contraddistingue come esseri umani.</p>
<p style="text-align: justify;">Miliardi di stelle diverse, dunque. Ognuna brilla, ognuna illumina a prescindere dallo spazio siderale che abitano e dalla luce che emanano su questa terra capace di accoglierle tutte.</p>
<p style="text-align: justify;">Miriam Corongiu</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Grazie alle compagne della collettiva “Officina Femminista” di Orta di Atella che, nell’atto rivoluzionario di intitolare una piazza alla dimenticata Enrichetta di Lorenzo, eroina risorgimentale, hanno desiderato una volta di più dare spazio alla terra e al femminismo rurale al tempo della guerra degli altri.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Liberandoci, libereremo</title>
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		<pubDate>Sat, 08 Jan 2022 17:52:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Miriam Corongiu]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[femminismo]]></category>
		<category><![CDATA[agricoltura]]></category>
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		<category><![CDATA[lavoro di cura]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>Non dovrebbe essere permesso ai treni veloci di attraversare le campagne e interferire con il canto degli uccelli. Sono arrivata qui, nel mio orto, dietro la spinta di un desiderio più grande di solitudine e riparo, per dedicare a me stessa almeno una manciata di secondi in una giornata -l’ultima dell’anno &#8211; che mi tormenta da ieri. È tutto spoglio, [...]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Non dovrebbe essere permesso ai treni veloci di attraversare le campagne e interferire con il canto degli uccelli.</p>
<p style="text-align: justify;">Sono arrivata qui, nel mio orto, dietro la spinta di un desiderio più grande di solitudine e riparo, per dedicare a me stessa almeno una manciata di secondi in una giornata -l’ultima dell’anno &#8211; che mi tormenta da ieri.</p>
<p style="text-align: justify;">È tutto spoglio, disturbato dal cavalcavia che gli alberi denudati dall’autunno non riescono a nascondere e i cani che mi fanno festa, inconsapevoli di me e del treno, non leniscono il mio senso di abbandono. Siedo triste, sulla panca di legno scoperchiata e priva del telo protettivo, a sentire sul viso un piccolo calore, un detrito di sole, mentre provo a concentrarmi su questo ritaglio di vita che ho tra le mani.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi sento stanca e mi sembra sia giusto, dopo due mesi di lavoro nell’orto a perdifiato e l’enorme mole di lavoro di cura che ho dovuto gestire mio malgrado. Vorrei vivere questa giornata diversamente, divertendomi e trattandomi come l’ospite più desiderata invece di continuare a sgobbare, cucinare, rispondere amorevolmente a tutte le richieste, comporre diplomaticamente tutti gli scontri. Vorrei davvero avere due giorni di noia e non due giorni di lavori forzati ai quali gli obblighi familiari mi impediscono di sottrarmi. Quante di voi si sono sentite e si sentono così? So di dare parola a moltissime donne che vivono la dicotomia sentimentale tra il donare ricordi robusti ai quali, un giorno, i figli si aggrapperanno e la voglia costante di scappare via per vivere le feste in quanto “feste”.</p>
<p style="text-align: justify;">Seduta al pallore dell’inverno e reagendo al silenzio, capisco di aver sempre provato angoscia nel vivere il lavoro di cura della casa e (entro certi limiti) della famiglia perché per me è stato molto a lungo soltanto una privazione, la rinuncia forzata al tempo che – una volta terminato il lavoro cosiddetto per il mercato – avrei potuto dedicare alle mie passioni, qualunque esse fossero, all’approfondimento di me o al riposo. Anche oggi che posso definirmi più consapevole delle dinamiche che scaricano perlopiù sulle donne la fatica della cura, è sempre complicato relazionarmi al periodo delle feste e, più in generale, alle faccende domestiche, alla cucina e alle mille piccole e grandi esigenze della gestione familiare. Di fondo vivo psicologicamente male l’ambivalenza valutativa di cui è permeato socialmente questo lavoro (ritenuto fondamentale e infimo al tempo stesso) così come vivo con disagio la mia difficoltà di donna a ritenermi soggetto destinatario di diritti e, in questo ritaglio di tempo rubato, di un diritto in particolare: quello a vivere la cura anche come una grandissima seccatura, una palla al piede e una catena così pesante da potermi trascinare a fondo.</p>
<p style="text-align: justify;">Considerata essenziale per gli equilibri collettivi, la cura nei fatti non ha nessun rilievo politico e culturale. Quante volte ripetiamo che si da tutto per scontato? Che siamo invisibili e che dovremmo essere pagate? Ma aldilà del riconoscimento pubblico e personale che desidereremmo, il problema è (anche) profondamente intimo e ha radici nella concezione che noi stesse abbiamo o non abbiamo costruito nel tempo del valore da attribuire alle nostre singole esistenze e in quello da attribuire al nostro ruolo dentro casa/famiglia.</p>
<p style="text-align: justify;">bell hooks &#8211; che leggo in questi giorni a scopo ricostituente – nel suo “Elogio del margine” (antologia di testi prodotti tra il 1991 e il 1998) scrive un capitolo meraviglioso dal titolo “Casa. Un sito di resistenza”. La hooks parla di nerezza e patriarcato fuori e dentro le baracche prima, le abitazioni poi, delle donne che hanno subito la schiavitù e l’emarginazione razziale, spiegando quanto sia stato importante e misconosciuto il loro tentativo, attraverso la cura, di non lasciarsi culturalmente e mentalmente “occupare” dal suprematismo bianco. Le loro case erano focolai di resistenza in cui potersi ritrovare aldiquà dei binari che le separavano dalla città dei padroni, vivibile solo in quanto luogo dei privilegi altrui e della loro inferiorità.  Nelle loro case ritornavano ad essere se stesse e &#8211; anche se il sessismo non le avrebbe risparmiate nemmeno lì – costruivano le possibilità affettive e culturali in cui altre giovani donne avrebbero potuto autodefinirsi, crescere consapevoli e, alla fine, ribellarsi.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Ritornare ad essere se stesse per ribellarsi</em>.</p>
<p style="text-align: justify;">Ho concepito fin dai primi istanti L’Orto Conviviale come la scelta ragionata di contestualità tra casa e politica, offrendo sempre uno spazio di riposo e riflessione a chiunque ne avesse bisogno, aprendo le porte al mondo ecologista, femminista e contadino seguendo semplicemente l’onda del mio profondo desiderio di crescere con mia figlia in un climax intellettuale rigenerativo. Non ho mai distratto forze verso il modello del salotto culturale: volevo praticare una forma di resistenza trasformativa in cui coinvolgere chiunque.</p>
<p style="text-align: justify;">La mia casa e la mia terra non sono mai state neutre, ma fortemente partecipate e partecipative e dentro questi confini così labili, frangibili da tutti, ho sviluppato la mia declinazione di agricoltura e di femminilità. La mia. E’ una vittoria enorme per me.</p>
<p style="text-align: justify;">Contro la mia stessa educazione che mi voleva straordinaria, ma nell’ordinarietà delle relazioni di potere, affermata professionista e/o instancabile organo riproduttivo, sono riuscita con moltissima fatica e inizialmente senza comunità di supporto a scrollarmi pian piano di dosso l’idea che dovessi essere un ingranaggio perfetto in una macchina infernale. Sono assolutamente sghemba e non nell’accezione commerciale che si da della diversità: sono più verosimilmente un ammasso confuso di desideri, pratiche, studi, martiri ed esaltazioni. Cresciuta con l’idea monolitica di dover eccellere in un settore e in uno soltanto (la ballerina, l’avvocato, l’astronauta) ho vissuto la mia curiosità e il mio eclettismo come un difetto, scoprendo solo tardi che io coincido con le mie necessità intellettuali e fisiche, non con le esigenze del mercato.</p>
<p style="text-align: justify;">Il mio percorso politico sui territori, di conseguenza, non è stato mai semplice e nemmeno nelle organizzazioni strettamente ecologiste sono riuscita a riconoscere pienamente il suono della mia voce. Molti movimenti sono ancora attraversati da scelte strategiche che non tengono conto dei tempi delle donne o delle loro esigenze, così come sacrificano sull’altare del buon esito politico il modo in cui ci sentiamo – uomini e donne – in relazione alle tragedie in cui siamo immersi. Nel tentativo di essere riconosciuta dagli altri, di ribellarmi e di trovare un posto che non fosse quello che la mia famiglia e la società mi avevano assegnato, ho dimenticato di attribuirmi un valore.</p>
<p style="text-align: justify;">Ritengo, ad oggi, di aver potuto imparare a percepire me stessa solo quando da me stessa ho smesso di fuggire, quando pur amando molto la lotta per la giustizia ambientale che mi ha forgiata, mi sono concessa di scendere alla mia fermata. Ho dovuto. Senza smettere di rimboccarmi le maniche: “coloro che ci dominano e ci opprimono sono in posizione di massimo vantaggio proprio quando non abbiamo nulla da dare a noi stesse, quando ci hanno sottratto a tal punto la nostra dignità, la nostra umanità, che non ci rimane nulla, nessun “focolare domestico” dove riprendere possesso di noi stesse”</p>
<p style="text-align: justify;">In questo autoritratto dipinto a tentoni, il focolare domestico ha avuto e continua ad avere per me un ruolo determinante. Non è più lo spazio sessista in cui essere rinchiusa, ma lo spazio di liberazione in cui praticare la mia rivoluzione.</p>
<p style="text-align: justify;">La hooks, sostenitrice della teoria secondo la quale liberazione razziale e patriarcale devono essere due tensioni da unificare, scrive anche “non è un caso che il regime di apartheid sudafricano attacchi e distrugga sistematicamente gli sforzi della nostra gente per costruirsi un sia pur precario focolare domestico, quella piccola realtà privata dove donne e uomini neri possono ricrearsi e ritrovare se stessi”.</p>
<p style="text-align: justify;">Oggi, privarci della terra accrescendo le economie di scala, devastandola, rendendola appannaggio solo dei grandi investitori e svuotandola del significato culturale che ha sempre avuto in tutte le civiltà, tranne che in questa nostra del wasteocene, ha esattamente lo stesso scopo: disperderci e privarci di un luogo in cui praticare la resistenza, in cui ritrovarci e autodefinirci. Oggi, noi che abbiamo il privilegio di avere una casa e di abitare l’emisfero più fortunato, non possiamo esimerci dal farne un avamposto di cambiamento e di praticarvi all’interno la nostra liberazione e quella degli altri.</p>
<p style="text-align: justify;">Né quello di bell hooks, né sommessamente il mio, sono perciò un elogio della famiglia tradizionale, né della figura materna o matriarcale. Al contrario. Un focolare domestico è tale se è capace di accogliere ogni differenza e di comporla nell’accettazione e nell’empatia, lasciando spazio alle esigenze di tutti e, in primis, alle nostre. Un focolare domestico è tale se passiamo dalla maternità alle genitorialità e se decliniamo la cura come una possibilità e un dovere da condividere con tutti.</p>
<p style="text-align: justify;">Ripensare dunque il nostro ruolo all’interno delle nostre famiglie partendo da una comprensione divergente per noi stesse, per quelle che siamo e soprattutto per quello che vorremmo e possiamo ancora essere, significa non solo riconferire dignità a quello che facciamo, ma trovare un pensiero attivo utile a sopportarne il peso. Significa non solo politicizzare (quindi universalizzare) la rilevanza della cura, ma – nel farlo &#8211; costruire uno spazio fisico in cui riconoscerci e avere privacy, ritagliarci tempo libero per ciò che amiamo fare, coltivare l’ebbrezza, la follia, l’arte, la politica, l’amore diverso, mettendo da parte le convenzioni sociali e le assurde aspettative che – talvolta – emanano solo dal modello patriarcale in cui siamo state cresciute.</p>
<p style="text-align: justify;">Significa, in altri termini, cercare di assomigliarci di più e di amarci a dispetto di tutto, per come siamo: uniche nel nostro “genere”.</p>
<p style="text-align: justify;">Liberandoci, dunque, libereremo.</p>
<h6><em><a href="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2020/08/rosa.jpg"><img class="size-medium wp-image-545 alignleft" src="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2020/08/rosa-300x199.jpg" alt="rosa" width="300" height="199" /></a>Sono qui, nel mio orto, per riconciliarmi con te, Madre. Vorrei stendermi nel prato freddo e trovare il tuo perdono per quello che ho fatto e per quello che non ho fatto. Vorrei essere in grado di sapere tutto di te, di abbracciare con la conoscenza ogni tua foglia e ogni tua radice, vorrei vivere solo con te, in mezzo a te, nella nostalgia (dolore del ritorno) che sussurri ad ogni mio passo. Vorrei conoscere ogni verso e parlare la tua lingua, ma nell’infinita bellezza che ostenti, riesco solo debolmente ad ascoltare. </em></h6>
<h6 style="text-align: justify;"><em>Sei tu mia madre, io ti sento.</em></h6>
<h6 style="text-align: justify;"></h6>
<p style="text-align: justify;"><em>Miriam Corongiu</em></p>
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		<title>Centomila fiori</title>
		<link>https://www.georgika.it/wordpress/?p=563</link>
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		<pubDate>Wed, 28 Jul 2021 17:49:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Miriam Corongiu]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[agricoltura]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>Il fascino millenario delle api nasce da un livello di cooperazione così organizzato e perfetto da essere diventato riferimento e sogno dell’umanità che vorremmo. Leggere e inconsapevoli della loro generosa natura, le api propagano la biodiversità così necessaria alla sopravvivenza di ogni specie e, ignare del do ut des alla base della mistificazione che permea le nostre relazioni, costruiscono l’habitat [...]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il fascino millenario delle api nasce da un livello di cooperazione così organizzato e perfetto da essere diventato riferimento e sogno dell’umanità che vorremmo. Leggere e inconsapevoli della loro generosa natura, le api propagano la biodiversità così necessaria alla sopravvivenza di ogni specie e, ignare del <em>do ut des </em>alla base della mistificazione che permea le nostre relazioni, costruiscono l’habitat del mondo che verrà. A differenza di altri insetti impollinatori, non hanno coscienza del soffio impercettibile che la loro vita costituisce nello spazio e nel tempo e producono più miele di quanto sia necessario alla covata: lasciano così in eredità non solo la perfetta geometria delle loro case ceree e la dolcezza del cibo degli dei, ma la dimensione di una società programmata amorevolmente per il futuro. Quella che noi non siamo in grado di realizzare.</p>
<p style="text-align: justify;">Il rapporto UNEP 2021 (United Nations Environment Program) sottolinea come siano ben tre le crisi planetarie da affrontare: i cambiamenti climatici, l’emorragia di biodiversità e l’inquinamento. Mette anche in evidenza come porre fine a queste crisi sia indispensabile per ridurre la povertà, l’insicurezza alimentare/idrica e le pessime condizioni di salute in cui versiamo. Secondo lo stesso rapporto “i governi dovrebbero includere il capitale naturale nelle misurazioni della performance economica, dare un prezzo al carbonio, eliminare gradualmente i sussidi verso i combustibili fossili e reindirizzare i proventi verso soluzioni a basse emissioni di carbonio” tutti punti essenziali per incamminarci verso la salvezza di un pianeta fustigato dalla nostra presenza e di una natura con cui siamo in guerra da troppo.</p>
<p style="text-align: justify;">Fa particolarmente effetto ritrovare tra questi goals indifferibili anche le governance partecipate, il <em>multistakeholderism </em>tanto sbandierato in ogni agenda internazionale e mai veramente voluto da tutti gli anelli di ogni catena di comando. L’effettivo diritto di tutte le parti interessate (<em>stakeholders</em>) a prendere parte ai processi decisionali è un claim dal basso, il perno intorno al quale ruotano le rivendicazioni di quei cittadini e di quelle cittadine che vivono l’ingiustizia ambientale e sociale come una ferita indelebile, qualsiasi sia il loro orientamento politico e qualunque sia il loro posto nel mondo.</p>
<p style="text-align: justify;">I contadini, per esempio, lamentano da sempre scarsissima attenzione all’agricoltura come lavoro in armonia con la terra contro quell’agricoltura industriale che della terra è solo sfruttamento perché concepita come massimizzazione dei profitti. La sovranità alimentare è il diritto di tutti ad autodeterminarsi attraverso la produzione del cibo buono, sano e giusto, ma rimane una mera enunciazione concettuale nelle mani dei potenti. Al Pre-Summit romano del Food System Summit di settembre, infatti, avuto luogo in questi giorni, avremmo potuto/dovuto assistere allo svolgersi di lavori preparatori aperti davvero ad ogni parte interessata e invece – come denuncia da tempo La Via Campesina – abbiamo potuto solo assistere all’ennesima danza di morte delle corporations legate alla grande produzione, alla grande distribuzione e ai sindacati che inevitabilmente le sostengono snaturando il loro stesso ruolo.</p>
<p style="text-align: justify;">La battaglia per una nuova Politica Agricola Comune, nell’ambito della quale risuona il pesante tintinnio di 350 miliardi di euro, non è andata a buon fine e – come sottolinea Fabio Ciconte dalle pagine di Terra e di Domani – dovremo aspettare il 2027, altri sette anni in cui l’agricoltura aggraverà la crisi climatica, per vedere se l’Europa deciderà di spostare l’asse dal greenwashing ai fatti.</p>
<p style="text-align: justify;">Non li abbiamo altri sette anni.</p>
<p style="text-align: justify;">La grandinata record in Emilia Romagna con bombe di ghiaccio grandi come meloni e il caldo record di questi giorni con temperature più alte anche di 18° rispetto alla media stagionale ci dicono che a fallire non sono state la Comunità Europea, né le buone intenzioni della società civile, ma l’umanità tutta.</p>
<p style="text-align: justify;">L’agricoltura dovrebbe avere il potere di cambiare le nostre vite e noi, mani nella terra, dovremmo avere sempre la possibilità e il diritto di ricongiungerci a ciò che siamo stati, di dissipare le nostre inquietudini e di ritrovare la nostra identità riallineandoci con gli equilibri naturali. Dovremmo avere il tempo e il modo di sentirci magnifiche piante, felci lussureggianti nelle giungle equatoriali, modeste, ma luminosissime ginestre alle falde del Vesuvio oppure erica bianca nelle piane scozzesi così vicine al cielo. Potremmo essere api e, con infinita pazienza e alacrità, toccare centomila fiori in un volo soltanto per diffondere la speranza e la concretezza della vita, costruire case che non siano di carta e creare abbondanza, non fame, né infelicità, per tutti gli esseri viventi.</p>
<p style="text-align: justify;">Potremmo. Dovremmo.</p>
<p style="text-align: justify;">L’agricoltura rimane invece terreno di scontro per chi gareggia a essere più potente, per i rapporti di forza e per una visione patriarcale del tutto anacronistica della terra come del mondo. Senza nutrire, dopo il covid e nel mezzo del torpore che ha portato, particolari speranze per il futuro della nostra specie, non sento oggi di poter investire emotivamente e politicamente sulle api come ispirazione e modello.</p>
<p style="text-align: justify;">I questi giorni di sofferenza in cui facciamo la conta dei danni e aspettiamo, tremando, quella dei morti per il caldo fuori misura, mi basterebbe essere uno di quei centomila fiori: sarà anche fede nell’effimero e quindi intima consapevolezza della mia impotenza, ma per un attimo sarò stata baciata da una favola e, sempre e solo per un attimo, mi sarò sentita innocente e viva nell’infinito deserto che c’è.</p>
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