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	<title>Georgika &#187; decrescita felice</title>
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	<description>Terre dei Fuochi. E di Vita.</description>
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		<title>Il Giardino degli Alberi Dimenticati</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Sep 2016 15:56:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Miriam Corongiu]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[agricoltura]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>Ci sono luoghi nella mia terra in cui è difficile immaginare la pace e la bellezza. Luoghi dove la natura è cancellata dalla mancanza di speranza e di prospettiva. Luoghi dove l’amore è negato dal narcisismo e dalla brutalità. È in quei luoghi, però, che torno tutte le volte che desidero sentire il flusso della vita perché è lì che [...]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Ci sono luoghi nella mia terra in cui è difficile immaginare la pace e la bellezza. Luoghi dove la natura è cancellata dalla mancanza di speranza e di prospettiva. Luoghi dove l’amore è negato dal narcisismo e dalla brutalità.</p>
<p style="text-align: justify;">È in quei luoghi, però, che torno tutte le volte che desidero sentire il flusso della vita perché è lì che nasco ed è lì che muoio un po’ ogni giorno. Che si chiami Terra dei Fuochi o che sia semplicemente l’orto dietro casa mia, lì trovo la forza di immaginare il futuro e le sue radici. Ed è in un punto preciso del mio campo, tra il gelso intorno al quale si arrampicano le mie piccole zucche e gli albicocchi che nessuno ama più, che tratteggio il disegno di un giardino nuovo, fatto di Alberi Dimenticati.</p>
<p style="text-align: justify;">Perché gli Alberi Dimenticati esistono, come contorni sfumati dei sogni di quand’ero bambina. Sono alberi come il cotogno, i cui frutti legnosi riempiono di profumo le torte delle nonne o come il nespolo mediterraneo, di cui ci sfugge perfino l’aspetto, del tutto obliato da varietà moderne dai nomi d’oltreoceano.</p>
<p><a href="http://decrescitafelice.it/wp-content/uploads/pero-cotogno.jpg" rel="attachment wp-att-12246"><img class="size-full wp-image-12246 alignleft" src="http://decrescitafelice.it/wp-content/uploads/pero-cotogno.jpg" alt="Pero Cotogno" width="296" height="394" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Sedendo per terra, sporcandomi il jeans e le mani, fisso lo sguardo tra le foglie per un po’. Gli uomini hanno scelto le grandi coltivazioni, le rese sicure, l’ingegneria genetica e l’innovazione forzata in un campo, l’agricoltura, in cui la fertilità è figlia solo di una spontaneità che vuole essere addomesticata con dolcezza. Abbiamo creato grandi eserciti in luogo di piccoli e funzionali drappelli di sentinelle, senza renderci conto che ciò che è troppo grande spesso finisce con il perdere l’identità, mentre l’esigenza di sicurezza va trasformandosi in meschinità. E andar dietro alle novità non vuol dire sempre progredire: vuol dire sovente dimenticare.</p>
<p style="text-align: justify;">Bisogna fare i conti, dicono, con il mercato. Dobbiamo immettervi serie ininterrotte di nuove cultivar, preferendo piante resistenti agli attacchi degli insetti fitofagi e commercialmente convenienti solo per un ciclo di 5-9 anni, per poterle poi sostituire con altre varietà quando le rese cominciano a diminuire. Sono piante i cui semi sono ibridi, sterili, privi di futuro, perché ci rendano tutti dipendenti dalle multinazionali dell’agrochimica. E in questa folle corsa alla più gigantesca e distruttiva modifica del paesaggio che sia mai esistita, il modo in cui la natura si è espressa fin dalla sua alba, la biodiversità, diventa essa stessa un termine alla moda e nulla più.</p>
<p style="text-align: justify;">Ricordare gli alberi, questi possenti, fruscianti, tranquilli amici, non è dunque un esercizio di memoria. Bisogna tornare a riconoscerne le fattezze, un po’ come bisogna tornare a interpretare l’alfabeto dei nostri sentimenti. E’ una questione di ritmo: senza seguire quello cadenzato delle stagioni, della luna e del cuore, non potremo che sentirci smarriti.</p>
<p style="text-align: justify;">Perciò il mio Giardino sarà un ricordo vivente di ciò che non è più e sarà popolato da giovani alberi di specie dimenticate. Sotto i loro rami mostrerò alle persone la loro delicata resistenza al tempo e racconterò loro storie perdute di bambini nemmeno troppo antichi, di tradizioni cancellate dalla modernità e di quanto sia importante, a volte, recuperare il passato per dare vita al futuro. Con i loro frutti preparerò leccornie da mangiare su tovaglie a quadroni stese alla rinfusa sull’erba e su quell’erba inviterò tutti a sdraiarsi, per sentire quella frescura naturale che non ci appartiene quasi più. Si può sognare ad occhi aperti all’ombra di alberi così.</p>
<p style="text-align: justify;">Perché è vero che, come è accaduto per la lentezza, questi alberi non hanno più voce, se non quella del vento. Ma, a sforzarsi di ascoltare il vento e di prendere la corrente giusta, si può anche imparare a volare.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Miriam Corongiu</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em><a href="http://decrescitafelice.it/2016/09/il-giardino-degli-alberi-dimenticati/">&#8220;Il Giardino degli Alberi Dimenticati&#8221;</a> è stato pubblicato sul sito nazionale del Movimento per la Decrescita Felice</em></p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>No Triv e il 17 aprile: la marea che sale dal basso</title>
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		<pubDate>Mon, 11 Apr 2016 21:21:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Miriam Corongiu]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[decrescita felice]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>Il 17 aprile siamo tutti chiamati a esercitare un diritto fondamentale. Qualunque cosa dicano il premier Renzi e le varie voci a favore del NO, il referendum abrogativo sulle trivelle non è inutile e non verte solo su un dettaglio tecnico: è la possibilità di riappropriarci di uno strumento, l’ultimo, di democrazia diretta e di dare un giudizio politico sull’operato [...]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il 17 aprile siamo tutti chiamati a esercitare un diritto fondamentale. Qualunque cosa dicano il premier Renzi e le varie voci a favore del NO, il referendum abrogativo sulle trivelle non è inutile e non verte solo su un dettaglio tecnico: è la possibilità di riappropriarci di uno strumento, l’ultimo, di democrazia diretta e di dare un giudizio politico sull’operato di un governo le cui strategie energetiche, come dimostra il recente scandalo di Tempa Rossa in Basilicata, hanno il solo scopo di favorire i finanzieri dell’oro nero.</p>
<p style="text-align: justify;">Il quesito referendario, l’unico di sei sopravvissuto al vaglio della Corte Costituzionale, pone un interrogativo preciso: noi italiani dovremo decidere se le concessioni per la coltivazione di idrocarburi a meno di dodici miglia dalla costa dovranno cessare all’esaurimento dei giacimenti di gas o petrolio che vi insistono oppure al termine della durata della concessione (trent’anni che possono, tra varie proroghe, arrivare anche a cinquanta). Intorno a quella che sembra una goccia nel mare, una specie di cavillo giuridico, si muovono non solo i due schieramenti del SI e del NO, ma due concezioni del mondo del tutto antitetiche. Forti solo della loro volontà e del senso critico che un governo molto autoritario e poco autorevole sa instillare, i “quattro comitatini” che pullulano su tutto il territorio nazionale hanno ingaggiato una feroce lotta contro il tempo, sostenendo sopra ogni cosa il diritto dei popoli ad autodeterminarsi. Il Coordinamento Nazionale No Triv, che da anni catalizza le lotte e le esperienze delle comunità afflitte dall’insulto ambientale prodotto dalle trivellazioni, ha messo in campo mille iniziative e una campagna referendaria come poche: creatività, spirito, informazione capillare.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://decrescitafelice.it/wp-content/uploads/si-lo-voglio-2-1.jpg" rel="attachment wp-att-11584"><img class="alignright wp-image-11584" src="http://decrescitafelice.it/wp-content/uploads/si-lo-voglio-2-1.jpg" srcset="http://decrescitafelice.it/wp-content/uploads/si-lo-voglio-2-1-150x150.jpg 150w, http://decrescitafelice.it/wp-content/uploads/si-lo-voglio-2-1-300x300.jpg 300w, http://decrescitafelice.it/wp-content/uploads/si-lo-voglio-2-1.jpg 540w" alt="si, lo voglio 2" width="471" height="471" /></a>Quell’informazione artatamente boicottata, come tutto il referendum, sulla TV generalista e sui quotidiani main stream, è invece passata sul web, sui social networks e soprattutto in migliaia di incontri, convegni, banchetti informativi, catene umane, flash mob, spot di artisti, concerti, cortometraggi. Insomma, quanto più Renzi pensa di oscurare, tanto più i territori fanno luce con il mezzo più potente che hanno a disposizione: la cultura. Stare insieme, uniti nell’impegno attivo e nello sviluppo di sapere e consapevolezza, diventa così  una rivoluzione pacifica.</p>
<p style="text-align: justify;">Fossi in Renzi, rifletterei su questa ondata che viene dal basso. Non tanto in virtù del 18 aprile: il giorno dopo il referendum, non si perderà nessun posto di lavoro, né – come la mala fede fa dire ai sostenitori del NO – dovremo fare a meno del petrolio o del gas metano da un momento all’altro. La password è “transizione” e l’espressione chiave è riduzione graduale dei consumi e degli sprechi a vantaggio di forme alternative di energia pulita. Transizione vuol dire passaggio, trasformazione. Vuol dire che nuovi comparti energetici in grado di rispettare l’ambiente, se favoriti, produrranno impiego senza cannibalizzare altre forme di economie territoriali come turismo e agricoltura.</p>
<p style="text-align: justify;">Il Primo Ministro non comprende che la gente, in maniera molto naturale e spontanea, si riconosce nell’opposizione (e lo si legge sui comunicati di tutti i comitati referendari) ad un modello di sviluppo iniquo e assassino. A questo punto, caro Matteo, non siamo solo noi della Decrescita Felice a necessitare le cure di “uno bravo”, come lei di recente ha sostenuto. Siamo i 60.000 di Lanciano, i 130.000 della Terra dei Fuochi, i 40.000 di Potenza. Siamo tanti, troppi. Siamo persone con una visione di ampio respiro e con una speranza: quella di liberarci di uomini come lei che pensano di poter soffocare le nostre aspettative e, quel che è peggio, di barattare la nostra vita con un pugno di barili di petrolio a colpi di emendamenti notturni e telefonate imbarazzanti.</p>
<p style="text-align: justify;">Siamo stanchi di dover scegliere tra lavoro e salute, tra il pane e le cure mediche. In molti casi, siamo addirittura disperati. Ma sappiamo che è la vita dei nostri figli a essere il vero oro. E non è certo nero.</p>
<p style="text-align: justify;">Pertanto, questo referendum, che ci è costato tanto quanto tutte le royalties provenienti dagli idrocarburi estratti nell’ultimo anno e solo perché lei ha pensato di metterci i bastoni tra le ruote scorporandolo dalle amministrative di maggio, non è affatto un dettaglio tecnico: è la possibilità che lei ci ha gentilmente concesso di essere ancora di più una comunità consapevole, unita, forte. In questo, lo devo ammettere, lei ha ottenuto più risultati dello stesso Coordinamento Nazionale No Triv.</p>
<p style="text-align: justify;">A fronte del suo gravissimo e vergognoso invito all’astensionismo, di tutti i sotterfugi adottati con la Legge di Stabilità per non arrivare alle urne e indipendentemente dai risultati del referendum stesso, noi oggi siamo nei fatti una marea. E il mare, ci pensi su,  non lo ferma nessuno: nemmeno le sue trivelle.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Miriam Corongiu</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Articolo pubblicato sul sito nazionale di</em> <a title="No Triv e il 17 aprile: la marea che sale dal basso" href="http://decrescitafelice.it/2016/04/no-triv-e-il-17-aprile-la-marea-che-sale-dal-basso/">MDF:http://decrescitafelice.it/2016/04/no-triv-e-il-17-aprile-la-marea-che-sale-dal-basso/</a></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><em><span class="whole-read-more">“Per me l’uomo colto è colui che sa dove andare a cercare l’informazione nell’unico momento della sua vita in cui gli serve” – Umberto Eco</span></em></p>
<p><a href="http://www.notriv.com/">Coordinamento Nazionale No Triv</a></p>
<p><a href="http://dorsogna.blogspot.it/">Maria Rita D’Orsogna – fisico, docente universitario, attivista ambientale</a></p>
<p><a href="https://www.youtube.com/watch?v=aubnsXS-_FY">Enzo Di Salvatore, docente di Diritto Costituzionale e co-fondatore del CN No Triv – Le Ragioni del SI</a></p>
<p><a href="https://www.youtube.com/watch?v=n6d-oVTJVW8">Criminali dalla faccia pulita – Roberto Pennisi, DNA, sui legami tra mafie e imprenditoria deviata nell’Italia dei Veleni. Intervista di Pino Ciociola.</a></p>
<p><a href="https://andreaspartaco.wordpress.com/amaralucania_il-film/">Amara Lucania – docufilm di Andrea Spartaco</a></p>
<p><a href="http://www.decrescita.com/news/si-contro-ignoranza-e-bugie/">“Referendum 17 aprile: SI contro ignoranza e bugie” di Igor Giussani, Decrescita Felice Social Network</a></p>
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		<title>Azioni in&#8230;campo!</title>
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		<pubDate>Wed, 23 Mar 2016 14:25:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Miriam Corongiu]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Tutti in classe! Un cesto di mandarini e una pen drive sono per oggi i miei attrezzi del mestiere: dai miei orti conviviali alla II B, scuola media “Mauro Leone” in provincia di Napoli, per seminare in conoscenza e coltivare la speranza con “Azioni in…campo!”, il mio semplice progetto su agricoltura buona, economia solidale e difesa ambientale. Si parla d’amore, stamattina! [...]</p>
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]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="pagetitle" style="text-align: justify;">Tutti in classe! Un cesto di mandarini e una pen drive sono per oggi i miei attrezzi del mestiere: dai miei orti conviviali alla II B, scuola media “Mauro Leone” in provincia di Napoli, per seminare in conoscenza e coltivare la speranza con “Azioni in…campo!”, il mio semplice progetto su agricoltura buona, economia solidale e difesa ambientale. Si parla d’amore, stamattina! D’amore e rispetto per la terra da tradurre in gesti quotidiani, suggerendo che le singole scelte contano e che fanno la differenza. Sempre!</p>
<p style="text-align: justify;">Nell’aula, vivace e rumorosa, la lavagna multimediale fa sfigurare un po’ quella in ardesia che le è rimasta timidamente accanto e ventisette paia di sguardi curiosi mi dicono che, anche se solo per le prossime due ore, ho il grande privilegio di cercare la strada verso la loro immaginazione. Il futuro si costruisce così: disegnando un mondo migliore con i gessetti colorati.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2016/03/20160216_091645.jpg"><img class="  wp-image-352 alignleft" src="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2016/03/20160216_091645-300x169.jpg" alt="20160216_091645" width="334" height="188" /></a>In jeans e maglietta mi aggiro un po’ intimorita tra i banchi e chiedo: “Avete mai pensato di fare i contadini da grandi? ” Certo che nessuno ci ha mai pensato! Chi penserebbe oggi che i contadini sono le vere sentinelle della terra? Oggi siamo in molti a studiare, impariamo tecniche antiche e nuove, ci informiamo su ciò che davvero è meglio per le colture, ma soprattutto amiamo intensamente. Sappiamo, per esempio, che in un solo grammo di roccia vivono circa 14.000 microorganismi e che le radici delle piante messe a dimora in un campo dovranno creare milioni di legami con ciascuno di essi: pesticidi e diserbanti spazzano via questo continuo fare all’amore e avvelenano ciò che vi cresce su. Lavoriamo duramente noi contadini, a schiena bassa, e non dovremmo lasciare che i contadini di altri mondi, in Sud America o in Africa, vengano schiavizzati dalle multinazionali dell’agroalimentare: il sudore è lo stesso in ogni angolo del globo, dovremmo avere tutti gli stessi diritti. Conosciamo il potere distruttivo dell’inquinamento, legale ed illegale (ma comunque e sempre criminale) e dovremmo porci a difesa del nostro territorio, perché più di tutti sappiamo che se si ammala la terra, noi ci ammaliamo con lei.</p>
<p style="text-align: justify;">Li vedo, i ragazzi, mentre vanno via le slide animate e colorate, stare attenti a parole che, forse, non hanno mai sentito. E fanno domande anche, parlando delle loro esperienze in un orto, contenti di potermi dare del tu. Ma come potreste fare voi, se anche non diventaste mai contadini, ad amare la terra e a proteggerla sempre? Prima regola: mangiare bene! Poca carne! Perchè mangiare carne, dimostro loro, non fa solo male alla salute – se si eccede – ma anche all’ambiente: per consumo di suolo, di combustibili fossili e d’acqua.</p>
<p style="text-align: left;"><a href="http://decrescitafelice.it/wp-content/uploads/CASSETTE-ORTAGGI.jpg"><img class=" size-medium wp-image-9733 alignright" src="http://decrescitafelice.it/wp-content/uploads/CASSETTE-ORTAGGI-300x184.jpg" alt="" width="300" height="184" /></a>E le verdure? Si, ok…Ma quali verdure? Facciamo un gioco, dividiamoci in squadre!!! Scatta subito il rumore assordante dei banchi che si spostano, il chiasso di chi ha davanti un po’ di svago e le voci, sempre troppo alte, dei ragazzi che si affacciano alla vita. Passano sulla lavagna multimediale le foto di frutta e ortaggi: per ogni abbinamento corretto tra un prodotto della terra e la sua stagione, assegnerò un mandarino del mio albero…ridono!!! E rido felice anch’io.</p>
<p style="text-align: justify;">Così, mentre ci divertiamo tra un cavolfiore e una prugna, i mandarini si accumulano sui banchi e scopriamo che le melanzane a gennaio non ci sono – e no, proprio non ci sono – e che se le vediamo al supermercato non dobbiamo fidarcene, perché sono coltivate tra mille sostanze nocive. La natura è così perfetta da darci stagione per stagione tutte le sostanze nutritive di cui ha bisogno il nostro organismo. Bisogna assecondare il ritmo delle stagioni, della luna e del cuore, riappropriarsi della simbiosi che è sempre esistita tra noi e la terra. E bisogna soprattutto tornare a comprare dai contadini perché i contadini sanno aspettare e la loro attesa rispetta profumi e sapori e…la squadra B vince!!!Giù di applausi mentre ci ricomponiamo un po’ e andiamo tutti insieme a parlare, tra le ultime risate, di contadini nel mondo.</p>
<p><a href="http://decrescitafelice.it/wp-content/uploads/raccoglitore-canna-da-zucchero.jpg"><img class="wp-image-9737 " src="http://decrescitafelice.it/wp-content/uploads/raccoglitore-canna-da-zucchero-300x200.jpg" alt="" width="400" height="300" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">In questa foto tratta da “Internazionale”, posano due coltivatori di canna da zucchero, padre e figlio, in Nicaragua: “Il lato oscuro del cibo”. Suggerisco ai ragazzi di guardare oltre l’immagine, perché possano guardare anche oltre il cibo sulle loro tavole. Caffè, zucchero, cacao sono solo alcuni dei prodotti che arrivano da altri mondi e il cui basso costo è fondato sullo sfruttamento del lavoro servile in campi così lontani da sembrare irreali. Quando mostro ai ragazzi un pacco di zucchero da commercio equo e solidale, mi rendo conto che non sanno nemmeno che il vero colore dello zucchero è quello bruno, come la pelle di chi lo raccoglie. Si, costa di più…ma vale sempre la pena privarsi di qualcosa per sostenere le popolazioni che ne hanno bisogno e per mangiare sano.  Si chiamano acquisti responsabili.</p>
<p style="text-align: justify;">Ed è sulla responsabilità che provo a far leva per parlare di inquinamento: la Campania, Terra tradita dai Fuochi.  Per gentile concessione di Pino Ciociola, inviato speciale di Avvenire, instancabile nel difendere i diritti fondamentali di chi si ammala e muore qui da noi, ho potuto mostrare in aula uno dei suoi documenti video.</p>
<p><iframe width="860" height="484" src="https://www.youtube.com/embed/inZN_4Fc_Z4?feature=oembed" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<p style="text-align: justify;">Se è vero, come è vero, che la terra non è una cosa, ma un essere vivente, realtà come quella della Resit di Giugliano in Campania non dovrebbero poter esistere. In questa enorme discarica di proprietà dell’avvocato Cipriano Chianese, imprenditore senza scrupoli e signore dei rifiuti , sono state sversate 350.000 tonnellate di rifiuti speciali provenienti da tutta Italia. Il geologo Renato Balestri, su richiesta della Procura di Napoli, scrive nel famoso rapporto del 2010 che “la contaminazione in corso nell’area vasta di Giugliano è così grave che entro il 2064 provocherà un disastro ambientale totale”. Il Commissario alle Bonifiche Mario De Biase, nel 2013, sostenne che la soluzione più sicura, oltre a convertire in “no food” tutti i terreni coltivati circostanti, avrebbe dovuto essere un enorme sarcofago sotterraneo in cemento armato. Come a Chernobyl o a Fukushima. In quanti ancora dovremo morire, a Giugliano come in qualunque altra terra dei fuochi all’italiana, per la lucida scelleratezza di questa generazione di assassini?</p>
<p style="text-align: justify;">Amare teneramente e senza misura. Custodire la vita. Ripristinare il legame spezzato con la terra. Suscitare meraviglia e stupore per l’infinita Bellezza del Creato. E’ questo che si deve fare, a partire dai piccoli, per riconvertire un manto erboso da tappeto sotto il quale nascondere rifiuti tossici al prato che è sempre stato.</p>
<p style="text-align: justify;">Riprendo il mio cesto di frutta, ormai vuoto, e rinfodero la mia pen drive: lascio i ragazzi contenta di aver fatto almeno un tentativo in questa direzione e mi dico che però devo aver colpito nel segno se una bimba pienotta, con le mani cariche di mandarini, alla fine del video sulla Terra dei Fuochi mi dice: “Ma questa gente, ai bambini non ci pensa?”</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Miriam Corongiu</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Desidero ringraziare <a title="Pino Ciociola" href="https://www.youtube.com/channel/UCP4vRiVr4SJZcFddrYe_XxA">Pino Ciociola</a> – ed è un moto del cuore, non gesto di cortesia – per essersi reso disponibile con chi, come me,  prova a muovere qualche passo nella giusta direzione. </em></p>
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		<title>Io, Noi</title>
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		<pubDate>Fri, 26 Feb 2016 18:18:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Miriam Corongiu]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Cambiare vita, un po’ per forza e un po’ per coraggio, è una grande responsabilità pratica e intellettuale. Nel mio caso specifico, un’impiegata che sceglie la via contadina è una pazzia agli occhi di qualcuno, una rinascita a quelli di molti. Ma oggi, ciò che si percepisce inizialmente in un cambiamento è la sua valenza economica e la prima considerazione [...]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Cambiare vita, un po’ per forza e un po’ per coraggio, è una grande responsabilità pratica e intellettuale. Nel mio caso specifico, un’impiegata che sceglie la via contadina è una pazzia agli occhi di qualcuno, una rinascita a quelli di molti. Ma oggi, ciò che si percepisce inizialmente in un cambiamento è la sua valenza economica e la prima considerazione che si fa è in merito al posizionamento sul mercato. Sfugge, così, come se fosse una nota a piè di pagina, la lettura principale: la capacità stessa di cambiare, di “ambientarsi”, di mutuare dal nuovo contesto anche nuove prospettive.</p>
<p style="text-align: justify;">Non è un astruso collegamento iper-testuale associare il cambiamento personale alla convivenza solidale. Cercare dentro di sé la resilienza, provare a diventare intelligente come le piante che sviluppano in lentezza la loro solo apparentemente immobile esistenza e imparare da una delle tue giornate come potrà essere la prossima non è un percorso che si può fare in solitaria. È un risultato a cui arrivi abbastanza presto se ti poni in ascolto e lasci che la Natura parli per te. Per quanto una vita così, strappata allo  strombazzante “life style” degli spot pubblicitari,  cerchi di sedurti all’idea di un “hortus conclusus”, di un arroccamento totale e difensivo, appartata come sei tra il sole silenzioso di primo mattino e la stanchezza infinita della sera, è proprio dalle piante che si impara il valore assoluto della sinergia, della consociazione. C’è poco da essere isolazionisti quando cominci a comprendere in che modo agisce la terra. <a class="td-modal-image" href="http://www.decrescita.com/news/wp-content/uploads/2016/02/radicchio.jpg" rel="attachment wp-att-13512"><img class="size-medium wp-image-13512 alignleft td-animation-stack-type1-2" src="http://www.decrescita.com/news/wp-content/uploads/2016/02/radicchio-225x300.jpg" srcset="http://www.decrescita.com/news/wp-content/uploads/2016/02/radicchio-225x300.jpg 225w, http://www.decrescita.com/news/wp-content/uploads/2016/02/radicchio-696x928.jpg 696w, http://www.decrescita.com/news/wp-content/uploads/2016/02/radicchio-315x420.jpg 315w, http://www.decrescita.com/news/wp-content/uploads/2016/02/radicchio.jpg 720w" alt="radicchio" width="225" height="300" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Aldilà della visione puramente attivista dell’agricoltore moderno che può e deve difendere consapevolmente la propria terra dagli attacchi esterni – dall’inquinamento legale di fitofarmaci come da quello illegale della Terra dei Fuochi in cui vivo – c’è una dimensione fatta di “altri”, un riscoprire la gente e ciò che la muove, un legarsi e slegarsi agli Uomini che rende un’assoluta novità il tuo modo di stare a questo mondo.</p>
<p style="text-align: justify;">Il tanto gridato individualismo, in una società dove tutto è slogan, diventa in fretta una parola priva di significato se non ci si sforza di capire da cosa trae origine e quanto sia radicato in ognuno di noi. E’ diventato più di una malattia asintomatica e serpeggiante: è quasi un codice genetico. Lottare per snidarlo è un processo interiore che richiede grande onestà intellettuale e libertà dai condizionamenti: implica un desiderio di nudità. Detto nell’Epoca dei Mille Inutili Orpelli, è una sfida seria.</p>
<p style="text-align: justify;">Eppure, se ci affidassimo alla Natura, o quantomeno ad una lettura del procedere delle cose senza infingimenti e suggestioni, potremmo riflettere su alcuni punti che abbiamo dimenticato o più semplicemente ignorato.</p>
<p style="text-align: justify;">Sapremmo così che “in-dividuus” sta per “indivisibile”, un termine preciso ad indicare nell’essere umano una centralità dell’esistere che non è solo culturale, ma organica: le piante non sono definite individui perché, diversamente da noi, replicano in ogni loro parte tutti gli organi vitali. Se private di una di queste parti, continuano a vivere ugualmente e per poter continuare a vivere, oltre a sviluppare una fortissima resilienza, capiscono il senso della sinergia e della consociazione in maniera spontanea: la zucca o il fagiolo, per esempio, muovono i loro cirri dove sanno che troveranno un supporto sul quale arrampicarsi. Molti fiori – è conoscenza antica – come nasturzi e petunie, aiutano le piante eduli a difendersi dagli insetti nocivi.</p>
<p style="text-align: justify;">Potremmo capire anche che la cooperazione, a differenza di quanto ci viene costantemente ripetuto, è una delle modalità privilegiate dall’Universo per la conservazione delle specie: la competitività di stampo darwiniano non è l’unica chiave di lettura. I biologi sanno che, in contesti di equilibrio, è il comportamento cooperativo che favorisce il successo tra le specie. Non vince sempre il più forte, ma anche chi è capace di lavorare con gli altri e per gli altri. E se applicassimo questa semplice evidenza all’economia e a tutte le altre categorie culturali che dall’economia meccanicistica sono state depredate, la brutalità non sarebbe più il tratto distintivo dell’era moderna. O lo sarebbe infinitamente meno.</p>
<p style="text-align: justify;"><a class="td-modal-image" href="http://www.decrescita.com/news/wp-content/uploads/2016/02/mandarino.jpg" rel="attachment wp-att-13513"><img class="alignright size-medium wp-image-13513 td-animation-stack-type1-2" src="http://www.decrescita.com/news/wp-content/uploads/2016/02/mandarino-300x225.jpg" srcset="http://www.decrescita.com/news/wp-content/uploads/2016/02/mandarino-300x225.jpg 300w, http://www.decrescita.com/news/wp-content/uploads/2016/02/mandarino-768x576.jpg 768w, http://www.decrescita.com/news/wp-content/uploads/2016/02/mandarino-80x60.jpg 80w, http://www.decrescita.com/news/wp-content/uploads/2016/02/mandarino-696x522.jpg 696w, http://www.decrescita.com/news/wp-content/uploads/2016/02/mandarino-560x420.jpg 560w, http://www.decrescita.com/news/wp-content/uploads/2016/02/mandarino.jpg 960w" alt="mandarino" width="300" height="225" /></a>Perciò, passare dall’Io al Noi non è solo un dovere morale o una finalità etica da perseguire con tutte le nostre forze intellettuali: è già nella nostra Natura. E la terra – impareremmo –  non pensa mai al bene di uno solo: un unico albero di mandarini, in un’annata buona, produce molti più frutti di quanto una famiglia numerosa possa consumarne.</p>
<p style="text-align: justify;">Che esplodano dunque gli orti e si aprano al mondo, che ognuno lavori su sé stesso per mettere da parte il protagonismo e che non sia sempre il risultato strettamente economico a guidare le nostre scelte. E’ un’avventura continua quella tra la gente, un viaggio affascinante verso il cuore pulsante dell’umanità. E anche se è difficilissimo e oneroso di questi tempi associarsi, cooperare e stare insieme, dobbiamo rimanere saldi nella convinzione che è questo il nostro gene più fecondo: dobbiamo ricordare che non siamo poi così in-divisibili, ma anche e soprattutto – passatemi il termine – “con-divisibili”.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Miriam Corongiu</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Per approfondimenti:</em></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.internazionale.it/opinione/annamaria-testa/2016/02/08/intelligenza-piante">“L’intelligenza silenziosa e sconosciuta delle piante” su Internazionale, 8 febbraio 2016</a></p>
<p style="text-align: justify;"><em>“Bioeconomia”, Nicholas Georgescu-Roegen – a cura di Mauro Bonaiuti, Bollati Boringhieri, 2003</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Fonte foto in evidenza: www.pionero.it</em></p>
<p style="text-align: justify;">Articolo pubblicato su Decrescita Felice Social Network:</p>
<p><a title="Io, Noi" href="http://www.decrescita.com/news/io-noi/">http://www.decrescita.com/news/io-noi/</a></p>
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		<title>Terra dei Fuochi. E di Vita.</title>
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		<pubDate>Tue, 26 Jan 2016 18:28:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Miriam Corongiu]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>Ci sono tanti modi di intendere la propria esistenza su questa terra: c&#8217;è chi molla e c&#8217;è chi, invece, si impegna ogni giorno; c&#8217;è chi ne fa merce e chi ne coglie solo l&#8217;infinita Bellezza. E c&#8217;è chi, infine, la difende ad ogni costo, anche quando il prezzo è altissimo: Enzo Tosti, storico attivista in Terra dei Fuochi, racconta la sua esperienza e la sua terra. La stessa terra che ha finito per tradirlo.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/10/2_Enzo-Tosti-e1445276120601.jpg"><img class=" size-medium wp-image-271 alignleft" src="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/10/2_Enzo-Tosti-e1445276120601-199x300.jpg" alt="2_Enzo Tosti" width="199" height="300" /></a>C’è un uomo in Terra dei Fuochi che brucia di passione. Un uomo semplice, un attivista, una persona buona che subisce potentemente il fascino della vita e che ha dato sempre tutto per gli altri. Non ha un nome famoso, se non tra noi che viviamo qui, in questo lembo di inferno strappato al paradiso, e non vuole nemmeno averlo. Ma va fatto, perché quest’uomo combatte ogni giorno il biocidio che subiamo da trent’anni: il suo nome, perciò, è Enzo Tosti. Occhiali, 57 anni, argento vivo addosso. E una confessione da fare.</p>
<p style="text-align: justify;">Entra in casa mia come un turbine, Enzo, inconsapevole del sentimento di semplice fratellanza che da subito riuscirà a suscitare nel tuo cuore. Se mi chiedeste qual è il primo ricordo che ho di lui, vi risponderei che è un abbraccio stretto stretto. Un abbraccio dato ad una perfetta sconosciuta a suggerire che siamo tutti superstiti qui, dove i fuochi covano ceneri complesse e drammi infiniti: tutti uniti da una mattanza perpetrata nel silenzio dello Stato dalla violenza ignorante della camorra e dalla gretta avidità dell’imprenditoria di mezza Italia. In quell’abbraccio, vi assicuro, ci si scioglie.</p>
<p style="text-align: justify;">La storia di Enzo Tosti si intreccia con quella dell’ambientalismo campano. Giovane uomo di sinistra, con un percorso simile a quello di tanti altri ragazzi impegnati socialmente nell’area di Napoli Nord, una grande passione per la storia e per la gente, Enzo si imbatte presto nel Grande Bluff: l’industrializzazione forzata di paesi a vocazione agricola come Caivano (dove c’è la parrocchia di Padre Maurizio Patriciello e dove nasce buona parte della resistenza al Biocidio) baratta lo stipendio fisso con la morte. Il profumo della canapa che impregnava i vestiti dei lavoratori anche nei giorni di festa – racconta Enzo – viene sostituito dal fetore del comparto industriale in marcia verso il progresso.</p>
<p style="text-align: justify;">La terra comincia a bruciare. La gente a morire. Le campagne diventano piene delle polveri delle fonderie circostanti, la camorra costringe i contadini a comprare compost realizzati con gli scarti della lavorazione industriale e interra, ovunque, tonnellate di rifiuti tossici che avveleneranno la nostra vita per sempre nel silenzio complice di chi, qui, non è mai Stato.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Mi hai detto che negli anni ’80-’90 gli ambientalisti erano grosso modo gli “impegnati”, cioè persone provenienti da ambienti culturali di sinistra che, preoccupandosi della difesa dei diritti tra i lavoratori, hanno poi maturato una coscienza ambientalista. E oggi? Chi sono oggi</strong> <strong>gli attivisti ambientalisti in Campania e nel resto d’Italia?</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Oggi l’attivismo ambientalista ha caratteristiche diverse. Il diritto alla vita appartiene a tutti e tutti, senza distinzioni, siamo chiamati alla difesa della nostra terra. Anzi, dobbiamo puntare proprio su quest’attivismo più vero, più spontaneo, che rifugge le etichette e le parti politiche: il potere vuole dare un nome alle cose, ama le sigle che creano contrapposizioni e quindi, per contrastarlo, dobbiamo imparare a dare peso solo alle idee e all’impegno delle persone. L’unica bandiera sotto la quale dobbiamo marciare è quella della Vita.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>In “Un programma politico per la Decrescita”, a cura di Maurizio Pallante, Marco Cedolin – storico esponente dei NO TAV – sostiene che l’aumentare delle conoscenze tecniche sviluppate da un popolo porta prima o poi alla consapevolezza che il sistema sviluppista in cui viviamo non terrà mai conto, nel prendere decisioni, dello stato di salute e di ben-essere dei cittadini, ma soltanto del profitto. Se i tumori e le cure chemioterapiche ad essi connesse continueranno ad aumentare il PIL, si continuerà a non eliminarne le cause di insorgenza, come l’inquinamento, e a favorire le lobby farmaceutiche. C’è tra di voi chi pensa che forse la soluzione non è quella dello sviluppo sostenibile che si richiama comunque  alla logica del profitto, ma che, come scrive Papa Francesco nell’Enciclica “Laudato sii”, sia necessaria ormai “una certa decrescita”?</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Questo pensiero si sta facendo pian piano spazio. E’ inutile continuare con le colate di cemento, sottraendo territorio alla naturale vocazione agricola e turistica della nostra terra, quando le case e le strutture ci sono già per tutti. E anche quando parlo di turismo, non mi riferisco certo al turismo che distrugge le bellezze naturali per far posto ai grandi complessi-vacanze: non può esserci vero progresso se non si rispettano i luoghi e i paesaggi. E se non si rispettano i luoghi, non si rispetta l’Uomo.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Tu ripeti spesso che la via per sensibilizzare le persone al dramma dell’inquinamento, è parlare loro di salute. Tuttavia, nel 2013, quando 130.000 persone sono scese in piazza contro il biocidio, tutti ci siamo commossi al vedere sfilare le mamme che portavano come un vessillo la foto dei figli uccisi dalla Terra dei Fuochi, ma poi la maggior parte di noi è ritornata nella comodità delle proprie case e ha lasciato che fossero le mamme, da sole, a combattere per tutti. Le persone non vogliono sentir parlare di tumori o leucemie: tende a scappare e a sotterrare la testa. Inoltre, il 30 dicembre scorso, l’Istituto Superiore della Sanità pubblica uno studio in cui si ammette finalmente che in Campania c’è un legame tra insalubrità dei luoghi e un aumento delle patologie tumorali soprattutto tra i bambini: di nuovo una valanga di polemiche o i soliti silenzi ci dicono che – sull’argomento salute – dobbiamo ricominciare ogni giorno daccapo. Siamo proprio sicuri che la via per arrivare al cuore delle persone sia la salute? Sono state valutate altre possibilità?</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Il motivo per cui dopo il 2013 c’è stata una dispersione delle forze in gioco risiede nell’individualismo che permea la vita di ognuno di noi, anche inconsapevolmente. La grandissima attenzione mediatica – che comunque ha portato, grazie allo strumento normativo della L.6/2014 (peraltro insufficiente) alla legittimazione di Terra dei Fuochi,– ha alimentato anche il personalismo, il protagonismo, il professionismo nell’associazionismo. La gente non si è sentita più convolta nei processi conoscitivi e in quelli decisionali. Di conseguenza, è ritornata a casa. Il più grande lavoro da fare, quindi, è su noi stessi: bisogna smettere di parlare di “IO” e passare al “NOI” cercando di esaltare i talenti di ognuno, senza farli diventare strumento di potere.</em></p>
<p><a href="http://decrescitafelice.it/wp-content/uploads/terra-fuochi-FQ.jpg"><img class="size-medium wp-image-9561" src="http://decrescitafelice.it/wp-content/uploads/terra-fuochi-FQ-300x156.jpg" srcset="http://decrescitafelice.it/wp-content/uploads/terra-fuochi-FQ-300x156.jpg 300w, http://decrescitafelice.it/wp-content/uploads/terra-fuochi-FQ.jpg 640w" alt="" width="300" height="156" /></a></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Ritornando all’Enciclica Papale: Francesco dice che il degrado ambientale e sociale, causato dalla cultura dello scarto, è il frutto della visione tecnocratica della natura considerata come terreno di conquista: sei d’accordo? E la vita condotta da un ambientalista, tra terre violate e vite perdute, quanto avvicina alla Bellezza del Creato?</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Papa Francesco ha un grandissimo merito: quello di aver scritto un documento eversivo alla portata di tutti. Non sembra nemmeno scritto da un Papa. E la semplicità del linguaggio, insieme alla chiarezza di esposizione dei temi ha, secondo me, proprio questo significato: siamo TUTTI chiamati a difendere la nostra terra, ad amare la Natura e l’Uomo, ognuno per il proprio ruolo, ognuno con il suo grado di responsabilità. E’ questo l’appello più grande, come ti dicevo prima, alle persone: non al rivoluzionario di turno, non al professionista dell’attivismo, ma alla gente comune.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Personalmente, si, credo che girando tra la gente e studiando, verificando con mano il disastro ambientale in Campania e in altre zone d’Italia, si impara che dev’esserci per forza Qualcuno di più grande. La Vita esplode prepotente anche dove tutto sembra perso: ho visto la Natura riappropriarsi del deserto lasciato dalle industrie e dalla munnezza, l’edera vincere il cemento. Non si può che provare rispetto e deferenza per una forza tanto più grande di noi.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Enzo parla con grande commozione di questo Amore che ha imparato ad accogliere. E’ un uomo generoso nelle emozioni, mai stanco di parlare e di testimoniare con il suo impegno quanto è profondo il trasporto che prova per la gente e per la sua terra. Una Terra che non è solo quella dei Fuochi, ai suoi occhi, ma ogni angolo del mondo che riporti le ferite inferte dalla nostra stupidità.</p>
<p style="text-align: justify;">Una Terra che, alla fine, lo ha tradito: nel sangue di Enzo sono stati trovati alti livelli di pcb 118-126 (policlorobifenili, inquinanti simili alla diossina), già riscontrati nel sangue di uno dei tanti martiri della Terra dei Fuochi e tipici della zona Caffaro di Brescia. Gli è stata diagnosticata una forma di leucemia.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Hai scoperto di aver contratto la leucemia pochi mesi fa. Vivere in Terra dei Fuochi, guidare nelle discariche – tra i roghi – giornalisti, politici, la Guardia Forestale e chiunque avesse più voce di te per gridare che la Campania muore, richiede un prezzo troppo alto. Perché hai deciso di parlare pubblicamente della tua malattia?</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Non sono alla ricerca di un pubblico commosso, né tantomeno voglio trarre profitto dal mio stato di salute. So già – perché Padre Maurizio è oggetto di continui attacchi personali e perché alle mamme orfane dei propri figli sono state dette cose terribili – che anche a me, probabilmente, verranno mosse molte accuse. Io, però, che ho sempre rifiutato tutte quelle opportunità che comportavano un compromesso, sono pronto a controbattere con forza le obiezioni di chi si azzarderà ad attaccarmi. Io non sono un eroe. Né voglio esserlo. Ho il dovere morale di gridare per tutti quelli che si ammalano di “ambiente” e non lo sanno: a differenza loro, io lo so. Voglio continuare a essere, in fondo, quello che sono sempre stato: io voglio essere solo Enzo Tosti.</em></p>
<p style="text-align: justify;">“Solo Enzo Tosti”. Guardo il mio amico: i suoi occhi, lucidi specchi di un cuore grande e di una forza che non so misurare, fissi nei miei che spero tradiscano quanto sono fiera di avergli aperto le porte della mia casa e della mia vita. E mentre spengo il mio improvvisatissimo registratore, mi dico che anche io sono “solo Miriam”, ma che non sarò mai all’altezza del suo coraggio.</p>
<p style="text-align: justify;">Guardandolo andare via e sentendomi ad ogni passo avvampare, più decisa di prima a difendere la mia terra, capisco che è questo il motivo per cui è venuto da me. Per accendere un fuoco che faccia un po’ di luce fra i tanti che qui portano solo morte.</p>
<p style="text-align: justify;"> <em>Miriam Corongiu</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Fonte foto in evidenza: Parallelo 41</em></p>
<p style="text-align: justify;">Continua il percorso di Georgika sul sito nazionale del Movimento per la Decrescita Felice:</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://decrescitafelice.it/2016/01/terra-dei-fuochi-e-di-vita/">http://decrescitafelice.it/2016/01/terra-dei-fuochi-e-di-vita/</a></p>
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		<title>Un anno differente</title>
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		<pubDate>Wed, 30 Dec 2015 16:08:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Miriam Corongiu]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/12/alberelli.jpg"><img class=" size-medium wp-image-324 alignleft" src="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/12/alberelli-225x300.jpg" alt="alberelli" width="225" height="300" /></a>Auguri amici carissimi! Il mio anno e&#8217; stato un vortice di cambiamenti e Georgika il loro timido specchio.</p>
<p style="text-align: justify;">Ho provato a parlarvi di amore per la Terra e a fare piccole cose che ne fossero la dimostrazione. Ho incontrato anche tante persone che mi hanno aiutato a camminare piu&#8217; sicura e nuove strade da percorrere: per questo chiudo il 2015 piena di speranza e di fiducia nell&#8217;anno che verrà.</p>
<p style="text-align: justify;">Auguri a chi su questa pagina ha colto un fiorellino e a chi vi ha trovato spine: che il vostro anno sia una lunga primavera&#8230;e se è l&#8217;inverno ad esservi riservato, vi auguro di saper apprezzare la perfezione di un singolo fiocco di neve anche al centro della tormenta.</p>
<p><em>&#8220;Un anno differente&#8221; è stato pubblicato sul sito del Movimento per la Decrescita Felice</em></p>
<p><a href="http://decrescitafelice.it/2015/12/un-anno-differente/">http://decrescitafelice.it/2015/12/un-anno-differente/</a></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Francesco e la Decrescita Felice: il futuro della Terra è nelle nostre mani</title>
		<link>https://www.georgika.it/wordpress/?p=297</link>
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		<pubDate>Mon, 23 Nov 2015 18:21:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Miriam Corongiu]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>L&#8217;ultima lettera enciclica di Papa Francesco, pubblicata lo scorso giugno, è un documento basilare per chi voglia accostarsi, con semplicità, ad un&#8217;analisi indipendente del progressivo degrado ambientale e sociale a cui si assiste ogni giorno. Ne abbiamo parlato a Salerno, il 19 novembre, durante il convegno &#8220;CambiaMenti: la cura della casa comune tra Decrescita Felice e l&#8217;enciclica Laudato si&#8221; con Padre [...]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_307" style="width: 310px" class="wp-caption alignleft"><a href="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/11/cambiamenti_foto-del-palco.jpg"><img class="size-medium wp-image-307" src="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/11/cambiamenti_foto-del-palco-300x200.jpg" alt="Maurizio Pallante, Miriam Corongiu (Georgika) e Padre Alex Zanotelli a &quot;CambiaMenti&quot; - Ph. Enza Sola" width="300" height="200" /></a><p class="wp-caption-text">Maurizio Pallante, Miriam Corongiu (Georgika) e Padre Alex Zanotelli a &#8220;CambiaMenti&#8221; &#8211; Ph. Enza Sola</p></div>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;ultima lettera enciclica di Papa Francesco, pubblicata lo scorso giugno, è un documento basilare per chi voglia accostarsi, con semplicità, ad un&#8217;analisi indipendente del progressivo degrado ambientale e sociale a cui si assiste ogni giorno. Ne abbiamo parlato a Salerno, il 19 novembre, durante il convegno &#8220;CambiaMenti: la cura della casa comune tra Decrescita Felice e l&#8217;enciclica Laudato si&#8221; con Padre Alex Zanotelli, missionario comboniano da sempre impegnato nella difesa dei diritti dei cittadini e soprattutto dei più poveri, e con Maurizio Pallante, fondatore del Movimento per la Decrescita Felice, pensatore e saggista.</p>
<p style="text-align: justify;">I temi affrontati, mettendo in risalto i punti nodali dell&#8217;Enciclica &#8211; davvero densa di contenuti &#8211; sono stati molti (dalle emissioni di CO2 alle fonti energetiche rinnovabili) e si sono inevitabilmente incrociati con la realtà campana, così difficile dal punto di vista socio-ambientale e al centro di un aspro scontro in sede di Consiglio Regionale sulla privatizzazione del servizio idrico. Alex Zanotelli ne è stato uno dei protagonisti, animando la protesta dei Movimenti per l&#8217;Acqua contro una legge dell&#8217;amministrazione De Luca (PD) in totale continuità con quella precedente e di parte politica opposta. Beni comuni, dunque, come l&#8217;aria, l&#8217;acqua e la terra al centro di una lunga conversazione in cui si è discusso dei meccanismi di potere che ci hanno portato a tale grado di devastazione e delle possibili soluzioni alternative.</p>
<div id="attachment_304" style="width: 310px" class="wp-caption alignright"><a href="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/11/cambiamenti_zanotelli.jpg"><img class="wp-image-304 size-medium" src="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/11/cambiamenti_zanotelli-300x200.jpg" alt="Padre Alex Zanotelli a &quot;CambiaMenti&quot; - Ph. Enza Sola" width="300" height="200" /></a><p class="wp-caption-text">Padre Alex Zanotelli, Miriam Corongiu (Georgika) a &#8220;CambiaMenti&#8221; &#8211; Ph. Enza Sola</p></div>
<p style="text-align: justify;">Il papa stesso individua nell&#8217;attuale paradigma tecnocratico  &#8211; e nella finanza ad esso legato &#8211; il fondamento dei mali che oggi ci affliggono. La ricerca del solo profitto, il sentirsi dominatori assoluti della natura e la mancanza di capacità di vedere che il mondo, al contrario del nostro appetito, è un sistema &#8220;finito&#8221; di risorse saranno i vettori dell&#8217;imminente estinzione della nostra specie se non freneremo questo triste andazzo.</p>
<p style="text-align: justify;">Ne convengono anche Pallante e Zanotelli convergendo, nella sostanza, sulla proposta della Decrescita Felice come concreta e praticabile via alternativa al sistema della crescita a tutti i costi, un sistema che ci ancora al Prodotto Interno Lordo per misurare il nostro benessere e ci rende, nei fatti, tra le più infelici società della storia.</p>
<p style="text-align: justify;">In un mondo che ci induce a desiderare sempre qualcos&#8217;altro e che per soddisfare i nostri falsi bisogni annienta gli ecosistemi e crea discariche umane e materiali, è coraggioso sostituire uno slogan con una riflessione e dissonante parlare di sobrietà. Tuttavia, è talmente in pericolo il futuro della Terra, così devastante lo scempio dell&#8217;ambiente e a tal punto legato alle condizioni di vita dell&#8217;immensa folla di poveri del pianeta, che Francesco si sente in dovere di ricordarci che siamo andati troppo oltre e che &#8220;una certa decrescita&#8221; si è resa ormai necessaria.</p>
<div id="attachment_309" style="width: 210px" class="wp-caption alignleft"><a href="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/11/cambiamenti_pallante.jpg"><img class="wp-image-309 size-medium" src="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/11/cambiamenti_pallante-200x300.jpg" alt="cambiamenti_pallante" width="200" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Maurizio Pallante, Miriam Corongiu (Georgika) a &#8220;CambiaMenti&#8221; &#8211; Ph. Enza Sola</p></div>
<p style="text-align: justify;">Basta disegnare un triangolo su una qualunque cartina geografica d&#8217;Italia per rendersi conto che quello tristemente noto come &#8220;Triangolo della Morte&#8221; in Terra dei Fuochi è solo uno dei tanti che potremmo tracciare. E&#8217; la cultura dello scarto, dell&#8217;usa e getta, che produce rifiuti di ogni genere ed è la nostra assoluta mancanza di lungimiranza o, se vogliamo, la nostra più becera forma di inettitudine &#8211; quando non parliamo di evidente criminosità &#8211; a farci concepire un prato solo come un tappeto sotto il quale nascondere rifiuti tossici.</p>
<p style="text-align: justify;">Ed è questo che il Papa sottolinea: si è persa l&#8217;intima connessione con il Creato, abbiamo dimenticato quanta bellezza si nasconde nella semplicità di Francesco e quanto amore potremmo tornare a provare se solo ci distaccassimo, con il pensiero e con le azioni, da questa società che ci vuole disperati per poter andare avanti e che ci mette gli uni contro gli altri per poterci controllare meglio.</p>
<p style="text-align: justify;">La distinzione principe, oggi &#8211; dice Thomas Berry, ecoteologo spesso citato da Zanotelli &#8211; è fra chi preserva il mondo e chi lo distrugge. Continuare ad alimentare il nostro insaziabile ego e perpetuare insostenibili stili di vita  basati sullo scellerato sfruttamento dei tre quarti della popolazione mondiale ci fa riconsiderare, insieme alla Conferenza Episcopale Australiana del 2006 citata in &#8220;Laudato si&#8221;, gli ambiti del comandamento &#8220;non uccidere&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Insomma, sta tutto nella responsabilità, la nostra e quella dei potenti della Terra che si riuniranno a giorni a Parigi per il COP 21 e per ragionare sulle emissioni di CO2. Le loro decisioni potranno allontanare il futuro di desertificazione che ci attende.</p>
<div id="attachment_310" style="width: 349px" class="wp-caption alignright"><a href="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/11/cambiamenti_libro.jpg"><img class=" wp-image-310" src="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/11/cambiamenti_libro-300x200.jpg" alt="Ph. Enza Sola" width="339" height="226" /></a><p class="wp-caption-text">Ph. Enza Sola</p></div>
<p style="text-align: justify;">Tutto è ancora possibile, ma dobbiamo cominciare a percepire la realtà per quella che è e non per quella costruita ad arte nella pubblicità. Se saremo capaci di gettare la luce della consapevolezza sul nostro immaginario, sarà più semplice scegliere di vivere diversamente e praticare il valore della resistenza. Ci vuole solo un po&#8217; di coraggio e un pizzico in meno di pigrizia.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Miriam Corongiu</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Il convegno &#8220;CambiaMenti&#8221; è stato organizzato dal Movimento per la Decrescita Felice di Salerno. Georgika ne è, orgogliosamente, parte attiva.</em></p>
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		<title>Perdere il lavoro. E trovare me</title>
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		<pubDate>Tue, 21 Apr 2015 19:24:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Miriam Corongiu]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/04/mouse-cappio.jpg"><img class=" size-medium wp-image-242 alignleft" src="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/04/mouse-cappio-225x300.jpg" alt="mouse cappio" width="225" height="300" /></a>Va bene, ci siamo. Lo chiamano “Piano di Licenziamento Collettivo”. &#8220;C’è una procedura &#8211; hanno detto &#8211; adeguatevi&#8221;. Una delle società di navigazione più competitive a Napoli, quella per cui lavoro io, naufraga a causa di una scellerata politica d’investimenti e manda a casa quasi metà dell’organico. Un foglio di carta, una riunione in cui i dirigenti si mostrano contriti, le trattative sindacali e poi basta. Basta con tutto, con la tua vita così come l’hai condotta per un bel pezzo, con le piccole certezze di cui ti sei nutrita così a lungo.</p>
<p style="text-align: justify;">Seduta alla mia scrivania, raccolgo i cocci dei miei anni dietro la tastiera. Apro i cassetti e fisso inebetita decine di fogli privi di senso, sterili nel contenuto allora come oggi. Accanto al telefono, interno 155, la foto di mia figlia piccola tra i fiorellini di carta e stoffa che abbiamo ritagliato insieme e che ho portato qui per sentirmi meno lontana da lei. E meno in colpa. Un computer, due monitor, un <em>mouse pad</em> eredità di una collega che andò via…le luci al neon, le gabbie in vetro di un <em>open space</em>, mentre Napoli sorride luminosa là fuori, sulla terrazza che si offre alla Riviera di Chiaia. <a href="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/03/napoli.jpg"><img class=" size-medium wp-image-121 alignright" src="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/03/napoli-300x225.jpg" alt="napoli" width="300" height="225" /></a>Il caffè qui sotto e le passeggiate sulla Caracciolo durante la pausa pranzo, la libreria a due passi dove ci siamo spesso rifugiati in cerca di una quarta di copertina che ci facesse sognare, la via delle grandi firme dove puoi ammiccare alle vetrine solo pochi secondi per poi ridere di una ricchezza sfacciata che ti fa sentire a disagio, che non è tua: piccoli ritagli di una vita da impiegata che hanno messo su, giorno dopo giorno, un collage lungo quasi dieci anni.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma che ne sanno quelli in giacca scura e viso compassato, quelli che hanno deciso di stravolgere tutti i miei equilibri, di cosa significa lasciare questo posto. Che ne sanno loro delle difficoltà per arrivare qui dalla periferia tutte le sante mattine su mezzi pubblici fatiscenti, la sveglia alle 5.30, le corse affannose per nemmeno mille euro al mese; che ne sanno dei sensi di colpa di una madre che si  interrogava ogni giorno su cosa fosse meglio per la sua famiglia, del primo dentino che non ha visto cadere, delle notti in bianco e di una manina paffuta che la salutava al mattino sulla porta di casa, il cuore stretto mentre si allontanava.</p>
<p style="text-align: justify;">Loro non capirono di certo perché piansi quando mi dissero che, dopo sei mesi di prova, mi avrebbero assunto a tempo indeterminato. Se cominci a 18 anni a darti da fare, ti paghi gli studi da sola, ti pieghi a qualunque tipo di lavoro accettando ogni forma di contratto (quando c’è) e copri distanze siderali per pochi maledetti soldi, il “posto fisso” è un traguardo raggiunto per grazia ricevuta. In Campania la disoccupazione non è una statistica: è il veleno in un pane che non c’è. Dopo anni di durezza e sacrifici, diventi sorda alle tue aspettative. Ti accontenti. Qualunque cosa ti possa garantire una ragionevole tranquillità a fine mese sfratta l’ansia che si era scomodamente fatta di casa tra i tuoi pensieri e con la quale hai vissuto come con una petulante coinquilina.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/04/tagliare.jpg"><img class=" size-medium wp-image-229 alignleft" src="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/04/tagliare-300x156.jpg" alt="tagliare" width="300" height="156" /></a>Poi qualcuno decide di “tagliare” e “le forbici saranno grandi”. E’ bastato un tratto di penna per cancellare la mia vita e me. È straordinaria la potenza propulsiva di certe <em>Mont Blanc</em>: un lancio da Cape Canaveral verso l’ignoto del Jobs Act. Solo che, Houston, abbiamo un problema. Non è liberalizzando il mercato che si troverà più lavoro, semmai combattendo la corruzione che frena gli investimenti in Italia; non è rendendo facili i licenziamenti che le aziende torneranno a fare impresa, semmai abbattendo la burocrazia e la pressione fiscale che strangola i piccoli: 45 contratti di precariato su 47 sono ancora lì e le tutele che il governo Renzi dice “crescenti”, in realtà, ci catapultano indietro di 50 anni. Non eravamo “risorse umane”? Non eravamo il vero capitale su cui investire? Un donna di 43 anni, a Napoli, non lo è. Non ho bisogno di consultare i dati Istat per sapere che ciò che mi aspetta è probabilmente un lavoro squalificante a poche centinaia di euro al mese e, in proporzione, per troppe ore di lavoro.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi guardo allo specchio e mi scopro invecchiata nell’attesa di un sabato che non arriva mai, anni trascorsi tra un ventisette del mese e l’altro, il senso del sacrificio ad oscurare quello della soddisfazione personale. Tornassi indietro, lo rifarei. Ho famiglia, certo che lo rifarei. Ma stavolta ho deciso: ricomincio da me. Non ho sogni all’americana da realizzare, solo un’immagine di me cui assomigliare di più. E se il futuro mi viene negato, forse è al passato che devo volgere lo sguardo.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/04/lattughina.jpg"><img class="  wp-image-230 alignleft" src="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/04/lattughina-225x300.jpg" alt="lattughina" width="312" height="416" /></a>In molte vite c’è spesso un filo rosso, a volte impercettibile, che lega tutte le esperienze e di cui bisogna scoprire l’origine. Il mio si dipana da un fazzoletto di terra, da un cognome che vuol dire “roccia”, da una pianta di rosmarino che sistemai sulla tomba di mio padre (strappato alla sua Sardegna) perché le radici si diramassero delicate nelle mie e nelle sue profondità. Perciò è lì che sento di dover tornare, da dove sono venuta: torno alla mia terra bellissima e complicata, alla piana Felix che ora piange umiliata, alla polvere e al fertile fango in cui scorgo anche l’altra mia terra, l’isola aspra di cui sarò per sempre innamorata. E io l’amerò da morire, questa terra piena di significati, perché non ho intenzione di mancarle di rispetto sfruttandola per i miei scopi. La via dell’agricoltura, la mia via, è contadina, non industriale. Un orto va coltivato con la pazienza che merita e la gramigna estirpata a schiena bassa. Non è la ricchezza materiale che desidero, solo dare un senso al mio lavoro quotidiano: voglio rientrare in casa stanchissima, ma con gli occhi pieni di meraviglia per la vita che mi cresce tra le mani e voglio, fermamente voglio, fare dell’attesa un valore e delle stagioni il mio ritmo naturale.</p>
<p style="text-align: justify;">Ancora seduta alla mia scrivania e dietro la tastiera, accanto a documenti inutili e ad un telefono che non squilla più, i pezzi adesso li ho messi insieme davvero. Non sono più cocci da raccattare, come quelli sparsi qui in ufficio tra modellini di navi e bandiere straniere, ma tessere di un puzzle. So bene che non sarà facile, ma, in fondo, che cosa lo è stato mai nella mia vita? Preferisco progettare un sogno, battermi per dargli corpo, che lasciarmi andare al pessimismo e alla paura.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi si butta in mare aperto, ma non tornerò a navigare a vista. Avanti tutta: oggi, la rotta, la decido io. Ora so dove brilla la mia Stella Polare. Una stella che, guarda caso, tutti chiamano anche il “Grande Carro”.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Miriam Corongiu</em></p>
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		<title>Il bisso, la seta fatta di vento</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Apr 2015 12:35:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Miriam Corongiu]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/04/bisso-pulito-e-pettinato_big.jpg"><img class=" size-medium wp-image-187 alignleft" src="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/04/bisso-pulito-e-pettinato_big-300x200.jpg" alt="bisso-pulito-e-pettinato_big" width="300" height="200" /></a>“<em>Ponente, Levante, Maestro e Grecale prendete la mia anima e buttatela nel fondale</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Che sia la mia vita per essere, pregare e tessere…” – Il Giuramento dell’Acqua</em></p>
<p style="text-align: justify;">Nell’isola di Sant’Antioco, in Sardegna, ancora oggi si tesse il vento che soffia dal mare e si conservano i segreti di un’arte antichissima: il bisso. Bruno in penombra, oro sfavillante alla luce del sole, il bisso è una seta leggerissima donata dal mare intorno alla quale, come una perla, si è sedimentata una leggenda. Non è facile individuare le fonti letterarie che ne parlano e sono rari e preziosissimi i manufatti ancora esistenti poiché Il bisso è frutto di una conchiglia oggi specie protetta e soprattutto, per giuramento, non si compra e non si vende: si dona. Lo imparò a sue spese chi provò, in tempi più recenti, a farne mercato in Sardegna come a Taranto, dove la storia vuole che il bisso fosse uno dei simboli della più fastosa tra le <em>poleis</em> magnogreche.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/04/pinna-nobilis-e1427886334451.jpg"><img class=" size-medium wp-image-183 alignright" src="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/04/pinna-nobilis-e1427886334451-300x175.jpg" alt="pinna-nobilis" width="300" height="175" /></a>Il filo di bisso si ricava dunque da una conchiglia, la <em>pinna nobilis, </em>che vive e si sviluppa nei fondali bassi e incontaminati del Mediterraneo. Simile nella forma ad una madreperla, deve il nome al suo modo di spuntare dalle sabbie proprio come una pinna, come se nascondesse nelle profondità del mare la parte più preziosa del suo essere. Infatti, è da ciò che la ancora al fondale, i filamenti che affondano nella sabbia, che si ricava un tessuto degno di re e regine. Nella Bibbia, è scritto che fossero di bisso le vesti di re Salomone e a Roma imperiale, racconta Plinio, le donne di rango pagavano a peso d’oro ciò che per Apuleio, nelle Metamorfosi, è il tessuto “dal colore cangiante…dal bianco splendente al giallo del fiore di croco” della tunica di Iside, la dea che gli apparve sfolgorante dal mare. Nella Taranto dell’epoca d’oro, quella classica, di bisso erano fatte le “tarantinidie”, vesti femminili trasparenti e provocanti. In letteratura, tuttavia, non è sempre chiaro se è di bisso marino che si parla, di lino finissimo o addirittura di un colore molto vicino al porpora.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 500 d.C., all’epoca di Giustiniano, la seta di terra importata dalla Cina e ricavata dai bachi soppiantò, per facilità di lavorazione e di reperimento, quella del mare e il bisso fu usato per ricamare anziché per tessere: occorrono infatti mille pinne per produrre circa due o tre etti di seta marina, oltre che trattamenti lunghi ed elaborati per il confezionamento di piccoli oggetti. Tuttavia, la fama del bisso, divenuto sempre più raro, si propagherà nei secoli come il vento di cui sembra figlio. Nel XIX secolo i manufatti in bisso non mancarono nelle grandi esposizioni universali di Londra o Parigi, dove furono venduti ad un prezzo che superava di cento volte quello della lana più pregiata. Nel 1914, Vittorio Alinari fotografa, a Sant’Antioco, alcune ragazze intente alla filatura del bisso nella scuola di Italo Diana, maestro di un’arte ormai perduta. Tra queste, Leonilde Mereu, la nonna dell’ultimo maestro rimasto: Chiara Vigo.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/04/bisso-chiara.jpg"><img class=" size-full wp-image-190 alignleft" src="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/04/bisso-chiara.jpg" alt="bisso chiara" width="240" height="156" /></a>A diciotto anni, Chiara presta giuramento al bisso e al mare, di cui divenne sposa fedele. In virtù del rispetto sacrale che nutre nei confronti dell’acqua e della vita, studia per anni il modo di estrarre, senza uccidere il mollusco, i filamenti dalle conchiglie oggi specie protetta: ne preleva soltanto i fiocchi terminali, re-insabbia accuratamente le pinne e infine si assicura che abbiano riaperto le valve. I bioccoli così ricavati vengono sottoposti a lunghi e pazienti trattamenti: dissalati per giorni in acqua dolce, asciugati in luoghi ben ventilati e immersi nel succo di limone per farne risaltare la lucentezza, sono poi cardati a spillo con piccole spazzole che ne eliminano impurità e incrostazioni. La difficile filatura manuale con fusi a piombo costituisce l’ultima fase di una lavorazione millenaria prima che il bisso venga affidato al telaio.</p>
<p style="text-align: justify;">Il laboratorio di Chiara Vigo è un museo vivo: non si paga per entrare, non ci sono percorsi obbligati. Lei riceve secondo le esigenze dei visitatori e racconta loro una storia antica che intreccia i propri fili col vento e con le onde del mare. Dell’arte &#8211; sostiene Chiara &#8211; non si può fare mercato perché ciò che vive nelle profondità del nostro essere è inalienabile.</p>
<p style="text-align: justify;">Non lo capirono, agli inizi del XX secolo, due nomi legati al mondo del bisso e il filo di seta che legava Sant’Antioco a Taranto si tinse di cupidigia. I racconti intorno al dottor Basso-Arnoux in Sardegna e Rita Del Bene, tessitrice, in Puglia, sono storie di moderna mercificazione, se non di avidità. Tentarono entrambi la strada della vendita del bisso su larga scala: Basso-Arnoux riuscì a mettere insieme quarantatré chili di ciuffi di bisso e ne propose la lavorazione a diverse filande del nord Italia. “Fa ridere – si legge nei suoi scritti – il sentire gli industriali chiedere quante tonnellate possono averne! Quasi si trattasse di alghe marine o di juta…”. Anche in Svizzera, una fabbrica celebre per le sperimentazioni sui tessuti si rifiutò di trattare il bisso,  perché le impurità avrebbero bloccato le macchine per giorni.</p>
<p style="text-align: justify;">Sulla vicenda della Del Bene, molto simile a quella del dottore sardo, aleggia un’aura di leggenda. Pare fosse donna molto avida, la tessitrice tarantina. Sesta di otto figli e sempre angustiata da problemi economici, riteneva di poter diventare molto ricca grazie alla vendita e alla filatura industriale del bisso, intravedendovi il suo riscatto personale. Raccolse, si dice, tremilacinquecento chili di bisso perché venisse filato, ma il giorno in cui li consegnò alla fabbrica, morì di colpo per un infarto e i padroni della seteria, che avevano tentato di piegare il bisso all’automazione, videro tutte le loro macchine andare distrutte.</p>
<p style="text-align: justify;">Ancora oggi, il bisso impone le sue regole quasi mistiche: la sua lavorazione  non si può ipotizzare che abbia un futuro, almeno secondo i parametri dell’economia globalizzata. Una seta che può essere reperita solo in piccolissime quantità e non consente altra tessitura che quella manuale, non può essere considerata appetibile attività d’impresa. Le ricerche compiute dalla Scuola di Maricoltura di Taranto e finalizzate all’allevamento assistito della <em>pinna nobilis</em>, hanno evidenziato che, pur proteggendo i fondali dalla pesca a strascico con scogliere sommerse sperimentali e trapiantandovi giovani esemplari del mollusco, i risultati ottenuti non possono che relegare il bisso all’interno delle attività tessili “amatoriali”.</p>
<div id="attachment_194" style="width: 310px" class="wp-caption alignright"><a href="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/04/pinna-nobilis1.jpg"><img class="size-medium wp-image-194" src="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/04/pinna-nobilis1-300x225.jpg" alt="La &quot;pinna nobilis&quot;, il più grande mollusco bivalve del mediterraneo, può raggiungere anche 1 m di lunghezza" width="300" height="225" /></a><p class="wp-caption-text">La &#8220;pinna nobilis&#8221;, il più grande mollusco bivalve del mediterraneo, può raggiungere anche 1 m di lunghezza</p></div>
<p style="text-align: justify;">Del resto, il bisso stesso non desidera diventare una voce di bilancio. È quel tipo d’oro che può sfavillare solo sotto una particolare luce: quella di uno sguardo pieno di stupore. La fascinazione del mare e del vento non può essere svenduta, ma soltanto offerta a chi è aperto a comprendere che la vita stessa è una complessa tessitura i cui fili di bisso dorato sono la nostra intima disponibilità alla meraviglia.</p>
<p style="text-align: justify;">L’esistenza della <em>pinna nobilis</em> va preservata esattamente come i fondali incontaminati in cui vive. Le conoscenze antiche e i maestri che le tramandano sono tesori viventi che, anche quando non possono essere capitalizzati, sono comunque fonti di ricchezza inestinguibile. Tutto sta nel capire a quale tipo di ricchezza tendere: la pazienza richiesta dalla tessitura disciplina il cuore, il vero valore del bisso risiede nella devozione che esige, non nella sua rarità. E se c’è un filo che lega tutti noi è quello dell’intimo e profondo desiderio di armonia, un’armonia che per Chiara Vigo, l’ultimo maestro di bisso, viene dal mare della sua Sardegna.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Miriam Corongiu</em></p>
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		<title>Difendere la montagna e la vita: le Briglie Borboniche</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Mar 2015 09:02:53 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_163" style="width: 310px" class="wp-caption alignleft"><a href="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/03/DSCF7767.jpg"><img class="wp-image-163 size-medium" src="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/03/DSCF7767-300x225.jpg" alt="DSCF7767" width="300" height="225" /></a><p class="wp-caption-text">Uva Catalanesca, Monte Somma, in prossimità delle Briglie Borboniche &#8211; Foto di Vincenzo Marciano</p></div>
<p style="text-align: justify;">In un luogo quasi fiabesco, fra i colori delle viti di catalanesca e i suoni di acque sorgive, alle pendici del complesso vulcanico Somma-Vesuvio, si nascondono alcuni tratti di un’imponente opera idraulica d’epoca borbonica: le Briglie. Proteggevano con saggezza e forza la Montagna, difendevano i contadini dalle piene dei torrenti e dalle alluvioni e &#8211; grazie ad una complessa rete di vasche e argini &#8211; risolsero i problemi d’impaludamento che affliggevano da sempre i territori tra le falde del Vesuvio e la città di Napoli. Un efficace sistema d’irreggimentazione delle acque, il primo a carattere organico, un grandioso progetto di prevenzione del rischio idrogeologico connaturato alla Montagna.</p>
<p style="text-align: justify;">Eppure raccontando il Monte Somma e il (più noto) Vesuvio, spesso ci si dimentica che di montagne si tratta: la gente per prima e le autorità poi sono portate da sempre a considerarle esclusivamente vulcani. Lo sono, certo, con un&#8217; attività eruttiva cominciata 18.000 anni fa e protrattasi, tra lunghi periodi di stasi, fino al 1944. Tuttavia la principale tipologia d’instabilità del complesso Somma-Vesuvio, così percorso da torrenti, sono invece gli eventi alluvionali. La gente un tempo chiamava “lave” quelle frane di fango e rocce che scendevano giù impetuose dai vulcani, veloci e temibili almeno quanto i fiumi di fuoco. E fu proprio una “lava”, in una notte d’autunno del 2011, a uccidere Valeria Sodano, poco più che ventenne, a Pollena, piccolo comune sotto il Somma. La strada su cui si trovava con la sua auto, durante un’alluvione nemmeno troppo potente, la uccise dopo essere tornata il torrente che era un tempo, prima che gli uomini lo tombassero per farne un asse viario, trasformandolo coì in strumento di morte.</p>
<p style="text-align: justify;">“Gli alvei-strada sono mine innescate nei centri abitati”, scrive Franco Ortolani, ordinario di Geologia alla Federico II di Napoli. Eppure non ci sono moderni piani di protezione civile, né il territorio dei comuni pedemontani intorno al Vesuvio è manutenuto in modo sufficiente a garantire che la montagna non frani a seguito delle copiosissime piogge che da qualche anno si scatenano all’improvviso. Non esiste alcuna cultura della prevenzione e paghiamo troppo spesso superficialità e incuria con la vita degli innocenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Volgendoci indietro, però, ci accorgeremmo che in un passato non troppo remoto, per mitigare gli effetti alluvionali si volle proteggere la Montagna, pensando a un sistema organico che imbrigliasse i canali di scolo delle acque discendenti dal complesso vulcanico. Sotto il regno dei Borbone, nel 1855, fu affidato a un abile ingegnere di Gaeta, Carlo Afan de Rivera, il compito di risolvere il problema che da sempre affliggeva le zone alle pendici del Monte Somma. Fu il primo, De Rivera, a dirigere l<em>’Amministrazione Generale delle Bonifiche</em>. Non erano solo le alluvioni a generare morte, ma la massiccia presenza di zone paludose che sottraeva terreni alla coltivazione, impoveriva le popolazioni locali e le decimava per via della malaria. A seguito dell’impaludamento, inoltre, vaste aree erano state disboscate perché venissero destinate all’agricoltura, indebolendo così i fianchi e le pendici dei monti e neutralizzando la naturale difesa dai monti stessi opposta alle “lave”.</p>
<p style="text-align: justify;">De Rivera, direttore generale del <em>Corpo di Ponti e Strade, Acque, Foreste e Caccia del Regno delle Due Sicilie</em>, progettò quindi un grandioso ed efficiente sistema di bonifica, manutenzione e rimboschimento dell’intero territorio tra Napoli e il complesso Somma-Vesuvio, risolvendo il problema direttamente a “monte” con le Briglie (e anche a “valle”, con i Regi Lagni).</p>
<div id="attachment_164" style="width: 310px" class="wp-caption alignright"><a href="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/03/DSCF7742.jpg"><img class="wp-image-164 size-medium" src="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/03/DSCF7742-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a><p class="wp-caption-text">Briglie Borboniche, S.Anastasia &#8211; Foto di Vincenzo Marciano</p></div>
<p style="text-align: justify;">Briglie che restano ancora maestose: alte più di quindici metri e lunghe venti, erano (e sarebbero ancora) potenti mura di contenimento in pietra lavica, capaci di correggere la pendenza dei torrenti e trattenere il materiale portato giù dalla furia delle acque, mentre si provvedeva a rimboschire il territorio e bonificare le paludi. Almeno cinquanta vasche di colmata accoglievano le acque, ripulendole dai detriti; quelle di assorbimento, invece, diventavano l’ultima dimora dei torrenti che morivano sulla montagna, senza mai raggiungere il mare. Le campagne caratterizzate da maggiore pendenza furono difese da argini contenitori che ostacolavano la discesa dei detriti e il letto dei torrenti venne protetto da catene e briglie di fondo per evitare che si corrodessero e le loro sponde si sgretolassero. Neppure finì qui. Venne istituita la fondamentale figura del “Sorvegliante idraulico”, vera sentinella del Vesuvio che faceva il giro di tutti i sentieri, aveva specifiche mansioni di controllo e manutenzione delle opere idrauliche e comminava multe ai contadini che non rispettavano le regole.</p>
<p style="text-align: justify;">Con l’Unità d’Italia, il fascismo e l’inurbamento aggressivo e disordinato del territorio, le Briglie e le opere idrauliche di fine Ottocento, caddero progressivamente in disuso. Con l’istituzione delle Regioni, negli anni ’70, la figura del Sorvegliante venne a mancare e il Genio Civile preferì le gettate di cemento all’impiego della pietra lavica locale per effettuare  tanto sporadici quanto offensivi ed inutili interventi di manutenzione.  Le antiche Briglie, però, avevano dato ampia dimostrazione della propria forza e in molte occasioni avevano salvato vite umane. I geologi che si occupano di ingegneria naturalistica sanno che guardarsi indietro non vuol dire regredire: in un Paese in cui il rischio idrogeologico è diventato una priorità e una minaccia incombente su quasi tutto il territorio nazionale, avere la fortuna di poter progettare il futuro approfittando di efficaci e potenti opere già esistenti, rispolverando la saggezza del passato, è una ricchezza immensa.</p>
<div id="attachment_165" style="width: 235px" class="wp-caption alignleft"><a href="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/03/DSCF7748.jpg"><img class="wp-image-165 size-medium" src="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/03/DSCF7748-225x300.jpg" alt="Briglie Borboniche, dettaglio - S.Anastasia" width="225" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Briglie Borboniche, S.Anastasia &#8211; Foto di Vincenzo Marciano</p></div>
<p style="text-align: justify;">Nel giugno del 2014, proprio a Pollena, dove Valeria Sodano perse la vita, è partito un intervento di ingegneria naturalistica che, rispettando le caratteristiche ambientali del Parco Nazionale del Vesuvio, si spera porti alla perfetta funzionalità un tratto delle Briglie Borboniche, adoperando terra e geostuoie, e che si prevede disostruisca l’alveo tombato del Carcavone, il cui letto sarà rinforzato in pietrame per poter stabilizzare le sponde.</p>
<p style="text-align: justify;">Siamo tutti in grado di intuire che il rischio idrogeologico, come qualunque altro fattore di rischio derivante dal dispiegarsi delle forze della Natura, va governato con accorte politiche di prevenzione. Ma pochi ci si impegnano e ancor meno si rendono conto che non sempre la lungimiranza deve armarsi di cemento: l’incrollabile fede negli ultimi ritrovati della tecnologia non sempre paga. Basta voltarsi indietro, e non di molto, per capire che valorizzando il passato possiamo creare occupazione (sul piano turistico e ambientale), arginare il consumo insensato di territorio, proteggerlo e vivere sicuri.</p>
<p style="text-align: justify;">Le Briglie ci propongono, quindi, di coniugare le nostre prospettive al “futuro arcaico”, un tempo che del passato recupera ciò che di buono è stato fatto e che proietta in avanti la possibilità, che troppo spesso ci siamo negati, di essere figli deferenti della Terra.</p>
<p style="text-align: justify;">Hanno resistito al tempo e a noi, le Briglie. Lassù in alto, maestose e sagge, ci insegnano che si può avere amore per ciò che siamo stati e che possiamo ancora essere. Dobbiamo avere cura del sapere che tramandano e dobbiamo ascoltare ciò che suggeriscono: la Montagna non si può sfidare, si può solo amare e, per questo, proteggere.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Miriam Corongiu</em></p>
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