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	<title>Georgika &#187; agricoltura</title>
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	<description>Terre dei Fuochi. E di Vita.</description>
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		<title>LA TRANSIZIONE AGROECOLOGICA LIBERA E PENSANTE</title>
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		<pubDate>Sat, 07 May 2022 13:14:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Miriam Corongiu]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Ho un modo molto personale di guardare alla campagna. Non riesco mai a provare quel particolare abbandono dettato da un’idea di natura altra, incontaminata e forse un po’ algida, che sembra beare tanti quando si ritrovano in luoghi lontani dal vivere moderno. Non c’è niente che si possa definire lontano o altro da noi e anche se, nella comunicazione ordinaria, sottolineo continuamente la dimensione poetizzante della terra che pure esiste e persiste nonostante tutto, le fondamenta stesse del mio pensiero sono sempre pesantemente poggiate su ciò che non va. E ciò che non va è decisamente troppo.</p>
<p style="text-align: justify;">La guerra in Europa emana un’economia che ripete lo stesso modello dei conflitti precedenti. Per l’agricoltura essenzialmente vuol dire: 1)un ulteriore sfruttamento dei terreni per rispondere alle contrazioni del mercato in relazione ad alcuni beni primari (in questo caso grano e mais); 2) aumento dei prezzi dei prodotti agricoli in corrispondenza dei rincari elevatissimi dei costi di produzione, mentre la moneta perde capacità di acquisto; 3) accentuazione delle disuguaglianze nei campi in seno a quelle più genericamente sociali, ma ancora più significative se riguardanti le persone migranti nere; 4) poderosa spinta verso quel passato che non passa, fatto di lobbies dell’agrofarmaceutica e delle associazioni di categoria così vicine agli interessi della grande industria produttiva e distributiva.</p>
<p style="text-align: justify;">Per riprendere le parole di Serpieri in Paolo Nanni a proposito del patrimonio agricolo dopo la Grande Guerra, le decisioni emergenziali portano solo ad ipotecare il futuro: il conflitto di tipo bellico è l’apoteosi della condizione d’emergenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo scorso marzo l’ISMEA, Istituto di Servizi per il Mercato Agricolo Alimentare, ha ben individuato il peso di Russia e Ucraina nel mercato del grano duro e tenero, del mais, dei fertilizzanti e di come la guerra influisca sugli equilibri economici italiani. Per il grano duro c’è di sicuro una grande speculazione in atto che esaspera quelle già in essere, mentre per il mais e i fertilizzanti c’è un’oggettiva difficoltà che riguarda essenzialmente le grandi agroindustrie convenzionali, ma che trasforma tutto il quadro produttivo, piccole aziende biologiche comprese: quando si verifica una contrazione dell’offerta, tutti – e dico tutti – ne approfittano per rincarare i prezzi delle materie prime o dei prodotti indispensabili nella produzione agricola, anche indipendentemente dal costo dell’energia fossile che costituisce la base dell’agricoltura supermeccanizzata e dei fitofarmaci, all’interno dei quali è massiccia la presenza di coadiuvanti e coformulanti di derivazione petrolifera. Il problema è che, mentre le grandi produzioni industriali hanno la possibilità concreta di assorbire i contraccolpi del mercato perché già esternalizzano costi ambientali e sociali e perché sono di nuovo in pole position per le erogazioni dei fondi della Politica Agricola Comunitaria, le piccole realtà si barcamenano molto peggio e sono a rischio chiusura.</p>
<p style="text-align: justify;">L’Europa, in un battito di ciglia, ha dimenticato pratiche e promesse: stop alle rotazioni colturali, alle aree a greening, ai limiti per l’uso di agrofarmaci e fertilizzanti nelle fasce a riposo, a quelli per l’import di materie prime in deroga ai limiti massimi di residui fitosanitari. Stop allora alla strategia Farm To Fork, all’Agenda 2030, a quel chiacchieratissimo Green New Deal che, già debolissimo in partenza, oggi, se messo al paio con la peggiore PAC di sempre e le scudisciate del Copa Cogeca al parlamento europeo, è carta straccia.</p>
<p style="text-align: justify;">Non da ultima c’è la questione dei nuovi OGM perché tali vanno chiamati gli NBT, New Breeding Tecniques. I semi NBT – chiedono le 27 associazioni che si riuniscono nella campagna “Italia Libera dagli OGM” – dovrebbero sottostare alla stessa legislazione che vieta da vent’anni gli OGM in Europa e alla sentenza (2018) della Corte di Giustizia Europea che assimila in tutto e per tutto le nuove biotecnologie alle vecchie. I contadini hanno provveduto sempre da soli al miglioramento genetico dei propri semi, adattando le popolazioni colturali alle condizioni sitospecifiche del clima e del terreno. E’ chiaro che è qui che si giocano gli interessi delle solite multinazionali: i semi Round Up Ready e Round Up Ready 2 vengono venduti con tutto il pacchetto di fitofarmaci necessari a controllare la resistenza delle supermalerbe ai semi transgenici, ma c’è molto di più. Ora che la guerra sul fronte ucraino complica la produzione di mais in Europa, da chi lo importeremo? Possiamo rivolgerci ai paesi dell’UE che hanno avuto raccolti migliori, ma non agli USA perché OGM. Mi sembra abbastanza implicito dove è possibile che vada il mercato del mais e perché ci sia tutta questa rinnovata pressione, anche da parte della Coldiretti, sul tema NBT.</p>
<p style="text-align: justify;">Si consuma perciò, sull’altare del nuovo teatro geopolitico, il dramma delle nostre terre.</p>
<p style="text-align: justify;">La transizione ecologica non è l’unico problema-cardine in periodo di guerra perché non può in nessun caso realizzarsi senza quella agroecologica e, quando giustamente ci battiamo per un clima fuori dal fossile, non possiamo dimenticare che sono l’agricoltura e gli allevamenti convenzionali ad essere responsabili per circa il 50% delle emissioni climalteranti. Per converso, se ci battiamo per l’agroecologia, non possiamo dimenticare che non esistono solo i conflitti su larga scala e che viviamo, ogni giorno, conflitti a bassa intensità accesi dall’ingiustizia ambientale su ogni territorio. La rovina dell’agricoltura è, in primo luogo, un certo tipo di agricoltura, ma coincide anche con le discariche e gli sversamenti abusivi della Terra dei Fuochi, le acciaierie obsolete come l’ILVA di Taranto e i 20km di raggio entro i quali non si può coltivare, le industrie chimiche come la Caffaro di Brescia e l’inquinamento da PCB che ha reso sterili e impraticabili i terreni, i gasdotti come la TAP che marciano sugli ulivi storici e il patrimonio agricolo del Salento, i treni veloci che vorrebbero sventrare la Val di Susa sottraendo acqua, smuovendo amianto, togliendo lavoro utile e magnifici paesaggi.</p>
<p style="text-align: justify;">L’agroecologia, in entrambe le tipologie di conflitto, non è solo una delle possibili alternative all’agricoltura industriale, ma LA risposta comunitaria e rigenerativa che non può essere ridotta a mero pacchetto di conoscenze tecniche. E’, nelle parole e nell’immaginario di Miguel Angel Altieri, di Vandana Shiva e di milioni di contadini e contadine al mondo, un processo di integrazione tra esseri umani e natura. Se davvero ai piani alti lo avessero capito, non la propugnerebbero come perno della transizione.</p>
<p style="text-align: justify;">È ovvio e ormai scontato per alcuni di noi che solo il passaggio dal paradigma meccanico-riduzionista a quello sistemico-ecologico (V. Shiva, 2017) possa garantire la sopravvivenza del pianeta. La transizione agroecologica si può fare solo se smettiamo di farla coincidere con la digitalizzazione e le biotecnologie, se togliamo aria al neolatifondismo e a quella PAC che lo favorisce per far respirare le realtà di piccola scala in cui soprattutto le donne hanno – ad ogni latitudine – un peso determinante, se impediamo alle grandi concentrazioni di potere di fare di braccianti e ambiente la propria personale pattumiera, se parliamo alle persone di sovranità alimentare e non di sovranismo, se sostituiamo la cooperazione alla competizione.</p>
<p style="text-align: justify;">Il nostro immaginario economico è completamente sbagliato, come completamente errati sono i fondamenti biologici del <em>processo </em>economico. Sappiamo da molto tempo che la crescita infinita è un mito distruttivo, ma siamo davvero pronti e pronte a smontare le tesi culturali che lo supportano? E’ molto facile, per moltissime persone, comprendere che i sistemi biologici non tendono alla massimizzazione di alcuna variabile (figuriamoci di quella del profitto) ed è relativamente semplice provare a vivere quindi più sobriamente, modificando con gradualità le proprie abitudini di acquisto o quelle alimentari.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma cosa sappiamo e cosa facciamo in relazione ai rapporti di potere? Mauro Bonaiuti in “Bioeconomia”, una raccolta di scritti di Nicholas Georgescu-Roegen sul tema, rimarca come i sistemi biologici non adottino per sopravvivere solo comportamenti di tipo competitivo, ma che – da sistemi complessi quali sono – adottino una pluralità di strategie diverse come relazioni cooperative e simbiotiche tra le specie, argomenti già centrali in molta letteratura biologica sovietica e che oggi, per esempio, ritroviamo in numerosi studi scientifici come quelli di Suzanne Simard sullo scambio di informazioni tra caducifogli e sempreverdi in contesti di scarsità di CO2.</p>
<p style="text-align: justify;">Possiamo allora riconoscere certamente due cose: la prima e la più lapalissiana è che, a differenza della natura, non siamo abbastanza intelligenti da rispondere con efficacia ai mutamenti di contesto o non ci troveremmo ad un pelo dalla terza guerra mondiale e dalla sesta estinzione di massa nel cuore del Wasteocene (M. Armiero, 2021); l’altra è che i tratti di quel potere che tanto condanniamo sono i nostri stessi tratti somatici.</p>
<p style="text-align: justify;">Ci riempiamo la bocca di parole come comunità e cura, ma non comprendiamo che i processi rivestono la stessa importanza degli obiettivi e non riusciamo nemmeno lontanamente ad avere relazioni autentiche nella differenza perché non ci concediamo il tempo di “stare ed esistere” nelle relazioni. In questo vuoto praticato dalla confusione tra opinione e sapere, e tra sapere e sapere, dalla tensione tra governo e potere perfino nei rapporti personali, dalla cancellazione dell’Altro in politica che, alla maniera di Lacan, non gode affatto di buona salute, dimentichiamo che siamo esseri viventi stigmatizzati dalla profonda necessità di entrare in connessione (non in competizione) con tutti gli altri esseri viventi.</p>
<p style="text-align: justify;">Il cibo buono, sano e giusto, in quanto frutto vivo e manifestazione dell’enorme rete neurale che collega corpi e intenzioni alla terra, potrebbe essere la chiave attraverso la quale ripensare ogni cosa.</p>
<p style="text-align: justify;">Potrebbe se solo non ce ne privassimo in maniera così insensata e non pensassimo di avere più valore assoluto del più esile dei fili d’erba.</p>
<p style="text-align: justify;"><i>Miriam Corongiu</i></p>
<p style="text-align: justify;"><em>A Taranto, per l&#8217;Uno Maggio Libero e Pensante, davanti ad attivisti e attiviste di tutta Italia, decine di migliaia di persone e me stessa. </em></p>
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		<title>Centomila fiori</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Jul 2021 17:49:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Miriam Corongiu]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il fascino millenario delle api nasce da un livello di cooperazione così organizzato e perfetto da essere diventato riferimento e sogno dell’umanità che vorremmo. Leggere e inconsapevoli della loro generosa natura, le api propagano la biodiversità così necessaria alla sopravvivenza di ogni specie e, ignare del <em>do ut des </em>alla base della mistificazione che permea le nostre relazioni, costruiscono l’habitat del mondo che verrà. A differenza di altri insetti impollinatori, non hanno coscienza del soffio impercettibile che la loro vita costituisce nello spazio e nel tempo e producono più miele di quanto sia necessario alla covata: lasciano così in eredità non solo la perfetta geometria delle loro case ceree e la dolcezza del cibo degli dei, ma la dimensione di una società programmata amorevolmente per il futuro. Quella che noi non siamo in grado di realizzare.</p>
<p style="text-align: justify;">Il rapporto UNEP 2021 (United Nations Environment Program) sottolinea come siano ben tre le crisi planetarie da affrontare: i cambiamenti climatici, l’emorragia di biodiversità e l’inquinamento. Mette anche in evidenza come porre fine a queste crisi sia indispensabile per ridurre la povertà, l’insicurezza alimentare/idrica e le pessime condizioni di salute in cui versiamo. Secondo lo stesso rapporto “i governi dovrebbero includere il capitale naturale nelle misurazioni della performance economica, dare un prezzo al carbonio, eliminare gradualmente i sussidi verso i combustibili fossili e reindirizzare i proventi verso soluzioni a basse emissioni di carbonio” tutti punti essenziali per incamminarci verso la salvezza di un pianeta fustigato dalla nostra presenza e di una natura con cui siamo in guerra da troppo.</p>
<p style="text-align: justify;">Fa particolarmente effetto ritrovare tra questi goals indifferibili anche le governance partecipate, il <em>multistakeholderism </em>tanto sbandierato in ogni agenda internazionale e mai veramente voluto da tutti gli anelli di ogni catena di comando. L’effettivo diritto di tutte le parti interessate (<em>stakeholders</em>) a prendere parte ai processi decisionali è un claim dal basso, il perno intorno al quale ruotano le rivendicazioni di quei cittadini e di quelle cittadine che vivono l’ingiustizia ambientale e sociale come una ferita indelebile, qualsiasi sia il loro orientamento politico e qualunque sia il loro posto nel mondo.</p>
<p style="text-align: justify;">I contadini, per esempio, lamentano da sempre scarsissima attenzione all’agricoltura come lavoro in armonia con la terra contro quell’agricoltura industriale che della terra è solo sfruttamento perché concepita come massimizzazione dei profitti. La sovranità alimentare è il diritto di tutti ad autodeterminarsi attraverso la produzione del cibo buono, sano e giusto, ma rimane una mera enunciazione concettuale nelle mani dei potenti. Al Pre-Summit romano del Food System Summit di settembre, infatti, avuto luogo in questi giorni, avremmo potuto/dovuto assistere allo svolgersi di lavori preparatori aperti davvero ad ogni parte interessata e invece – come denuncia da tempo La Via Campesina – abbiamo potuto solo assistere all’ennesima danza di morte delle corporations legate alla grande produzione, alla grande distribuzione e ai sindacati che inevitabilmente le sostengono snaturando il loro stesso ruolo.</p>
<p style="text-align: justify;">La battaglia per una nuova Politica Agricola Comune, nell’ambito della quale risuona il pesante tintinnio di 350 miliardi di euro, non è andata a buon fine e – come sottolinea Fabio Ciconte dalle pagine di Terra e di Domani – dovremo aspettare il 2027, altri sette anni in cui l’agricoltura aggraverà la crisi climatica, per vedere se l’Europa deciderà di spostare l’asse dal greenwashing ai fatti.</p>
<p style="text-align: justify;">Non li abbiamo altri sette anni.</p>
<p style="text-align: justify;">La grandinata record in Emilia Romagna con bombe di ghiaccio grandi come meloni e il caldo record di questi giorni con temperature più alte anche di 18° rispetto alla media stagionale ci dicono che a fallire non sono state la Comunità Europea, né le buone intenzioni della società civile, ma l’umanità tutta.</p>
<p style="text-align: justify;">L’agricoltura dovrebbe avere il potere di cambiare le nostre vite e noi, mani nella terra, dovremmo avere sempre la possibilità e il diritto di ricongiungerci a ciò che siamo stati, di dissipare le nostre inquietudini e di ritrovare la nostra identità riallineandoci con gli equilibri naturali. Dovremmo avere il tempo e il modo di sentirci magnifiche piante, felci lussureggianti nelle giungle equatoriali, modeste, ma luminosissime ginestre alle falde del Vesuvio oppure erica bianca nelle piane scozzesi così vicine al cielo. Potremmo essere api e, con infinita pazienza e alacrità, toccare centomila fiori in un volo soltanto per diffondere la speranza e la concretezza della vita, costruire case che non siano di carta e creare abbondanza, non fame, né infelicità, per tutti gli esseri viventi.</p>
<p style="text-align: justify;">Potremmo. Dovremmo.</p>
<p style="text-align: justify;">L’agricoltura rimane invece terreno di scontro per chi gareggia a essere più potente, per i rapporti di forza e per una visione patriarcale del tutto anacronistica della terra come del mondo. Senza nutrire, dopo il covid e nel mezzo del torpore che ha portato, particolari speranze per il futuro della nostra specie, non sento oggi di poter investire emotivamente e politicamente sulle api come ispirazione e modello.</p>
<p style="text-align: justify;">I questi giorni di sofferenza in cui facciamo la conta dei danni e aspettiamo, tremando, quella dei morti per il caldo fuori misura, mi basterebbe essere uno di quei centomila fiori: sarà anche fede nell’effimero e quindi intima consapevolezza della mia impotenza, ma per un attimo sarò stata baciata da una favola e, sempre e solo per un attimo, mi sarò sentita innocente e viva nell’infinito deserto che c’è.</p>
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		<title>Vi promettiamo amore eterno</title>
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		<pubDate>Mon, 03 Aug 2020 06:31:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Miriam Corongiu]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Il lavoro di un contadino è un lavoro dimenticato. Nella sua essenza e nelle sue ragioni sembra appartenere ad un remoto passato in cui zolle dure e povertà si mescolano a panorami imbionditi dal grano o alla perduta sobrietà del cibo buono e necessario. Non è, però, esattamente così. Non è del tutto scomparsa la possibilità di tornare a star [...]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il lavoro di un contadino è un lavoro dimenticato. Nella sua essenza e nelle sue ragioni sembra appartenere ad un remoto passato in cui zolle dure e povertà si mescolano a panorami imbionditi dal grano o alla perduta sobrietà del cibo buono e necessario. Non è, però, esattamente così. Non è del tutto scomparsa la possibilità di tornare a star bene e di partire verso un mondo più vivibile per ogni fascia sociale.</p>
<p style="text-align: justify;">Rinasce ogni giorno (e da tanto) un modo nuovo di relazionarsi alla terra che fa implodere dall’interno l’attuale modello agroindustriale e che segna il passo verso un’agricoltura giusta, innamorata della natura e ad essa dolcemente sottomessa. E’ un approccio scientifico, basato sull’osservazione e sullo studio dei sistemi contadini dei sud del mondo che per ere sono sopravvissuti ad ogni cambiamento garantendo sussistenza, e sul concetto che alla base del lavoro nella terra debba esserci il rispetto più sacro per ogni forma di vita nelle sue infinite differenze.</p>
<p style="text-align: justify;">Si chiama agroecologia e mette radici profonde ogni giorno di più:</p>
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<video class="wp-video-shortcode" id="video-544-1" width="640" height="352" preload="metadata" controls="controls"><source type="video/mp4" src="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2020/08/piennolo-2020.mp4?_=1" />Coltivazione di pomodorino del &#8220;piennolo&#8221; in consociazione con girasoli e in sistema di agrosilvicoltura tra melograni e noci &#8211; L&#8217;Orto Conviviale, S.Anastasia (Na)<a href="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2020/08/piennolo-2020.mp4">http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2020/08/piennolo-2020.mp4</a></video></div>
<p style="text-align: justify;"><em>(In video: Coltivazione di pomodorino del &#8220;piennolo&#8221; in consociazione con girasoli e in sistema di agrosilvicoltura tra melograni e noci &#8211; L&#8217;Orto Conviviale, S.Anastasia nel napoletano)</em></p>
<p style="text-align: justify;">Vandana Shiva<a href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a>, attivista internazionale nel campo della protezione della biodiversità, sottolinea come l’agricoltura convenzionale sia un’agricoltura di guerra: pesticidi e diserbanti – sostiene &#8211;  sono stati ottenuti attraverso una ridefinizione di laboratorio delle armi chimiche utilizzate nel secondo conflitto mondiale, lasciando intuire con questa affermazione che la premessa stessa dell’agroindustria sia la distruzione. Gli agrofarmaci aggrediscono infatti le colture causando danni enormi non solo al sistema suolo-pianta &#8211; la cui salute e vitalità sono alla base della fertilità dei terreni, della loro resilienza e della produttività delle colture stesse &#8211; ma rovinando la vita umana, interferendo con il nostro sistema immunitario e indebolendolo fino all’insorgenza di gravi malattie, spesso mortali.</p>
<p style="text-align: justify;">Un’agricoltura che si articola in monocolture, disintegrando l’opulenza con cui la natura fa mostra di se attraverso infinite varietà, ha necessità di un massiccio controllo esterno e di tecniche profondamente lesive di tutto ciò che vive nel terreno. Dagli OGM alle NBT (New Breeding Tecniques) che puntano tutto sull’innovazione genetica creata a tavolino e non sull’evoluzione naturale della vita sul pianeta, possiamo evincere premesse culturali radicate esclusivamente nella selezione demiurgica di ciò che è utile al mercato, commerciabile, esportabile. Vince ciò che si produce in fretta, in grandi quantità e soprattutto a costi bassissimi. In virtù dei costi e soprattutto dei costi del lavoro, se ci soffermiamo a riflettere su come l’agroindustria sia incontestabilmente il volto del neocolonialismo nei paesi cosiddetti emergenti, il collegamento sinaptico a sfruttamento, schiavitù, povertà dilagante e migrazioni è immediato.</p>
<p style="text-align: justify;">E se, non da ultimo, consideriamo l’impatto del modello convenzionale sui cambiamenti climatici stimato intorno al 30% delle emissioni globali, l’architettura di un’agricoltura inquinante, socialmente ingiusta e distruttiva può dirsi compiuta. La Shiva dice la verità: la nostra è agricoltura di guerra.</p>
<p style="text-align: justify;">Come possiamo porre fine a questo scontro epocale con la natura? Da dove ripartire nella lotta alle ingiustizie, al caos climatico, alla cultura dalla sopraffazione? Esattamente da dove tutto è iniziato: dalla terra. L’agroecologia è una scienza che tiene presente criteri di efficienza nella produzione alimentare mettendo al centro la sostenibilità ecologica, sociale ed economica. Non può esserci cibo sicuro che non sia contemporaneamente cibo giusto, basato sul rispetto dei diritti umani, delle differenze di genere e degli equilibri naturali. Il nuovo paradigma è un sistema vivente in cui il benessere degli uomini e delle donne, così come di ogni altra forma di vita al mondo, diventa il fulcro concettuale da inverare, ogni giorno, nelle corrette pratiche agricole così come nell’eticità del lavoro.</p>
<p style="text-align: justify;">Si può fare? L’esperienza ci dice di si. Molti studi ormai confermano che la resa delle coltivazioni agroecologiche garantisce la sostenibilità aziendale e quella familiare come e più di quelle convenzionali<a href="#_ftn2" name="_ftnref2">[2]</a> producendo più cibo con meno terra, utilizzando meno energia e meno acqua, migliorando le risorse naturali di base e abbassando le emissioni di gas serra. La produttività misurata in salute e nutrizione risulta incomparabile, come lo sono le conseguenze culturali di questo modello che non sa lasciare indietro nessuno.</p>
<p style="text-align: justify;">Praticare la rigenerazione nella scelta delle tecniche di coltivazione non è un suggerimento romantico: è, al contrario, l’esercizio necessario per il salto verso la compassione e la restituzione. Chi traduce gli studi agroecologici nel proprio contesto aziendale non potrà, in nessun caso, riservare trattamenti disumani ai lavoratori e alle lavoratrici della terra perché li considererà, finalmente, come elementi integranti di quel mondo-natura che reclama venerazione, più che rispetto.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2020/08/jamme1.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-559" src="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2020/08/jamme1-300x263.jpg" alt="Iamme, liberi di scegliere" width="300" height="263" /></a>Nelle aziende come la mia, in cui la biodiversità è un imperativo categorico, i braccianti sono parte della nostra vita e si da loro il giusto contratto, la giusta retribuzione, il giusto trattamento ponendo al vertice delle nostre azioni la solidarietà verso ragazzi e ragazze afflitti dalla povertà e dall’ingiustizia. Parimenti, chi parte da una progettualità di lotta al caporalato e alle disuguaglianze generate dalle agromafie, non potrà esimersi dall’adottare una visione del mondo diversa da quella agroecologica. E’ il caso di I<a title="Jamme, liberi di scegliere " href="https://www.facebook.com/iammeliberidiscegliere/">amme</a>, il tentativo da poco messo in essere tra il materano e il foggiano da Rete per la terra, dal Movimento No Cap e da Altragricoltura basato sull’agricoltura bio: non solo filiera, comunità, aziende e braccianti uniti dall’esigenza di ridare visibilità agli ultimi e umanità alle prime, ma la terra al centro di un’alleanza che – <a href="https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/07/28/caporalato-50-donne-italiane-sfruttate-assunte-grazie-al-progetto-iamme-per-30-anni-mi-hanno-detto-lavora-asina-questo-e-un-sogno/5881960/">partendo dalle donne</a>, 50 donne contro il caporalato &#8211; parla di libertà e di liberazione.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2020/08/sottopadrone_copertina-exe-1.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-560" src="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2020/08/sottopadrone_copertina-exe-1-185x300.jpg" alt="sottopadrone_copertina-exe-1" width="185" height="300" /></a>“Il made in Italy non esiste fuori da questa alleanza”, scrive il sociologo e attivista <a href="https://www.inmigrazione.it/it/socie-e-soci/marco-omizzolo?gclid=Cj0KCQjwyJn5BRDrARIsADZ9ykEKBGg4K8f1g4fZb5iatbf3n-hmzyH_mdLwBO308Ll0D-zev7FrobsaAgbqEALw_wcB">Marco Omizzolo</a><a href="#_ftn3" name="_ftnref3">[3]</a>. “Non riguarda solo il prodotto o il processo. È la sintesi e la prospettiva di un modello di Paese che si esprime dentro un’artigianalità modernizzante che custodisce e nel frattempo sviluppa, nel settore primario e non solo, il proprio tradizionale saper fare, portando tutto al futuro. Dentro questa proposta il caporalato, la ghettizzazione, l’emarginazione, e dunque le agromafie, non possono trovare posto”.</p>
<p style="text-align: justify;">In Terra dei Fuochi siamo ripartiti proprio laddove lo scempio si era compiuto, dalle campagne affogate tra i rifiuti dove i roghi appestano le nostre vite e le nostre terre, convinti che ripristinando quel rapporto d’amore con la natura bruscamente interrotto dall’economia del capitale, si possa tornare a sognare. Abbiamo maturato la certezza che le ecomafie possano essere svuotate non tanto e non solo da politiche repressive o adeguate programmazioni normative, quanto dal movimento culturale di progressiva sottrazione del terreno sulle quali le mafie prosperano: povertà, lavoro nero, omertà.</p>
<p style="text-align: justify;">Noi contadini agroecologici sappiamo che tornare a essere protagonisti del nostro futuro coltivando nel giusto modo significa infliggere un duro colpo all’economia suicida che alimenta di sé il caporalato e il complesso sistema agromafioso fatto di colletti bianchi, professionisti, industriali del settore agroalimentare e esperti della distribuzione, una struttura questa pericolosamente simile alla piovra ecomafiosa.</p>
<p style="text-align: justify;">L’agricoltura ha tutto in comune con la vita e nulla con il profitto, con il bene comune e non con la proprietà privata, con la generosità e non con lo sfruttamento, con ciò che è <em>soave, profondo e lento</em>, molto più che con l’automazione e il latifondismo. Riducendo la scala a redistribuendo le terre, ritornando al sapere contadino e ad un&#8217;agricoltura mani nella terra si potrebbe ottenere equità, sicurezza, sovranità alimentare e, nell’ottica ecologista, giustizia ambientale, sociale, climatica.</p>
<p style="text-align: justify;">Tornando piccoli, stavolta, diventeremmo grandi. E noi contadini ci stiamo lavorando. Quei campi d’oro che sembravano appartenere ad un romanzo di fine ottocento si vedono ormai all’orizzonte e con loro un cibo equo, diritto di tutti. Di zolle dure da vincere ne abbiamo avute tante sotto i piedi e ogni volta siamo stati in grado di portare la fertilità nei campi che abbiamo lavorato, sicuri di essere tanto più necessari adesso di un tempo.</p>
<p style="text-align: justify;">Il mondo si sta ricontadinizzando, lo dicono 22 milioni di nuovi “terroni” in tutto il globo. Cari uomini affezionati al potere, siamo già davanti a voi.</p>
<p style="text-align: justify;">E vi promettiamo amore eterno.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Miriam Corongiu</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> “Agroecologia e crisi climatica”, Terra Nuova Edizioni, 2019</p>
<p><a href="#_ftnref2" name="_ftn2">[2]</a> “Agroecologia. Una via percorribile per un paese in crisi”, di Altieri, Nicholls, Ponti – Edagricole, 2015</p>
<p><a href="#_ftnref3" name="_ftn3">[3]</a> “Sotto padrone. Uomini, donne e caporali nell’agromafia italiana”, Milano, 2019</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Immagine in evidenza: Iamme, liberi di scegliere/Facebook</em></p>
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		<title>Coronavirus: non abbandonate i contadini!</title>
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		<pubDate>Tue, 24 Mar 2020 18:57:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Miriam Corongiu]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[agricoltura]]></category>
		<category><![CDATA[contadini]]></category>
		<category><![CDATA[coronavirus]]></category>
		<category><![CDATA[covid19]]></category>
		<category><![CDATA[pandemia]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Non vediamo che il nostro pezzo di terra da venti giorni, ormai. Le persone che arrivavano in quest’orto dai comuni limitrofi non hanno più il permesso di varcare i confini amministrativi delle loro città e qui giungono, ormai, solo pochi compaesani o qualche temerario che aggira la polizia percorrendo le strade nascoste di una periferia già poco frequentata. La solitudine [...]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Non vediamo che il nostro pezzo di terra da venti giorni, ormai.</p>
<p style="text-align: justify;">Le persone che arrivavano in quest’orto dai comuni limitrofi non hanno più il permesso di varcare i confini amministrativi delle loro città e qui giungono, ormai, solo pochi compaesani o qualche temerario che aggira la polizia percorrendo le strade nascoste di una periferia già poco frequentata. La solitudine che da sempre ammantava serena il lavoro nei campi, ora sembra una cappa nebbiosa perfino nelle ore più terse del mattino e il silenzio a cui abbiamo docilmente adattato le nostre vite appare come il vuoto praticato in una grande latta color argento.</p>
<p style="text-align: justify;">Non sappiamo quanto potrà reggere una piccola azienda agricola come questa alle bordate del coronavirus. Noi contadini che abbiamo sempre rivendicato il ruolo di sentinelle, di custodi della biodiversità e il nostro diritto a coltivare oltre i limiti dell’agrochimica, saremo ancora più oppressi dal mercato globale che si nutre di guerre, di emergenze e di squilibri per imporre le proprie leggi e la propria corte marziale. La prossimità su cui abbiamo scommesso tutto per riportare ognuno di voi alla campagna e ai vostri ricordi, attraverso la quale vi parlavamo contenti di comunità e di vita vera, di luce e di convivialità, è stata cancellata da una manciata di decreti inchiodati al muro della quarantena ad infinitum, mentre lo stato italiano assicura aiuti consistenti, di 8 volte superiori, solo ai colossi agroindustriali. Ai nostri diretti carnefici.</p>
<p style="text-align: justify;">Eppure siamo noi, quelli e quelle dei fazzoletti di terra, a garantire la sopravvivenza del nostro mondo, fornendo cibo sicuro al 70% dell’umanità e proteggendo il diritto dei popoli alla sovranità alimentare. Noi siamo la storia, la cultura e il futuro di ogni territorio, il contrasto vero e imprescindibile ai cambiamenti climatici e una cornucopia sempre straripante di possibilità lavorative soprattutto nelle aree interne del paese da troppo tempo abbandonate.</p>
<p style="text-align: justify;">Soprattutto, però, siamo una promessa di felicità nella ricomposizione. La nostra è un’arca perduta e ritrovata nel guazzabuglio della modernità dove i pruni in fiore sono la siepe che ci proietta nella società che vorremmo. Diamo accoglienza a chi fugge dalle guerre, agli uomini e le donne che vorremmo crocifissi nei centri di espulsione perché “prima gli italiani” e che ora, in virtù della fratellanza sbandierata al tempo della pandemia, andrebbero finalmente considerati solo essere umani. Terrorizzati come noi. Le esigenze della campagna, affamata di braccia, offrono ancora una volta al mondo intero, l’opportunità di sopravvivere alla propria brutalità.</p>
<p style="text-align: justify;">E dove potreste trovare, se non dai contadini come noi, la ribellione ad ogni stereotipata confezione, il sapore della frutta di stagione e le conserve di un tempo pronte per i tempi duri?</p>
<p style="text-align: justify;">Dove, se non qui, potete ancora percepire la forza della natura che si rigenera a dispetto di ogni contagio? Questi non sono articoli da megastore, né da centri commerciali. Non sono cianfrusaglie a buon mercato, ma i risultati di un lavoro durissimo e generoso del quale vorremmo parlarvi ancora a lungo.</p>
<p style="text-align: justify;">Non ci abbandonate. Venite da noi!</p>
<p style="text-align: justify;">Abbiamo messo da parte i nostri libri per regalarvi una storia in più da vivere e vi offriremo le nostre margherite selvatiche per ricordarvi che c’è sempre un’altra primavera. Non troverete mai né storie, né margherite nei grandi supermercati, né ricordi, né sogni. Anche nella paura e nel disagio potete continuare a costruire il mondo che vorreste, percorrendo quei pochi metri che vi separano da noi per comprare la natura che si fa agricoltura.</p>
<p style="text-align: justify;">Siamo ancora, sempre stati, la vostra nostalgia più grande.</p>
<p style="text-align: justify;">Siamo ancora, sempre saremo, la vostra speranza più ardente.</p>
<p style="text-align: justify;">Non cancellate i nostri giorni. Non dimenticate.</p>
<p style="text-align: justify;">Non c’è bisogno che finisca tutto per tornare a vivere, quando ogni giorno c’è la possibilità di ricominciare.</p>
<p><em>Miriam Corongiu</em></p>
<p><em><a title="L'Orto Conviviale" href="https://www.facebook.com/lortoconviviale/?ref=bookmarks">L&#8217;Orto Conviviale</a></em></p>
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		<title>Terra, fuoco, cambiamenti climatici</title>
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		<pubDate>Tue, 22 Jan 2019 17:45:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Miriam Corongiu]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[agricoltura]]></category>
		<category><![CDATA[ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[cambiamenti climatici]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>L&#8217;agricoltura è spesso considerata un tema squisitamente tecnico, noioso e culturalmente disancorato dalla modernità, soprattutto perché, nell&#8217;immaginario collettivo, è stata deprivata di tutta la sua nobiltà.  Eppure, soprattutto nelle agende politiche dei movimenti ambientalisti &#8211; legati alla terra come fonte d&#8217;identità profonda e luogo dell&#8217;esistere &#8211; dovrebbe essere  centrale: dovrebbe poter penetrare nel linguaggio comune, in ogni discorso. E dovrebbe [...]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">L&#8217;agricoltura è spesso considerata un tema squisitamente tecnico, noioso e culturalmente disancorato dalla modernità, soprattutto perché, nell&#8217;immaginario collettivo, è stata deprivata di tutta la sua nobiltà.  Eppure, soprattutto nelle agende politiche dei movimenti ambientalisti &#8211; legati alla terra come fonte d&#8217;identità profonda e luogo dell&#8217;esistere &#8211; dovrebbe essere  centrale: dovrebbe poter penetrare nel linguaggio comune, in ogni discorso. E dovrebbe esserlo non solo perché &#8220;palestra di virtù civili&#8221;, come vuole Virgilio nelle Georgiche, ma perché le civiltà contadine di tutto il mondo insegnano una condivisione del vivere imperniata sui beni comuni da opporre all&#8217;idolatria neoliberista dell&#8217;io (basta guardare ai millenari usi civici)  e perché, oggi, l&#8217;agricoltura nella sua declinazione convenzionale costituisce una gravissima problematica ambientale con effetti devastanti sulla salute delle persone, sulla fertilità dei suoli e sui cambiamenti climatici.</p>
<p style="text-align: justify;">I contadini risentono ormai drammaticamente delle alterazioni del clima e, con ogni probabilità, sono fra coloro che le registrano prima e con maggior attenzione. Un esempio generazionale e al femminile può ben descrivere l&#8217;accelerazione del cambiamento: mia madre ha conosciuto solo la neve del &#8217;56 che a Napoli fu un evento di portata storica; io, al contrario, avevo visto solo un po&#8217; di zucchero a velo sui tetti della mia città. Ma mia figlia, che oggi ha dieci anni soltanto, ne ha invece fatto esperienza già due volte e di entrambe le volte io ricordo la data. In tutti e due casi, soprattutto nell&#8217;ultimo, le colture hanno riportato danni e nel 2018 (anche per eventi non riconducibili al gelo) i <a title="Italia, con disastri naturali persi 48,8 mld in 20 anni" href="http://https://www.ilmessaggero.it/economia/news/italia_con_disastri_naturali_persi_48_8_mld_in_20_anni-4037097.html">danni riportati in agricoltura</a> ammontano a 600 milioni di euro.</p>
<p style="text-align: justify;">Alluvioni, siccità, nevicate sono fenomeni che influenzano moltissimo l&#8217;andamento dei raccolti. L&#8217;aumento progressivo delle temperature globali, nello specifico, comporta  una diversa distribuzione degli agenti patogeni. In soldoni, significa che le colture soggette a stress idrico (troppa acqua o troppo poca) si ammalano di più, cosa che in agricoltura industriale si traduce in un uso ancora più massiccio di fitofarmaci per evitare che le rese produttive calino drasticamente. Sulle conseguenze nefaste dell&#8217;uso, razionale e irrazionale, dell&#8217;agrochimica mi sono già espressa <a title="Pesticidi, una cultura da eradicare" href="http://http://www.georgika.it/wordpress/?p=489">qui</a>. In questo contesto, vale perciò la pena insistere non tanto sui danni <em>causati</em> <em>in agricoltura </em>dalle alterazioni climatiche, ma principalmente sul processo inverso, ossia su quelli <em>provocati dall&#8217;agricoltura</em> al clima.</p>
<p style="text-align: justify;">I gas climalteranti, la cui produzione naturale viene drammaticamente aumentata da quella antropica, sono essenzialmente l&#8217;anidride carbonica, il metano, i gas fluorurati e il protossido di azoto. Nel complesso, si ritiene che l&#8217;agricoltura convenzionale sia responsabile per circa il 25-30% delle emissioni globali di gas serra perché incide pesantemente sulla produzione della maggior parte di essi. E&#8217; basata, infatti, sull&#8217;uso massiccio di combustibili fossili tanto come carburanti dei mezzi meccanici quanto come coadiuvanti e coformulanti degli agrofarmaci. Inoltre, la spropositata fertilizzazione chimica dei terreni &#8211; oltre a provocare serissimi problemi d&#8217;inquinamento delle falde acquifere &#8211; ha determinato un significativo aumento delle emissioni di protossido di azoto. Rivedere, pertanto, la cultura produttiva attuale non è solo un&#8217;alternativa possibile, ma una necessità impellente.</p>
<p style="text-align: justify;">C&#8217;è di più. Se accostassimo le problematiche ambientali specifiche della Terra dei Fuochi, le alterazioni climatiche e la riflessione fin qui condotta sull&#8217;agricoltura, ci renderemmo conto di quanto, tecnicamente e politicamente, tutto si incroci.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;Italia, in quanto paese sottoscrittore del Protocollo di Kyoto, è tenuta ad elaborare periodicamente l&#8217;Inventario Nazionale delle Emissioni (INES) suddividendolo in sei settori: Energia, Processi Industriali, Solventi, Agricoltura, LULUCF (grosso modo consumo di suolo e silvicoltura) e Rifiuti. In tutti questi ambiti, la combustione dei rifiuti presa in esame è esclusivamente quella legale, ossia derivante da incenerimento, cremazione dei corpi e compostaggio. Nessun accenno, chiaramente, alla combustione <em>illegale </em> dei rifiuti che è invece un fenomeno largamente diffuso non soltanto in Campania, ma in tutto il Paese.</p>
<p style="text-align: justify;">Secondo <a title="In due anni 250 incendi nello smaltimento dei rifiuti: non è normale " href="http://https://www.lastampa.it/2017/09/13/scienza/in-due-anni-incendi-nello-smaltimento-dei-rifiuti-non-normale-lpUTVvHf7Vd1apoyAi0InI/pagina.html"><em>La Stampa </em></a>e soltanto fino al settembre del 2017, sono 250 gli incendi dolosi negli impianti di gestione dei rifiuti. In Campania, nella sola estate del 2018, sono state 8 le piattaforme di stoccaggio andate a fuoco: colonne di fumo nero, densissime e imponenti, hanno messo a rischio le colture e la salute delle popolazioni circostanti nel raggio di molti chilometri. Una fenomenologia criminale così radicata, che in Terra dei Fuochi si accompagna ad una vera e propria quotidianità di roghi appiccati ad ogni discarica abusiva di rifiuti, influisce sicuramente in maniera catastrofica sui cambiamenti climatici e dovrebbe essere registrata anche all&#8217;interno dell&#8217;INES. Varrebbe dunque la pena, per noi ambientalisti, spingere politicamente perché lo sia.</p>
<p><iframe width="860" height="484" src="https://www.youtube.com/embed/l-8jojujUWI?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></p>
<p style="text-align: justify;">Risulta di certo comprensibile che le popolazioni afflitte da un&#8217;ordinaria e locale violenza ambientale non abbiano, probabilmente, sviluppato una sensibilità particolare ad un gravissimo problema globale. Tuttavia, è necessario attivarsi in questa direzione e incrociare sempre la riflessione politica sulla Terra dei Fuochi a quella sul clima. E se, abbandonando per un attimo i Fuochi, ci concentrassimo sulla parola Terra, dovremmo sostenere un deciso cambiamento di passo a favore del modello contadino, l&#8217;unico in grado di poter garantire:</p>
<ul>
<li style="text-align: justify;">giustizia ambientale, perché fa a meno dell&#8217;agrochimica</li>
<li style="text-align: justify;">equità, perché incentrata sui beni comuni</li>
<li style="text-align: justify;">economia produttiva di segno positivo, come dimostrano i moderni studi agroecologia</li>
<li style="text-align: justify;">un rinnovato senso di umanità perché la spiritualità diffusa in tutte le civiltà contadine è ciò che ci serve per immaginare un mondo diverso</li>
</ul>
<p style="text-align: justify;">In fondo, dedicare tutto a questa terra è quello che facciamo da sempre: combattiamo per lei, per il diritto di restarci, perché non venga deturpata e perché continui ad avere radici lunghissime e delicate nella memoria di ciascuno di noi. L&#8217;agricoltura, dunque, non è solo la storia di questa regione. E&#8217; il futuro radioso che ci attende se sapremo coltivare opportunamente il nostro passato.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Miriam Corongiu</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Intervento preparato per Stop Biocidio nell&#8217;ambito di Occupy Climate Change, incontro incentrato sulle strategie di contrasto ai cambiamenti climatici e promosso da Marco Armiero, direttore dell’Environmental Humanities Laboratory del KTH Royal Institute Technology di Stoccolma. </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Foto in evidenza: Luigi Viglione</em></p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>Pesticidi, una cultura da eradicare</title>
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		<pubDate>Mon, 13 Aug 2018 17:22:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Miriam Corongiu]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[agricoltura]]></category>
		<category><![CDATA[ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Basilicata]]></category>
		<category><![CDATA[Caffaro]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>DeWayne “Lee” Johnson passeggia nervoso nei corridoi del tribunale americano che, a breve, lo consegnerà alla storia. Un giardiniere di colore, 46 anni, con un cancro terminale alla pelle, sta per mettere in ginocchio il più noto dei colossi dell’agrochimica: la Monsanto, ora gruppo Bayer. Lo sguardo torvo, quasi spento. Penserà probabilmente ai suoi figli di 10 e 13 anni [...]</p>
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]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://https://video.corriere.it/processo-monsanto-dewayne-johnson-corridoi-tribunale-poco-prima-sentenza/ef41cfc6-9cf2-11e8-bdf6-1676d51daf16">DeWayne “Lee” Johnson</a> passeggia nervoso nei corridoi del tribunale americano che, a breve, lo consegnerà alla storia. Un giardiniere di colore, 46 anni, con un cancro terminale alla pelle, sta per mettere in ginocchio il più noto dei colossi dell’agrochimica: la Monsanto, ora gruppo Bayer. Lo sguardo torvo, quasi spento. Penserà probabilmente ai suoi figli di 10 e 13 anni che presto si ritroveranno orfani di padre, ennesime vittime di questo mondo a rovescio che mette i soldi davanti a tutto, perfino alla vita stessa. E con i soldi, anche in questo caso, si cerca di compensare. Sono infatti 268 i milioni di dollari che lo Stato della California stabilisce debbano essere pagati e non soltanto perché il glifosato usato come erbicida sia ritenuto un killer. Ma perché la Monsanto SAPEVA. Sapeva di aver messo in commercio un principio attivo probabilmente cancerogeno e sapeva che i 4 miliardi di dollari che ne avrebbe ricavato si sarebbero sporcati di sangue.</p>
<p style="text-align: justify;">Alla Monsanto era già “capitato” di essere superficiale nella gestione dei propri brevetti. Nei noti <a href="http://espresso.repubblica.it/inchieste/2017/08/17/news/pcb-i-veleni-prodotti-in-italia-nonostante-gli-allarmi-sulla-loro-pericolosita-1.308097">Poison Papers</a>, un enorme archivio di documenti collazionati tra cause intentate alle industrie chimiche e richiesti alle agenzie federali americane, si legge a chiare lettere che la Monsanto era a conoscenza anche della pericolosità dei PCB, i policlorurobifenili prodotti per 50 anni dalla Caffaro di Brescia e responsabili del più grande disastro industriale italiano. I PCB sono stati ritirati dal mercato solo a catastrofe avvenuta e quando la potente macchina da soldi americana capì che non poteva più ricavarne nulla. Accadrà lo stesso per il glifosato che, per esempio, l’EFSA (Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare) ha ritenuto non essere dannoso <a href="https://www.wired.it/scienza/ecologia/2017/11/30/glifosato-voto-europa/">e il cui uso è stato prorogato nel Vecchio Continente per altri 5 anni.</a></p>
<p style="text-align: justify;">Eppure sono ormai una folta antologia gli studi che provano come pesticidi e diserbanti in genere siano altamente tossici per la salute umana, oltre che una condanna per i suoli agricoli. E’ del giugno di quest’anno la pubblicazione di una ricerca che potrebbe mettere la parola fine a ogni discussione in merito: Celine Lukowicz e il suo team di studiosi hanno dimostrato sulla rivista scientifica <a href="https://ehp.niehs.nih.gov/ehp2877/"><em>Environmental Health Perspectives</em></a> che i residui dei fitofarmaci, anche se in dosaggi inferiori a quelli consentiti per legge ma assunti in combinazione multipla attraverso il cibo, possono provocare alterazioni del metabolismo. Il documento recentemente espresso dall’ISDE (Medici per l’Ambiente) &#8211; <a href="http://www.isde.it/rischi-derivanti-dallobbligo-duso-di-pesticidi-per-il-controllo-della-xylella-fastidiosa-in-puglia/"><em>&#8220;Rischi derivanti dall’obbligo d’uso di pesticidi per il controllo della xylella fastidiosa in Puglia&#8221; </em></a>- in merito al Decreto Martina del marzo 2018 e all’obbligo imposto ai coltivatori pugliesi di utilizzare neonicotinoidi e piretroidi per debellare la presunta infestazione da Xylella Fastidiosa, ci schiaffeggia anche di più: a fronte di controlli esigui sia sui residui di pesticidi negli alimenti che nelle acque (ad esempio, scrive il dott. Agostino Di Ciaula, non è mai stato monitorato l’uso del glifosato), tra il 2012 e il 2014 è aumentata la percentuale di campioni con presenza simultanea di più pesticidi, sino a 15 differenti tipologie in un unico campione. Siamo già ben oltre gli standard dello studio della Lukowicz.  E se consideriamo che L’ISTAT ci consegna la Puglia al quarto posto in Italia per l’uso di agrochimica, siamo indotti a pensare che, se i monitoraggi fossero più estesi e costanti, ci ritroveremmo davanti ad una situazione incredibilmente preoccupante.</p>
<p style="text-align: justify;">Sulla stessa scia si pone la recentissima proroga dello Stato italiano all’uso della <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Cloropicrina">cloropicrina</a>, un fumigante del suolo che serve a eliminare funghi e insetti dannosi alla coltivazione delle fragole e altre colture, utilizzato in sintesi differenti come arma chimica durante il primo conflitto mondiale. Anche l’attuale governo ha preferito agire in regime di deroga alla disciplina europea per evitare scontri con i produttori. La Spagna aveva già autorizzato l’uso di questo principio attivo ritenuto indispensabile ai fragoleti e, <a href="materasocial.live/agricoltura-coldiretti-basilicata-plaude-alla-proroga-sullutilizzo-della-cloropicrina-nella-produzione-di-fragole/">ribadisce la Coldiretti lucana</a>, il comparto ne avrebbe risentito in maniera drammatica. Tuttavia, è possibile e remunerativo <a href="http:https://www.coltivazionebiologica.it/coltivare-piante-di-fragole///">coltivare fragole in regime di agricoltura biologica</a> come dimostrano moltissime esperienze sul campo e, ormai, una notevole letteratura a riguardo.</p>
<p style="text-align: justify;">Perché, dunque, se è chiaro ai più che l’uso dell’agrochimica è pestilenziale per la salute umana e dei suoli; perché se gli studi in materia di agricoltura biologica/biodinamica urlano ormai la possibilità di andare oltre il paradigma corrente, c’è ancora questa corsa ai sistemi convenzionali? Dagli ulivi della Puglia ai <a href="http://www.lastampa.it/2018/07/09/scienza/tanti-troppi-pesticidi-sulle-vigne-del-prosecco-z6UIwN4TjHtiSdE8XruWHO/pagina.html">vigneti veneti del prosecco</a>, dal verde scolastico curato da DeWayne Johnson con il glifosato, al <a href="http://www.rainews.it/dl/rainews/media/ContentItem-dd07acb6-41ac-4079-ab64-2cee6a04c8f3.html">clordecone che appesta le banane delle Antille<span style="color: #007000;">: </span></a>cosa rende così lento il passaggio a più avanzati sistemi agroecologici in armonia con la natura?</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;economia neoclassica che ancora oggi tiene banco nelle accademie e che impregna di sé ogni aspetto della cultura meccanicistica moderna, si basa essenzialmente sul concetto che al mondo naturale si possa attingere illimitatamente. Eppure, la fisica e la biologia ci dicono &#8211; fosse anche solo per esperienza diretta &#8211; che in natura qualsiasi processo è soggetto a degradazione: qualcosa si perde per sempre, o &#8211; per meglio dire &#8211; c&#8217;è sempre un costo ogni volta che produciamo un bene o un servizio. La natura, invece, contrariamente a quanto ritenevano gli economisti classici, non offre nulla gratis<a href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">A questa cultura economica, crudele con l&#8217;ambiente e profondamente ignorante delle leggi naturali, si ancora l&#8217;agricoltura convenzionale. Nel convincimento che l&#8217; <em>homo oeconomicus </em>avesse davvero il potere di dominare il mondo senza ritorsioni sensibili, anche i sistemi agricoli si sono trasformati in modifiche sostanziali (e per questo deboli) del paesaggio. L&#8217;agrochimica è indispensabile in regime di monocoltura, laddove cioè in assenza totale di biodiversità, le colture diventano terribilmente suscettibili alle avversità biotiche: enormi concentrazioni di risorse utili agli insetti fitofagi specializzati (che si cibano di quelle specifiche piante) ne determinano l&#8217;immigrazione e gli insetti antagonisti vengono decimati. Il risultato finale è un ecosistema artificiale che per sussistere richiede un costante intervento umano<a href="#_ftn2" name="_ftnref2">[2]</a>: la medicina è necessaria quando ci si ammala, non prima.</p>
<p style="text-align: justify;">Masanobu Fukuoka, l&#8217;ideatore dell&#8217;agricoltura naturale, pensava a quella convenzionale come ad una vera e propria dipendenza culturale: una droga dalla quale, una volta assunta, è difficile liberarsi. Pur vivendo e studiando il potere del &#8220;filo di paglia&#8221; in anni addirittura di molto antecedenti la Rivoluzione Verde, Fukuoka già capiva quanto fosse perverso il pensiero sotteso all&#8217;uso della chimica in agricoltura: massime rese con il minimo sforzo, controllo capillare e sottilmente narcisistico di ogni reazione scomposta della natura, profitti alti. E non importava a quale prezzo.</p>
<p style="text-align: justify;">E&#8217; intuitivo comprendere, a questo punto, come sia difficile passare dall&#8217;agricoltura convenzionale a sistemi agroecologici sostenibili: è una conversione spirituale molto prima che tecnica che impone una riflessione molto seria su se stessi e sul mondo. Guardare alla terra come fine e non come mezzo dovrà diventare il cardine di una nuova ispirazione e, in questa nuova dimensione culturale, l&#8217;agricoltura tornerà a essere un dolce addomesticare la natura, non un pericolo certo per troppi di noi.</p>
<p style="text-align: justify;">Nella bellissima prefazione di Giannozzo Pucci a &#8220;La rivoluzione del filo di paglia&#8221; di Fukuoka, con invidia e con speranza si legge : &#8220;E&#8217; questo il senso più importante: lo spirito di vita, l&#8217;essere come fanciulli. L&#8217;agricoltura, allora, viene da sé&#8221;<a href="#_ftn3" name="_ftnref3">[3]</a></p>
<p><em>Miriam Corongiu</em></p>
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<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> “Bioeconomia – verso un’altra economia ecologicamente e socialmente sostenibile” di Nicholas Georgescu Roegen, Bollati Boringhieri, 2003, a cura di Mauro Bonaiuti</p>
<p><a href="#_ftnref2" name="_ftn2">[2]</a> “Agroecologia, una via percorribile per un pianeta in crisi” di Altieri, Nicholls, Ponti – Edagricole, 2015 – pag. 7</p>
<p><a href="#_ftnref3" name="_ftn3">[3]</a> “La rivoluzione del filo di paglia” di Masanobu Fukuoka, Libreria Editrice Fiorentina, 2008</p>
<p><em>Immagine in evidenza: <a href="https://www.giornaledipuglia.com/2018/06/studio-shock-i-pesticidi-possono.html">www.ilgiornaledipuglia.it </a></em></p>
<p>Pubblicato anche su <a href="http://www.decrescita.com/news/pesticidi-una-cultura-da-eradicare/">Decrescita Felice Social Network</a></p>
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		<title>Il caporalato della Grande Distribuzione</title>
		<link>https://www.georgika.it/wordpress/?p=485</link>
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		<pubDate>Thu, 02 Aug 2018 17:31:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Miriam Corongiu]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[agricoltura]]></category>
		<category><![CDATA[caporalato]]></category>
		<category><![CDATA[Eurospin]]></category>
		<category><![CDATA[GDO]]></category>
		<category><![CDATA[grande distribuzione]]></category>
		<category><![CDATA[pomodoro]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>E’ davvero rivoltante la capacità di questo sistema economico di fagocitare vite, lavoro e diritti e non si può che cambiarne il paradigma. Uno dei settori in cui maggiormente se ne sente il peso è l’agricoltura e all’agricoltura sono per natura legati temi come l’immigrazione e le economie trasformative. Problemi che vengono da lontano, ma non troppo: vero e proprio [...]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<div data-editor="4c9a4" data-block="true" data-offset-key="abl3f-0-0">
<div class="_1mf _1mj" data-offset-key="abl3f-0-0"><span data-offset-key="abl3f-0-0"><span data-text="true">E’ davvero rivoltante la capacità di questo sistema economico di fagocitare vite, lavoro e diritti e non si può che cambiarne il paradigma. Uno dei settori in cui maggiormente se ne sente il peso è l’agricoltura e all’agricoltura sono per natura legati temi come l’immigrazione e le economie trasformative.</span></span></div>
</div>
<div data-editor="4c9a4" data-block="true" data-offset-key="628ch-0-0">
<div class="_1mf _1mj" data-offset-key="628ch-0-0"><span data-offset-key="628ch-0-0"><span data-text="true">Problemi che vengono da lontano, ma non troppo: vero e proprio dramma all&#8217;origine della crisi di molti contadini è il trust creato dalla Grande Distribuzione Organizzata i cui metodi sono da vero caporalato economico. Parliamo di sfruttamento e riduzione alla fame dei piccoli produttori. </span></span></div>
</div>
<div class="text_exposed_show">
<p>Il meccanismo che meglio racconta l&#8217;assoluto strapotere di questo circuito perverso è l&#8217;asta a doppio ribasso che fissa prezzi vergognosi per chi acquista e per chi vende. L&#8217;Eurospin (1000 punti vendita in Italia) bandisce un&#8217;asta per milioni di bottiglie di pomodoro. Vince il prezzo più basso. Ne bandisce dunque un&#8217;altra partendo da questo prezzo. C&#8217;è chi abbandona perché non ce la fa sostenere il prezzo d&#8217;asta e chi rimane perché magari pensa di potersi rifare l&#8217;anno successivo.</p>
<p>Può fare comodo comprare una passata a 0.39€, ma l&#8217;effetto a catena di questo acquisto è devastante.<br />
Produrre un chilo di pomodori non può costare meno di 1€. A questo vanno aggiunti i costi di trasformazione, etichetta, IVA, margini di guadagno che diano senso al duro lavoro fatto, ecc. Se sono costretta a vendere il mio pomodoro a molto meno di quanto mi serve per recuperare le spese dovrò:<br />
&#8211; abbassare la qualità della materia prima<br />
&#8211; utilizzare sistemi di coltivazione che aumentino le rese, ma che inevitabilmente avvelenino prodotti e terreni<br />
&#8211; sottopagare (sfruttare) chi lavora per me</p>
<p>In definitiva &#8211; e al netto della criminalità vera e propria che c&#8217;è dietro la GDO &#8211; grazie alle economie di scala:<br />
&#8211; i contadini si impoveriscono e abbandonano le terre<br />
&#8211; i trust dell&#8217;agroalimentare crescono ancora di più e aumentano vertiginosamente il loro capitale<br />
&#8211; chi è povero non può permettersi cibo decente<br />
&#8211; il degrado dei suoli, dovuto alle cattive pratiche dell&#8217;agricoltura convenzionale esportata dall&#8217;occidente nelle economie emergenti, determina buona parte delle migrazioni<br />
&#8211; gli sfruttati del sud del mondo non smettono mai di essere sfruttati<br />
&#8211; arrivano i governi di destra normalizzata e, con il paravento del sovranismo, pensano di risolvere il problema eliminando gli sfruttati. Mai gli sfruttatori.</p>
<p>Al ministro alle politiche agricole, un certo sig. Centinaio (la cui mail è terronsgohome@yahoo.it) &#8211; leghista &#8211; si può chiedere di avere una tale visione dell&#8217;agricoltura locale e globale?</p>
<p>No. Decisamente no. <a class="_58cn" href="https://www.facebook.com/hashtag/resistenzacontadina?source=feed_text" data-ft="{&quot;tn&quot;:&quot;*N&quot;,&quot;type&quot;:104}"><span class="_5afx"><span class="_58cl _5afz">#</span><span class="_58cm">resistenzacontadina</span></span></a></p>
<p><a href="https://l.facebook.com/l.php?u=https%3A%2F%2Fwww.internazionale.it%2Freportage%2Fstefano-liberti%2F2018%2F07%2F25%2Fpassata-pomodoro-eurospin&amp;h=AT0Trvn3Ek7d4WO8xUVC9vRsX1UsB6ixTigTTrt1JzjmhHL9IuLC91FibMlIPEIsaJ44oQyLsd7ZnkoiPZukAhkJpkxQz4DdfngkK_A0ubqVw97XRTJmSbVms9EpSfw11KgRs_D7rgyJQ-EDukE" target="_blank" rel="nofollow" data-lynx-mode="origin" data-ft="{&quot;tn&quot;:&quot;-U&quot;}">https://www.internazionale.it/…/25/passata-pomodoro-eurospin</a></p>
</div>
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		<title>Idroponica: Rivoluzione o illusione agricola?</title>
		<link>https://www.georgika.it/wordpress/?p=472</link>
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		<pubDate>Tue, 13 Feb 2018 11:41:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Miriam Corongiu]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[agricoltura]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Questo breve articolo, che si propone soltanto come riflessione sul tema dell&#8217;agricoltura del futuro, è stato pubblicato dai miei amici di Decrescita Felice Social Network. Nasce nell&#8217;ambito della rubrica &#8220;LA RIVOLUZIONE AGRICOLA&#8221; in corso di pubblicazione sulla pagina Facebook della Rete di Cittadinanza e Comunità, la federazione di circa 30 associazioni in Terra dei Fuochi di cui sono parte attiva. [...]</p>
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]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>Questo breve articolo, che si propone soltanto come riflessione sul tema dell&#8217;agricoltura del futuro, è stato pubblicato dai miei amici di Decrescita Felice Social Network. Nasce nell&#8217;ambito della rubrica &#8220;LA RIVOLUZIONE AGRICOLA&#8221; in corso di pubblicazione sulla pagina Facebook della Rete di Cittadinanza e Comunità, la federazione di circa 30 associazioni in Terra dei Fuochi di cui sono parte attiva. La rubrica prende il nome dall&#8217;omonima puntata di &#8220;Presa Diretta&#8221; andata in onda sulla RAI il 5 febbraio scorso ed è, a tutti gli effetti, una serie di appunti e precisazioni di carattere politico sui temi affrontati da Riccardo Iacona. Di agricoltura si parla sempre troppo poco, ma soprattutto non se ne parla mai dal punto di vista dei piccoli. </em></p>
<p style="text-align: justify;">Si fa un gran parlare di alcune tecniche di coltivazione proposte come il futuro del settore e dell’umanità. Una tra queste è l’idroponica, ossia una tecnologia indoor che consente di coltivare “fuori suolo”, sostituendo la terra con un substrato inerte (argilla espansa, fibre di cocco, ecc), in serre supercontrollate in cui il sole è sostituito dai neon, utilizzando compost perlopiù inorganici. L’idea è quella di ricreare un’eterna primavera per indurre le piante a produrre tutto l’anno, in assenza di parassiti e con maggior rispetto per l’ambiente. Le considerazioni da fare a riguardo sono diverse e ne faremo solo alcune e solo in nuce:</p>
<p style="text-align: justify;">1) IPERPRODUZIONE E SPRECO ALIMENTARE: non abbiamo bisogno di produrre di più, ma di consumare meglio e di sprecare meno. Gli agricoltori, a causa dello strozzinaggio cui sono sottoposti dalla Grande Distribuzione, sono spesso costretti a lasciare nel campo i loro prodotti perché, raccogliendo e rivendendo a prezzi bassissimi, non riescono nemmeno a coprire i costi di produzione. I consumatori, d’altro canto, buttano in Europa circa 88 milioni di tonnellate di cibo l’anno (fonte <a href="http://www.ilfattoalimentare.it/spreco-alimentare-europa.html" target="_blank" rel="nofollow noopener" data-lynx-mode="async" data-ft="{&quot;tn&quot;:&quot;-U&quot;}" data-lynx-uri="https://l.facebook.com/l.php?u=http%3A%2F%2Fwww.ilfattoalimentare.it%2Fspreco-alimentare-europa.html&amp;h=ATMUFiXG5WXo8J8y3TSMHNnV0L8oSBOKLmXV4yk5XUROgV69TwMSxFRf8kgvT1t7PnskEVa4zO3sPn61Mnkr9p0WfJCQfdsTZ58eCxMHGt7_ttGk77Ew1hO_m9gUp_Gp5HmGFOoeSOUT_oRrPiqUhojrh_eMBmA-lUobK-Gyvf1zi5Pskx_tZnM8qFFwpywI4W6Hh-7BJhtwNjREM74u_rBKSIgFH2Zh7lY2qRoxyeqKiMmJKX_LL5nRlwkV0o47wMlKM3KLnFRop8Bx3_gDKrmk">http://www.ilfattoalimentare.it/spreco-alimentare-europa.ht…</a>). Insomma, il problema non è la produzione, ma la cultura dello scarto, la distribuzione delle ricchezze e le economie di scala.<br />
2) ELEVATI INVESTIMENTI: per cominciare una coltivazione idroponica, così tecnologicamente avanzata, l’investimento iniziale è ingente. In sostanza, è un’agricoltura industriale ancora una volta riservata alle grandi aziende e destinata a schiacciare i piccoli operatori del settore <a href="https://www.idroponica.it/" target="_blank" rel="nofollow noopener" data-lynx-mode="async" data-ft="{&quot;tn&quot;:&quot;-U&quot;}" data-lynx-uri="https://l.facebook.com/l.php?u=https%3A%2F%2Fwww.idroponica.it%2F&amp;h=ATPq2jYWQiNIkwCYSmo1mGAl9ZxDVC5EQ5Nc0Fl7nKu8jY7SS4ytCSnE0GsO5peFgHmf-hU4vpwYSoFDt1wrbkwnVU90dMVRRPwd4YfU7oPcpNjgAWtJdGhAz6Ts-tdHd1SGJLg6v2YjpFZ09B3TDN9Y1buBS-j_DsSLpY2Pi-yxIkKlPQIO5pRDEQ7ZdkSAylToeavJ0V4FFgdrwM3LW5v2auBNeWnQgRB8NBG6C31xYh98P3YfvGX8AeycrRM2LcVmnmWFhFJJOWuDJBuTnvzK">https://www.idroponica.it/</a><br />
3) IMPATTO AMBIENTALE: l’advertising intorno all’idroponica spinge moltissimo sul deperimento delle risorse del pianeta, soprattutto dell’acqua, cui questa tecnica pone rimedio utilizzandone (rispetto ai metodi tradizionali) circa il 90% in meno. Ed è vero. Il problema, però, non può essere risolto sempre a valle. Se c’è un problema di scarsità dovuto all’antropizzazione fortissima del pianeta, dovremmo seriamente riflettere su come arginare questo fenomeno: nessuno pensa ad esempio che sono gli allevamenti intensivi a determinare un consumo d’acqua spropositato (vedi LA RIVOLUZIONE AGRICOLA/2 e <a href="https://l.facebook.com/l.php?u=http%3A%2F%2Fwww.repubblica.it%2Fambiente%2F2015%2F02%2F17%2Fnews%2Fphilip_lymbery_farmageddon-107532569%2F&amp;h=ATNV2P_-W8cFJ6elVZyQxZlEtw_bJ1OGQJLxTGUpq_lUSWq6C2G2CryhbM0pUIY6Njg8fI_kNpmdhGXZr03XJNHfxVB10o-gwblr8Xfh-5kYf9n_66jEGlOd_xghv8hngBt8fN1P-y9jitD_UnIuvh_bCHURUJIZt3fuKxnMagU8z2StpZLaGjq0x7M_FNOUvVbpN5m43ZZhu1rO-jlFu02KboMIgWNYemN3wtcDwYVt0h4IKESJ6VbL-hTrylB37w0kFk_xEWv-EyYf8B37befb" target="_blank" rel="nofollow noopener" data-lynx-mode="async" data-ft="{&quot;tn&quot;:&quot;-U&quot;}">http://www.repubblica.it/…/philip_lymbery_farmageddon-1075…/</a>)<br />
4) E L’AGRI-CULTURA? Tutti dimenticano che l’agricoltura non è un settore produttivo come un altro. Le innovazioni tecnologiche in agricoltura sono molto importanti, ma non devono mai travalicare il significato della parola stessa: viene da “ager” (campo) e “colere” che vuol dire certamente coltivare, ma anche “venerare”. E’ lo stesso verbo che veniva utilizzato per gli dei.<br />
Quindi, nel tentativo di ampliare questo “settore produttivo” perlopiù al solo scopo di fare soldi su soldi, dimentichiamo che la terra ha un valore molto più alto di quello ascritto in un bilancio. La Terra dei Fuochi parla chiaro: allontanandoci da ciò che è codificato dentro di noi, abbiamo distrutto il mondo.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Miriam Corongiu</em></p>
<p><a title="Rivoluzione o illusione agricola?" href="http://www.decrescita.com/news/17170-2/">http://www.decrescita.com/news/17170-2/</a></p>
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		<title>Il Giardino degli Alberi Dimenticati</title>
		<link>https://www.georgika.it/wordpress/?p=397</link>
		<comments>https://www.georgika.it/wordpress/?p=397#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 27 Sep 2016 15:56:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Miriam Corongiu]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[agricoltura]]></category>
		<category><![CDATA[decrescita felice]]></category>
		<category><![CDATA[georgika]]></category>
		<category><![CDATA[orto conviviale]]></category>
		<category><![CDATA[terra dei fuochi]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Ci sono luoghi nella mia terra in cui è difficile immaginare la pace e la bellezza. Luoghi dove la natura è cancellata dalla mancanza di speranza e di prospettiva. Luoghi dove l’amore è negato dal narcisismo e dalla brutalità. È in quei luoghi, però, che torno tutte le volte che desidero sentire il flusso della vita perché è lì che [...]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Ci sono luoghi nella mia terra in cui è difficile immaginare la pace e la bellezza. Luoghi dove la natura è cancellata dalla mancanza di speranza e di prospettiva. Luoghi dove l’amore è negato dal narcisismo e dalla brutalità.</p>
<p style="text-align: justify;">È in quei luoghi, però, che torno tutte le volte che desidero sentire il flusso della vita perché è lì che nasco ed è lì che muoio un po’ ogni giorno. Che si chiami Terra dei Fuochi o che sia semplicemente l’orto dietro casa mia, lì trovo la forza di immaginare il futuro e le sue radici. Ed è in un punto preciso del mio campo, tra il gelso intorno al quale si arrampicano le mie piccole zucche e gli albicocchi che nessuno ama più, che tratteggio il disegno di un giardino nuovo, fatto di Alberi Dimenticati.</p>
<p style="text-align: justify;">Perché gli Alberi Dimenticati esistono, come contorni sfumati dei sogni di quand’ero bambina. Sono alberi come il cotogno, i cui frutti legnosi riempiono di profumo le torte delle nonne o come il nespolo mediterraneo, di cui ci sfugge perfino l’aspetto, del tutto obliato da varietà moderne dai nomi d’oltreoceano.</p>
<p><a href="http://decrescitafelice.it/wp-content/uploads/pero-cotogno.jpg" rel="attachment wp-att-12246"><img class="size-full wp-image-12246 alignleft" src="http://decrescitafelice.it/wp-content/uploads/pero-cotogno.jpg" alt="Pero Cotogno" width="296" height="394" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Sedendo per terra, sporcandomi il jeans e le mani, fisso lo sguardo tra le foglie per un po’. Gli uomini hanno scelto le grandi coltivazioni, le rese sicure, l’ingegneria genetica e l’innovazione forzata in un campo, l’agricoltura, in cui la fertilità è figlia solo di una spontaneità che vuole essere addomesticata con dolcezza. Abbiamo creato grandi eserciti in luogo di piccoli e funzionali drappelli di sentinelle, senza renderci conto che ciò che è troppo grande spesso finisce con il perdere l’identità, mentre l’esigenza di sicurezza va trasformandosi in meschinità. E andar dietro alle novità non vuol dire sempre progredire: vuol dire sovente dimenticare.</p>
<p style="text-align: justify;">Bisogna fare i conti, dicono, con il mercato. Dobbiamo immettervi serie ininterrotte di nuove cultivar, preferendo piante resistenti agli attacchi degli insetti fitofagi e commercialmente convenienti solo per un ciclo di 5-9 anni, per poterle poi sostituire con altre varietà quando le rese cominciano a diminuire. Sono piante i cui semi sono ibridi, sterili, privi di futuro, perché ci rendano tutti dipendenti dalle multinazionali dell’agrochimica. E in questa folle corsa alla più gigantesca e distruttiva modifica del paesaggio che sia mai esistita, il modo in cui la natura si è espressa fin dalla sua alba, la biodiversità, diventa essa stessa un termine alla moda e nulla più.</p>
<p style="text-align: justify;">Ricordare gli alberi, questi possenti, fruscianti, tranquilli amici, non è dunque un esercizio di memoria. Bisogna tornare a riconoscerne le fattezze, un po’ come bisogna tornare a interpretare l’alfabeto dei nostri sentimenti. E’ una questione di ritmo: senza seguire quello cadenzato delle stagioni, della luna e del cuore, non potremo che sentirci smarriti.</p>
<p style="text-align: justify;">Perciò il mio Giardino sarà un ricordo vivente di ciò che non è più e sarà popolato da giovani alberi di specie dimenticate. Sotto i loro rami mostrerò alle persone la loro delicata resistenza al tempo e racconterò loro storie perdute di bambini nemmeno troppo antichi, di tradizioni cancellate dalla modernità e di quanto sia importante, a volte, recuperare il passato per dare vita al futuro. Con i loro frutti preparerò leccornie da mangiare su tovaglie a quadroni stese alla rinfusa sull’erba e su quell’erba inviterò tutti a sdraiarsi, per sentire quella frescura naturale che non ci appartiene quasi più. Si può sognare ad occhi aperti all’ombra di alberi così.</p>
<p style="text-align: justify;">Perché è vero che, come è accaduto per la lentezza, questi alberi non hanno più voce, se non quella del vento. Ma, a sforzarsi di ascoltare il vento e di prendere la corrente giusta, si può anche imparare a volare.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Miriam Corongiu</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em><a href="http://decrescitafelice.it/2016/09/il-giardino-degli-alberi-dimenticati/">&#8220;Il Giardino degli Alberi Dimenticati&#8221;</a> è stato pubblicato sul sito nazionale del Movimento per la Decrescita Felice</em></p>
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		<title>Azioni in&#8230;campo!</title>
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		<pubDate>Wed, 23 Mar 2016 14:25:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Miriam Corongiu]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[agricoltura]]></category>
		<category><![CDATA[ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[decrescita felice]]></category>
		<category><![CDATA[terra dei fuochi]]></category>
		<category><![CDATA[agricoltura biologica]]></category>
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		<category><![CDATA[pino ciociola]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>Tutti in classe! Un cesto di mandarini e una pen drive sono per oggi i miei attrezzi del mestiere: dai miei orti conviviali alla II B, scuola media “Mauro Leone” in provincia di Napoli, per seminare in conoscenza e coltivare la speranza con “Azioni in…campo!”, il mio semplice progetto su agricoltura buona, economia solidale e difesa ambientale. Si parla d’amore, stamattina! [...]</p>
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]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p class="pagetitle" style="text-align: justify;">Tutti in classe! Un cesto di mandarini e una pen drive sono per oggi i miei attrezzi del mestiere: dai miei orti conviviali alla II B, scuola media “Mauro Leone” in provincia di Napoli, per seminare in conoscenza e coltivare la speranza con “Azioni in…campo!”, il mio semplice progetto su agricoltura buona, economia solidale e difesa ambientale. Si parla d’amore, stamattina! D’amore e rispetto per la terra da tradurre in gesti quotidiani, suggerendo che le singole scelte contano e che fanno la differenza. Sempre!</p>
<p style="text-align: justify;">Nell’aula, vivace e rumorosa, la lavagna multimediale fa sfigurare un po’ quella in ardesia che le è rimasta timidamente accanto e ventisette paia di sguardi curiosi mi dicono che, anche se solo per le prossime due ore, ho il grande privilegio di cercare la strada verso la loro immaginazione. Il futuro si costruisce così: disegnando un mondo migliore con i gessetti colorati.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2016/03/20160216_091645.jpg"><img class="  wp-image-352 alignleft" src="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2016/03/20160216_091645-300x169.jpg" alt="20160216_091645" width="334" height="188" /></a>In jeans e maglietta mi aggiro un po’ intimorita tra i banchi e chiedo: “Avete mai pensato di fare i contadini da grandi? ” Certo che nessuno ci ha mai pensato! Chi penserebbe oggi che i contadini sono le vere sentinelle della terra? Oggi siamo in molti a studiare, impariamo tecniche antiche e nuove, ci informiamo su ciò che davvero è meglio per le colture, ma soprattutto amiamo intensamente. Sappiamo, per esempio, che in un solo grammo di roccia vivono circa 14.000 microorganismi e che le radici delle piante messe a dimora in un campo dovranno creare milioni di legami con ciascuno di essi: pesticidi e diserbanti spazzano via questo continuo fare all’amore e avvelenano ciò che vi cresce su. Lavoriamo duramente noi contadini, a schiena bassa, e non dovremmo lasciare che i contadini di altri mondi, in Sud America o in Africa, vengano schiavizzati dalle multinazionali dell’agroalimentare: il sudore è lo stesso in ogni angolo del globo, dovremmo avere tutti gli stessi diritti. Conosciamo il potere distruttivo dell’inquinamento, legale ed illegale (ma comunque e sempre criminale) e dovremmo porci a difesa del nostro territorio, perché più di tutti sappiamo che se si ammala la terra, noi ci ammaliamo con lei.</p>
<p style="text-align: justify;">Li vedo, i ragazzi, mentre vanno via le slide animate e colorate, stare attenti a parole che, forse, non hanno mai sentito. E fanno domande anche, parlando delle loro esperienze in un orto, contenti di potermi dare del tu. Ma come potreste fare voi, se anche non diventaste mai contadini, ad amare la terra e a proteggerla sempre? Prima regola: mangiare bene! Poca carne! Perchè mangiare carne, dimostro loro, non fa solo male alla salute – se si eccede – ma anche all’ambiente: per consumo di suolo, di combustibili fossili e d’acqua.</p>
<p style="text-align: left;"><a href="http://decrescitafelice.it/wp-content/uploads/CASSETTE-ORTAGGI.jpg"><img class=" size-medium wp-image-9733 alignright" src="http://decrescitafelice.it/wp-content/uploads/CASSETTE-ORTAGGI-300x184.jpg" alt="" width="300" height="184" /></a>E le verdure? Si, ok…Ma quali verdure? Facciamo un gioco, dividiamoci in squadre!!! Scatta subito il rumore assordante dei banchi che si spostano, il chiasso di chi ha davanti un po’ di svago e le voci, sempre troppo alte, dei ragazzi che si affacciano alla vita. Passano sulla lavagna multimediale le foto di frutta e ortaggi: per ogni abbinamento corretto tra un prodotto della terra e la sua stagione, assegnerò un mandarino del mio albero…ridono!!! E rido felice anch’io.</p>
<p style="text-align: justify;">Così, mentre ci divertiamo tra un cavolfiore e una prugna, i mandarini si accumulano sui banchi e scopriamo che le melanzane a gennaio non ci sono – e no, proprio non ci sono – e che se le vediamo al supermercato non dobbiamo fidarcene, perché sono coltivate tra mille sostanze nocive. La natura è così perfetta da darci stagione per stagione tutte le sostanze nutritive di cui ha bisogno il nostro organismo. Bisogna assecondare il ritmo delle stagioni, della luna e del cuore, riappropriarsi della simbiosi che è sempre esistita tra noi e la terra. E bisogna soprattutto tornare a comprare dai contadini perché i contadini sanno aspettare e la loro attesa rispetta profumi e sapori e…la squadra B vince!!!Giù di applausi mentre ci ricomponiamo un po’ e andiamo tutti insieme a parlare, tra le ultime risate, di contadini nel mondo.</p>
<p><a href="http://decrescitafelice.it/wp-content/uploads/raccoglitore-canna-da-zucchero.jpg"><img class="wp-image-9737 " src="http://decrescitafelice.it/wp-content/uploads/raccoglitore-canna-da-zucchero-300x200.jpg" alt="" width="400" height="300" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">In questa foto tratta da “Internazionale”, posano due coltivatori di canna da zucchero, padre e figlio, in Nicaragua: “Il lato oscuro del cibo”. Suggerisco ai ragazzi di guardare oltre l’immagine, perché possano guardare anche oltre il cibo sulle loro tavole. Caffè, zucchero, cacao sono solo alcuni dei prodotti che arrivano da altri mondi e il cui basso costo è fondato sullo sfruttamento del lavoro servile in campi così lontani da sembrare irreali. Quando mostro ai ragazzi un pacco di zucchero da commercio equo e solidale, mi rendo conto che non sanno nemmeno che il vero colore dello zucchero è quello bruno, come la pelle di chi lo raccoglie. Si, costa di più…ma vale sempre la pena privarsi di qualcosa per sostenere le popolazioni che ne hanno bisogno e per mangiare sano.  Si chiamano acquisti responsabili.</p>
<p style="text-align: justify;">Ed è sulla responsabilità che provo a far leva per parlare di inquinamento: la Campania, Terra tradita dai Fuochi.  Per gentile concessione di Pino Ciociola, inviato speciale di Avvenire, instancabile nel difendere i diritti fondamentali di chi si ammala e muore qui da noi, ho potuto mostrare in aula uno dei suoi documenti video.</p>
<p><iframe width="860" height="484" src="https://www.youtube.com/embed/inZN_4Fc_Z4?feature=oembed" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<p style="text-align: justify;">Se è vero, come è vero, che la terra non è una cosa, ma un essere vivente, realtà come quella della Resit di Giugliano in Campania non dovrebbero poter esistere. In questa enorme discarica di proprietà dell’avvocato Cipriano Chianese, imprenditore senza scrupoli e signore dei rifiuti , sono state sversate 350.000 tonnellate di rifiuti speciali provenienti da tutta Italia. Il geologo Renato Balestri, su richiesta della Procura di Napoli, scrive nel famoso rapporto del 2010 che “la contaminazione in corso nell’area vasta di Giugliano è così grave che entro il 2064 provocherà un disastro ambientale totale”. Il Commissario alle Bonifiche Mario De Biase, nel 2013, sostenne che la soluzione più sicura, oltre a convertire in “no food” tutti i terreni coltivati circostanti, avrebbe dovuto essere un enorme sarcofago sotterraneo in cemento armato. Come a Chernobyl o a Fukushima. In quanti ancora dovremo morire, a Giugliano come in qualunque altra terra dei fuochi all’italiana, per la lucida scelleratezza di questa generazione di assassini?</p>
<p style="text-align: justify;">Amare teneramente e senza misura. Custodire la vita. Ripristinare il legame spezzato con la terra. Suscitare meraviglia e stupore per l’infinita Bellezza del Creato. E’ questo che si deve fare, a partire dai piccoli, per riconvertire un manto erboso da tappeto sotto il quale nascondere rifiuti tossici al prato che è sempre stato.</p>
<p style="text-align: justify;">Riprendo il mio cesto di frutta, ormai vuoto, e rinfodero la mia pen drive: lascio i ragazzi contenta di aver fatto almeno un tentativo in questa direzione e mi dico che però devo aver colpito nel segno se una bimba pienotta, con le mani cariche di mandarini, alla fine del video sulla Terra dei Fuochi mi dice: “Ma questa gente, ai bambini non ci pensa?”</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Miriam Corongiu</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Desidero ringraziare <a title="Pino Ciociola" href="https://www.youtube.com/channel/UCP4vRiVr4SJZcFddrYe_XxA">Pino Ciociola</a> – ed è un moto del cuore, non gesto di cortesia – per essersi reso disponibile con chi, come me,  prova a muovere qualche passo nella giusta direzione. </em></p>
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