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	<title>Georgika &#187; decrescita</title>
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	<description>Terre dei Fuochi. E di Vita.</description>
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		<title>LA TRANSIZIONE AGROECOLOGICA LIBERA E PENSANTE</title>
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		<pubDate>Sat, 07 May 2022 13:14:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Miriam Corongiu]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Ho un modo molto personale di guardare alla campagna. Non riesco mai a provare quel particolare abbandono dettato da un’idea di natura altra, incontaminata e forse un po’ algida, che sembra beare tanti quando si ritrovano in luoghi lontani dal vivere moderno. Non c’è niente che si possa definire lontano o altro da noi e anche se, nella comunicazione ordinaria, sottolineo continuamente la dimensione poetizzante della terra che pure esiste e persiste nonostante tutto, le fondamenta stesse del mio pensiero sono sempre pesantemente poggiate su ciò che non va. E ciò che non va è decisamente troppo.</p>
<p style="text-align: justify;">La guerra in Europa emana un’economia che ripete lo stesso modello dei conflitti precedenti. Per l’agricoltura essenzialmente vuol dire: 1)un ulteriore sfruttamento dei terreni per rispondere alle contrazioni del mercato in relazione ad alcuni beni primari (in questo caso grano e mais); 2) aumento dei prezzi dei prodotti agricoli in corrispondenza dei rincari elevatissimi dei costi di produzione, mentre la moneta perde capacità di acquisto; 3) accentuazione delle disuguaglianze nei campi in seno a quelle più genericamente sociali, ma ancora più significative se riguardanti le persone migranti nere; 4) poderosa spinta verso quel passato che non passa, fatto di lobbies dell’agrofarmaceutica e delle associazioni di categoria così vicine agli interessi della grande industria produttiva e distributiva.</p>
<p style="text-align: justify;">Per riprendere le parole di Serpieri in Paolo Nanni a proposito del patrimonio agricolo dopo la Grande Guerra, le decisioni emergenziali portano solo ad ipotecare il futuro: il conflitto di tipo bellico è l’apoteosi della condizione d’emergenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo scorso marzo l’ISMEA, Istituto di Servizi per il Mercato Agricolo Alimentare, ha ben individuato il peso di Russia e Ucraina nel mercato del grano duro e tenero, del mais, dei fertilizzanti e di come la guerra influisca sugli equilibri economici italiani. Per il grano duro c’è di sicuro una grande speculazione in atto che esaspera quelle già in essere, mentre per il mais e i fertilizzanti c’è un’oggettiva difficoltà che riguarda essenzialmente le grandi agroindustrie convenzionali, ma che trasforma tutto il quadro produttivo, piccole aziende biologiche comprese: quando si verifica una contrazione dell’offerta, tutti – e dico tutti – ne approfittano per rincarare i prezzi delle materie prime o dei prodotti indispensabili nella produzione agricola, anche indipendentemente dal costo dell’energia fossile che costituisce la base dell’agricoltura supermeccanizzata e dei fitofarmaci, all’interno dei quali è massiccia la presenza di coadiuvanti e coformulanti di derivazione petrolifera. Il problema è che, mentre le grandi produzioni industriali hanno la possibilità concreta di assorbire i contraccolpi del mercato perché già esternalizzano costi ambientali e sociali e perché sono di nuovo in pole position per le erogazioni dei fondi della Politica Agricola Comunitaria, le piccole realtà si barcamenano molto peggio e sono a rischio chiusura.</p>
<p style="text-align: justify;">L’Europa, in un battito di ciglia, ha dimenticato pratiche e promesse: stop alle rotazioni colturali, alle aree a greening, ai limiti per l’uso di agrofarmaci e fertilizzanti nelle fasce a riposo, a quelli per l’import di materie prime in deroga ai limiti massimi di residui fitosanitari. Stop allora alla strategia Farm To Fork, all’Agenda 2030, a quel chiacchieratissimo Green New Deal che, già debolissimo in partenza, oggi, se messo al paio con la peggiore PAC di sempre e le scudisciate del Copa Cogeca al parlamento europeo, è carta straccia.</p>
<p style="text-align: justify;">Non da ultima c’è la questione dei nuovi OGM perché tali vanno chiamati gli NBT, New Breeding Tecniques. I semi NBT – chiedono le 27 associazioni che si riuniscono nella campagna “Italia Libera dagli OGM” – dovrebbero sottostare alla stessa legislazione che vieta da vent’anni gli OGM in Europa e alla sentenza (2018) della Corte di Giustizia Europea che assimila in tutto e per tutto le nuove biotecnologie alle vecchie. I contadini hanno provveduto sempre da soli al miglioramento genetico dei propri semi, adattando le popolazioni colturali alle condizioni sitospecifiche del clima e del terreno. E’ chiaro che è qui che si giocano gli interessi delle solite multinazionali: i semi Round Up Ready e Round Up Ready 2 vengono venduti con tutto il pacchetto di fitofarmaci necessari a controllare la resistenza delle supermalerbe ai semi transgenici, ma c’è molto di più. Ora che la guerra sul fronte ucraino complica la produzione di mais in Europa, da chi lo importeremo? Possiamo rivolgerci ai paesi dell’UE che hanno avuto raccolti migliori, ma non agli USA perché OGM. Mi sembra abbastanza implicito dove è possibile che vada il mercato del mais e perché ci sia tutta questa rinnovata pressione, anche da parte della Coldiretti, sul tema NBT.</p>
<p style="text-align: justify;">Si consuma perciò, sull’altare del nuovo teatro geopolitico, il dramma delle nostre terre.</p>
<p style="text-align: justify;">La transizione ecologica non è l’unico problema-cardine in periodo di guerra perché non può in nessun caso realizzarsi senza quella agroecologica e, quando giustamente ci battiamo per un clima fuori dal fossile, non possiamo dimenticare che sono l’agricoltura e gli allevamenti convenzionali ad essere responsabili per circa il 50% delle emissioni climalteranti. Per converso, se ci battiamo per l’agroecologia, non possiamo dimenticare che non esistono solo i conflitti su larga scala e che viviamo, ogni giorno, conflitti a bassa intensità accesi dall’ingiustizia ambientale su ogni territorio. La rovina dell’agricoltura è, in primo luogo, un certo tipo di agricoltura, ma coincide anche con le discariche e gli sversamenti abusivi della Terra dei Fuochi, le acciaierie obsolete come l’ILVA di Taranto e i 20km di raggio entro i quali non si può coltivare, le industrie chimiche come la Caffaro di Brescia e l’inquinamento da PCB che ha reso sterili e impraticabili i terreni, i gasdotti come la TAP che marciano sugli ulivi storici e il patrimonio agricolo del Salento, i treni veloci che vorrebbero sventrare la Val di Susa sottraendo acqua, smuovendo amianto, togliendo lavoro utile e magnifici paesaggi.</p>
<p style="text-align: justify;">L’agroecologia, in entrambe le tipologie di conflitto, non è solo una delle possibili alternative all’agricoltura industriale, ma LA risposta comunitaria e rigenerativa che non può essere ridotta a mero pacchetto di conoscenze tecniche. E’, nelle parole e nell’immaginario di Miguel Angel Altieri, di Vandana Shiva e di milioni di contadini e contadine al mondo, un processo di integrazione tra esseri umani e natura. Se davvero ai piani alti lo avessero capito, non la propugnerebbero come perno della transizione.</p>
<p style="text-align: justify;">È ovvio e ormai scontato per alcuni di noi che solo il passaggio dal paradigma meccanico-riduzionista a quello sistemico-ecologico (V. Shiva, 2017) possa garantire la sopravvivenza del pianeta. La transizione agroecologica si può fare solo se smettiamo di farla coincidere con la digitalizzazione e le biotecnologie, se togliamo aria al neolatifondismo e a quella PAC che lo favorisce per far respirare le realtà di piccola scala in cui soprattutto le donne hanno – ad ogni latitudine – un peso determinante, se impediamo alle grandi concentrazioni di potere di fare di braccianti e ambiente la propria personale pattumiera, se parliamo alle persone di sovranità alimentare e non di sovranismo, se sostituiamo la cooperazione alla competizione.</p>
<p style="text-align: justify;">Il nostro immaginario economico è completamente sbagliato, come completamente errati sono i fondamenti biologici del <em>processo </em>economico. Sappiamo da molto tempo che la crescita infinita è un mito distruttivo, ma siamo davvero pronti e pronte a smontare le tesi culturali che lo supportano? E’ molto facile, per moltissime persone, comprendere che i sistemi biologici non tendono alla massimizzazione di alcuna variabile (figuriamoci di quella del profitto) ed è relativamente semplice provare a vivere quindi più sobriamente, modificando con gradualità le proprie abitudini di acquisto o quelle alimentari.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma cosa sappiamo e cosa facciamo in relazione ai rapporti di potere? Mauro Bonaiuti in “Bioeconomia”, una raccolta di scritti di Nicholas Georgescu-Roegen sul tema, rimarca come i sistemi biologici non adottino per sopravvivere solo comportamenti di tipo competitivo, ma che – da sistemi complessi quali sono – adottino una pluralità di strategie diverse come relazioni cooperative e simbiotiche tra le specie, argomenti già centrali in molta letteratura biologica sovietica e che oggi, per esempio, ritroviamo in numerosi studi scientifici come quelli di Suzanne Simard sullo scambio di informazioni tra caducifogli e sempreverdi in contesti di scarsità di CO2.</p>
<p style="text-align: justify;">Possiamo allora riconoscere certamente due cose: la prima e la più lapalissiana è che, a differenza della natura, non siamo abbastanza intelligenti da rispondere con efficacia ai mutamenti di contesto o non ci troveremmo ad un pelo dalla terza guerra mondiale e dalla sesta estinzione di massa nel cuore del Wasteocene (M. Armiero, 2021); l’altra è che i tratti di quel potere che tanto condanniamo sono i nostri stessi tratti somatici.</p>
<p style="text-align: justify;">Ci riempiamo la bocca di parole come comunità e cura, ma non comprendiamo che i processi rivestono la stessa importanza degli obiettivi e non riusciamo nemmeno lontanamente ad avere relazioni autentiche nella differenza perché non ci concediamo il tempo di “stare ed esistere” nelle relazioni. In questo vuoto praticato dalla confusione tra opinione e sapere, e tra sapere e sapere, dalla tensione tra governo e potere perfino nei rapporti personali, dalla cancellazione dell’Altro in politica che, alla maniera di Lacan, non gode affatto di buona salute, dimentichiamo che siamo esseri viventi stigmatizzati dalla profonda necessità di entrare in connessione (non in competizione) con tutti gli altri esseri viventi.</p>
<p style="text-align: justify;">Il cibo buono, sano e giusto, in quanto frutto vivo e manifestazione dell’enorme rete neurale che collega corpi e intenzioni alla terra, potrebbe essere la chiave attraverso la quale ripensare ogni cosa.</p>
<p style="text-align: justify;">Potrebbe se solo non ce ne privassimo in maniera così insensata e non pensassimo di avere più valore assoluto del più esile dei fili d’erba.</p>
<p style="text-align: justify;"><i>Miriam Corongiu</i></p>
<p style="text-align: justify;"><em>A Taranto, per l&#8217;Uno Maggio Libero e Pensante, davanti ad attivisti e attiviste di tutta Italia, decine di migliaia di persone e me stessa. </em></p>
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		<title>Gomorra: (R)esistere attraverso gli orti</title>
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		<pubDate>Fri, 24 Apr 2015 19:50:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Miriam Corongiu]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_248" style="width: 310px" class="wp-caption alignleft"><a href="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/04/orto-amato-lamberti.jpg"><img class="size-medium wp-image-248" src="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/04/orto-amato-lamberti-300x225.jpg" alt="Orto nel fondo rustico e &quot;liberato&quot; Amato Lamberti" width="300" height="225" /></a><p class="wp-caption-text">Orto nel fondo rustico e &#8220;liberato&#8221; Amato Lamberti</p></div>
<p style="text-align: justify;">Non convenzionali, pacifiche e profondamente oneste. Queste le armi della Cooperativa (R)esistenza per rispondere alla camorra e alla mala politica locale.</p>
<p style="text-align: justify;">A Chiaiano, a due passi da Scampia e dalla discarica centro di molteplici e deviati interessi, c’è un fondo sano e liberato, dove si coltivano non solo pesche e uva, ma la speranza di cambiare le cose e dove non si seminano solo gli orti, ma un futuro migliore e responsabile.</p>
<p style="text-align: justify;">E a seminare e coltivare tutto questo sono i ragazzi: i ragazzi della Cooperativa, tutti giovanissimi, che ospitano 6 detenuti in affidamento al lavoro, 3 comunità alloggio per minori e un protocollo col dipartimento di giustizia minorile; i ragazzi di tutta Italia, circa 300, che d’estate si riversano sui meravigliosi 14 ettari del fondo per apprezzare il sapore acre della terra e la gioia della convivialità; e i minori a rischio, spesso figli di camorra, che qui imparano la possibilità di guadagnarsi il pane diversamente, nella terra, infilandoci le mani.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma questi ragazzi, va detto, sono più uomini di tanti altri. Intimidazioni pesanti sono arrivate da chi di Napoli ha pensato di essere padrone: furti di attrezzature agricole per decine di migliaia di euro, fosse scavate a mo’ di tombe all’ingresso del fondo con tanto di immancabili croci; mentre attacchi del tutto incomprensibili – e ingiustificati – sono stati sferrati da chi, invece, la legalità e la voglia di fare avrebbe dovuto sostenerla. Loro sono sempre lì. La presenza costante su quel pezzo di terra attraverso mille attività, la determinazione ad andare avanti qualunque cosa accada, il profondo senso di responsabilità: armi non convenzionali, appunto.</p>
<div id="attachment_249" style="width: 235px" class="wp-caption alignright"><a href="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/04/ciro-corona.jpg"><img class="wp-image-249 size-medium" src="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/04/ciro-corona-225x300.jpg" alt="ciro corona" width="225" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Ciro Corona, Presidente dell&#8217;Associazione &#8220;(R)esistenza Anticamorra&#8221;</p></div>
<p style="text-align: justify;">Come non convenzionale è stata la visita al fondo rustico Amato Lamberti, il primo bene confiscato alla camorra, in compagnia di Ciro Corona, 33 anni, presidente della Cooperativa. Ha un anno di tempo, dice, per “cambiare la testa” del figlio di un boss e rubarlo alla criminalità.</p>
<p style="text-align: justify;">Ci proverà facendogli toccare con mano che il futuro è nella terra e nell’armonia del vivere comune, magari spiegandogli che un caffè “alla griglia”, preparato insieme in una cucina da campo, ha una sua specifica ricchezza e che, grazie ad una pianta di peperoncini, si può sempre tornare indietro. O andare avanti, questione di prospettive.</p>
<p style="text-align: justify;">Non bisogna mai dare per scontato e per fissamente predeterminato, il valore che viene attribuito a un orticello. Non è solo ritorno alle origini, recupero del lavoro assurto a nuova dignità perché  contrapposto alle catene di montaggio. Non è solo agricoltura sana, biologica. Non è solo km 0. E non è solo il perno attorno al quale ruota la genuinità e la semplicità delle piccole cose a cui tutti guardiamo con speranza. E’ Libertà. Libertà da tutte le mafie, dalle catene del profitto ad ogni costo, libertà dalla corruzione e dall’illegalità come strumento di agire sociale.</p>
<p style="text-align: justify;">Non fu Davide a sconfiggere Golia? Con una sola fionda e un colpo ben assestato. Sarà un orticello, o una confettura di pesche, a sconfiggere la malavita e saranno Ciro Corona e i suoi amici a farlo, se troveranno l’appoggio di tutti noi.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/04/nco.jpg"><img class=" size-full wp-image-251 alignleft" src="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/04/nco.jpg" alt="nco" width="280" height="130" /></a>Quindi, se vogliamo sostenere Scampia, che non è solo la Gomorra tratteggiata da Roberto Saviano, ma più di 100 associazioni che si battono per il territorio, se vogliamo che la speranza prenda il sopravvento sulla diffidenza e se vogliamo che la legalità diventi la cultura dominante, facciamo anche noi un “pacco alla camorra”. Io l’ho fatto.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma soprattutto, confidiamo noi per primi nel cambiamento. Lavoriamo per poterlo realizzare e diffondiamo la speranza. Ci sono mille e mille realtà che ci dicono, a gran voce, che possiamo farcela e sono là, proprio dove meno ce lo aspetteremmo. Come nei quartieri malfamati di ogni nostra metropoli. Come alle Vele di Scampia.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Miriam Corongiu</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Se volete fare un &#8220;pacco&#8221; alla camorra acquistando i prodotti della cooperativa, potete farlo</em> <em>on line su</em> <a title="Nuovo Commercio Organizzato" href="http://www.ncocommercio.com/it/">http://www.ncocommercio.com/it/</a></p>
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		<title>La plastica sa. E parla.</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Mar 2015 16:00:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Miriam Corongiu]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/03/lucidisperanza_mano-225x300.jpg"><img class=" size-medium wp-image-148 alignleft" src="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/03/lucidisperanza_mano-225x300-225x300.jpg" alt="lucidisperanza_mano-225x300" width="225" height="300" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">La plastica può prendere vita. E svariate forme di vita.</p>
<p style="text-align: justify;">Possiamo trasformarla in altri oggetti e continuare ad usarla, si sa. Oppure, farla diventare un continente e farle generare nuovi ecosistemi. E questo si sa già meno. Ma pochi intuiscono che possiamo perfino farla parlare e farle dire NO.</p>
<p style="text-align: justify;">Al CNR (Istituto per i Polimeri, Compositi e Biomateriali) di Portici, nel Napoletano, si sperimenta, per esempio, un insolito versante del riutilizzo della plastica: un “riciclatore incentivante”. E’ una macchina capace di compattare e di trasformare la PET, attraverso una stampante 3D, in oggetti di artigianato locale, come decorazioni per i presepi o cornetti portafortuna.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche un’idea originale come questa e, per il momento, di limitata applicazione, può aiutare quando si parla di plastica. Perché la plastica si fotodegrada, in mare si smembra grazie anche al movimento meccanico delle onde, ma non si distrugge mai del tutto. È eterna. Prova ne sono le “Isole di Plastica”, che si formano grazie all’ammassarsi dei rifiuti in zone di relativa quiete: le correnti marine si incontrano e creano punti di stasi.</p>
<p style="text-align: justify;">Secondo alcuni studi pubblicati nel corso del 2014<a href="http://www.decrescita.com/news/la-plastica-sa-e-parla/#_ftn1" name="_ftnref1"><span style="color: #0089c4;">[1]</span></a>, l’isola nota ai più, la Great Pacific Garbage Patch, nel solo Pacifico Orientale raggiunge il peso minimo di 21.290 tonnellate, cioè il peso di 132 Boeing 747 o di 120 balenottere azzurre, il più grande animale esistente.</p>
<p style="text-align: justify;">Miliardi di minuscoli frammenti plastici, perciò, si conglomerano fino a raggiungere l’estensione di veri e propri nuovi continenti. Ma non solo. Imitando il plancton, diventano cibo per le specie ittiche entrando così anche nella nostra catena alimentare, con conseguenze non ben definite scientificamente, e generano, addirittura, nuovi ecosistemi. La Plastisfera è, difatti, l’insieme delle comunità microbiche che popolano i rifiuti plastici in mare e ancora non è chiaro in che modo interagisca con fauna e flora marine.</p>
<p style="text-align: justify;">Sbaglieremmo, però, a pensare che le Garbage Patches siano solo una realtà oceanica. Già nel 2010, la spedizione denominata “Expedition Med” ha stimato, tramite rilievi effettuati su 40 stazioni analizzate a largo di Francia, Spagna e Nord Italia, che il peso dei detriti di plastica, entro 20 cm dalla superficie dell’acqua, è di circa 500 tonnellate.</p>
<p style="text-align: justify;">L’estate scorsa, un monitoraggio di Goletta Verde e Accademia del Leviatano su 1700km di “mare nostrum”, ha evidenziato una situazione oltremodo preoccupante<a href="http://www.decrescita.com/news/la-plastica-sa-e-parla/#_ftn2" name="_ftnref2"><span style="color: #0089c4;">[2]</span></a>, tale da farci ipotizzare, in un futuro non troppo lontano, che anche da noi possa formarsi un’isola in plastica e che non sia astruso sostenere che la composizione stessa delle nostre sabbie si stia conseguentemente alterando. Come si può facilmente intuire, ripulire disastri di tale portata significa affrontare costi immani: si stima (Università dell’Oregon) che sia necessaria una quantità di energia, quindi ancora una volta petrolio, pari a 250 volte la massa dei rifiuti.</p>
<p style="text-align: justify;">La soluzione, come sempre, è a monte del problema. Produrre meno rifiuti, smaltirli correttamente e, quando possibile, riutilizzarli. La plastica parla da sé.</p>
<p style="text-align: justify;">Nei luoghi di camorra (Casal Di Principe, Casapesenna, San Cipriano d’Aversa), il buio dell&#8217;inverno è stato rischiarato da “Luci di Speranza”: 50.000 bottiglie di plastica, raccolte da associazioni, volontari e scuole, sono state riciclate e trasformate in opere d’arte da Giovanni Pirozzi. Contro le imponenti e dispendiosissime luminarie delle grandi città turistiche, le Luci di Speranza hanno dato coraggio a territori sviliti dalla malavita e martoriati da roghi e tombamenti di rifiuti tossici.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/03/cigno-pet1.jpg"><img class=" size-medium wp-image-152 alignright" src="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/03/cigno-pet1-225x300.jpg" alt="cigno pet" width="225" height="300" /></a>Un grandioso presepe ha ingentilito la piccola piazza di Casal di Principe con i suo cigni di PET e ci ha fatto accarezzare il sogno di un esistere differente, una vita dove perfino la plastica si anima e diventa il simbolo del riscatto. La plastica ha parlato e ha detto NO. Ed è stato il NO più commovente, la risposta più silenziosa e più assordante al sistema che dei rifiuti fa merce e della vita una nullità.</p>
<p style="text-align: justify;">Si può vivere diversamente, la plastica lo sa.</p>
<p style="text-align: justify;">La scelta, ovvio, è sempre la nostra: possiamo inondare il mondo di spazzatura e morirci dentro. Possiamo alterare tutti gli equilibri naturali e portare all’implosione il nostro pianeta. Oppure, possiamo provare a vederla da altre angolazioni. Possiamo immaginare e creare una realtà che ci somiglia di più.</p>
<p style="text-align: justify;">E per renderla migliore, possiamo provare a farli parlare i rifiuti. Non ci vuole così tanta fantasia. Ascoltandoli bene, ci direbbero molte cose intelligenti.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Miriam Corongiu</em></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.decrescita.com/news/la-plastica-sa-e-parla/#_ftnref1" name="_ftn1"><span style="color: #0089c4;">[1]</span></a> dalla Sea Education-Woods Hole Oceanographic Institution e dalla School of Oceanography dell’ Università di Washington</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.decrescita.com/news/la-plastica-sa-e-parla/#_ftnref2" name="_ftn2"><span style="color: #0089c4;">[2]</span></a> nell’Adriatico ci sono 27 rifiuti galleggianti per kmq, in maggioranza plastica; 26 nel Tirreno, con altissima concentrazione (150/kmq) lungo la costa di Castellammare di Stabia; meglio il Mar Ionio, favorito dalla sua posizione geografica.</p>
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