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	<title>Georgika &#187; Storia</title>
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	<description>Terre dei Fuochi. E di Vita.</description>
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		<title>Aldo dice 26 x 1</title>
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		<pubDate>Fri, 24 Apr 2020 13:53:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Miriam Corongiu]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Aldo Cervi non si fermava mai. Le campagne della Bassa Reggiana degli anni ’40 richiedevano ai mezzadri dedizione assoluta e un lavoro durissimo, incessante, ripagato solo con l’ingiustizia: ti spaccavi la schiena con le vacche, il grano, le giornate infinite e una stanchezza che non conosciamo più, ma tra le annate magre e la protervia del padrone, era la fame [...]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Aldo Cervi non si fermava mai.</p>
<p style="text-align: justify;">Le campagne della Bassa Reggiana degli anni ’40 richiedevano ai mezzadri dedizione assoluta e un lavoro durissimo, incessante, ripagato solo con l’ingiustizia: ti spaccavi la schiena con le vacche, il grano, le giornate infinite e una stanchezza che non conosciamo più, ma tra le annate magre e la protervia del padrone, era la fame a mangiare te. Terzo di sette fratelli e due sorelle, braccia forti e volontà di ferro, Gino dei Ruban (così lo chiamavano) aveva nella testa un vortice inarrestabile di pensieri sempre pronti a rendergli chiara la strada e un cuore svelto, in ogni momento, a individuare quella forse meno battuta, ma di certo la più giusta.</p>
<p style="text-align: justify;">Sapeva parlare, lui. E sapeva anche convincerti. Sorrideva, insisteva, ed era fatta: non si resisteva a quel matto del Gino che con i libri – quelli “rossi” come i Campi dai quali veniva – costruiva pian piano il mondo intorno ai suoi fratelli, un mondo in cui dalle catene ci si doveva liberare e in cui il futuro era sempre una spanna di là dalla porta del fienile. Gli annali della Resistenza srotolano silenziosi il nastro in bianco e nero di una famiglia poverissima, ma piena di risorse che, grazie a tecniche agrarie nuove come il livellamento dei terreni introdotto dai Cervi per primi, riuscì ad affrancarsi dalla mezzadria con la conoscenza e un pizzico di follia. Matti, dunque, dicevano in paese. Contadini di scienza, disse invece il presidente Einaudi una manciata d’anni dopo, quando sette medaglie al valore, rilucenti sul petto di papà Alcide, furono tutto ciò che rimase dei fratelli Cervi.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1943, infatti, la grande pagliacciata del fascismo volgeva al termine, ma senza rinunciare al suo lato tragico e a una strage epocale. Aldo, che la dittatura l’aveva sempre avversata perché, nonostante tutta la roboante propaganda di segno opposto, il Duce aveva soffocato nel sangue le rivendicazioni dei contadini ridotti alla fame, aveva già cominciato da tempo a dire basta. Instancabile sulla sua bici, correva da un paese all’altro per leggere di nascosto, portare cibo o vestiti, infiammare i cuori parlando di libertà. La resistenza non fu subito montagne e fucili e, soprattutto, non fu subito un movimento di massa.</p>
<p style="text-align: justify;">La resistenza fu studiare quando gli altri contadini si davano solo alla zappa. Fu fare agricoltura tra la gente e per la gente quando ognuno badava ai fatti propri. Fu non fare la tessera dei fascio quando tutti si vestivano di nero. La resistenza fu seminare mentre i gerarchi mietevano e fu aprire ai disertori, agli esuli, ai ribelli, quando tutti facevano la spia.</p>
<p style="text-align: justify;">Le armi vennero dopo, quando fu chiaro che i nazisti e i fascisti della Repubblichina non si potevano mandare via che a calci e quando i processi sommari, le torture inaudite nelle carceri e la barbarie per le strade crebbero fino a detonare. Aldo, Antenore, Gelindo, Ferdinando, Agostino, Ovidio ed Ettore – che allora era poco più che un ragazzino – non si tirarono certo indietro. Non ebbero scelta di fronte a quella vita che da principio scorse in timidi rigagnoli e diventò poi, dopo tutti quegli anni di dissenso, un fiume in piena. Non ne ebbe nessuno che con chiarezza avesse visto nel fascismo schiavitù, stupidità e quella volgarità estetica che oggi è palese a tanti, ma che allora educava all&#8217;obbedienza cieca.</p>
<p style="text-align: justify;">Così, una notte, li presero. “Noi qui – scrisse Aldo a Bianca, nome in codice di una compagna partigiana &#8211; siamo pieni di coraggio, non disperiamo mai, sicuri di vincere anche se dovessimo morire”.</p>
<p style="text-align: justify;">Il 28 dicembre del 1943, solo una settimana prima che le bombe alleate distruggessero il carcere di San Tommaso dov’erano rinchiusi e consentissero la fuga dei prigionieri, sette fratelli “di pane e miele” furono fucilati al freddo e, cadendo, diedero vita a un mito.</p>
<p style="text-align: justify;">Aldo aveva solo 34 anni.  Gelindo, il maggiore, 42. Ettore, l’ultimo, appena 22.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma, disse Calamandrei, dopo un raccolto ne viene un altro. Quel matto del Gino lo si può ancora veder venire giù dalle montagne a consegnare scarpe ai partigiani: sono tanti, ogni giorno, quelli in cammino verso la giustizia. Sono tanti quelli che non dimenticano e che si inorgogliscono al nome di sette fratelli uccisi perché seppero scegliere di non abbassare la testa.</p>
<p style="text-align: justify;">E’ sempre necessario leggere, arare la terra, preparare un piatto di pastasciutta per gli altri e saper riconoscere le forme del fascismo che viene. Perché il fascismo non bussa alla nostra porta presentandosi a viso aperto: si nasconde in un crocifisso sbandierato in tv, nel disprezzo verso i migranti o nell’apprezzamento delle donne che sappiano stare “un passo indietro”. Sopravvive nella convenienza indifferente di chi ama gli orticelli in luogo delle pianure aperte, nella strafottenza dei pochi che amano le altezze vertiginose del potere senza guardare mai in basso e che poi, se in basso guardano, vedono solo una moltitudine di scarafaggi, non vite preziose nelle loro diversità. Il fascismo è imbelle per definizione. La resistenza, per definizione, è audace.</p>
<p style="text-align: justify;">Quel coraggio di affrontare la paura, per fortuna, appartiene ancora a tanti e Aldo, quelle scarpe da partigiano, non le ha mai tolte. Non si fermava mai, non si è fermato più.</p>
<p style="text-align: justify;">A 75 anni dall’insurrezione che ci rese liberi, ora e sempre, <em>Aldo dice 26 x 1</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Miriam Corongiu</em></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://https://www.youtube.com/watch?v=d5zQ_ZRZRm0">La pianura dei sette fratelli, Modena City Ramblers</a></p>
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		<title>Il bisso, la seta fatta di vento</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Apr 2015 12:35:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Miriam Corongiu]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/04/bisso-pulito-e-pettinato_big.jpg"><img class=" size-medium wp-image-187 alignleft" src="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/04/bisso-pulito-e-pettinato_big-300x200.jpg" alt="bisso-pulito-e-pettinato_big" width="300" height="200" /></a>“<em>Ponente, Levante, Maestro e Grecale prendete la mia anima e buttatela nel fondale</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Che sia la mia vita per essere, pregare e tessere…” – Il Giuramento dell’Acqua</em></p>
<p style="text-align: justify;">Nell’isola di Sant’Antioco, in Sardegna, ancora oggi si tesse il vento che soffia dal mare e si conservano i segreti di un’arte antichissima: il bisso. Bruno in penombra, oro sfavillante alla luce del sole, il bisso è una seta leggerissima donata dal mare intorno alla quale, come una perla, si è sedimentata una leggenda. Non è facile individuare le fonti letterarie che ne parlano e sono rari e preziosissimi i manufatti ancora esistenti poiché Il bisso è frutto di una conchiglia oggi specie protetta e soprattutto, per giuramento, non si compra e non si vende: si dona. Lo imparò a sue spese chi provò, in tempi più recenti, a farne mercato in Sardegna come a Taranto, dove la storia vuole che il bisso fosse uno dei simboli della più fastosa tra le <em>poleis</em> magnogreche.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/04/pinna-nobilis-e1427886334451.jpg"><img class=" size-medium wp-image-183 alignright" src="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/04/pinna-nobilis-e1427886334451-300x175.jpg" alt="pinna-nobilis" width="300" height="175" /></a>Il filo di bisso si ricava dunque da una conchiglia, la <em>pinna nobilis, </em>che vive e si sviluppa nei fondali bassi e incontaminati del Mediterraneo. Simile nella forma ad una madreperla, deve il nome al suo modo di spuntare dalle sabbie proprio come una pinna, come se nascondesse nelle profondità del mare la parte più preziosa del suo essere. Infatti, è da ciò che la ancora al fondale, i filamenti che affondano nella sabbia, che si ricava un tessuto degno di re e regine. Nella Bibbia, è scritto che fossero di bisso le vesti di re Salomone e a Roma imperiale, racconta Plinio, le donne di rango pagavano a peso d’oro ciò che per Apuleio, nelle Metamorfosi, è il tessuto “dal colore cangiante…dal bianco splendente al giallo del fiore di croco” della tunica di Iside, la dea che gli apparve sfolgorante dal mare. Nella Taranto dell’epoca d’oro, quella classica, di bisso erano fatte le “tarantinidie”, vesti femminili trasparenti e provocanti. In letteratura, tuttavia, non è sempre chiaro se è di bisso marino che si parla, di lino finissimo o addirittura di un colore molto vicino al porpora.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 500 d.C., all’epoca di Giustiniano, la seta di terra importata dalla Cina e ricavata dai bachi soppiantò, per facilità di lavorazione e di reperimento, quella del mare e il bisso fu usato per ricamare anziché per tessere: occorrono infatti mille pinne per produrre circa due o tre etti di seta marina, oltre che trattamenti lunghi ed elaborati per il confezionamento di piccoli oggetti. Tuttavia, la fama del bisso, divenuto sempre più raro, si propagherà nei secoli come il vento di cui sembra figlio. Nel XIX secolo i manufatti in bisso non mancarono nelle grandi esposizioni universali di Londra o Parigi, dove furono venduti ad un prezzo che superava di cento volte quello della lana più pregiata. Nel 1914, Vittorio Alinari fotografa, a Sant’Antioco, alcune ragazze intente alla filatura del bisso nella scuola di Italo Diana, maestro di un’arte ormai perduta. Tra queste, Leonilde Mereu, la nonna dell’ultimo maestro rimasto: Chiara Vigo.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/04/bisso-chiara.jpg"><img class=" size-full wp-image-190 alignleft" src="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/04/bisso-chiara.jpg" alt="bisso chiara" width="240" height="156" /></a>A diciotto anni, Chiara presta giuramento al bisso e al mare, di cui divenne sposa fedele. In virtù del rispetto sacrale che nutre nei confronti dell’acqua e della vita, studia per anni il modo di estrarre, senza uccidere il mollusco, i filamenti dalle conchiglie oggi specie protetta: ne preleva soltanto i fiocchi terminali, re-insabbia accuratamente le pinne e infine si assicura che abbiano riaperto le valve. I bioccoli così ricavati vengono sottoposti a lunghi e pazienti trattamenti: dissalati per giorni in acqua dolce, asciugati in luoghi ben ventilati e immersi nel succo di limone per farne risaltare la lucentezza, sono poi cardati a spillo con piccole spazzole che ne eliminano impurità e incrostazioni. La difficile filatura manuale con fusi a piombo costituisce l’ultima fase di una lavorazione millenaria prima che il bisso venga affidato al telaio.</p>
<p style="text-align: justify;">Il laboratorio di Chiara Vigo è un museo vivo: non si paga per entrare, non ci sono percorsi obbligati. Lei riceve secondo le esigenze dei visitatori e racconta loro una storia antica che intreccia i propri fili col vento e con le onde del mare. Dell’arte &#8211; sostiene Chiara &#8211; non si può fare mercato perché ciò che vive nelle profondità del nostro essere è inalienabile.</p>
<p style="text-align: justify;">Non lo capirono, agli inizi del XX secolo, due nomi legati al mondo del bisso e il filo di seta che legava Sant’Antioco a Taranto si tinse di cupidigia. I racconti intorno al dottor Basso-Arnoux in Sardegna e Rita Del Bene, tessitrice, in Puglia, sono storie di moderna mercificazione, se non di avidità. Tentarono entrambi la strada della vendita del bisso su larga scala: Basso-Arnoux riuscì a mettere insieme quarantatré chili di ciuffi di bisso e ne propose la lavorazione a diverse filande del nord Italia. “Fa ridere – si legge nei suoi scritti – il sentire gli industriali chiedere quante tonnellate possono averne! Quasi si trattasse di alghe marine o di juta…”. Anche in Svizzera, una fabbrica celebre per le sperimentazioni sui tessuti si rifiutò di trattare il bisso,  perché le impurità avrebbero bloccato le macchine per giorni.</p>
<p style="text-align: justify;">Sulla vicenda della Del Bene, molto simile a quella del dottore sardo, aleggia un’aura di leggenda. Pare fosse donna molto avida, la tessitrice tarantina. Sesta di otto figli e sempre angustiata da problemi economici, riteneva di poter diventare molto ricca grazie alla vendita e alla filatura industriale del bisso, intravedendovi il suo riscatto personale. Raccolse, si dice, tremilacinquecento chili di bisso perché venisse filato, ma il giorno in cui li consegnò alla fabbrica, morì di colpo per un infarto e i padroni della seteria, che avevano tentato di piegare il bisso all’automazione, videro tutte le loro macchine andare distrutte.</p>
<p style="text-align: justify;">Ancora oggi, il bisso impone le sue regole quasi mistiche: la sua lavorazione  non si può ipotizzare che abbia un futuro, almeno secondo i parametri dell’economia globalizzata. Una seta che può essere reperita solo in piccolissime quantità e non consente altra tessitura che quella manuale, non può essere considerata appetibile attività d’impresa. Le ricerche compiute dalla Scuola di Maricoltura di Taranto e finalizzate all’allevamento assistito della <em>pinna nobilis</em>, hanno evidenziato che, pur proteggendo i fondali dalla pesca a strascico con scogliere sommerse sperimentali e trapiantandovi giovani esemplari del mollusco, i risultati ottenuti non possono che relegare il bisso all’interno delle attività tessili “amatoriali”.</p>
<div id="attachment_194" style="width: 310px" class="wp-caption alignright"><a href="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/04/pinna-nobilis1.jpg"><img class="size-medium wp-image-194" src="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/04/pinna-nobilis1-300x225.jpg" alt="La &quot;pinna nobilis&quot;, il più grande mollusco bivalve del mediterraneo, può raggiungere anche 1 m di lunghezza" width="300" height="225" /></a><p class="wp-caption-text">La &#8220;pinna nobilis&#8221;, il più grande mollusco bivalve del mediterraneo, può raggiungere anche 1 m di lunghezza</p></div>
<p style="text-align: justify;">Del resto, il bisso stesso non desidera diventare una voce di bilancio. È quel tipo d’oro che può sfavillare solo sotto una particolare luce: quella di uno sguardo pieno di stupore. La fascinazione del mare e del vento non può essere svenduta, ma soltanto offerta a chi è aperto a comprendere che la vita stessa è una complessa tessitura i cui fili di bisso dorato sono la nostra intima disponibilità alla meraviglia.</p>
<p style="text-align: justify;">L’esistenza della <em>pinna nobilis</em> va preservata esattamente come i fondali incontaminati in cui vive. Le conoscenze antiche e i maestri che le tramandano sono tesori viventi che, anche quando non possono essere capitalizzati, sono comunque fonti di ricchezza inestinguibile. Tutto sta nel capire a quale tipo di ricchezza tendere: la pazienza richiesta dalla tessitura disciplina il cuore, il vero valore del bisso risiede nella devozione che esige, non nella sua rarità. E se c’è un filo che lega tutti noi è quello dell’intimo e profondo desiderio di armonia, un’armonia che per Chiara Vigo, l’ultimo maestro di bisso, viene dal mare della sua Sardegna.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Miriam Corongiu</em></p>
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		<title>Difendere la montagna e la vita: le Briglie Borboniche</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Mar 2015 09:02:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Miriam Corongiu]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_163" style="width: 310px" class="wp-caption alignleft"><a href="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/03/DSCF7767.jpg"><img class="wp-image-163 size-medium" src="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/03/DSCF7767-300x225.jpg" alt="DSCF7767" width="300" height="225" /></a><p class="wp-caption-text">Uva Catalanesca, Monte Somma, in prossimità delle Briglie Borboniche &#8211; Foto di Vincenzo Marciano</p></div>
<p style="text-align: justify;">In un luogo quasi fiabesco, fra i colori delle viti di catalanesca e i suoni di acque sorgive, alle pendici del complesso vulcanico Somma-Vesuvio, si nascondono alcuni tratti di un’imponente opera idraulica d’epoca borbonica: le Briglie. Proteggevano con saggezza e forza la Montagna, difendevano i contadini dalle piene dei torrenti e dalle alluvioni e &#8211; grazie ad una complessa rete di vasche e argini &#8211; risolsero i problemi d’impaludamento che affliggevano da sempre i territori tra le falde del Vesuvio e la città di Napoli. Un efficace sistema d’irreggimentazione delle acque, il primo a carattere organico, un grandioso progetto di prevenzione del rischio idrogeologico connaturato alla Montagna.</p>
<p style="text-align: justify;">Eppure raccontando il Monte Somma e il (più noto) Vesuvio, spesso ci si dimentica che di montagne si tratta: la gente per prima e le autorità poi sono portate da sempre a considerarle esclusivamente vulcani. Lo sono, certo, con un&#8217; attività eruttiva cominciata 18.000 anni fa e protrattasi, tra lunghi periodi di stasi, fino al 1944. Tuttavia la principale tipologia d’instabilità del complesso Somma-Vesuvio, così percorso da torrenti, sono invece gli eventi alluvionali. La gente un tempo chiamava “lave” quelle frane di fango e rocce che scendevano giù impetuose dai vulcani, veloci e temibili almeno quanto i fiumi di fuoco. E fu proprio una “lava”, in una notte d’autunno del 2011, a uccidere Valeria Sodano, poco più che ventenne, a Pollena, piccolo comune sotto il Somma. La strada su cui si trovava con la sua auto, durante un’alluvione nemmeno troppo potente, la uccise dopo essere tornata il torrente che era un tempo, prima che gli uomini lo tombassero per farne un asse viario, trasformandolo coì in strumento di morte.</p>
<p style="text-align: justify;">“Gli alvei-strada sono mine innescate nei centri abitati”, scrive Franco Ortolani, ordinario di Geologia alla Federico II di Napoli. Eppure non ci sono moderni piani di protezione civile, né il territorio dei comuni pedemontani intorno al Vesuvio è manutenuto in modo sufficiente a garantire che la montagna non frani a seguito delle copiosissime piogge che da qualche anno si scatenano all’improvviso. Non esiste alcuna cultura della prevenzione e paghiamo troppo spesso superficialità e incuria con la vita degli innocenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Volgendoci indietro, però, ci accorgeremmo che in un passato non troppo remoto, per mitigare gli effetti alluvionali si volle proteggere la Montagna, pensando a un sistema organico che imbrigliasse i canali di scolo delle acque discendenti dal complesso vulcanico. Sotto il regno dei Borbone, nel 1855, fu affidato a un abile ingegnere di Gaeta, Carlo Afan de Rivera, il compito di risolvere il problema che da sempre affliggeva le zone alle pendici del Monte Somma. Fu il primo, De Rivera, a dirigere l<em>’Amministrazione Generale delle Bonifiche</em>. Non erano solo le alluvioni a generare morte, ma la massiccia presenza di zone paludose che sottraeva terreni alla coltivazione, impoveriva le popolazioni locali e le decimava per via della malaria. A seguito dell’impaludamento, inoltre, vaste aree erano state disboscate perché venissero destinate all’agricoltura, indebolendo così i fianchi e le pendici dei monti e neutralizzando la naturale difesa dai monti stessi opposta alle “lave”.</p>
<p style="text-align: justify;">De Rivera, direttore generale del <em>Corpo di Ponti e Strade, Acque, Foreste e Caccia del Regno delle Due Sicilie</em>, progettò quindi un grandioso ed efficiente sistema di bonifica, manutenzione e rimboschimento dell’intero territorio tra Napoli e il complesso Somma-Vesuvio, risolvendo il problema direttamente a “monte” con le Briglie (e anche a “valle”, con i Regi Lagni).</p>
<div id="attachment_164" style="width: 310px" class="wp-caption alignright"><a href="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/03/DSCF7742.jpg"><img class="wp-image-164 size-medium" src="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/03/DSCF7742-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a><p class="wp-caption-text">Briglie Borboniche, S.Anastasia &#8211; Foto di Vincenzo Marciano</p></div>
<p style="text-align: justify;">Briglie che restano ancora maestose: alte più di quindici metri e lunghe venti, erano (e sarebbero ancora) potenti mura di contenimento in pietra lavica, capaci di correggere la pendenza dei torrenti e trattenere il materiale portato giù dalla furia delle acque, mentre si provvedeva a rimboschire il territorio e bonificare le paludi. Almeno cinquanta vasche di colmata accoglievano le acque, ripulendole dai detriti; quelle di assorbimento, invece, diventavano l’ultima dimora dei torrenti che morivano sulla montagna, senza mai raggiungere il mare. Le campagne caratterizzate da maggiore pendenza furono difese da argini contenitori che ostacolavano la discesa dei detriti e il letto dei torrenti venne protetto da catene e briglie di fondo per evitare che si corrodessero e le loro sponde si sgretolassero. Neppure finì qui. Venne istituita la fondamentale figura del “Sorvegliante idraulico”, vera sentinella del Vesuvio che faceva il giro di tutti i sentieri, aveva specifiche mansioni di controllo e manutenzione delle opere idrauliche e comminava multe ai contadini che non rispettavano le regole.</p>
<p style="text-align: justify;">Con l’Unità d’Italia, il fascismo e l’inurbamento aggressivo e disordinato del territorio, le Briglie e le opere idrauliche di fine Ottocento, caddero progressivamente in disuso. Con l’istituzione delle Regioni, negli anni ’70, la figura del Sorvegliante venne a mancare e il Genio Civile preferì le gettate di cemento all’impiego della pietra lavica locale per effettuare  tanto sporadici quanto offensivi ed inutili interventi di manutenzione.  Le antiche Briglie, però, avevano dato ampia dimostrazione della propria forza e in molte occasioni avevano salvato vite umane. I geologi che si occupano di ingegneria naturalistica sanno che guardarsi indietro non vuol dire regredire: in un Paese in cui il rischio idrogeologico è diventato una priorità e una minaccia incombente su quasi tutto il territorio nazionale, avere la fortuna di poter progettare il futuro approfittando di efficaci e potenti opere già esistenti, rispolverando la saggezza del passato, è una ricchezza immensa.</p>
<div id="attachment_165" style="width: 235px" class="wp-caption alignleft"><a href="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/03/DSCF7748.jpg"><img class="wp-image-165 size-medium" src="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/03/DSCF7748-225x300.jpg" alt="Briglie Borboniche, dettaglio - S.Anastasia" width="225" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Briglie Borboniche, S.Anastasia &#8211; Foto di Vincenzo Marciano</p></div>
<p style="text-align: justify;">Nel giugno del 2014, proprio a Pollena, dove Valeria Sodano perse la vita, è partito un intervento di ingegneria naturalistica che, rispettando le caratteristiche ambientali del Parco Nazionale del Vesuvio, si spera porti alla perfetta funzionalità un tratto delle Briglie Borboniche, adoperando terra e geostuoie, e che si prevede disostruisca l’alveo tombato del Carcavone, il cui letto sarà rinforzato in pietrame per poter stabilizzare le sponde.</p>
<p style="text-align: justify;">Siamo tutti in grado di intuire che il rischio idrogeologico, come qualunque altro fattore di rischio derivante dal dispiegarsi delle forze della Natura, va governato con accorte politiche di prevenzione. Ma pochi ci si impegnano e ancor meno si rendono conto che non sempre la lungimiranza deve armarsi di cemento: l’incrollabile fede negli ultimi ritrovati della tecnologia non sempre paga. Basta voltarsi indietro, e non di molto, per capire che valorizzando il passato possiamo creare occupazione (sul piano turistico e ambientale), arginare il consumo insensato di territorio, proteggerlo e vivere sicuri.</p>
<p style="text-align: justify;">Le Briglie ci propongono, quindi, di coniugare le nostre prospettive al “futuro arcaico”, un tempo che del passato recupera ciò che di buono è stato fatto e che proietta in avanti la possibilità, che troppo spesso ci siamo negati, di essere figli deferenti della Terra.</p>
<p style="text-align: justify;">Hanno resistito al tempo e a noi, le Briglie. Lassù in alto, maestose e sagge, ci insegnano che si può avere amore per ciò che siamo stati e che possiamo ancora essere. Dobbiamo avere cura del sapere che tramandano e dobbiamo ascoltare ciò che suggeriscono: la Montagna non si può sfidare, si può solo amare e, per questo, proteggere.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Miriam Corongiu</em></p>
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