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	<title>Georgika &#187; ecologia</title>
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	<description>Terre dei Fuochi. E di Vita.</description>
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		<title>LA TRANSIZIONE AGROECOLOGICA LIBERA E PENSANTE</title>
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		<pubDate>Sat, 07 May 2022 13:14:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Miriam Corongiu]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Ho un modo molto personale di guardare alla campagna. Non riesco mai a provare quel particolare abbandono dettato da un’idea di natura altra, incontaminata e forse un po’ algida, che sembra beare tanti quando si ritrovano in luoghi lontani dal vivere moderno. Non c’è niente che si possa definire lontano o altro da noi e anche se, nella comunicazione ordinaria, sottolineo continuamente la dimensione poetizzante della terra che pure esiste e persiste nonostante tutto, le fondamenta stesse del mio pensiero sono sempre pesantemente poggiate su ciò che non va. E ciò che non va è decisamente troppo.</p>
<p style="text-align: justify;">La guerra in Europa emana un’economia che ripete lo stesso modello dei conflitti precedenti. Per l’agricoltura essenzialmente vuol dire: 1)un ulteriore sfruttamento dei terreni per rispondere alle contrazioni del mercato in relazione ad alcuni beni primari (in questo caso grano e mais); 2) aumento dei prezzi dei prodotti agricoli in corrispondenza dei rincari elevatissimi dei costi di produzione, mentre la moneta perde capacità di acquisto; 3) accentuazione delle disuguaglianze nei campi in seno a quelle più genericamente sociali, ma ancora più significative se riguardanti le persone migranti nere; 4) poderosa spinta verso quel passato che non passa, fatto di lobbies dell’agrofarmaceutica e delle associazioni di categoria così vicine agli interessi della grande industria produttiva e distributiva.</p>
<p style="text-align: justify;">Per riprendere le parole di Serpieri in Paolo Nanni a proposito del patrimonio agricolo dopo la Grande Guerra, le decisioni emergenziali portano solo ad ipotecare il futuro: il conflitto di tipo bellico è l’apoteosi della condizione d’emergenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo scorso marzo l’ISMEA, Istituto di Servizi per il Mercato Agricolo Alimentare, ha ben individuato il peso di Russia e Ucraina nel mercato del grano duro e tenero, del mais, dei fertilizzanti e di come la guerra influisca sugli equilibri economici italiani. Per il grano duro c’è di sicuro una grande speculazione in atto che esaspera quelle già in essere, mentre per il mais e i fertilizzanti c’è un’oggettiva difficoltà che riguarda essenzialmente le grandi agroindustrie convenzionali, ma che trasforma tutto il quadro produttivo, piccole aziende biologiche comprese: quando si verifica una contrazione dell’offerta, tutti – e dico tutti – ne approfittano per rincarare i prezzi delle materie prime o dei prodotti indispensabili nella produzione agricola, anche indipendentemente dal costo dell’energia fossile che costituisce la base dell’agricoltura supermeccanizzata e dei fitofarmaci, all’interno dei quali è massiccia la presenza di coadiuvanti e coformulanti di derivazione petrolifera. Il problema è che, mentre le grandi produzioni industriali hanno la possibilità concreta di assorbire i contraccolpi del mercato perché già esternalizzano costi ambientali e sociali e perché sono di nuovo in pole position per le erogazioni dei fondi della Politica Agricola Comunitaria, le piccole realtà si barcamenano molto peggio e sono a rischio chiusura.</p>
<p style="text-align: justify;">L’Europa, in un battito di ciglia, ha dimenticato pratiche e promesse: stop alle rotazioni colturali, alle aree a greening, ai limiti per l’uso di agrofarmaci e fertilizzanti nelle fasce a riposo, a quelli per l’import di materie prime in deroga ai limiti massimi di residui fitosanitari. Stop allora alla strategia Farm To Fork, all’Agenda 2030, a quel chiacchieratissimo Green New Deal che, già debolissimo in partenza, oggi, se messo al paio con la peggiore PAC di sempre e le scudisciate del Copa Cogeca al parlamento europeo, è carta straccia.</p>
<p style="text-align: justify;">Non da ultima c’è la questione dei nuovi OGM perché tali vanno chiamati gli NBT, New Breeding Tecniques. I semi NBT – chiedono le 27 associazioni che si riuniscono nella campagna “Italia Libera dagli OGM” – dovrebbero sottostare alla stessa legislazione che vieta da vent’anni gli OGM in Europa e alla sentenza (2018) della Corte di Giustizia Europea che assimila in tutto e per tutto le nuove biotecnologie alle vecchie. I contadini hanno provveduto sempre da soli al miglioramento genetico dei propri semi, adattando le popolazioni colturali alle condizioni sitospecifiche del clima e del terreno. E’ chiaro che è qui che si giocano gli interessi delle solite multinazionali: i semi Round Up Ready e Round Up Ready 2 vengono venduti con tutto il pacchetto di fitofarmaci necessari a controllare la resistenza delle supermalerbe ai semi transgenici, ma c’è molto di più. Ora che la guerra sul fronte ucraino complica la produzione di mais in Europa, da chi lo importeremo? Possiamo rivolgerci ai paesi dell’UE che hanno avuto raccolti migliori, ma non agli USA perché OGM. Mi sembra abbastanza implicito dove è possibile che vada il mercato del mais e perché ci sia tutta questa rinnovata pressione, anche da parte della Coldiretti, sul tema NBT.</p>
<p style="text-align: justify;">Si consuma perciò, sull’altare del nuovo teatro geopolitico, il dramma delle nostre terre.</p>
<p style="text-align: justify;">La transizione ecologica non è l’unico problema-cardine in periodo di guerra perché non può in nessun caso realizzarsi senza quella agroecologica e, quando giustamente ci battiamo per un clima fuori dal fossile, non possiamo dimenticare che sono l’agricoltura e gli allevamenti convenzionali ad essere responsabili per circa il 50% delle emissioni climalteranti. Per converso, se ci battiamo per l’agroecologia, non possiamo dimenticare che non esistono solo i conflitti su larga scala e che viviamo, ogni giorno, conflitti a bassa intensità accesi dall’ingiustizia ambientale su ogni territorio. La rovina dell’agricoltura è, in primo luogo, un certo tipo di agricoltura, ma coincide anche con le discariche e gli sversamenti abusivi della Terra dei Fuochi, le acciaierie obsolete come l’ILVA di Taranto e i 20km di raggio entro i quali non si può coltivare, le industrie chimiche come la Caffaro di Brescia e l’inquinamento da PCB che ha reso sterili e impraticabili i terreni, i gasdotti come la TAP che marciano sugli ulivi storici e il patrimonio agricolo del Salento, i treni veloci che vorrebbero sventrare la Val di Susa sottraendo acqua, smuovendo amianto, togliendo lavoro utile e magnifici paesaggi.</p>
<p style="text-align: justify;">L’agroecologia, in entrambe le tipologie di conflitto, non è solo una delle possibili alternative all’agricoltura industriale, ma LA risposta comunitaria e rigenerativa che non può essere ridotta a mero pacchetto di conoscenze tecniche. E’, nelle parole e nell’immaginario di Miguel Angel Altieri, di Vandana Shiva e di milioni di contadini e contadine al mondo, un processo di integrazione tra esseri umani e natura. Se davvero ai piani alti lo avessero capito, non la propugnerebbero come perno della transizione.</p>
<p style="text-align: justify;">È ovvio e ormai scontato per alcuni di noi che solo il passaggio dal paradigma meccanico-riduzionista a quello sistemico-ecologico (V. Shiva, 2017) possa garantire la sopravvivenza del pianeta. La transizione agroecologica si può fare solo se smettiamo di farla coincidere con la digitalizzazione e le biotecnologie, se togliamo aria al neolatifondismo e a quella PAC che lo favorisce per far respirare le realtà di piccola scala in cui soprattutto le donne hanno – ad ogni latitudine – un peso determinante, se impediamo alle grandi concentrazioni di potere di fare di braccianti e ambiente la propria personale pattumiera, se parliamo alle persone di sovranità alimentare e non di sovranismo, se sostituiamo la cooperazione alla competizione.</p>
<p style="text-align: justify;">Il nostro immaginario economico è completamente sbagliato, come completamente errati sono i fondamenti biologici del <em>processo </em>economico. Sappiamo da molto tempo che la crescita infinita è un mito distruttivo, ma siamo davvero pronti e pronte a smontare le tesi culturali che lo supportano? E’ molto facile, per moltissime persone, comprendere che i sistemi biologici non tendono alla massimizzazione di alcuna variabile (figuriamoci di quella del profitto) ed è relativamente semplice provare a vivere quindi più sobriamente, modificando con gradualità le proprie abitudini di acquisto o quelle alimentari.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma cosa sappiamo e cosa facciamo in relazione ai rapporti di potere? Mauro Bonaiuti in “Bioeconomia”, una raccolta di scritti di Nicholas Georgescu-Roegen sul tema, rimarca come i sistemi biologici non adottino per sopravvivere solo comportamenti di tipo competitivo, ma che – da sistemi complessi quali sono – adottino una pluralità di strategie diverse come relazioni cooperative e simbiotiche tra le specie, argomenti già centrali in molta letteratura biologica sovietica e che oggi, per esempio, ritroviamo in numerosi studi scientifici come quelli di Suzanne Simard sullo scambio di informazioni tra caducifogli e sempreverdi in contesti di scarsità di CO2.</p>
<p style="text-align: justify;">Possiamo allora riconoscere certamente due cose: la prima e la più lapalissiana è che, a differenza della natura, non siamo abbastanza intelligenti da rispondere con efficacia ai mutamenti di contesto o non ci troveremmo ad un pelo dalla terza guerra mondiale e dalla sesta estinzione di massa nel cuore del Wasteocene (M. Armiero, 2021); l’altra è che i tratti di quel potere che tanto condanniamo sono i nostri stessi tratti somatici.</p>
<p style="text-align: justify;">Ci riempiamo la bocca di parole come comunità e cura, ma non comprendiamo che i processi rivestono la stessa importanza degli obiettivi e non riusciamo nemmeno lontanamente ad avere relazioni autentiche nella differenza perché non ci concediamo il tempo di “stare ed esistere” nelle relazioni. In questo vuoto praticato dalla confusione tra opinione e sapere, e tra sapere e sapere, dalla tensione tra governo e potere perfino nei rapporti personali, dalla cancellazione dell’Altro in politica che, alla maniera di Lacan, non gode affatto di buona salute, dimentichiamo che siamo esseri viventi stigmatizzati dalla profonda necessità di entrare in connessione (non in competizione) con tutti gli altri esseri viventi.</p>
<p style="text-align: justify;">Il cibo buono, sano e giusto, in quanto frutto vivo e manifestazione dell’enorme rete neurale che collega corpi e intenzioni alla terra, potrebbe essere la chiave attraverso la quale ripensare ogni cosa.</p>
<p style="text-align: justify;">Potrebbe se solo non ce ne privassimo in maniera così insensata e non pensassimo di avere più valore assoluto del più esile dei fili d’erba.</p>
<p style="text-align: justify;"><i>Miriam Corongiu</i></p>
<p style="text-align: justify;"><em>A Taranto, per l&#8217;Uno Maggio Libero e Pensante, davanti ad attivisti e attiviste di tutta Italia, decine di migliaia di persone e me stessa. </em></p>
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		<title>Vi promettiamo amore eterno</title>
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		<pubDate>Mon, 03 Aug 2020 06:31:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Miriam Corongiu]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il lavoro di un contadino è un lavoro dimenticato. Nella sua essenza e nelle sue ragioni sembra appartenere ad un remoto passato in cui zolle dure e povertà si mescolano a panorami imbionditi dal grano o alla perduta sobrietà del cibo buono e necessario. Non è, però, esattamente così. Non è del tutto scomparsa la possibilità di tornare a star bene e di partire verso un mondo più vivibile per ogni fascia sociale.</p>
<p style="text-align: justify;">Rinasce ogni giorno (e da tanto) un modo nuovo di relazionarsi alla terra che fa implodere dall’interno l’attuale modello agroindustriale e che segna il passo verso un’agricoltura giusta, innamorata della natura e ad essa dolcemente sottomessa. E’ un approccio scientifico, basato sull’osservazione e sullo studio dei sistemi contadini dei sud del mondo che per ere sono sopravvissuti ad ogni cambiamento garantendo sussistenza, e sul concetto che alla base del lavoro nella terra debba esserci il rispetto più sacro per ogni forma di vita nelle sue infinite differenze.</p>
<p style="text-align: justify;">Si chiama agroecologia e mette radici profonde ogni giorno di più:</p>
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<video class="wp-video-shortcode" id="video-544-1" width="640" height="352" preload="metadata" controls="controls"><source type="video/mp4" src="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2020/08/piennolo-2020.mp4?_=1" />Coltivazione di pomodorino del &#8220;piennolo&#8221; in consociazione con girasoli e in sistema di agrosilvicoltura tra melograni e noci &#8211; L&#8217;Orto Conviviale, S.Anastasia (Na)<a href="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2020/08/piennolo-2020.mp4">http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2020/08/piennolo-2020.mp4</a></video></div>
<p style="text-align: justify;"><em>(In video: Coltivazione di pomodorino del &#8220;piennolo&#8221; in consociazione con girasoli e in sistema di agrosilvicoltura tra melograni e noci &#8211; L&#8217;Orto Conviviale, S.Anastasia nel napoletano)</em></p>
<p style="text-align: justify;">Vandana Shiva<a href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a>, attivista internazionale nel campo della protezione della biodiversità, sottolinea come l’agricoltura convenzionale sia un’agricoltura di guerra: pesticidi e diserbanti – sostiene &#8211;  sono stati ottenuti attraverso una ridefinizione di laboratorio delle armi chimiche utilizzate nel secondo conflitto mondiale, lasciando intuire con questa affermazione che la premessa stessa dell’agroindustria sia la distruzione. Gli agrofarmaci aggrediscono infatti le colture causando danni enormi non solo al sistema suolo-pianta &#8211; la cui salute e vitalità sono alla base della fertilità dei terreni, della loro resilienza e della produttività delle colture stesse &#8211; ma rovinando la vita umana, interferendo con il nostro sistema immunitario e indebolendolo fino all’insorgenza di gravi malattie, spesso mortali.</p>
<p style="text-align: justify;">Un’agricoltura che si articola in monocolture, disintegrando l’opulenza con cui la natura fa mostra di se attraverso infinite varietà, ha necessità di un massiccio controllo esterno e di tecniche profondamente lesive di tutto ciò che vive nel terreno. Dagli OGM alle NBT (New Breeding Tecniques) che puntano tutto sull’innovazione genetica creata a tavolino e non sull’evoluzione naturale della vita sul pianeta, possiamo evincere premesse culturali radicate esclusivamente nella selezione demiurgica di ciò che è utile al mercato, commerciabile, esportabile. Vince ciò che si produce in fretta, in grandi quantità e soprattutto a costi bassissimi. In virtù dei costi e soprattutto dei costi del lavoro, se ci soffermiamo a riflettere su come l’agroindustria sia incontestabilmente il volto del neocolonialismo nei paesi cosiddetti emergenti, il collegamento sinaptico a sfruttamento, schiavitù, povertà dilagante e migrazioni è immediato.</p>
<p style="text-align: justify;">E se, non da ultimo, consideriamo l’impatto del modello convenzionale sui cambiamenti climatici stimato intorno al 30% delle emissioni globali, l’architettura di un’agricoltura inquinante, socialmente ingiusta e distruttiva può dirsi compiuta. La Shiva dice la verità: la nostra è agricoltura di guerra.</p>
<p style="text-align: justify;">Come possiamo porre fine a questo scontro epocale con la natura? Da dove ripartire nella lotta alle ingiustizie, al caos climatico, alla cultura dalla sopraffazione? Esattamente da dove tutto è iniziato: dalla terra. L’agroecologia è una scienza che tiene presente criteri di efficienza nella produzione alimentare mettendo al centro la sostenibilità ecologica, sociale ed economica. Non può esserci cibo sicuro che non sia contemporaneamente cibo giusto, basato sul rispetto dei diritti umani, delle differenze di genere e degli equilibri naturali. Il nuovo paradigma è un sistema vivente in cui il benessere degli uomini e delle donne, così come di ogni altra forma di vita al mondo, diventa il fulcro concettuale da inverare, ogni giorno, nelle corrette pratiche agricole così come nell’eticità del lavoro.</p>
<p style="text-align: justify;">Si può fare? L’esperienza ci dice di si. Molti studi ormai confermano che la resa delle coltivazioni agroecologiche garantisce la sostenibilità aziendale e quella familiare come e più di quelle convenzionali<a href="#_ftn2" name="_ftnref2">[2]</a> producendo più cibo con meno terra, utilizzando meno energia e meno acqua, migliorando le risorse naturali di base e abbassando le emissioni di gas serra. La produttività misurata in salute e nutrizione risulta incomparabile, come lo sono le conseguenze culturali di questo modello che non sa lasciare indietro nessuno.</p>
<p style="text-align: justify;">Praticare la rigenerazione nella scelta delle tecniche di coltivazione non è un suggerimento romantico: è, al contrario, l’esercizio necessario per il salto verso la compassione e la restituzione. Chi traduce gli studi agroecologici nel proprio contesto aziendale non potrà, in nessun caso, riservare trattamenti disumani ai lavoratori e alle lavoratrici della terra perché li considererà, finalmente, come elementi integranti di quel mondo-natura che reclama venerazione, più che rispetto.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2020/08/jamme1.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-559" src="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2020/08/jamme1-300x263.jpg" alt="Iamme, liberi di scegliere" width="300" height="263" /></a>Nelle aziende come la mia, in cui la biodiversità è un imperativo categorico, i braccianti sono parte della nostra vita e si da loro il giusto contratto, la giusta retribuzione, il giusto trattamento ponendo al vertice delle nostre azioni la solidarietà verso ragazzi e ragazze afflitti dalla povertà e dall’ingiustizia. Parimenti, chi parte da una progettualità di lotta al caporalato e alle disuguaglianze generate dalle agromafie, non potrà esimersi dall’adottare una visione del mondo diversa da quella agroecologica. E’ il caso di I<a title="Jamme, liberi di scegliere " href="https://www.facebook.com/iammeliberidiscegliere/">amme</a>, il tentativo da poco messo in essere tra il materano e il foggiano da Rete per la terra, dal Movimento No Cap e da Altragricoltura basato sull’agricoltura bio: non solo filiera, comunità, aziende e braccianti uniti dall’esigenza di ridare visibilità agli ultimi e umanità alle prime, ma la terra al centro di un’alleanza che – <a href="https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/07/28/caporalato-50-donne-italiane-sfruttate-assunte-grazie-al-progetto-iamme-per-30-anni-mi-hanno-detto-lavora-asina-questo-e-un-sogno/5881960/">partendo dalle donne</a>, 50 donne contro il caporalato &#8211; parla di libertà e di liberazione.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2020/08/sottopadrone_copertina-exe-1.jpg"><img class="alignright size-medium wp-image-560" src="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2020/08/sottopadrone_copertina-exe-1-185x300.jpg" alt="sottopadrone_copertina-exe-1" width="185" height="300" /></a>“Il made in Italy non esiste fuori da questa alleanza”, scrive il sociologo e attivista <a href="https://www.inmigrazione.it/it/socie-e-soci/marco-omizzolo?gclid=Cj0KCQjwyJn5BRDrARIsADZ9ykEKBGg4K8f1g4fZb5iatbf3n-hmzyH_mdLwBO308Ll0D-zev7FrobsaAgbqEALw_wcB">Marco Omizzolo</a><a href="#_ftn3" name="_ftnref3">[3]</a>. “Non riguarda solo il prodotto o il processo. È la sintesi e la prospettiva di un modello di Paese che si esprime dentro un’artigianalità modernizzante che custodisce e nel frattempo sviluppa, nel settore primario e non solo, il proprio tradizionale saper fare, portando tutto al futuro. Dentro questa proposta il caporalato, la ghettizzazione, l’emarginazione, e dunque le agromafie, non possono trovare posto”.</p>
<p style="text-align: justify;">In Terra dei Fuochi siamo ripartiti proprio laddove lo scempio si era compiuto, dalle campagne affogate tra i rifiuti dove i roghi appestano le nostre vite e le nostre terre, convinti che ripristinando quel rapporto d’amore con la natura bruscamente interrotto dall’economia del capitale, si possa tornare a sognare. Abbiamo maturato la certezza che le ecomafie possano essere svuotate non tanto e non solo da politiche repressive o adeguate programmazioni normative, quanto dal movimento culturale di progressiva sottrazione del terreno sulle quali le mafie prosperano: povertà, lavoro nero, omertà.</p>
<p style="text-align: justify;">Noi contadini agroecologici sappiamo che tornare a essere protagonisti del nostro futuro coltivando nel giusto modo significa infliggere un duro colpo all’economia suicida che alimenta di sé il caporalato e il complesso sistema agromafioso fatto di colletti bianchi, professionisti, industriali del settore agroalimentare e esperti della distribuzione, una struttura questa pericolosamente simile alla piovra ecomafiosa.</p>
<p style="text-align: justify;">L’agricoltura ha tutto in comune con la vita e nulla con il profitto, con il bene comune e non con la proprietà privata, con la generosità e non con lo sfruttamento, con ciò che è <em>soave, profondo e lento</em>, molto più che con l’automazione e il latifondismo. Riducendo la scala a redistribuendo le terre, ritornando al sapere contadino e ad un&#8217;agricoltura mani nella terra si potrebbe ottenere equità, sicurezza, sovranità alimentare e, nell’ottica ecologista, giustizia ambientale, sociale, climatica.</p>
<p style="text-align: justify;">Tornando piccoli, stavolta, diventeremmo grandi. E noi contadini ci stiamo lavorando. Quei campi d’oro che sembravano appartenere ad un romanzo di fine ottocento si vedono ormai all’orizzonte e con loro un cibo equo, diritto di tutti. Di zolle dure da vincere ne abbiamo avute tante sotto i piedi e ogni volta siamo stati in grado di portare la fertilità nei campi che abbiamo lavorato, sicuri di essere tanto più necessari adesso di un tempo.</p>
<p style="text-align: justify;">Il mondo si sta ricontadinizzando, lo dicono 22 milioni di nuovi “terroni” in tutto il globo. Cari uomini affezionati al potere, siamo già davanti a voi.</p>
<p style="text-align: justify;">E vi promettiamo amore eterno.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Miriam Corongiu</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> “Agroecologia e crisi climatica”, Terra Nuova Edizioni, 2019</p>
<p><a href="#_ftnref2" name="_ftn2">[2]</a> “Agroecologia. Una via percorribile per un paese in crisi”, di Altieri, Nicholls, Ponti – Edagricole, 2015</p>
<p><a href="#_ftnref3" name="_ftn3">[3]</a> “Sotto padrone. Uomini, donne e caporali nell’agromafia italiana”, Milano, 2019</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Immagine in evidenza: Iamme, liberi di scegliere/Facebook</em></p>
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		<title>NO TAV: UN&#8217;ESPERIENZA DI AUTONOMIA RADICALE</title>
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		<pubDate>Mon, 04 Sep 2017 10:48:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Miriam Corongiu]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>“Da circa un mese, in Val di Susa, è nata e vive la Libera Repubblica della Maddalena. Molto più di un presidio allestito per impedire la realizzazione del cantiere per il cunicolo esplorativo funzionale al TAV Torino-Lione. Un territorio liberato, che non figura su alcuna mappa del consentito. Un territorio in cui polizia e carabinieri non entrano. In cui si [...]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">“Da circa un mese, in Val di Susa, è nata e vive la Libera Repubblica della Maddalena. Molto più di un presidio allestito per impedire la realizzazione del cantiere per il cunicolo esplorativo funzionale al TAV Torino-Lione. Un territorio liberato, che non figura su alcuna mappa del consentito. Un territorio in cui polizia e carabinieri non entrano. In cui si condividono cibo, discussioni, musica e la costruzione delle barricate. Uno spazio sottratto alla sovranità dello Stato. Uno spazio in cui si vive meglio che nelle cellette metropolitane, nella reclusione domestica davanti al televisore, nelle strade vuote di incontri e brulicanti di merce. Il Progresso lo abbiamo già assaggiato, e non c&#8217;è piaciuto. La lotta contro il TAV è, di fatto, lotta contro tutta la classe dominante che lo vuole, lo difende, lo impone. Sta diventato la lotta della condivisione contro lo Stato. Invitiamo gli amanti della libertà a venire. Contro il TAV. Per difendere un territorio liberato, a rischio di sgombero da domenica 26 giugno. Il tempo è adesso”<br />
Così si legge su “Informa-Azione”, un sito web che colletta le lotte contro la repressione, il 24 giugno del 2011, ore 2.01 del mattino. Due giorni dopo, a Chiomonte, sui monti della Maddalena, si scatena l’inferno: circa 2500 agenti di polizia penetrano le barricate civili e caricano i valsusini che da settimane presidiavano pacificamente la collina, lanciando anche ad altezza d’uomo migliaia di lacrimogeni al CS, un gas altamente tossico proibito in guerra, ma non nella guerriglia urbana. Picchiano duramente i civili, distruggono qualunque cosa capiti loro a tiro, sfasciano la stazione mobile di Radio Black Out che continuava a trasmettere anche sotto i lacrimogeni e, alla fine, dopo una giornata di scontri sanguinosi, conquistano l’area. La piazzetta dove c’era il museo archeologico della Maddalena ora “temporaneamente” chiuso (così si legge sul sito web), diventa una roccaforte militare dove ancora oggi sostano le camionette della polizia e si aggira torva la Digos. Dai militari, però, e non dai “repubblicani,” viene insozzata e deturpata. L’accesso alla zona, un tempo testimonianza millenaria di quel valico così importante per le Alpi Occidentali, dove hanno transitato tutti gli invasori e forse Annibale stesso, è ora severamente sorvegliato dall’Esercito Italiano: a Chiomonte il cantiere del TAV è ritenuto strategicamente rilevante. E così, perquisizioni, stretti controlli e niente riprese. Chi siede nel casotto all’entrata ha il potere di lasciare che i visitatori non vengano autorizzati all’ingresso per ore intere, fino a che non si faccia troppo tardi per entrare. A ben guardare, non servono giri di parole per definire ciò che è oggi la Maddalena: le zone in cui si sospende brutalmente il civile diritto a manifestare il dissenso, si cancellano le tracce della storia e si impedisce il libero passaggio, quelle sono zone di guerra.</p>
<p>Spiegare la ferocia con la quale lo Stato italiano ha sgomberato la Maddalena (e in generale trattato negli anni la Val di Susa) soltanto con la ferrea volontà dei vari esecutivi di portare a termine una “grande opera”, è una riflessione poco penetrante e insufficiente per chi non si accontenta dell’informazione massificata. L’esperienza tutta dei NO TAV, peraltro, e più in particolare della “Libera Repubblica”, va molto oltre l’affermazione del diritto di ogni popolo ad autodeterminarsi, così come sancito dalla stessa Unione Europea. Si è sviluppata negli anni come una progressiva sottrazione di sovranità allo Stato e una lenta, ma inesorabile, costruzione di autonomia radicale.<br />
La Valle, che si identifica potentemente con le montagne intorno e che guarda a se stessa come partigiana, ha cominciato a pensare con la sua testa &#8211; quindi ad opporsi &#8211; ancor prima che il TAV fosse un progetto sulla carta. Un Hydra, quella valsusina, così fiera delle proprie differenze interne, che nessuna autorità costituita poteva tollerarne l’esistenza.  Se è vero che cittadini si diventa e lo si diventa in primo luogo conoscendo la città, i luoghi interiori ed ulteriori del proprio vivere, i NO TAV hanno già percorso lunga parte del viaggio. Anzi, sosterrebbe forse Cornelius Castoriadis, sono già giunti alla meta se riconosciamo loro la profonda consapevolezza della loro stessa autonomia e l’innegabile, fortissimo, desiderio di essere senza catene.<br />
<a href="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2017/09/DSC_0310.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-449" src="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2017/09/DSC_0310-300x199.jpg" alt="dsc_0310" width="300" height="199" /></a><br />
Già nel 2005 a Venaus, altro cantiere del TAV e teatro di scontri terribili, i valsusini avevano esperito l’ebbrezza dell’indipendenza totale. Per cinque giorni la Libera Repubblica di Venaus, elaboratore completamente disconnesso dal server centrale, aveva vissuto la grande bellezza dell’essere solo se stessa. E’ alla Maddalena, però, che la forma diventa sostanza e la libertà un fatto. Furono “Ventitrè giorni”, ricorda Alberto Perino leader storico dei NO TAV ai microfoni di Radio Siani, “in cui il denaro non esisteva più, dove eravamo tutti uguali, si faceva da mangiare a qualunque ora e si faceva cultura alta, ma distribuita a tutti, dove professori universitari tenevano lezione, mentre un po’ più in là i ragazzi distillavano la grappa e grandi artisti si esibivano in semplicità. Un mondo altro, sconvolgente, che doveva essere distrutto”.<br />
Era la lotta, rileggiamo nel comunicato di Informa-Azione, della “condivisione contro lo Stato”. Una fuoriuscita dall’economia che recuperava il vero, delicatissimo, collante di ogni comunità: la gioia del Poco, l’esaltazione del Tempo e non del Denaro, l’essere progenie bastarda del Grande e del Piccolo uniti nell’amplesso degli intenti comuni. Una rivoluzione reale si liberava dal bozzolo di mille teorie e prendeva corpo da un NO ad un treno veloce, per diventare la culla di un vivere lento, felice, pago di sé, in cui le differenze culturali, regionali, razziali, l’accentuare le quali è strategia storica del potere, si tramutavano in pericolose opportunità di coalizione sediziosa. Una mina che lo Stato aveva la necessità di far brillare il prima possibile.<br />
Dopo ventitrè gloriosi giorni, cadde perciò nella violenza la Maddalena, nostalgicamente ricordata oggi nelle tessere di affiliazione stampate per tutti con lo stesso numero progressivo e codificata nei registri comunali della Val di Susa pieni di bimbe a cui il nome “Maddalena” è stato dato. E cadde con la Libera Repubblica un pezzo di realtà che i governi italiani hanno voluto mortificare nel tempo con provvedimenti via via più autoritari. La repressione giudiziaria a cui sono soggetti i NO TAV, con oltre mille processi indetti a vario titolo contro liberi cittadini liberamente pensanti, colpevoli soltanto d’amare la loro Valle, sono una delle misure che vengono adottate a livello nazionale per soffocare le spinte identitarie di un popolo che vuole fermamente respirare. Tra le “Disposizioni urgenti per la tutela della sicurezza delle città” della legge Minniti e un addestramento sempre più da corpi speciali per le ordinarie forze di polizia, giustificati entrambi dal Terrore e dalle ondate migratorie, la direzione imboccata dall’Italia (e dall’Europa) è chiara.<br />
Debito pubblico e privatizzazioni, tasse astronomiche per le imprese e delocalizzazione del lavoro, trattati internazionali vantaggiosi per i ricchi di sempre e sempre più dilagante povertà, migrazioni di massa e disastri ambientali, obesità bianca e fame nera, solitudini drammatiche in un universo sovrappopolato, campagne abbandonate tra montagne di cemento, il mondo “social” e l’assenza di pietà: è questo il contesto in cui le grandi opere prendono forma ed è questo l’orizzonte contro cui si staglia la Libera Repubblica della Maddalena, un’esperienza di autonomia radicale che si è generata proprio dove è nato lo Stato Italiano e c’è più Stato che altrove.<br />
Ma come la storia insegna che più forti sono le spinte centripete, più forti saranno le reazioni delle periferie e come è vero che i piccoli centri, dove sono più semplici le prove tecniche di comunità, producono in maniera naturale gli anticorpi al sistema che crea sperequazioni sociali a livello planetario, così i NO TAV renderanno immortale la testa centrale del Hydra che idealmente li rappresenta. In un mondo segnato dall’omologazione che mai vuol dire uguaglianza, la loro idea colorata e gioiosa – mai violenta – dell’accoglienza e del vivere in armonia prenderà per sempre corpo nelle mille, composite, anime della Val di Susa e la Libera Repubblica della Maddalena vivrà per sempre nel modus operandi del Movimento e delle lotte ambientaliste di questa nazione: “uno sguardo all’immediato e uno all’infinito”.<br />
Avanti NO TAV, il tempo è adesso.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Miriam Corongiu</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Articolo pubblicato su <a href="http://www.decrescita.com/news/no-tav-la-libera-repubblica-della-maddalena/?doing_wp_cron=1504521580.8827209472656250000000">Decrescita Felice Social Network</a></em></p>
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		<title>Processo Resit: non solo la mafia è “una montagna di merda”</title>
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		<pubDate>Thu, 21 Jul 2016 14:38:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Miriam Corongiu]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[ecologia]]></category>
		<category><![CDATA[Cipriano Chianese]]></category>
		<category><![CDATA[io morto per dovere]]></category>
		<category><![CDATA[Resit]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>Cipriano Chianese, l’inventore dell’ecomafia, è molto diverso dall’immagine da delinquente che rimandano le foto segnaletiche in giro per il web. Non l’ho riconosciuto subito. E’ un uomo alto, elegante, con i capelli bianchi che scendono in un’onda: solo il naso, grande e con una piega carnosa nel mezzo, lo associa a ciò che ricordavo di lui. E lo sguardo altezzoso [...]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Cipriano Chianese, l’inventore dell’ecomafia, è molto diverso dall’immagine da delinquente che rimandano le foto segnaletiche in giro per il web. Non l’ho riconosciuto subito. E’ un uomo alto, elegante, con i capelli bianchi che scendono in un’onda: solo il naso, grande e con una piega carnosa nel mezzo, lo associa a ciò che ricordavo di lui. E lo sguardo altezzoso e tranquillo nonostante segga da imputato in un processo per disastro ambientale e associazione mafiosa.</p>
<p><a href="http://decrescitafelice.it/wp-content/uploads/chianese-640.jpg" rel="attachment wp-att-11973"><img class=" wp-image-11973" src="http://decrescitafelice.it/wp-content/uploads/chianese-640.jpg" srcset="http://decrescitafelice.it/wp-content/uploads/chianese-640-300x157.jpg 300w, http://decrescitafelice.it/wp-content/uploads/chianese-640.jpg 640w" alt="Cipriano Chianese - Fonte foto: www.ilfattoquotidiano.it" width="452" height="236" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Secondo le indagini di Roberto Mancini, il poliziotto romano della Criminalpol che in una preziosa informativa del 1996 per primo lo denunciò, l’avvocato Chianese è l’anello essenziale dell’iniqua catena che lega camorra, servizi deviati, pezzi dello Stato e imprenditoria allo smaltimento selvaggio dei rifiuti in Campania. E’ sua la discarica Resit a Giugliano, piena Terra dei Fuochi, dove soltanto tra il 1987 e il 1991 vengono accatastate più di 30.000 tonnellate di rifiuti provenienti dall’Acna di Cengio, azienda savonese produttrice di coloranti. La perizia del geologo toscano Balestri, richiesta dalla Procura di Napoli e depositata nel 2010, ci consegna ad un futuro agghiacciante: è tale il livello di inquinamento provocato che entro il 2064, quando il percolato tossico avrà raggiunto le falde sottostanti, i veleni contamineranno decine di km quadrati di terreno e la vita che ospitano. Un disastro da trattare come quelli nucleari, se pare che l’unica soluzione – peraltro mai applicata – sia quella di sarcofagare la discarica con il cemento.</p>
<p style="text-align: justify;"><object width="590" height="390"><embed src="http://www.youtube.com/v/inZN_4Fc_Z4?version=3&amp;theme=dark&amp;fs=1&amp;cc_load_policy=1&amp;iv_load_policy=1&amp;modestbranding=0" type="application/x-shockwave-flash" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="allowfullscreen" width="590" height="390" /></object></p>
<p style="text-align: justify;">Sulla base di questa perizia, il boss Francesco Bidognetti, clan dei Casalesi, è stato condannato nel 2013 a 20 anni per disastro ambientale e avvelenamento della falda acquifera. E sulla base di questo studio che la difesa ha cercato in tutti i modi di smontare, sull’informativa di Mancini e su un quadro probatorio che appare molto solido, la Direzione Distrettuale Antimafia ha chiesto, nel complesso, 280 anni di carcere per 29 persone coinvolte a diverso titolo nel disastro della Resit. Tra queste, c’è Giulio Facchi, sub-commissario all’emergenza rifiuti tra il 2000 e il 2004 (quando commissario governativo era Antonio Bassolino) e Gaetano Cerci, imprenditore affiliato ai Casalesi e legato alla loggia massonica Propaganda 2.</p>
<p style="text-align: justify;">Attendiamo la sentenza per ore, dietro il vetro dell’aula 116, impegnati in una prova emotiva non da poco. Quando si parla di criminali, di mafiosi, ci si aspetta inconsciamente che siano mostri anche nell’aspetto, come per negare la loro appartenenza al genere umano già alla prima occhiata. Invece, hanno volti comuni, perfino belli, curati. Anche Gaetano Cerci, che assiste al processo dalla gabbia per detenuti, sembra soltanto il ragioniere che è. Questi uomini sono, invece, tra i principali responsabili del biocidio perpetrato in Campania, della morte di troppi bambini e di una devastazione ambientale a cui non potremo porre rimedio.</p>
<p style="text-align: justify;">La pioggia battente di questo 15 luglio, così disarmonica in un giorno d’estate, è la compagna perfetta di una cupezza crescente. Ascolti i giornalisti presenti ripercorrere date, luoghi, nomi conosciuti ad ogni livello della politica italiana, nomi stanati tra giudici, carabinieri e imprenditori gettati nell’immane calderone di una “società alla deriva” – per citare Castoriadis – in cui è così nauseabonda la puzza di marcio da farti salire le lacrime agli occhi. E ti chiedi, abbracciando una mamma che ha perso il suo unico figlio nella Terra dei Fuochi, come la speranza possa ancora chiamarsi tale e come (come!!!) siamo potuti arrivare a tanto. Nessun candore. Mai più.</p>
<p style="text-align: justify;">È intollerabile vedere così nitidamente.</p>
<p style="text-align: justify;">Mentre in aula il numero degli attivisti, delle mamme e dei preti sale al lento susseguirsi delle ore e man mano che la pioggia lascia timida un po’ di spazio alla sera, faccio appello – in mancanza di fede –  a tutti i miei riferimenti culturali. Nel brusio sorvegliato dalla Polizia, mentre porto lo sguardo dai capelli chiarissimi della vedova Mancini alle toghe degli avvocati, mentre mi indicano i consulenti che si sono venduti alla difesa e fissiamo nervosi, dalla stessa sala che ospita due familiari del Cerci, la porta dalla quale entreranno i giudici, ricordo le parole di Alex Langer sulla “cultura del limite”. Io ho davanti l’eccesso, la tracotanza, la superbia dell’Uomo che non ha saputo guardare oltre sé stesso. La corsa sfrenata al profitto, legittimata da questa folle economia del “più” ad ogni costo, ha trascinato nella sua piena qualunque cosa e ha lasciato al suo passare solo una profonda mancanza di dignità. E molti morti.</p>
<p style="text-align: justify;">Se non fosse per gli sguardi puliti delle persone con cui condivido questa assurda attesa, per quello del PM Alessandro Milita che è venuto a salutarci al mattino e per quello ormai privo di luce delle tante vittime campane, io non avrei ragioni per andare avanti. Sono loro il mio limite, il limite alla mia pazzia.</p>
<p style="text-align: justify;">Pochi istanti ancora e sapremo, mentre tratteniamo il respiro, che Chianese Cipriano, Cerci Gaetano e Facchi Giulio vengono condannati rispettivamente a 20, 16 e 5 anni di reclusione in primo grado di giudizio e in un giorno che rimarrà, per noi, storico. Anche se si tratta di uno dei tanti round di un lunghissimo match, riaffiora la speranza nei giorni che verranno: ora è scritto che sono gli imprenditori e la politica ad essi vicina i veri protagonisti del nostro eccidio ambientale, mentre la camorra ne è solo il braccio armato. La “montagna di merda” di Peppino Impastato si popola sempre più di inquietanti figure dall’aria per bene e dallo sguardo tranquillo.</p>
<p style="text-align: justify;">Distolgo il mio da quell’aula piena di gente e lo rivolgo verso i tanti attivisti che negli anni non hanno mai mollato. E’ loro l’immagine che voglio rimanga impressa nei miei occhi, non quella di Chianese in completo scuro o di Cerci dietro le sbarre. Appartiene a loro la sofferenza, la povertà, lo splendore di questo giorno lento e terribile, come appartiene a tutti noi il sacrificio di Roberto Mancini, “morto per dovere”.</p>
<p style="text-align: justify;">A casa, spiegando alla mia piccola cosa ha fatto la sua mamma assente fin dal mattino, mi sento rispondere che “quell’uomo cattivissimo” dovrebbe rimanere in prigione non per 20, ma per 2300 anni. E così, di colpo, mia figlia mi restituisce un po’ di quell’innocenza che, guardando attraverso il vetro dell’aula 116, credevo il mondo avesse perso per sempre.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Miriam Corongiu</em></p>
<p style="text-align: justify;">Articolo pubblicato sul sito nazionale del <a href="http://decrescitafelice.it/2016/07/processo-resit-non-solo-la-mafia-e-una-montagna-di-merda/">Movimento per la Decrescita Felice</a></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Riferimenti bibliografici:</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>“Io, morto per dovere” – Luca Ferrari, Nello Trocchia – Chiarelettere, febbraio 2016</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>“Monnezza di Stato” – Antonio Giordano, Paolo Chiariello – Minerva Ed., gennaio 2015</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Per documenti Video:</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em><a href="https://www.youtube.com/channel/UCP4vRiVr4SJZcFddrYe_XxA">Pino Ciociola</a>, inviato speciale di Avvenire</em></p>
<p style="text-align: justify;">Fonte foto in evidenza: www.diariopartenopeo.it</p>
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		<title>Fuoco Nero &#8211; Rifiuti Tossici e Trivelle a Sud</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Oct 2015 18:00:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Miriam Corongiu]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_274" style="width: 310px" class="wp-caption alignleft"><a href="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/10/7_Paolo-Piras.jpg"><img class="wp-image-274 size-medium" src="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/10/7_Paolo-Piras-300x199.jpg" alt="" width="300" height="199" /></a><p class="wp-caption-text">&#8220;Fuoco Nero&#8221;: Paolo Piras, Comitato &#8220;No al Progetto Eleonora&#8221;</p></div>
<p style="text-align: justify;">Un bel pezzo delle nostre terre martoriate da rifiuti tossici e trivelle: dalla Basilicata alla Campania, dalla Puglia alla Sardegna. Insieme. A Caivano, Terra dei Fuochi. Dove venerdì scorso si è tenuto un convegno su alcuni dei disastri ambientali che affliggono l’Italia, “Fuoco Nero – Rifiuti Tossici e Trivelle a Sud”. E così Georgika è diventato spazio reale, andando oltre l’approfondimento virtuale e organizzando un incontro partecipato tra persone impegnate e liberi cittadini nel quale si sono confrontati saperi ed esperienze maturati nel tempo attraverso video-reportage e testimonianze dei diretti protagonisti, di quegli uomini, cioè, che non si fermano mai e che donano il proprio tempo e la propria professionalità alla comunità intera: Luigi Russo, giornalista e sociologo pugliese, Paolo Piras del comitato sardo “No al Progetto Eleonora”, Padre Maurizio Patriciello parroco di Caivano, Franco Ortolani geologo dell’Università di Napoli Federico II, Vincenzo Tosti storico attivista campano.</p>
<div id="attachment_271" style="width: 209px" class="wp-caption alignright"><a href="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/10/2_Enzo-Tosti-e1445276120601.jpg"><img class="wp-image-271 size-medium" src="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/10/2_Enzo-Tosti-e1445276120601-199x300.jpg" alt="2_Enzo Tosti" width="199" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">&#8220;Fuoco Nero&#8221;: Pino Ciociola, inviato speciale di Avvenire, ed Enzo Tosti storico attivista in Terra dei Fuochi</p></div>
<p style="text-align: justify;">Presente la Basilicata grazie alle devastanti immagini girate da Andrea Spartaco, reporter di <a href="http://www.basilicata24.it">www.basilicata24.it</a>. Il tutto coordinato dalla conduzione di un giornalista militante: Pino Ciociola, inviato speciale di Avvenire.</p>
<div id="attachment_276" style="width: 209px" class="wp-caption alignleft"><a href="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/10/5_luigi-russo-e1445276590984.jpg"><img class="wp-image-276 size-medium" src="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/10/5_luigi-russo-e1445276590984-199x300.jpg" alt="5_luigi russo" width="199" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">&#8220;Fuoco Nero&#8221;: Luigi Russo, sociologo e giornalista pugliese; il professor Franco Ortolani, geologo alla Federico II di Napoli</p></div>
<p style="text-align: justify;">Tanti i temi trattati, molte le denunce, in un tragico intersecarsi  di vicende disastrose: il dramma della Terra dei Fuochi si è intrecciato, tra immagini e interviste, con quello delle trivellazioni rese selvagge da uno strumento normativo – lo Sblocca Italia – che accelera burocraticamente l’estrazione di petrolio scarso e di scarsa qualità; l’inquinamento dovuto alla ricerca di idrocarburi, che va a braccetto con la contaminazione delle falde acquifere della Basilicata e di tutte le regioni che ne vengono sporcate, ha colpito il pubblico presente per l’incredibile quanto automatico passaggio dalle attività estrattive alla catena alimentare,  mentre  l’”affaire Xylella” e l’eradicazione forzata degli ulivi, che condanna a morte il patrimonio verde della Puglia, è stato presentato per quello che è nella realtà: l’ultima trovata di un malato sistema economico che privilegia la distruzione della natura al solo scopo di arricchire pochi.</p>
<div id="attachment_277" style="width: 363px" class="wp-caption aligncenter"><a href="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/10/6_padre-maurizio.jpg"><img class="  wp-image-277" src="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/10/6_padre-maurizio-300x199.jpg" alt="6_padre maurizio" width="353" height="234" /></a><p class="wp-caption-text">&#8220;Fuoco Nero&#8221;: Pino Ciociola e Padre Maurizio Patriciello</p></div>
<p style="text-align: justify;">Eppure, più nero è lo sfondo, meglio si percepiscono i colori. “Fuoco Nero” è stato infatti anche il crocevia di esperienze positive e vittoriose, nonché un momento per mettere a fuoco il valore della resistenza attiva.  I ragazzi sardi di “No al Progetto Eleonora” dopo quattro anni di lotta condotta a colpi di serissimi studi scientifici, manifestazioni e incontri pubblici, hanno battuto la Saras S.p.A. (Raffinerie Sarde, famiglia Moratti) pronta a trivellare l’oristanese: il TAR Regione Sardegna , poche settimane fa, ha ritenuto il Progetto Eleonora incompatibile con il territorio. I “santuari dell’acqua”, proposta concreta del geologo Ortolani, sono una difesa attuabile e concreta delle fonti di acqua potabile tra Campania e Basilicata, come di quelle poste in tutte le altre regioni, mentre la commovente sollevazione del popolo degli ulivi in Puglia, al grido “Li sfiniremo”, da energia a chi, in Terra dei Fuochi, vuole ancora combattere nonostante il calo fisiologico che un’intensa attenzione mediatica porta inevitabilmente con sé.</p>
<p style="text-align: justify;">Molte voci, molti pensieri, molte e diverse prospettive. Non solo quattro regioni a confronto, ma anche quattro forze sociali si sono strette intorno a Georgika per rendere possibile questo dibattito: l’associazione Briganti, il Movimento per la Decrescita Felice di Salerno, Decrescita Felice Social Network e la Cooperativa Sociale di Scampia “L’Uomo e il Legno”, grazie alla quale “Fuoco Nero” dovrà “andare a scuola”.</p>
<p style="text-align: justify;">Una sintesi per immagini del convegno sarà, infatti, proposta alle educative e alle scuole di Napoli perché la controinformazione è l’arma principale, la più potente, soprattutto se usata tra i giovanissimi. Se la Saras distribuisce nelle scuole di Sarroch, dove c’è la più grande raffineria del Mediterraneo, un fumetto in cui il gabbiano Gaby spiega che la raffineria non è pericolosa e se a marzo scorso l’ENI, in Basilicata, si muove sullo stesso binario con lo spettacolo teatrale &#8220;<em>Le insostenibili leggerezze di Ciccio“ </em><em> </em>per educare gli adulti del futuro alla civiltà delle fonti fossili, l’unica speranza che abbiamo è contrastare metro dopo metro ogni iniziativa fuorviante e rispondere con modalità uguali e contrarie. Al nero vanno contrapposti i colori più intensi.</p>
<p style="text-align: justify;">Servirà? Difficile a dirsi proprio oggi che la Campania di Vincenzo De Luca appare all’Expo di nuovo la terra Felix di un tempo : uno schiaffo in piena faccia a chi ha perso i propri figli e a chi tuttora percorre il calvario di una malattia terminale a causa dell’insalubrità ambientale.</p>
<p style="text-align: justify;">Servirà comunque a non essere complici. Se non altro, come ha detto Padre Maurizio Patriciello, servirà a non farci maledire dai nostri figli.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Miriam Corongiu</em></p>
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		<title>Life after oil: quando il cinema diventa (inform)azione</title>
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		<pubDate>Mon, 13 Apr 2015 15:06:16 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/04/life_after_oil.jpg"><img class=" size-medium wp-image-211 alignleft" src="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/04/life_after_oil-300x285.jpg" alt="life_after_oil" width="300" height="285" /></a>Cinquemila abitanti e il loro sindaco combattono trivelle e inquinamento a Martis, nel sassarese, impiegando un’arma non convenzionale: il cinema. “<em>Life after oil”</em>, sezione a tema ambiente del Sardinia Film Festival, è la creatura di un giovane regista di origine salentina, Massimiliano Mazzotta, che qualche anno fa con due film documentari &#8211; “Oil,” e “Oil, secondo tempo” – mise a nudo la realtà della Saras, una delle più imponenti raffinerie del Mediterraneo, di proprietà della famiglia Moratti. Un racconto, quello di Massimiliano Mazzotta, di profitti e di morte, disperazione e ingordigia in nome dell’oro nero.</p>
<p style="text-align: justify;">Siamo nella Sardegna del sud, a Sarroch: venti chilometri da Cagliari e pochi di più dagli incantevoli paradisi naturali della costa meridionale. Anche Sarroch, come Martis, conta cinquemila abitanti. E moltissimi morti. E’ a ridosso di un vero e proprio distretto “nero”: meno di ottocento ettari, espropriati ai contadini della zona, dove c’è la Saras, la Sarlux (società controllata della Saras), centrale elettrica che sfrutta gli scarti tossici della lavorazione del petrolio, e la Versalis (ex Polimeri Europa), gruppo ENI fino alla fine del 2014 e ora acquisita quasi interamente dai Moratti.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/04/sarroch-di-notte_gentedi-sardegna.jpg"><img class="  wp-image-212 alignright" src="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/04/sarroch-di-notte_gentedi-sardegna.jpg" alt="sarroch di notte_gentedi sardegna" width="439" height="252" /></a>Sembra quasi una città lunare, la Saras, nelle riprese di “Oil” (2009): a costeggiarla in auto, di notte, con le sue luci al neon disseminate in ogni punto della raffineria, si ha la sensazione di una base spaziale. Ma non suggerisce fascino, né meraviglia: solo inquietudine. Il funerale di un ragazzo di trent’anni, raccontato da un coetaneo in un piccolo bar, fa da contraltare alle parole pronunciate da Gianmarco Moratti in apertura di un convegno e del film. Tra “spigole diesel”, polipi neri e interiora di agnello allo zolfo, “sa (la) raffineria” diventa “sa rovineria” nella testimonianza vocale di un’altra sarrochese e il Golfo degli Angeli (coi suoi fondali adatti ad ospitare le petroliere) di angelico finisce per non avere più nulla. Molte generazioni di contadini sono stati costretti a barattare tutta la loro vita con quella tranquillità da fine mese che la Sardegna, terra economicamente depressa, non ha mai offerto. E così, funerale dopo funerale, Sarroch si spegne, mentre le luci della raffineria brillano ogni notte dal 1966.</p>
<p style="text-align: justify;">Così, a seguito di un numero sempre più impressionante di decessi, si moltiplicano gli studi scientifici e tutti raggiungono gli stessi risultati: dal 2007 al 2013 si certifica a Sarroch l’elevata incidenza di malattie respiratorie e neoplasie di polmoni e pleura, tra Pula, Sarroch e Assemini (Cagliari ovest) si registra un alto rischio di leucemie nella popolazione maschile. Ma gelano il sangue i dati pubblicati nel febbraio 2013 da un’importante rivista internazionale di epidemiologia, <em>Mutagenesis (Oxford University): </em>a fronte di più alte concentrazioni di benzene, metalli pesanti e idrocarburi policiclici aromatici nell’ambiente, corrispondono alterazioni del Dna nei bambini sarrochesi.</p>
<p style="text-align: justify;">E le istituzioni? Sono due gli “Atti di Sindacato Ispettivo” sull’argomento depositati in Senato dal M5S, uno nel 2013, l’altro l’estate scorsa, mentre la Procura di Cagliari ha avviato un’indagine per verificare l’eventuale correlazione tra emissioni della raffineria e patologie tumorali. A proposito, ancora oggi manca un registro dei tumori che metta in luce quali siano le zone dell’isola in cui esplode il rischio di contrarre malattie.  Il dottor Vincenzo Migaleddu dell’Isde (Medici per l’Ambiente), in un’intervista a <em>Sardinia Post</em>, parla di “atteggiamento timoroso, se non omertoso, quando si parla di Saras: sudditanza psicologica nei confronti dei potenti che vengono da fuori (e che portano lavoro)”? O altro?</p>
<div id="attachment_213" style="width: 512px" class="wp-caption alignleft"><a href="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/04/saras1_sardinia-post.jpg"><img class=" wp-image-213" src="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/04/saras1_sardinia-post-300x214.jpg" alt="Sarroch, il distretto &quot;nero&quot;" width="502" height="358" /></a><p class="wp-caption-text">Sarroch, il distretto &#8220;nero&#8221;</p></div>
<p style="text-align: justify;">Secondo i legali della Saras, la raffineria “non inquina”. La famiglia Romanino è costretta a chiudere la propria azienda agricola di Sarroch e, nel 2013, fa causa ai Moratti per due milioni e mezzo di euro: le analisi sui pomodori rivelano la presenza di metalli pesanti in elevatissima concentrazione, al punto da doverle ripetere tre volte per essere certi che valori così vertiginosamente alti siano la realtà. La Saras “contesta con decisione l’attribuibilità di qualsiasi inquinamento ambientale all’attività produttiva del suo impianto di produzione”. Ritiene sia colpa del clima salmastro e della scarsa manutenzione delle serre dei Romanino, se le canalette di raccolta delle acque piovane sono corrose. Si risente anche delle riprese di Massimiliano Mazzotta e lo cita in giudizio per danno d’immagine. La vicenda legale intorno ad “Oil” darà poi ragione al regista, perché il garante della Privacy definisce “d’interesse pubblico nazionale” il suo lavoro.</p>
<div id="attachment_215" style="width: 210px" class="wp-caption alignright"><a href="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/04/mazzotta_oil.jpg"><img class="size-medium wp-image-215" src="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/04/mazzotta_oil-200x300.jpg" alt="Massimiliano Mazzotta" width="200" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Massimiliano Mazzotta</p></div>
<p style="text-align: justify;">Massimiliano, dopo un anno in India, a Goa, torna con grandi idee e con una visione della militanza da sublimare nell’arte. A Martis, non distante dal petrolchimico di Porto Torres e dove incombe la minaccia delle trivelle della Geoenergy, il giovane regista salentino ha organizzato alla fine dello scorso anno un laboratorio completamente gratuito di fotografia e cinema d’inchiesta, mettendo a disposizione dei partecipanti la propria esperienza e la propria attrezzatura: non tutti, infatti, possono permettersi una costosa videocamera. Ogni corsista ha perciò riciclato ciò che aveva in casa e ha avuto la possibilità di imparare un nuovo modo di intendere la lotta per l’ambiente. La mostra e il documentario che ne sono il diretto risultato saranno mostrati a quello che è il fiore all’occhiello della virtuosa militanza di Massimiliano: <em>“Life after oil”</em>, International Film festival, che nella sua seconda edizione si terrà a Martis dal 7 al 9 agosto prossimi. L’associazione culturale a cui fa capo e da cui prende il nome, vanta come presidente onorario Giuseppe Ferrara, regista di “Cento giorni a Palermo” e “Il caso Moro”. L’obiettivo principale della rassegna – si legge sul sito internet in italiano, inglese e sardo – è denunciare la devastazione ambientale provocata dalla ricerca e dall’impiego dei combustibili fossili, ma soprattutto, di ricercare sistemi di vita alternativi a quelli imposti dalla società del petrolio.</p>
<p style="text-align: justify;">La Sardegna del resto è la regione dove si registra l’area inquinata più vasta d’Italia, triste primato condiviso con la Campania: oltre 445mila ettari nei quali si calcola che un sardo su tre viva in un territorio contaminato, a fronte di una media nazionale di 1 su 6. Ridotta ad altoforno, con discariche che si ingrandiscono esponenzialmente, possibile sito di stoccaggio per le scorie nucleari dell’intera nazione, l’isola non ne può più. E nemmeno i suoi abitanti, i quali si oppongono strenuamente allo svilimento della loro terra organizzandosi in numerosi comitati cittadini.</p>
<p style="text-align: justify;">Mentre a Martis il sindaco Lasia difende il suo piccolo comune dagli attacchi dei giganti della trivellazione anche con operazioni culturali di grande respiro come una rassegna cinematografica, “sa raffineria”, a Sarroch, punta sul “Progetto Scuola Saras”: visite guidate negli stabilimenti e un fumetto in cui Gaby, un gabbiano, spiega ai bambini che la raffineria non è pericolosa. Queste iniziative che mirano a “educare” gli adulti del futuro, non sono isolate: a Marsico Nuovo, nella bersagliatissima Basilicata, l’Eni vara il progetto Eni Scuola lo scorso 25 marzo. “Al termine della presentazione – si legge sul sito del cane a sei zampe &#8211; alunni e famiglie hanno assistito allo spettacolo teatrale &#8220;<em>Le insostenibili leggerezze di Ciccio&#8221;</em>. Un’esperienza formativa e divertente per spiegare ai ragazzi la strettissima relazione che c’è tra i prodotti che quotidianamente consumiamo e l’energia che serve a produrli“ .</p>
<p style="text-align: justify;">Sardegna, Campania, Basilicata: mille terre dei fuochi bruciano nel silenzio spesso connivente della politica,  mentre i colossi dell’energia puntano ad assicurarsi cifre da capogiro. La soluzione, come ha saggiamente compreso Massimiliano Mazzotta, risiede nella controinformazione e nella cultura ambientalista che ognuno di noi deve contribuire ad alimentare secondo le proprie inclinazioni e possibilità. Un regista contribuisce con le immagini; un film o una fotografia hanno un grandissimo valore non solo dal punto di vista documentale: presuppongono, in chi gira o in chi scatta, la tensione alla verità oggettiva e hanno il potere di suscitare consapevolezza in chi guarda.</p>
<p style="text-align: justify;">„Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario“, diceva Primo Levi, ma sapere e rimanere seduti non ha senso. Amare la propria terra significa difenderla, dobbiamo venire a patti con il nostro coraggio e la nostra pigrizia. Dobbiamo agire. Ma soprattutto, dobbiamo comprendere che quando si parla di terra non c’è geopolitica che tenga: ce lo dimostra un regista salentino di adozione milanese  prestato alle lotte ambientali sarde. L’Appennino è poi così diverso dal Gennargentu? E‘ forse la Val d‘Agri così distante da Porto Torres? Ha importanza la provenienza geografica dei bimbi morti a causa dell‘inquinamento?</p>
<p style="text-align: justify;">La terra è sempre la stessa ovunque la si calpesti e la devastazione ambientale ha le stesse caratteristiche in qualunque angolo del pianeta. Esiste un solo mondo da tenere in vita ed esiste una sola razza a condannarlo e a difenderlo: la razza umana, tutti noi.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Miriam Corongiu</em></p>
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		<title>Difendere la montagna e la vita: le Briglie Borboniche</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Mar 2015 09:02:53 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_163" style="width: 310px" class="wp-caption alignleft"><a href="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/03/DSCF7767.jpg"><img class="wp-image-163 size-medium" src="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/03/DSCF7767-300x225.jpg" alt="DSCF7767" width="300" height="225" /></a><p class="wp-caption-text">Uva Catalanesca, Monte Somma, in prossimità delle Briglie Borboniche &#8211; Foto di Vincenzo Marciano</p></div>
<p style="text-align: justify;">In un luogo quasi fiabesco, fra i colori delle viti di catalanesca e i suoni di acque sorgive, alle pendici del complesso vulcanico Somma-Vesuvio, si nascondono alcuni tratti di un’imponente opera idraulica d’epoca borbonica: le Briglie. Proteggevano con saggezza e forza la Montagna, difendevano i contadini dalle piene dei torrenti e dalle alluvioni e &#8211; grazie ad una complessa rete di vasche e argini &#8211; risolsero i problemi d’impaludamento che affliggevano da sempre i territori tra le falde del Vesuvio e la città di Napoli. Un efficace sistema d’irreggimentazione delle acque, il primo a carattere organico, un grandioso progetto di prevenzione del rischio idrogeologico connaturato alla Montagna.</p>
<p style="text-align: justify;">Eppure raccontando il Monte Somma e il (più noto) Vesuvio, spesso ci si dimentica che di montagne si tratta: la gente per prima e le autorità poi sono portate da sempre a considerarle esclusivamente vulcani. Lo sono, certo, con un&#8217; attività eruttiva cominciata 18.000 anni fa e protrattasi, tra lunghi periodi di stasi, fino al 1944. Tuttavia la principale tipologia d’instabilità del complesso Somma-Vesuvio, così percorso da torrenti, sono invece gli eventi alluvionali. La gente un tempo chiamava “lave” quelle frane di fango e rocce che scendevano giù impetuose dai vulcani, veloci e temibili almeno quanto i fiumi di fuoco. E fu proprio una “lava”, in una notte d’autunno del 2011, a uccidere Valeria Sodano, poco più che ventenne, a Pollena, piccolo comune sotto il Somma. La strada su cui si trovava con la sua auto, durante un’alluvione nemmeno troppo potente, la uccise dopo essere tornata il torrente che era un tempo, prima che gli uomini lo tombassero per farne un asse viario, trasformandolo coì in strumento di morte.</p>
<p style="text-align: justify;">“Gli alvei-strada sono mine innescate nei centri abitati”, scrive Franco Ortolani, ordinario di Geologia alla Federico II di Napoli. Eppure non ci sono moderni piani di protezione civile, né il territorio dei comuni pedemontani intorno al Vesuvio è manutenuto in modo sufficiente a garantire che la montagna non frani a seguito delle copiosissime piogge che da qualche anno si scatenano all’improvviso. Non esiste alcuna cultura della prevenzione e paghiamo troppo spesso superficialità e incuria con la vita degli innocenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Volgendoci indietro, però, ci accorgeremmo che in un passato non troppo remoto, per mitigare gli effetti alluvionali si volle proteggere la Montagna, pensando a un sistema organico che imbrigliasse i canali di scolo delle acque discendenti dal complesso vulcanico. Sotto il regno dei Borbone, nel 1855, fu affidato a un abile ingegnere di Gaeta, Carlo Afan de Rivera, il compito di risolvere il problema che da sempre affliggeva le zone alle pendici del Monte Somma. Fu il primo, De Rivera, a dirigere l<em>’Amministrazione Generale delle Bonifiche</em>. Non erano solo le alluvioni a generare morte, ma la massiccia presenza di zone paludose che sottraeva terreni alla coltivazione, impoveriva le popolazioni locali e le decimava per via della malaria. A seguito dell’impaludamento, inoltre, vaste aree erano state disboscate perché venissero destinate all’agricoltura, indebolendo così i fianchi e le pendici dei monti e neutralizzando la naturale difesa dai monti stessi opposta alle “lave”.</p>
<p style="text-align: justify;">De Rivera, direttore generale del <em>Corpo di Ponti e Strade, Acque, Foreste e Caccia del Regno delle Due Sicilie</em>, progettò quindi un grandioso ed efficiente sistema di bonifica, manutenzione e rimboschimento dell’intero territorio tra Napoli e il complesso Somma-Vesuvio, risolvendo il problema direttamente a “monte” con le Briglie (e anche a “valle”, con i Regi Lagni).</p>
<div id="attachment_164" style="width: 310px" class="wp-caption alignright"><a href="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/03/DSCF7742.jpg"><img class="wp-image-164 size-medium" src="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/03/DSCF7742-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a><p class="wp-caption-text">Briglie Borboniche, S.Anastasia &#8211; Foto di Vincenzo Marciano</p></div>
<p style="text-align: justify;">Briglie che restano ancora maestose: alte più di quindici metri e lunghe venti, erano (e sarebbero ancora) potenti mura di contenimento in pietra lavica, capaci di correggere la pendenza dei torrenti e trattenere il materiale portato giù dalla furia delle acque, mentre si provvedeva a rimboschire il territorio e bonificare le paludi. Almeno cinquanta vasche di colmata accoglievano le acque, ripulendole dai detriti; quelle di assorbimento, invece, diventavano l’ultima dimora dei torrenti che morivano sulla montagna, senza mai raggiungere il mare. Le campagne caratterizzate da maggiore pendenza furono difese da argini contenitori che ostacolavano la discesa dei detriti e il letto dei torrenti venne protetto da catene e briglie di fondo per evitare che si corrodessero e le loro sponde si sgretolassero. Neppure finì qui. Venne istituita la fondamentale figura del “Sorvegliante idraulico”, vera sentinella del Vesuvio che faceva il giro di tutti i sentieri, aveva specifiche mansioni di controllo e manutenzione delle opere idrauliche e comminava multe ai contadini che non rispettavano le regole.</p>
<p style="text-align: justify;">Con l’Unità d’Italia, il fascismo e l’inurbamento aggressivo e disordinato del territorio, le Briglie e le opere idrauliche di fine Ottocento, caddero progressivamente in disuso. Con l’istituzione delle Regioni, negli anni ’70, la figura del Sorvegliante venne a mancare e il Genio Civile preferì le gettate di cemento all’impiego della pietra lavica locale per effettuare  tanto sporadici quanto offensivi ed inutili interventi di manutenzione.  Le antiche Briglie, però, avevano dato ampia dimostrazione della propria forza e in molte occasioni avevano salvato vite umane. I geologi che si occupano di ingegneria naturalistica sanno che guardarsi indietro non vuol dire regredire: in un Paese in cui il rischio idrogeologico è diventato una priorità e una minaccia incombente su quasi tutto il territorio nazionale, avere la fortuna di poter progettare il futuro approfittando di efficaci e potenti opere già esistenti, rispolverando la saggezza del passato, è una ricchezza immensa.</p>
<div id="attachment_165" style="width: 235px" class="wp-caption alignleft"><a href="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/03/DSCF7748.jpg"><img class="wp-image-165 size-medium" src="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/03/DSCF7748-225x300.jpg" alt="Briglie Borboniche, dettaglio - S.Anastasia" width="225" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Briglie Borboniche, S.Anastasia &#8211; Foto di Vincenzo Marciano</p></div>
<p style="text-align: justify;">Nel giugno del 2014, proprio a Pollena, dove Valeria Sodano perse la vita, è partito un intervento di ingegneria naturalistica che, rispettando le caratteristiche ambientali del Parco Nazionale del Vesuvio, si spera porti alla perfetta funzionalità un tratto delle Briglie Borboniche, adoperando terra e geostuoie, e che si prevede disostruisca l’alveo tombato del Carcavone, il cui letto sarà rinforzato in pietrame per poter stabilizzare le sponde.</p>
<p style="text-align: justify;">Siamo tutti in grado di intuire che il rischio idrogeologico, come qualunque altro fattore di rischio derivante dal dispiegarsi delle forze della Natura, va governato con accorte politiche di prevenzione. Ma pochi ci si impegnano e ancor meno si rendono conto che non sempre la lungimiranza deve armarsi di cemento: l’incrollabile fede negli ultimi ritrovati della tecnologia non sempre paga. Basta voltarsi indietro, e non di molto, per capire che valorizzando il passato possiamo creare occupazione (sul piano turistico e ambientale), arginare il consumo insensato di territorio, proteggerlo e vivere sicuri.</p>
<p style="text-align: justify;">Le Briglie ci propongono, quindi, di coniugare le nostre prospettive al “futuro arcaico”, un tempo che del passato recupera ciò che di buono è stato fatto e che proietta in avanti la possibilità, che troppo spesso ci siamo negati, di essere figli deferenti della Terra.</p>
<p style="text-align: justify;">Hanno resistito al tempo e a noi, le Briglie. Lassù in alto, maestose e sagge, ci insegnano che si può avere amore per ciò che siamo stati e che possiamo ancora essere. Dobbiamo avere cura del sapere che tramandano e dobbiamo ascoltare ciò che suggeriscono: la Montagna non si può sfidare, si può solo amare e, per questo, proteggere.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Miriam Corongiu</em></p>
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		<title>La plastica sa. E parla.</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Mar 2015 16:00:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Miriam Corongiu]]></dc:creator>
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<p style="text-align: justify;">La plastica può prendere vita. E svariate forme di vita.</p>
<p style="text-align: justify;">Possiamo trasformarla in altri oggetti e continuare ad usarla, si sa. Oppure, farla diventare un continente e farle generare nuovi ecosistemi. E questo si sa già meno. Ma pochi intuiscono che possiamo perfino farla parlare e farle dire NO.</p>
<p style="text-align: justify;">Al CNR (Istituto per i Polimeri, Compositi e Biomateriali) di Portici, nel Napoletano, si sperimenta, per esempio, un insolito versante del riutilizzo della plastica: un “riciclatore incentivante”. E’ una macchina capace di compattare e di trasformare la PET, attraverso una stampante 3D, in oggetti di artigianato locale, come decorazioni per i presepi o cornetti portafortuna.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche un’idea originale come questa e, per il momento, di limitata applicazione, può aiutare quando si parla di plastica. Perché la plastica si fotodegrada, in mare si smembra grazie anche al movimento meccanico delle onde, ma non si distrugge mai del tutto. È eterna. Prova ne sono le “Isole di Plastica”, che si formano grazie all’ammassarsi dei rifiuti in zone di relativa quiete: le correnti marine si incontrano e creano punti di stasi.</p>
<p style="text-align: justify;">Secondo alcuni studi pubblicati nel corso del 2014<a href="http://www.decrescita.com/news/la-plastica-sa-e-parla/#_ftn1" name="_ftnref1"><span style="color: #0089c4;">[1]</span></a>, l’isola nota ai più, la Great Pacific Garbage Patch, nel solo Pacifico Orientale raggiunge il peso minimo di 21.290 tonnellate, cioè il peso di 132 Boeing 747 o di 120 balenottere azzurre, il più grande animale esistente.</p>
<p style="text-align: justify;">Miliardi di minuscoli frammenti plastici, perciò, si conglomerano fino a raggiungere l’estensione di veri e propri nuovi continenti. Ma non solo. Imitando il plancton, diventano cibo per le specie ittiche entrando così anche nella nostra catena alimentare, con conseguenze non ben definite scientificamente, e generano, addirittura, nuovi ecosistemi. La Plastisfera è, difatti, l’insieme delle comunità microbiche che popolano i rifiuti plastici in mare e ancora non è chiaro in che modo interagisca con fauna e flora marine.</p>
<p style="text-align: justify;">Sbaglieremmo, però, a pensare che le Garbage Patches siano solo una realtà oceanica. Già nel 2010, la spedizione denominata “Expedition Med” ha stimato, tramite rilievi effettuati su 40 stazioni analizzate a largo di Francia, Spagna e Nord Italia, che il peso dei detriti di plastica, entro 20 cm dalla superficie dell’acqua, è di circa 500 tonnellate.</p>
<p style="text-align: justify;">L’estate scorsa, un monitoraggio di Goletta Verde e Accademia del Leviatano su 1700km di “mare nostrum”, ha evidenziato una situazione oltremodo preoccupante<a href="http://www.decrescita.com/news/la-plastica-sa-e-parla/#_ftn2" name="_ftnref2"><span style="color: #0089c4;">[2]</span></a>, tale da farci ipotizzare, in un futuro non troppo lontano, che anche da noi possa formarsi un’isola in plastica e che non sia astruso sostenere che la composizione stessa delle nostre sabbie si stia conseguentemente alterando. Come si può facilmente intuire, ripulire disastri di tale portata significa affrontare costi immani: si stima (Università dell’Oregon) che sia necessaria una quantità di energia, quindi ancora una volta petrolio, pari a 250 volte la massa dei rifiuti.</p>
<p style="text-align: justify;">La soluzione, come sempre, è a monte del problema. Produrre meno rifiuti, smaltirli correttamente e, quando possibile, riutilizzarli. La plastica parla da sé.</p>
<p style="text-align: justify;">Nei luoghi di camorra (Casal Di Principe, Casapesenna, San Cipriano d’Aversa), il buio dell&#8217;inverno è stato rischiarato da “Luci di Speranza”: 50.000 bottiglie di plastica, raccolte da associazioni, volontari e scuole, sono state riciclate e trasformate in opere d’arte da Giovanni Pirozzi. Contro le imponenti e dispendiosissime luminarie delle grandi città turistiche, le Luci di Speranza hanno dato coraggio a territori sviliti dalla malavita e martoriati da roghi e tombamenti di rifiuti tossici.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/03/cigno-pet1.jpg"><img class=" size-medium wp-image-152 alignright" src="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/03/cigno-pet1-225x300.jpg" alt="cigno pet" width="225" height="300" /></a>Un grandioso presepe ha ingentilito la piccola piazza di Casal di Principe con i suo cigni di PET e ci ha fatto accarezzare il sogno di un esistere differente, una vita dove perfino la plastica si anima e diventa il simbolo del riscatto. La plastica ha parlato e ha detto NO. Ed è stato il NO più commovente, la risposta più silenziosa e più assordante al sistema che dei rifiuti fa merce e della vita una nullità.</p>
<p style="text-align: justify;">Si può vivere diversamente, la plastica lo sa.</p>
<p style="text-align: justify;">La scelta, ovvio, è sempre la nostra: possiamo inondare il mondo di spazzatura e morirci dentro. Possiamo alterare tutti gli equilibri naturali e portare all’implosione il nostro pianeta. Oppure, possiamo provare a vederla da altre angolazioni. Possiamo immaginare e creare una realtà che ci somiglia di più.</p>
<p style="text-align: justify;">E per renderla migliore, possiamo provare a farli parlare i rifiuti. Non ci vuole così tanta fantasia. Ascoltandoli bene, ci direbbero molte cose intelligenti.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Miriam Corongiu</em></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.decrescita.com/news/la-plastica-sa-e-parla/#_ftnref1" name="_ftn1"><span style="color: #0089c4;">[1]</span></a> dalla Sea Education-Woods Hole Oceanographic Institution e dalla School of Oceanography dell’ Università di Washington</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.decrescita.com/news/la-plastica-sa-e-parla/#_ftnref2" name="_ftn2"><span style="color: #0089c4;">[2]</span></a> nell’Adriatico ci sono 27 rifiuti galleggianti per kmq, in maggioranza plastica; 26 nel Tirreno, con altissima concentrazione (150/kmq) lungo la costa di Castellammare di Stabia; meglio il Mar Ionio, favorito dalla sua posizione geografica.</p>
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		<title>Amianto, Melpignano si ribella:  “Nessuna sicurezza. Anzi”</title>
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		<pubDate>Sun, 15 Mar 2015 18:42:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Miriam Corongiu]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/03/amianto_1.jpg"><img class=" size-full wp-image-94 alignleft" src="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/03/amianto_1.jpg" alt="amianto_1" width="183" height="275" /></a>A mettere insieme amianto e scarti del latte, il primo verrebbe reso… innocuo: ne è sicura la “<em>Project Resources Asbestos</em>”, lo è assai meno la gente di Melpignano (nel leccese). È infatti nel loro paesino (duemila anime) che quell’azienda vuole costruire il primo impianto d’inertizzazione dell’amianto attraverso un altro rifiuto speciale, il siero del latte, utilizzando un procedimento messo a punto dalla “<em>Chemical center</em>”, Università di Bologna, apparentemente semplice: una doppia immersione dei rifiuti d’amianto, per l&#8217;appunto, nel siero del latte. La prima renderebbe solubili le parti in cemento (come ad esempio per l’eternit), la seconda effettuata ad alta temperatura (centottanta gradi) distruggerebbe le fibre d’amianto.</p>
<p style="text-align: justify;">Fin qui facile e conveniente. Anzi, la “<em>Project Resources Asbestos</em>” (costituita appena il 30 maggio scorso con sede a Cavallino, paesino distante ventiquattro chilometri da Melpignano) garantisce di “offrire innovazione, oltre a qualità” – scrive sul suo sito &#8211; e di essere “rapida e precisa”. Non solo, ma &#8211; stando sempre all’azienda &#8211; l’intero procedimento non prevede liberazione di fibre d’amianto nell’aria, ha come unico scarto acque scaricabili in fogna e si ottengono perfino prodotti commerciabili (idropitture e concimi).</p>
<p style="text-align: justify;">Allora come mai i melpignanesi si ribellano alla costruzione dell’impianto al punto che la questione è approdata un mese fa anche a Montecitorio? Pare, ad esempio, che l’amianto al termine del processo non scompaia del tutto, ma se ne riduca la concentrazione dal 12% al 2%: dove finiranno, quindi, i residui? Dove verranno stoccati i filtri degli impianti che, in parte, li conterranno? E come si può avere certezza che i sottoprodotti della lavorazione siano totalmente senz’amianto?</p>
<p style="text-align: justify;">Ancora. Uno dei punti di forza del progetto è il riciclo non soltanto del siero del latte, ma anche di altri scarti, purché sufficientemente acidi da poter essere adoperati nella lavorazione, come quelli derivanti dalla viticoltura o dalla spremitura delle olive, cioè “rifiuti alimentari tipici della regione in cui sorge l’impianto”. Tuttavia per trattare le dieci tonnellate di amianto al giorno previste dal piano aziendale, servono da cinquanta a mille tonnellate di siero di latte, di cui certo “la regione in cui sorge l’impianto non dispone”.</p>
<p style="text-align: justify;">Non è finita: secondo gli abitanti di Melpignano e le loro associazioni neppure sarebbe chiaro come la reazione chimica tra amianto e siero di latte possa riprodursi con quegli scarti acidi, né si capirebbe quali dovrebbero essere le procedure di sicurezza nelle fasi di trasporto, stoccaggio e trattamento dei manufatti contenenti amianto.</p>
<p style="text-align: justify;">A proposito, da Montecitorio è stato fatto sapere lo scorso 2 marzo che l’”Istituto superiore per la ricerca ambientale” (Ispra) non è mai stato coinvolto nella valutazione di quel progetto a Melpignano, e che neppure si possiedono le indicazioni tecniche per dare un parere. Tuttavia, secondo legge, l’impianto dovrebbe essere sottoposto a valutazione d’impatto ambientale dagli enti locali deputati a farlo.</p>
<p style="text-align: justify;">Attenzione, però, il paesino pugliese è la punta del classico iceberg. L’Inail ha censito (fino al giugno 2013) la presenza sul territorio nazionale di settantatré discariche, delle quali solo diciannove in esercizio, mentre ben otto regioni (gran parte meridionali) ne sono completamente sprovviste. Un numero tanto basso di discariche (che deve far fronte a trenta milioni di tonnellate di rifiuti contenenti amianto ancora da smaltire) significa spedire i rifiuti all’estero, con conseguente innalzamento esponenziale dei costi di smaltimento. Questo da una parte. Dall’altra premono intanto un centinaio di brevetti per la denaturazione dell’amianto, nessuno dei quali mostrerebbe però adeguati standard di sicurezza e un almeno accettabile rapporto costi/benefici.</p>
<p style="text-align: justify;">Morale? Ventitré anni dopo la messa al bando dell’amianto (nel 1992), l’Italia &#8211; primo Paese europeo a sancirla &#8211; rimane ancora alle prese con le dismissioni dei prodotti che lo contengono e impreparata ad affrontare l’emergenza sanitaria che, immancabilmente, è già scattata. Il mesotelioma maligno, che ha come causa principale proprio l’amianto (insieme a diverse patologie correlate), è in forte aumento. Considerando poi il lungo periodo di latenza tra esposizione e malattia, il picco di una della neoplasie più aggressive che si conosca è previsto per il 2022. Nel frattempo circa ottocento persone ne muoiono ogni anno, naturalmente anche a causa della burocrazia e del traffico illegale di rifiuti tossici, che continua pressoché indisturbato.</p>
<p style="text-align: justify;">Va poi aggiunto che lo smaltimento dei rifiuti contenenti amianto (Rca) nemmeno è ancora obbligatorio, col risultato che se i costi rimarranno tanto alti (anche per assenza di discariche e adeguati impianti d’inertizzazione), quegli stessi rifiuti continueranno a essere abbandonati abusivamente in giro per campagne e città, restando esposti agli agenti atmosferici che provocano spargimento nell’aria delle loro fibre cancerogene.</p>
<p style="text-align: justify;">Ultima annotazione. L’Italia in realtà si era dotata (nel 2012) di un “Piano nazionale amianto”, che è rimasto sulla carta. La Cigl, Cisl e Uil Piemonte, ancora nell’ottobre scorso, ribadivano come sia necessario classificare “Siti di interesse nazionale” le discariche di amianto, incentivare con sgravi fiscali lo smaltimento degli Rca e prevederne il conferimento gratuito in discarica, coinvolgendo l’Inail nelle spese di bonifica almeno di scuole e ospedali e definire un limite massimo di vita (venticinque/trent’anni) per i manufatti in amianto.</p>
<p>A causa della inadeguatezza delle politiche ambientali in materia, dunque, l’amianto rappresenterà un problema spinoso per moltissimi anni a venire.</p>
<p style="text-align: justify;">Come spesso, troppo, accade, l’eredità che intendiamo lasciare ai nostri figli ha poca capacità di futuro e il mondo che vorremmo per loro, in fondo, già non esiste più.</p>
<p style="text-align: justify;">In greco, “asbestinon” significa “inestinguibile, perpetuo”. Ma qui d’inestinguibile e perpetua c’è solo la nostra superficialità e la nostra ottusità nel credere che la tecnologia ci salverà da tutti gli errori del passato.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Miriam Corongiu</em></p>
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		<title>Addio a Federico Bisceglia, il ragazzo che amava la Verità</title>
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		<pubDate>Fri, 13 Mar 2015 11:00:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Miriam Corongiu]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_86" style="width: 235px" class="wp-caption alignleft"><a href="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/03/marfella_bisceglia.jpg"><img class="wp-image-86 size-medium" src="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/03/marfella_bisceglia-225x300.jpg" alt="marfella_bisceglia" width="225" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Il Dott. Antonio Marfella, Caivano, accanto all&#8217;Ulivo dei Giusti</p></div>
<p><span style="color: #000000; font-family: Calibri; font-size: medium;">Era un ragazzo diretto, Federico Bisceglia. Un magistrato competente, un professionista coraggioso e un oratore in gamba, ma era sempre e solo un ragazzo.</span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Calibri; font-size: medium;">E’ morto in una notte di fine febbraio, in un tragico e poco chiaro incidente stradale, mentre viaggiava nella sua Calabria. In Campania esercitava la sua professione e per la Terra dei Fuochi, tra le altre indagini, si batteva.</span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Calibri; font-size: medium;">“La verità si difende da sola”, ha detto ieri Padre Maurizio Patriciello durante la messa celebrata per ricordarlo. Non sempre, purtroppo. La verità ha, invece, bisogno di uomini come il giudice Bisceglia per essere snidata e compresa, ha necessità costante di uomini che ne avvertano la sete e che non abbiano paura di guardarla in faccia.</span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Calibri; font-size: medium;">A Caivano, nella Chiesa di S. Paolo Apostolo, al Parco Verde, dove si consumano storie di ordinario degrado, c’erano tutti quelli che qui, tra Fuochi e Veleni, lo avevano conosciuto e amato: comitati territoriali, mamme guerriere, medici impegnati, privati cittadini. </span><span style="color: #000000; font-family: Calibri; font-size: medium;">Si sono uniti ad un sacerdote eccezionale nel dirgli addio e nel ringraziarlo per essere stato un esempio di straordinaria passione nel compiere, semplicemente, il proprio dovere.</span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Calibri; font-size: medium;">Ed è questo che stupisce, oggi, di uomini come Federico Bisceglia: la determinazione e l’amore nel fare “solo” il proprio lavoro. Tutti i giorni, contro tutti. </span><span style="color: #000000; font-family: Calibri; font-size: medium;">In una realtà che premia l’ipocrisia e mitizza l’arrivismo, la morte di un ragazzo con gli occhiali, dal forte accento del sud, che stigmatizza con forza le devianze e la pochezza delle istituzioni, non solo fa notizia, ma sgomenta. Non per i dubbi e le domande che suscitano le circostanze in cui si è verificata, ma per la desolazione e il vuoto che lascia in chi a questa terra è legato e da questa terra si sente, in qualche modo, tradito.</span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Calibri; font-size: medium;">Ci difendeva, Federico, a spada tratta. Si schierava con i giusti e davanti al Tempio si indignava con forza: i bambini non si toccano. </span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Calibri; font-size: medium;">In chiesa, tra telecamere e macchine fotografiche, fra tante persone commosse e le parole dolcissime di un prete traboccante amore per la sua terra e per la sua gente, due ulivi: per Federico e per Fortuna, morta tragicamente a sei anni in una squallida storia di violenza al Parco verde e per la quale il giudice Bisceglia pretendeva giustizia. In un vaso la Campania, nell’altro la Calabria.</span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Calibri; font-size: medium;">I combattenti della Terra dei Fuochi hanno silenziosamente depositato un pugno di queste terre martoriate sulle radici degli alberelli, giovanissimi, come le vittime che queste stesse terre hanno mietuto, mentre un lungo applauso partiva dalle navate quale ultimo saluto a chi, ora, la Verità la contempla da vicino.</span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Calibri; font-size: medium;">“Restiamo uniti” sono le parole conclusive di un’omelia che è stata una carezza. Un appello ai gruppi e ai comitati che ora, dopo anni di guerriglia pacifica con le istituzioni, si sentono stanchi e affaticati dalla mancanza oggettiva di risultati apprezzabili. La politica ci ignora e ignora le proprie responsabilità. Con le Regionali alle porte, le vittime da inquinamento ambientale non esistono o sono solo argomento da palco elettorale.</span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Calibri; font-size: medium;">La morte di un magistrato, che di queste vittime perorava la difficilissima causa, è tanto più assurda da accettare quanto più si comprende che i tempi della giustizia terrena saranno straordinariamente lunghi. </span><span style="color: #000000; font-family: Calibri; font-size: medium;">La morte di un ragazzo pulito, che faceva solo il proprio lavoro e lo faceva bene, è tanto più drammatica quanto più paragonata al deserto morale che c’è.</span></p>
<p><span style="color: #000000; font-family: Calibri; font-size: medium;">Ma la morte di Federico Bisceglia è anche un fiore, anzi, una piantina di ulivo. Affonderà le sue forti radici in questa terra svilita e la renderà fertile. Perché certe vite e certi uomini hanno il potere di essere nutrimento per la loro epoca e perché il seme della giustizia, una volta gettato, non può che portare molto frutto e tanta, tantissima, speranza. </span></p>
<p><em>Miriam Corongiu</em></p>
<p>&nbsp;</p>
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