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	<title>Georgika &#187; ambiente</title>
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	<description>Terre dei Fuochi. E di Vita.</description>
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		<title>Centomila fiori</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Jul 2021 17:49:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Miriam Corongiu]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Il fascino millenario delle api nasce da un livello di cooperazione così organizzato e perfetto da essere diventato riferimento e sogno dell’umanità che vorremmo. Leggere e inconsapevoli della loro generosa natura, le api propagano la biodiversità così necessaria alla sopravvivenza di ogni specie e, ignare del do ut des alla base della mistificazione che permea le nostre relazioni, costruiscono l’habitat [...]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il fascino millenario delle api nasce da un livello di cooperazione così organizzato e perfetto da essere diventato riferimento e sogno dell’umanità che vorremmo. Leggere e inconsapevoli della loro generosa natura, le api propagano la biodiversità così necessaria alla sopravvivenza di ogni specie e, ignare del <em>do ut des </em>alla base della mistificazione che permea le nostre relazioni, costruiscono l’habitat del mondo che verrà. A differenza di altri insetti impollinatori, non hanno coscienza del soffio impercettibile che la loro vita costituisce nello spazio e nel tempo e producono più miele di quanto sia necessario alla covata: lasciano così in eredità non solo la perfetta geometria delle loro case ceree e la dolcezza del cibo degli dei, ma la dimensione di una società programmata amorevolmente per il futuro. Quella che noi non siamo in grado di realizzare.</p>
<p style="text-align: justify;">Il rapporto UNEP 2021 (United Nations Environment Program) sottolinea come siano ben tre le crisi planetarie da affrontare: i cambiamenti climatici, l’emorragia di biodiversità e l’inquinamento. Mette anche in evidenza come porre fine a queste crisi sia indispensabile per ridurre la povertà, l’insicurezza alimentare/idrica e le pessime condizioni di salute in cui versiamo. Secondo lo stesso rapporto “i governi dovrebbero includere il capitale naturale nelle misurazioni della performance economica, dare un prezzo al carbonio, eliminare gradualmente i sussidi verso i combustibili fossili e reindirizzare i proventi verso soluzioni a basse emissioni di carbonio” tutti punti essenziali per incamminarci verso la salvezza di un pianeta fustigato dalla nostra presenza e di una natura con cui siamo in guerra da troppo.</p>
<p style="text-align: justify;">Fa particolarmente effetto ritrovare tra questi goals indifferibili anche le governance partecipate, il <em>multistakeholderism </em>tanto sbandierato in ogni agenda internazionale e mai veramente voluto da tutti gli anelli di ogni catena di comando. L’effettivo diritto di tutte le parti interessate (<em>stakeholders</em>) a prendere parte ai processi decisionali è un claim dal basso, il perno intorno al quale ruotano le rivendicazioni di quei cittadini e di quelle cittadine che vivono l’ingiustizia ambientale e sociale come una ferita indelebile, qualsiasi sia il loro orientamento politico e qualunque sia il loro posto nel mondo.</p>
<p style="text-align: justify;">I contadini, per esempio, lamentano da sempre scarsissima attenzione all’agricoltura come lavoro in armonia con la terra contro quell’agricoltura industriale che della terra è solo sfruttamento perché concepita come massimizzazione dei profitti. La sovranità alimentare è il diritto di tutti ad autodeterminarsi attraverso la produzione del cibo buono, sano e giusto, ma rimane una mera enunciazione concettuale nelle mani dei potenti. Al Pre-Summit romano del Food System Summit di settembre, infatti, avuto luogo in questi giorni, avremmo potuto/dovuto assistere allo svolgersi di lavori preparatori aperti davvero ad ogni parte interessata e invece – come denuncia da tempo La Via Campesina – abbiamo potuto solo assistere all’ennesima danza di morte delle corporations legate alla grande produzione, alla grande distribuzione e ai sindacati che inevitabilmente le sostengono snaturando il loro stesso ruolo.</p>
<p style="text-align: justify;">La battaglia per una nuova Politica Agricola Comune, nell’ambito della quale risuona il pesante tintinnio di 350 miliardi di euro, non è andata a buon fine e – come sottolinea Fabio Ciconte dalle pagine di Terra e di Domani – dovremo aspettare il 2027, altri sette anni in cui l’agricoltura aggraverà la crisi climatica, per vedere se l’Europa deciderà di spostare l’asse dal greenwashing ai fatti.</p>
<p style="text-align: justify;">Non li abbiamo altri sette anni.</p>
<p style="text-align: justify;">La grandinata record in Emilia Romagna con bombe di ghiaccio grandi come meloni e il caldo record di questi giorni con temperature più alte anche di 18° rispetto alla media stagionale ci dicono che a fallire non sono state la Comunità Europea, né le buone intenzioni della società civile, ma l’umanità tutta.</p>
<p style="text-align: justify;">L’agricoltura dovrebbe avere il potere di cambiare le nostre vite e noi, mani nella terra, dovremmo avere sempre la possibilità e il diritto di ricongiungerci a ciò che siamo stati, di dissipare le nostre inquietudini e di ritrovare la nostra identità riallineandoci con gli equilibri naturali. Dovremmo avere il tempo e il modo di sentirci magnifiche piante, felci lussureggianti nelle giungle equatoriali, modeste, ma luminosissime ginestre alle falde del Vesuvio oppure erica bianca nelle piane scozzesi così vicine al cielo. Potremmo essere api e, con infinita pazienza e alacrità, toccare centomila fiori in un volo soltanto per diffondere la speranza e la concretezza della vita, costruire case che non siano di carta e creare abbondanza, non fame, né infelicità, per tutti gli esseri viventi.</p>
<p style="text-align: justify;">Potremmo. Dovremmo.</p>
<p style="text-align: justify;">L’agricoltura rimane invece terreno di scontro per chi gareggia a essere più potente, per i rapporti di forza e per una visione patriarcale del tutto anacronistica della terra come del mondo. Senza nutrire, dopo il covid e nel mezzo del torpore che ha portato, particolari speranze per il futuro della nostra specie, non sento oggi di poter investire emotivamente e politicamente sulle api come ispirazione e modello.</p>
<p style="text-align: justify;">I questi giorni di sofferenza in cui facciamo la conta dei danni e aspettiamo, tremando, quella dei morti per il caldo fuori misura, mi basterebbe essere uno di quei centomila fiori: sarà anche fede nell’effimero e quindi intima consapevolezza della mia impotenza, ma per un attimo sarò stata baciata da una favola e, sempre e solo per un attimo, mi sarò sentita innocente e viva nell’infinito deserto che c’è.</p>
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		<title>Terra, fuoco, cambiamenti climatici</title>
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		<pubDate>Tue, 22 Jan 2019 17:45:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Miriam Corongiu]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>L&#8217;agricoltura è spesso considerata un tema squisitamente tecnico, noioso e culturalmente disancorato dalla modernità, soprattutto perché, nell&#8217;immaginario collettivo, è stata deprivata di tutta la sua nobiltà.  Eppure, soprattutto nelle agende politiche dei movimenti ambientalisti &#8211; legati alla terra come fonte d&#8217;identità profonda e luogo dell&#8217;esistere &#8211; dovrebbe essere  centrale: dovrebbe poter penetrare nel linguaggio comune, in ogni discorso. E dovrebbe [...]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">L&#8217;agricoltura è spesso considerata un tema squisitamente tecnico, noioso e culturalmente disancorato dalla modernità, soprattutto perché, nell&#8217;immaginario collettivo, è stata deprivata di tutta la sua nobiltà.  Eppure, soprattutto nelle agende politiche dei movimenti ambientalisti &#8211; legati alla terra come fonte d&#8217;identità profonda e luogo dell&#8217;esistere &#8211; dovrebbe essere  centrale: dovrebbe poter penetrare nel linguaggio comune, in ogni discorso. E dovrebbe esserlo non solo perché &#8220;palestra di virtù civili&#8221;, come vuole Virgilio nelle Georgiche, ma perché le civiltà contadine di tutto il mondo insegnano una condivisione del vivere imperniata sui beni comuni da opporre all&#8217;idolatria neoliberista dell&#8217;io (basta guardare ai millenari usi civici)  e perché, oggi, l&#8217;agricoltura nella sua declinazione convenzionale costituisce una gravissima problematica ambientale con effetti devastanti sulla salute delle persone, sulla fertilità dei suoli e sui cambiamenti climatici.</p>
<p style="text-align: justify;">I contadini risentono ormai drammaticamente delle alterazioni del clima e, con ogni probabilità, sono fra coloro che le registrano prima e con maggior attenzione. Un esempio generazionale e al femminile può ben descrivere l&#8217;accelerazione del cambiamento: mia madre ha conosciuto solo la neve del &#8217;56 che a Napoli fu un evento di portata storica; io, al contrario, avevo visto solo un po&#8217; di zucchero a velo sui tetti della mia città. Ma mia figlia, che oggi ha dieci anni soltanto, ne ha invece fatto esperienza già due volte e di entrambe le volte io ricordo la data. In tutti e due casi, soprattutto nell&#8217;ultimo, le colture hanno riportato danni e nel 2018 (anche per eventi non riconducibili al gelo) i <a title="Italia, con disastri naturali persi 48,8 mld in 20 anni" href="http://https://www.ilmessaggero.it/economia/news/italia_con_disastri_naturali_persi_48_8_mld_in_20_anni-4037097.html">danni riportati in agricoltura</a> ammontano a 600 milioni di euro.</p>
<p style="text-align: justify;">Alluvioni, siccità, nevicate sono fenomeni che influenzano moltissimo l&#8217;andamento dei raccolti. L&#8217;aumento progressivo delle temperature globali, nello specifico, comporta  una diversa distribuzione degli agenti patogeni. In soldoni, significa che le colture soggette a stress idrico (troppa acqua o troppo poca) si ammalano di più, cosa che in agricoltura industriale si traduce in un uso ancora più massiccio di fitofarmaci per evitare che le rese produttive calino drasticamente. Sulle conseguenze nefaste dell&#8217;uso, razionale e irrazionale, dell&#8217;agrochimica mi sono già espressa <a title="Pesticidi, una cultura da eradicare" href="http://http://www.georgika.it/wordpress/?p=489">qui</a>. In questo contesto, vale perciò la pena insistere non tanto sui danni <em>causati</em> <em>in agricoltura </em>dalle alterazioni climatiche, ma principalmente sul processo inverso, ossia su quelli <em>provocati dall&#8217;agricoltura</em> al clima.</p>
<p style="text-align: justify;">I gas climalteranti, la cui produzione naturale viene drammaticamente aumentata da quella antropica, sono essenzialmente l&#8217;anidride carbonica, il metano, i gas fluorurati e il protossido di azoto. Nel complesso, si ritiene che l&#8217;agricoltura convenzionale sia responsabile per circa il 25-30% delle emissioni globali di gas serra perché incide pesantemente sulla produzione della maggior parte di essi. E&#8217; basata, infatti, sull&#8217;uso massiccio di combustibili fossili tanto come carburanti dei mezzi meccanici quanto come coadiuvanti e coformulanti degli agrofarmaci. Inoltre, la spropositata fertilizzazione chimica dei terreni &#8211; oltre a provocare serissimi problemi d&#8217;inquinamento delle falde acquifere &#8211; ha determinato un significativo aumento delle emissioni di protossido di azoto. Rivedere, pertanto, la cultura produttiva attuale non è solo un&#8217;alternativa possibile, ma una necessità impellente.</p>
<p style="text-align: justify;">C&#8217;è di più. Se accostassimo le problematiche ambientali specifiche della Terra dei Fuochi, le alterazioni climatiche e la riflessione fin qui condotta sull&#8217;agricoltura, ci renderemmo conto di quanto, tecnicamente e politicamente, tutto si incroci.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;Italia, in quanto paese sottoscrittore del Protocollo di Kyoto, è tenuta ad elaborare periodicamente l&#8217;Inventario Nazionale delle Emissioni (INES) suddividendolo in sei settori: Energia, Processi Industriali, Solventi, Agricoltura, LULUCF (grosso modo consumo di suolo e silvicoltura) e Rifiuti. In tutti questi ambiti, la combustione dei rifiuti presa in esame è esclusivamente quella legale, ossia derivante da incenerimento, cremazione dei corpi e compostaggio. Nessun accenno, chiaramente, alla combustione <em>illegale </em> dei rifiuti che è invece un fenomeno largamente diffuso non soltanto in Campania, ma in tutto il Paese.</p>
<p style="text-align: justify;">Secondo <a title="In due anni 250 incendi nello smaltimento dei rifiuti: non è normale " href="http://https://www.lastampa.it/2017/09/13/scienza/in-due-anni-incendi-nello-smaltimento-dei-rifiuti-non-normale-lpUTVvHf7Vd1apoyAi0InI/pagina.html"><em>La Stampa </em></a>e soltanto fino al settembre del 2017, sono 250 gli incendi dolosi negli impianti di gestione dei rifiuti. In Campania, nella sola estate del 2018, sono state 8 le piattaforme di stoccaggio andate a fuoco: colonne di fumo nero, densissime e imponenti, hanno messo a rischio le colture e la salute delle popolazioni circostanti nel raggio di molti chilometri. Una fenomenologia criminale così radicata, che in Terra dei Fuochi si accompagna ad una vera e propria quotidianità di roghi appiccati ad ogni discarica abusiva di rifiuti, influisce sicuramente in maniera catastrofica sui cambiamenti climatici e dovrebbe essere registrata anche all&#8217;interno dell&#8217;INES. Varrebbe dunque la pena, per noi ambientalisti, spingere politicamente perché lo sia.</p>
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<p style="text-align: justify;">Risulta di certo comprensibile che le popolazioni afflitte da un&#8217;ordinaria e locale violenza ambientale non abbiano, probabilmente, sviluppato una sensibilità particolare ad un gravissimo problema globale. Tuttavia, è necessario attivarsi in questa direzione e incrociare sempre la riflessione politica sulla Terra dei Fuochi a quella sul clima. E se, abbandonando per un attimo i Fuochi, ci concentrassimo sulla parola Terra, dovremmo sostenere un deciso cambiamento di passo a favore del modello contadino, l&#8217;unico in grado di poter garantire:</p>
<ul>
<li style="text-align: justify;">giustizia ambientale, perché fa a meno dell&#8217;agrochimica</li>
<li style="text-align: justify;">equità, perché incentrata sui beni comuni</li>
<li style="text-align: justify;">economia produttiva di segno positivo, come dimostrano i moderni studi agroecologia</li>
<li style="text-align: justify;">un rinnovato senso di umanità perché la spiritualità diffusa in tutte le civiltà contadine è ciò che ci serve per immaginare un mondo diverso</li>
</ul>
<p style="text-align: justify;">In fondo, dedicare tutto a questa terra è quello che facciamo da sempre: combattiamo per lei, per il diritto di restarci, perché non venga deturpata e perché continui ad avere radici lunghissime e delicate nella memoria di ciascuno di noi. L&#8217;agricoltura, dunque, non è solo la storia di questa regione. E&#8217; il futuro radioso che ci attende se sapremo coltivare opportunamente il nostro passato.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Miriam Corongiu</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Intervento preparato per Stop Biocidio nell&#8217;ambito di Occupy Climate Change, incontro incentrato sulle strategie di contrasto ai cambiamenti climatici e promosso da Marco Armiero, direttore dell’Environmental Humanities Laboratory del KTH Royal Institute Technology di Stoccolma. </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Foto in evidenza: Luigi Viglione</em></p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>Pesticidi, una cultura da eradicare</title>
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		<pubDate>Mon, 13 Aug 2018 17:22:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Miriam Corongiu]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[Basilicata]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>DeWayne “Lee” Johnson passeggia nervoso nei corridoi del tribunale americano che, a breve, lo consegnerà alla storia. Un giardiniere di colore, 46 anni, con un cancro terminale alla pelle, sta per mettere in ginocchio il più noto dei colossi dell’agrochimica: la Monsanto, ora gruppo Bayer. Lo sguardo torvo, quasi spento. Penserà probabilmente ai suoi figli di 10 e 13 anni [...]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://https://video.corriere.it/processo-monsanto-dewayne-johnson-corridoi-tribunale-poco-prima-sentenza/ef41cfc6-9cf2-11e8-bdf6-1676d51daf16">DeWayne “Lee” Johnson</a> passeggia nervoso nei corridoi del tribunale americano che, a breve, lo consegnerà alla storia. Un giardiniere di colore, 46 anni, con un cancro terminale alla pelle, sta per mettere in ginocchio il più noto dei colossi dell’agrochimica: la Monsanto, ora gruppo Bayer. Lo sguardo torvo, quasi spento. Penserà probabilmente ai suoi figli di 10 e 13 anni che presto si ritroveranno orfani di padre, ennesime vittime di questo mondo a rovescio che mette i soldi davanti a tutto, perfino alla vita stessa. E con i soldi, anche in questo caso, si cerca di compensare. Sono infatti 268 i milioni di dollari che lo Stato della California stabilisce debbano essere pagati e non soltanto perché il glifosato usato come erbicida sia ritenuto un killer. Ma perché la Monsanto SAPEVA. Sapeva di aver messo in commercio un principio attivo probabilmente cancerogeno e sapeva che i 4 miliardi di dollari che ne avrebbe ricavato si sarebbero sporcati di sangue.</p>
<p style="text-align: justify;">Alla Monsanto era già “capitato” di essere superficiale nella gestione dei propri brevetti. Nei noti <a href="http://espresso.repubblica.it/inchieste/2017/08/17/news/pcb-i-veleni-prodotti-in-italia-nonostante-gli-allarmi-sulla-loro-pericolosita-1.308097">Poison Papers</a>, un enorme archivio di documenti collazionati tra cause intentate alle industrie chimiche e richiesti alle agenzie federali americane, si legge a chiare lettere che la Monsanto era a conoscenza anche della pericolosità dei PCB, i policlorurobifenili prodotti per 50 anni dalla Caffaro di Brescia e responsabili del più grande disastro industriale italiano. I PCB sono stati ritirati dal mercato solo a catastrofe avvenuta e quando la potente macchina da soldi americana capì che non poteva più ricavarne nulla. Accadrà lo stesso per il glifosato che, per esempio, l’EFSA (Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare) ha ritenuto non essere dannoso <a href="https://www.wired.it/scienza/ecologia/2017/11/30/glifosato-voto-europa/">e il cui uso è stato prorogato nel Vecchio Continente per altri 5 anni.</a></p>
<p style="text-align: justify;">Eppure sono ormai una folta antologia gli studi che provano come pesticidi e diserbanti in genere siano altamente tossici per la salute umana, oltre che una condanna per i suoli agricoli. E’ del giugno di quest’anno la pubblicazione di una ricerca che potrebbe mettere la parola fine a ogni discussione in merito: Celine Lukowicz e il suo team di studiosi hanno dimostrato sulla rivista scientifica <a href="https://ehp.niehs.nih.gov/ehp2877/"><em>Environmental Health Perspectives</em></a> che i residui dei fitofarmaci, anche se in dosaggi inferiori a quelli consentiti per legge ma assunti in combinazione multipla attraverso il cibo, possono provocare alterazioni del metabolismo. Il documento recentemente espresso dall’ISDE (Medici per l’Ambiente) &#8211; <a href="http://www.isde.it/rischi-derivanti-dallobbligo-duso-di-pesticidi-per-il-controllo-della-xylella-fastidiosa-in-puglia/"><em>&#8220;Rischi derivanti dall’obbligo d’uso di pesticidi per il controllo della xylella fastidiosa in Puglia&#8221; </em></a>- in merito al Decreto Martina del marzo 2018 e all’obbligo imposto ai coltivatori pugliesi di utilizzare neonicotinoidi e piretroidi per debellare la presunta infestazione da Xylella Fastidiosa, ci schiaffeggia anche di più: a fronte di controlli esigui sia sui residui di pesticidi negli alimenti che nelle acque (ad esempio, scrive il dott. Agostino Di Ciaula, non è mai stato monitorato l’uso del glifosato), tra il 2012 e il 2014 è aumentata la percentuale di campioni con presenza simultanea di più pesticidi, sino a 15 differenti tipologie in un unico campione. Siamo già ben oltre gli standard dello studio della Lukowicz.  E se consideriamo che L’ISTAT ci consegna la Puglia al quarto posto in Italia per l’uso di agrochimica, siamo indotti a pensare che, se i monitoraggi fossero più estesi e costanti, ci ritroveremmo davanti ad una situazione incredibilmente preoccupante.</p>
<p style="text-align: justify;">Sulla stessa scia si pone la recentissima proroga dello Stato italiano all’uso della <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Cloropicrina">cloropicrina</a>, un fumigante del suolo che serve a eliminare funghi e insetti dannosi alla coltivazione delle fragole e altre colture, utilizzato in sintesi differenti come arma chimica durante il primo conflitto mondiale. Anche l’attuale governo ha preferito agire in regime di deroga alla disciplina europea per evitare scontri con i produttori. La Spagna aveva già autorizzato l’uso di questo principio attivo ritenuto indispensabile ai fragoleti e, <a href="materasocial.live/agricoltura-coldiretti-basilicata-plaude-alla-proroga-sullutilizzo-della-cloropicrina-nella-produzione-di-fragole/">ribadisce la Coldiretti lucana</a>, il comparto ne avrebbe risentito in maniera drammatica. Tuttavia, è possibile e remunerativo <a href="http:https://www.coltivazionebiologica.it/coltivare-piante-di-fragole///">coltivare fragole in regime di agricoltura biologica</a> come dimostrano moltissime esperienze sul campo e, ormai, una notevole letteratura a riguardo.</p>
<p style="text-align: justify;">Perché, dunque, se è chiaro ai più che l’uso dell’agrochimica è pestilenziale per la salute umana e dei suoli; perché se gli studi in materia di agricoltura biologica/biodinamica urlano ormai la possibilità di andare oltre il paradigma corrente, c’è ancora questa corsa ai sistemi convenzionali? Dagli ulivi della Puglia ai <a href="http://www.lastampa.it/2018/07/09/scienza/tanti-troppi-pesticidi-sulle-vigne-del-prosecco-z6UIwN4TjHtiSdE8XruWHO/pagina.html">vigneti veneti del prosecco</a>, dal verde scolastico curato da DeWayne Johnson con il glifosato, al <a href="http://www.rainews.it/dl/rainews/media/ContentItem-dd07acb6-41ac-4079-ab64-2cee6a04c8f3.html">clordecone che appesta le banane delle Antille<span style="color: #007000;">: </span></a>cosa rende così lento il passaggio a più avanzati sistemi agroecologici in armonia con la natura?</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;economia neoclassica che ancora oggi tiene banco nelle accademie e che impregna di sé ogni aspetto della cultura meccanicistica moderna, si basa essenzialmente sul concetto che al mondo naturale si possa attingere illimitatamente. Eppure, la fisica e la biologia ci dicono &#8211; fosse anche solo per esperienza diretta &#8211; che in natura qualsiasi processo è soggetto a degradazione: qualcosa si perde per sempre, o &#8211; per meglio dire &#8211; c&#8217;è sempre un costo ogni volta che produciamo un bene o un servizio. La natura, invece, contrariamente a quanto ritenevano gli economisti classici, non offre nulla gratis<a href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">A questa cultura economica, crudele con l&#8217;ambiente e profondamente ignorante delle leggi naturali, si ancora l&#8217;agricoltura convenzionale. Nel convincimento che l&#8217; <em>homo oeconomicus </em>avesse davvero il potere di dominare il mondo senza ritorsioni sensibili, anche i sistemi agricoli si sono trasformati in modifiche sostanziali (e per questo deboli) del paesaggio. L&#8217;agrochimica è indispensabile in regime di monocoltura, laddove cioè in assenza totale di biodiversità, le colture diventano terribilmente suscettibili alle avversità biotiche: enormi concentrazioni di risorse utili agli insetti fitofagi specializzati (che si cibano di quelle specifiche piante) ne determinano l&#8217;immigrazione e gli insetti antagonisti vengono decimati. Il risultato finale è un ecosistema artificiale che per sussistere richiede un costante intervento umano<a href="#_ftn2" name="_ftnref2">[2]</a>: la medicina è necessaria quando ci si ammala, non prima.</p>
<p style="text-align: justify;">Masanobu Fukuoka, l&#8217;ideatore dell&#8217;agricoltura naturale, pensava a quella convenzionale come ad una vera e propria dipendenza culturale: una droga dalla quale, una volta assunta, è difficile liberarsi. Pur vivendo e studiando il potere del &#8220;filo di paglia&#8221; in anni addirittura di molto antecedenti la Rivoluzione Verde, Fukuoka già capiva quanto fosse perverso il pensiero sotteso all&#8217;uso della chimica in agricoltura: massime rese con il minimo sforzo, controllo capillare e sottilmente narcisistico di ogni reazione scomposta della natura, profitti alti. E non importava a quale prezzo.</p>
<p style="text-align: justify;">E&#8217; intuitivo comprendere, a questo punto, come sia difficile passare dall&#8217;agricoltura convenzionale a sistemi agroecologici sostenibili: è una conversione spirituale molto prima che tecnica che impone una riflessione molto seria su se stessi e sul mondo. Guardare alla terra come fine e non come mezzo dovrà diventare il cardine di una nuova ispirazione e, in questa nuova dimensione culturale, l&#8217;agricoltura tornerà a essere un dolce addomesticare la natura, non un pericolo certo per troppi di noi.</p>
<p style="text-align: justify;">Nella bellissima prefazione di Giannozzo Pucci a &#8220;La rivoluzione del filo di paglia&#8221; di Fukuoka, con invidia e con speranza si legge : &#8220;E&#8217; questo il senso più importante: lo spirito di vita, l&#8217;essere come fanciulli. L&#8217;agricoltura, allora, viene da sé&#8221;<a href="#_ftn3" name="_ftnref3">[3]</a></p>
<p><em>Miriam Corongiu</em></p>
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<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> “Bioeconomia – verso un’altra economia ecologicamente e socialmente sostenibile” di Nicholas Georgescu Roegen, Bollati Boringhieri, 2003, a cura di Mauro Bonaiuti</p>
<p><a href="#_ftnref2" name="_ftn2">[2]</a> “Agroecologia, una via percorribile per un pianeta in crisi” di Altieri, Nicholls, Ponti – Edagricole, 2015 – pag. 7</p>
<p><a href="#_ftnref3" name="_ftn3">[3]</a> “La rivoluzione del filo di paglia” di Masanobu Fukuoka, Libreria Editrice Fiorentina, 2008</p>
<p><em>Immagine in evidenza: <a href="https://www.giornaledipuglia.com/2018/06/studio-shock-i-pesticidi-possono.html">www.ilgiornaledipuglia.it </a></em></p>
<p>Pubblicato anche su <a href="http://www.decrescita.com/news/pesticidi-una-cultura-da-eradicare/">Decrescita Felice Social Network</a></p>
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		<title>NO TAV: UN&#8217;ESPERIENZA DI AUTONOMIA RADICALE</title>
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		<pubDate>Mon, 04 Sep 2017 10:48:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Miriam Corongiu]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">“Da circa un mese, in Val di Susa, è nata e vive la Libera Repubblica della Maddalena. Molto più di un presidio allestito per impedire la realizzazione del cantiere per il cunicolo esplorativo funzionale al TAV Torino-Lione. Un territorio liberato, che non figura su alcuna mappa del consentito. Un territorio in cui polizia e carabinieri non entrano. In cui si condividono cibo, discussioni, musica e la costruzione delle barricate. Uno spazio sottratto alla sovranità dello Stato. Uno spazio in cui si vive meglio che nelle cellette metropolitane, nella reclusione domestica davanti al televisore, nelle strade vuote di incontri e brulicanti di merce. Il Progresso lo abbiamo già assaggiato, e non c&#8217;è piaciuto. La lotta contro il TAV è, di fatto, lotta contro tutta la classe dominante che lo vuole, lo difende, lo impone. Sta diventato la lotta della condivisione contro lo Stato. Invitiamo gli amanti della libertà a venire. Contro il TAV. Per difendere un territorio liberato, a rischio di sgombero da domenica 26 giugno. Il tempo è adesso”<br />
Così si legge su “Informa-Azione”, un sito web che colletta le lotte contro la repressione, il 24 giugno del 2011, ore 2.01 del mattino. Due giorni dopo, a Chiomonte, sui monti della Maddalena, si scatena l’inferno: circa 2500 agenti di polizia penetrano le barricate civili e caricano i valsusini che da settimane presidiavano pacificamente la collina, lanciando anche ad altezza d’uomo migliaia di lacrimogeni al CS, un gas altamente tossico proibito in guerra, ma non nella guerriglia urbana. Picchiano duramente i civili, distruggono qualunque cosa capiti loro a tiro, sfasciano la stazione mobile di Radio Black Out che continuava a trasmettere anche sotto i lacrimogeni e, alla fine, dopo una giornata di scontri sanguinosi, conquistano l’area. La piazzetta dove c’era il museo archeologico della Maddalena ora “temporaneamente” chiuso (così si legge sul sito web), diventa una roccaforte militare dove ancora oggi sostano le camionette della polizia e si aggira torva la Digos. Dai militari, però, e non dai “repubblicani,” viene insozzata e deturpata. L’accesso alla zona, un tempo testimonianza millenaria di quel valico così importante per le Alpi Occidentali, dove hanno transitato tutti gli invasori e forse Annibale stesso, è ora severamente sorvegliato dall’Esercito Italiano: a Chiomonte il cantiere del TAV è ritenuto strategicamente rilevante. E così, perquisizioni, stretti controlli e niente riprese. Chi siede nel casotto all’entrata ha il potere di lasciare che i visitatori non vengano autorizzati all’ingresso per ore intere, fino a che non si faccia troppo tardi per entrare. A ben guardare, non servono giri di parole per definire ciò che è oggi la Maddalena: le zone in cui si sospende brutalmente il civile diritto a manifestare il dissenso, si cancellano le tracce della storia e si impedisce il libero passaggio, quelle sono zone di guerra.</p>
<p>Spiegare la ferocia con la quale lo Stato italiano ha sgomberato la Maddalena (e in generale trattato negli anni la Val di Susa) soltanto con la ferrea volontà dei vari esecutivi di portare a termine una “grande opera”, è una riflessione poco penetrante e insufficiente per chi non si accontenta dell’informazione massificata. L’esperienza tutta dei NO TAV, peraltro, e più in particolare della “Libera Repubblica”, va molto oltre l’affermazione del diritto di ogni popolo ad autodeterminarsi, così come sancito dalla stessa Unione Europea. Si è sviluppata negli anni come una progressiva sottrazione di sovranità allo Stato e una lenta, ma inesorabile, costruzione di autonomia radicale.<br />
La Valle, che si identifica potentemente con le montagne intorno e che guarda a se stessa come partigiana, ha cominciato a pensare con la sua testa &#8211; quindi ad opporsi &#8211; ancor prima che il TAV fosse un progetto sulla carta. Un Hydra, quella valsusina, così fiera delle proprie differenze interne, che nessuna autorità costituita poteva tollerarne l’esistenza.  Se è vero che cittadini si diventa e lo si diventa in primo luogo conoscendo la città, i luoghi interiori ed ulteriori del proprio vivere, i NO TAV hanno già percorso lunga parte del viaggio. Anzi, sosterrebbe forse Cornelius Castoriadis, sono già giunti alla meta se riconosciamo loro la profonda consapevolezza della loro stessa autonomia e l’innegabile, fortissimo, desiderio di essere senza catene.<br />
<a href="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2017/09/DSC_0310.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-449" src="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2017/09/DSC_0310-300x199.jpg" alt="dsc_0310" width="300" height="199" /></a><br />
Già nel 2005 a Venaus, altro cantiere del TAV e teatro di scontri terribili, i valsusini avevano esperito l’ebbrezza dell’indipendenza totale. Per cinque giorni la Libera Repubblica di Venaus, elaboratore completamente disconnesso dal server centrale, aveva vissuto la grande bellezza dell’essere solo se stessa. E’ alla Maddalena, però, che la forma diventa sostanza e la libertà un fatto. Furono “Ventitrè giorni”, ricorda Alberto Perino leader storico dei NO TAV ai microfoni di Radio Siani, “in cui il denaro non esisteva più, dove eravamo tutti uguali, si faceva da mangiare a qualunque ora e si faceva cultura alta, ma distribuita a tutti, dove professori universitari tenevano lezione, mentre un po’ più in là i ragazzi distillavano la grappa e grandi artisti si esibivano in semplicità. Un mondo altro, sconvolgente, che doveva essere distrutto”.<br />
Era la lotta, rileggiamo nel comunicato di Informa-Azione, della “condivisione contro lo Stato”. Una fuoriuscita dall’economia che recuperava il vero, delicatissimo, collante di ogni comunità: la gioia del Poco, l’esaltazione del Tempo e non del Denaro, l’essere progenie bastarda del Grande e del Piccolo uniti nell’amplesso degli intenti comuni. Una rivoluzione reale si liberava dal bozzolo di mille teorie e prendeva corpo da un NO ad un treno veloce, per diventare la culla di un vivere lento, felice, pago di sé, in cui le differenze culturali, regionali, razziali, l’accentuare le quali è strategia storica del potere, si tramutavano in pericolose opportunità di coalizione sediziosa. Una mina che lo Stato aveva la necessità di far brillare il prima possibile.<br />
Dopo ventitrè gloriosi giorni, cadde perciò nella violenza la Maddalena, nostalgicamente ricordata oggi nelle tessere di affiliazione stampate per tutti con lo stesso numero progressivo e codificata nei registri comunali della Val di Susa pieni di bimbe a cui il nome “Maddalena” è stato dato. E cadde con la Libera Repubblica un pezzo di realtà che i governi italiani hanno voluto mortificare nel tempo con provvedimenti via via più autoritari. La repressione giudiziaria a cui sono soggetti i NO TAV, con oltre mille processi indetti a vario titolo contro liberi cittadini liberamente pensanti, colpevoli soltanto d’amare la loro Valle, sono una delle misure che vengono adottate a livello nazionale per soffocare le spinte identitarie di un popolo che vuole fermamente respirare. Tra le “Disposizioni urgenti per la tutela della sicurezza delle città” della legge Minniti e un addestramento sempre più da corpi speciali per le ordinarie forze di polizia, giustificati entrambi dal Terrore e dalle ondate migratorie, la direzione imboccata dall’Italia (e dall’Europa) è chiara.<br />
Debito pubblico e privatizzazioni, tasse astronomiche per le imprese e delocalizzazione del lavoro, trattati internazionali vantaggiosi per i ricchi di sempre e sempre più dilagante povertà, migrazioni di massa e disastri ambientali, obesità bianca e fame nera, solitudini drammatiche in un universo sovrappopolato, campagne abbandonate tra montagne di cemento, il mondo “social” e l’assenza di pietà: è questo il contesto in cui le grandi opere prendono forma ed è questo l’orizzonte contro cui si staglia la Libera Repubblica della Maddalena, un’esperienza di autonomia radicale che si è generata proprio dove è nato lo Stato Italiano e c’è più Stato che altrove.<br />
Ma come la storia insegna che più forti sono le spinte centripete, più forti saranno le reazioni delle periferie e come è vero che i piccoli centri, dove sono più semplici le prove tecniche di comunità, producono in maniera naturale gli anticorpi al sistema che crea sperequazioni sociali a livello planetario, così i NO TAV renderanno immortale la testa centrale del Hydra che idealmente li rappresenta. In un mondo segnato dall’omologazione che mai vuol dire uguaglianza, la loro idea colorata e gioiosa – mai violenta – dell’accoglienza e del vivere in armonia prenderà per sempre corpo nelle mille, composite, anime della Val di Susa e la Libera Repubblica della Maddalena vivrà per sempre nel modus operandi del Movimento e delle lotte ambientaliste di questa nazione: “uno sguardo all’immediato e uno all’infinito”.<br />
Avanti NO TAV, il tempo è adesso.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Miriam Corongiu</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Articolo pubblicato su <a href="http://www.decrescita.com/news/no-tav-la-libera-repubblica-della-maddalena/?doing_wp_cron=1504521580.8827209472656250000000">Decrescita Felice Social Network</a></em></p>
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		<title>Augusta, la Terra dei Fuochi silenziosa</title>
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		<pubDate>Mon, 05 Jun 2017 10:09:59 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">La Sicilia è un’isola sfolgorante, se ne percepisce l’intensità non appena si sbarca a Messina. E’ stato tranquillo il viaggio in auto con la troupe cinematografica che realizza il docu-film “Resistenti”: un vario sonnecchiare e un robusto chiacchierare fino ad Augusta, in provincia di Siracusa, dove ci aspettano Padre Palmiro Prisutto e i suoi. Loro difendono la loro terra tra Augusta, Priolo Gargallo e Melilli, nota alle cronache come il Triangolo della Morte. Un nome che dice tutto.</p>
<div id="attachment_442" style="width: 870px" class="wp-caption alignnone"><a href="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2017/06/DSC_0022.jpg"><img class="size-large wp-image-442" src="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2017/06/DSC_0022-1024x681.jpg" alt="Augusta, Polo Petrolchimico" width="860" height="572" /></a><p class="wp-caption-text">Augusta, Polo Petrolchimico</p></div>
<p style="text-align: justify;">E’ di un polo petrolchimico che raccontiamo stavolta, un mostro al quale sono stati sacrificati 30km di costa fascinosissima, di storia e di cultura. Al vederlo, ci si spiega perché chiamino “cattedrali nel deserto” questi insediamenti industriali: intorno alle centinaia di ciminiere, alla faccia ferrosa di un gigante che solo apparentemente dorme e alle mille luci che di notte lo rendono una stazione lunare, c’è solo un gran senso di solitudine e di degrado. Le rovine dell’antica Megara Hyblea, fondata nel 750 a.C. dai Greci in cerca di una nuova vita, sono lì, a pochi passi da un disastro ambientale come pochi e così abbandonate a se stesse da preconizzare il futuro di una piana già dimenticata. Un mare bellissimo e pescoso ospita piattaforme petrolifere dai nomi evocativi e lunghi tentacoli di raffinerie: circa 15 anni fa, livelli di mercurio 20.000 volte superiori alla norma lo colorarono di rosso, come in Sardegna, a Porto Scuso. Tra cardi e acacie selvatiche che solo timidamente nascondono le industrie, pascolano indolenti alcune mucche e si coltiva biologicamente. A pochi chilometri case, gente, vite comuni.<br />
Il petrolchimico è una Cattedrale contro una piccola Chiesa. Don Palmiro, un uomo profondamente buono e schivo, ha già pagato sulla propria pelle il costo di una vita all’ombra di quel mostro e non può lasciare che i suoi concittadini continuino a essere carne da macello. Lui parla. Parla ai parrocchiani, ai suoi studenti, ai suoi confratelli e anche per lui, purtroppo, si ripete il clichè della derisione, quando non delle minacce. Perfino la sua Famiglia, quella in Cristo, gli si schiera contro e ne tenta la rimozione: il Vescovo, al contrario del Parroco, ama il silenzio. Ma Don Palmiro resiste: contro i numeri agghiaccianti che vogliono morto un augustano su due nei prossimi anni, contro i voltafaccia dei compaesani che guardano al petrolchimico come ad un faro nella notte dell’endemica disoccupazione siciliana e perfino contro la Chiesa locale, lui va avanti. E con lui un pugno di donne e uomini che non possono rimanere fermi ad aspettare.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2017/06/Guerriere_1.jpg"><img class="alignnone size-large wp-image-443" src="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2017/06/Guerriere_1-1024x681.jpg" alt="guerriere_1" width="860" height="572" /></a><br />
Sulle magliette che ha fatto stampare il migliore di loro, Carmelo Miano, si legge: “Se dovessi morire di cancro, sarebbe un omicidio”. Già nel 2001 uno studio del OMS prova che nell’area di Augusta – Priolo si registrano eccessi di mortalità significativi &#8211; per patologie polmonari negli uomini &#8211; nelle zone più vicine al petrolchimico. Ma è solo il principio: è un’escalation di notizie terrificanti fino alle ultime dichiarazioni del Dott. Madeddu, direttore del Registro Tumori di Siracusa-Messina-Catania, che nel 2015 definisce “incontrollabile” il tasso di mortalità per tutti le neoplasie nei prossimi 40 anni.<br />
Di cancro, purtroppo, muore anche Carmelo. Indossano le sue magliette durante le manifestazioni pubbliche che mai radunano grandi folle e in quelle occasioni in cui, per fortuna, possono gioire del corso della giustizia. Sotto la discarica CISMA, a Melilli, pochi giorni prima del nostro arrivo, un sit-in degli attivisti sugella l’arresto di 14 presunti assassini responsabili dello smaltimento illegale di rifiuti tossici: “ricette” le chiamavano, le misture abominevoli in cui mescolavano a calce e ad altri inerti i rifiuti che avrebbero dovuto essere codificati in ben altro modo. Così allegramente confezionati, venivano bruciati nel vicino inceneritore della Gespi.<br />
Sono queste le pennellate principali del mio dipinto siciliano. L’ultima è quella nota ai più, quella buia e fosca dell’elenco dei “caduti” per inquinamento che il Don fa ogni 28 del mese, alla fine della messa. Più di 900 nomi e professioni: impiegati, casalinghe, studenti, bambini, operai, professionisti. Il cancro non guarda in faccia a nessuno, non importa che si lavori nel petrolchimico o meno. Basta viverci accanto. E a chi continua a dire che il nesso di causalità tra ambiente e salute è labile, tocca venire in questi luoghi di morte per rendersi conto che tutte le cause che determinino, anche in maniera opaca, terribili malattie, malformazioni e alterazioni genetiche come ad Augusta, vanno rimosse senza perdere un solo attimo di tempo.<br />
Oltre lo scempio e il disastro, rimangono gli attivisti, i cittadini che non si stancano di lottare e rifuggono il silenzio come l’immobilismo. Di elenco voglio farne uno anch’io, per ricordare che c’è chi non si arrende e per dare dignità a chi spesso viene abbandonato, deriso, minacciato:</p>
<p style="text-align: justify;">Don Palmiro Prisutto</p>
<p style="text-align: justify;">Alessandro Riera<br />
Cinzia Di Modica e suo figlio Alessio<br />
Lina Iannello e la piccola Chiaretta<br />
Cosimo e Lucia Rapisarda<br />
Giusi Palmi<br />
Maurizio Di Grande<br />
Angela Passarello<br />
Giusi Nanè</p>
<p style="text-align: justify;">Tutti loro soffrono, hanno sofferto. Nessuno di loro molla. Tra cardi ed acacie selvatiche, non ci sono solo le ciminiere, ma santuari in cui la gente si raccoglie con speranza come l’ “Adonai”, “Mio Signore”: davanti ad un mare che rimanda a genti antiche, io che non ho fede non posso che guardare al Cielo e cogliere in Don Palmiro e nei suoi un frammento di specchio. Quello che riflette con coraggio un Amore che dissolve la storia e ne cancella la disumanità.<br />
<em>Miriam Corongiu</em></p>
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		<title>#Resistenti_Brescia: pane e veleni nella Terra dei Fuochi del Nord</title>
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		<pubDate>Tue, 14 Feb 2017 16:58:08 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>&#8220;REsistenti” è il nuovo lungometraggio della Socialmovie: dopo “Il Segreto di Pulcinella – Storie dalla Terra dei Fuochi”, per la regia di Mary Griffo, il cinema torna ad occuparsi di inquinamento, devastazione ambientale, disagio sociale e coraggio. Coraggio, si. Perché stare sul territorio, ogni giorno, combattendo la mala politica, l’indifferenza e un paradigma economico che produce solo distruzione e disuguaglianze, [...]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">&#8220;REsistenti” è il nuovo lungometraggio della Socialmovie: dopo “Il Segreto di Pulcinella – Storie dalla Terra dei Fuochi”, per la regia di Mary Griffo, il cinema torna ad occuparsi di inquinamento, devastazione ambientale, disagio sociale e coraggio. Coraggio, si. Perché stare sul territorio, ogni giorno, combattendo la mala politica, l’indifferenza e un paradigma economico che produce solo distruzione e disuguaglianze, richiede fermezza e coraggio. È resistenza. Un manipolo di attivisti della Terra dei Fuochi, quelli della Rete di Cittadinanza e Comunità, segue le riprese del film in giro per l’Italia: in ogni regione c’è una Terra dei Fuochi, in ogni regione c’è una forma di resistenza. Il cinema le racconterà come sa, attraverso il grandangolo e le luci. Noi le racconteremo qui, su Decrescita Felice Social Network, attraverso lo sguardo di chi si fa barricata tutti i giorni e di chi sa nel profondo che, battaglia dopo battaglia, “questa terra, un giorno, sarà bellissima”.<br />
E’ povero il cortile di Pierino Antonioli, un allevatore di Brescia che circa 15 anni fa si è visto stravolgere la vita dalla Caffaro. Oggetti vari ammonticchiati un po’ ovunque e una tenda in plastica che separa la parte abitata da quella ormai semiabbandonata, parlerebbero di stentata sopravvivenza se non ci fossero due incredibili, maestosi pavoni blu oceano a testimoniare tutt’altro: un pezzo di vita che pulsa ancora prepotente, una forma semplice e inconsapevole di resistenza.<br />
Ci accolgono con la riservatezza tipica della civiltà contadina, gli Antonioli, ma si vede che sono abituati a giornalisti e telecamere. Ce ne sono stati fin troppi lì, ad ascoltare i racconti di Pierino, senza che poi chi doveva e poteva fare un po’ di giustizia intervenisse. E così Pierino racconta ancora, ogni volta, a chiunque si mostri interessato la storia di un Piccolo Agricoltore che un giorno si scontrò con la Grande Industria e ne rimase spezzato.<br />
La Caffaro è un’industria chimica sorta agli inizi del Novecento in quella che un tempo era la periferia di Brescia. Dall’albergo dove siamo, in pieno centro, oggi però non dista che pochi minuti e quando il disastro si è consumato, la fabbrica era già tra scuole e case, a ridosso di terreni coltivati. Produceva PCB (policlorurobifenili) utilizzati come olio isolante per condensatori e trasformatori elettrici, una piccola rivoluzione della chimica – brevetto Monsanto –  rivelatasi poi mortale. I PCB, infatti, sono inquinanti organici persistenti. Significa che una volta dispersi nell’ambiente non vanno più via se non a seguito di costosissime bonifiche. Permangono nelle acque, non si biodegradano, rimangono pervicacemente nei terreni e così, anche se la Caffaro ha dismesso buona parte dei suoi impianti – il sito è ancora attivo – i PCB continuano ad avvelenare terre e sangue dei bresciani.</p>
<div id="attachment_437" style="width: 310px" class="wp-caption alignleft"><a href="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2017/03/pierino-antonioli.jpg"><img class="size-medium wp-image-437" src="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2017/03/pierino-antonioli-300x200.jpg" alt="Pierino Antonioli. Ph. www.senigalliesi.photoshelter.com" width="300" height="200" /></a><p class="wp-caption-text">Pierino Antonioli. Ph. www.senigalliesi.photoshelter.com</p></div>
<p style="text-align: justify;">Lo sa bene Pierino Antonioli che lì vive e lì ha perso tutto. Quando il caso Caffaro scoppiò, molti anni dopo che i PCB vennero messi al bando in Giappone e molti anni dopo la chiusura dello stabilimento, gli ispettori dell’ASL andarono nella sua cascina e gli ingiunsero di abbattere i suoi undici capi di bestiame e le sue galline. Non fu sufficiente ucciderli: dovettero incenerirli, perché le carcasse non inquinassero il terreno. Gli dissero che non poteva più coltivare nemmeno un pezzetto di terra e che tutta la sua famiglia doveva sottoporsi ad analisi. Fu così che scoprirono che Pierino era altamente intossicato, con un livello di PCB nel sangue pari a 290 su una soglia massima di 15. La madre, Luigia, ne aveva 700.<br />
Fu difficile cambiare, racconta la moglie. Franca era abituata a lavorare in campagna, alle balle di fieno. Una vita dura, come quella di tutti i contadini, una vita però a cui si dice addio a malincuore. Rimane in piedi mentre mi parla con gentilezza, con lo sguardo chiaro un po’ distante e con la premura verso gli ospiti propria delle donne di un tempo. Le piace che anch’io sia una contadina e con quel cameratismo che da l’appartenere alla stessa categoria, mi porta a vedere un albero di limoni che le hanno regalato e che mai ha potuto piantare: come in uno scenario post-atomico, cresce in un gigantesco vaso di ferro, al riparo, in una specie di garage…la signora Antonioli, però, è orgogliosa di quella pioggia di frutti gialli il cui colore così intenso, in quella penombra e in quella latente tristezza, fa il paio con il blu elettrico delle piume di pavone che pochi minuti più tardi mi regalerà perché le porti a Napoli, a mia figlia.<br />
Ce ne andiamo con il silenzio nel cuore. Venendo dalla Terra dei Fuochi, dovremmo essere abituati alle storie di disagio economico e sociale che accompagnano sempre la devastazione ambientale, ma le persone non sono certo un numero in una statistica e quando le incontri, immergendoti nelle loro vite, non puoi lasciarle senza che l’incredulità e l’amarezza ti invischino nella loro ombra. Nessuno ha mai risarcito Pierino, anzi. Pierino paga l’IMU sui suoi terreni che non valgono più nulla e dovrebbe sopportare in prima persona parte dei costi altissimi della bonifica, se volesse recuperarli. Hanno sacrificato il piccolo, mentre la Caffaro, dopo alterne vicende giudiziarie e societarie, non ha mai pagato.<br />
Sarà che da noi lo Stato non l’abbiamo mai sentito presente, sarà che da noi l’inquinamento non è mai stato l’effetto collaterale di un’economia che portasse vera occupazione e sarà, perciò, che abbiamo imparato prima degli altri ad alzare la testa e a ribellarci, ma il silenzio che abbiamo dentro lasciando Brescia Sud è il silenzio che avvertiamo fuori, nella città. La Caffaro smette nel 1983 di produrre PCB, mentre lo scandalo scoppia solo nel 2001 e tutt’ora sembra relegato ai soli, ordinati, cartelli che segnalano le aree inquinate. Eppure, tonnellate di diossine e PCB sono state emesse dalla fabbrica della morte facendo diventare Seveso un granello di polvere tra i disastri industriali. Scrive bene Zancan in un articolo apparso su La Stampa nel 2012: a Brescia i veleni sono istituzionalizzati. Un prezzo, per molti, adeguato alla vita benestante che vi si conduce.</p>
<div id="attachment_438" style="width: 310px" class="wp-caption alignright"><a href="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2017/03/discarica-vighizzolo.jpg"><img class="size-medium wp-image-438" src="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2017/03/discarica-vighizzolo-300x225.jpg" alt="Montichiari, una delle 15 discariche che lì si concentrano" width="300" height="225" /></a><p class="wp-caption-text">Montichiari, una delle 15 discariche che lì si concentrano</p></div>
<p style="text-align: justify;">La chiamano la Terra dei Fuochi del Nord per i rifiuti tossici sepolti un po’ ovunque, nelle fondamenta dei centri commerciali come nelle arterie stradali. Oppure, a Montichiari, è la Terra dei Buchi per via delle circa 140 discariche autorizzate che popolano la provincia e che le Mamme di Castenedolo ben pensarono di riprendere dall’alto, con un aereo da turismo, in un colpo d’occhio che rende conto con crudele precisione di uno sventramento senza precedenti. Brescia è anche l’esempio nazionale dell’incenerimento supertecnologico dei rifiuti, quello che ci sbattevano sotto il naso quando in Campania nel 2008 soffrivamo di un’emergenza – oggi si sa – montata ad arte per favorire l’Impregilo e l’imprenditoria criminale di cui la camorra era solo il braccio armato.<br />
Dietro un ordine perfetto, siepi ben potate e cascine un po’ retrò, si nasconde il nucleo nero di un’economia disfunzionale che compra il cuore degli uomini e lo rivende al miglior offerente. Non di tutti, però. Perché anche lì abbiamo conosciuto un coraggio che non si traduce solo nella pacata resistenza di Pierino Antonioli. Anche lì, manipoli di cittadini si organizzano e si oppongono come accade in ogni angolo d’Italia. Anche lì, un po’ per volta, cambieranno le cose. Perché siamo tutti vittime della devastazione planetaria e del silenzio connivente delle istituzioni, ma diventiamo tutti attori del cambiamento quando mettiamo al primo posto la dignità e la vita degli altri. Quelle combattute con il cuore sono battaglie vinte in partenza. Ad ogni latitudine. Come ad ogni latitudine, le fratellanze strette tra uomini e donne di coraggio sconfiggeranno il buio e l’indifferenza che c’è.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Miriam Corongiu</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Articolo pubblicato su <a title="Decrescita Felice Social Network" href="http://www.decrescita.com/news/resistenti_brescia-pane-veleni-nella-terra-dei-fuochi-del-nord/">Decrescita Felice Social Network</a></em></p>
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		<title>Processo Resit: non solo la mafia è “una montagna di merda”</title>
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		<pubDate>Thu, 21 Jul 2016 14:38:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Miriam Corongiu]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[ecologia]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>Cipriano Chianese, l’inventore dell’ecomafia, è molto diverso dall’immagine da delinquente che rimandano le foto segnaletiche in giro per il web. Non l’ho riconosciuto subito. E’ un uomo alto, elegante, con i capelli bianchi che scendono in un’onda: solo il naso, grande e con una piega carnosa nel mezzo, lo associa a ciò che ricordavo di lui. E lo sguardo altezzoso [...]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Cipriano Chianese, l’inventore dell’ecomafia, è molto diverso dall’immagine da delinquente che rimandano le foto segnaletiche in giro per il web. Non l’ho riconosciuto subito. E’ un uomo alto, elegante, con i capelli bianchi che scendono in un’onda: solo il naso, grande e con una piega carnosa nel mezzo, lo associa a ciò che ricordavo di lui. E lo sguardo altezzoso e tranquillo nonostante segga da imputato in un processo per disastro ambientale e associazione mafiosa.</p>
<p><a href="http://decrescitafelice.it/wp-content/uploads/chianese-640.jpg" rel="attachment wp-att-11973"><img class=" wp-image-11973" src="http://decrescitafelice.it/wp-content/uploads/chianese-640.jpg" srcset="http://decrescitafelice.it/wp-content/uploads/chianese-640-300x157.jpg 300w, http://decrescitafelice.it/wp-content/uploads/chianese-640.jpg 640w" alt="Cipriano Chianese - Fonte foto: www.ilfattoquotidiano.it" width="452" height="236" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Secondo le indagini di Roberto Mancini, il poliziotto romano della Criminalpol che in una preziosa informativa del 1996 per primo lo denunciò, l’avvocato Chianese è l’anello essenziale dell’iniqua catena che lega camorra, servizi deviati, pezzi dello Stato e imprenditoria allo smaltimento selvaggio dei rifiuti in Campania. E’ sua la discarica Resit a Giugliano, piena Terra dei Fuochi, dove soltanto tra il 1987 e il 1991 vengono accatastate più di 30.000 tonnellate di rifiuti provenienti dall’Acna di Cengio, azienda savonese produttrice di coloranti. La perizia del geologo toscano Balestri, richiesta dalla Procura di Napoli e depositata nel 2010, ci consegna ad un futuro agghiacciante: è tale il livello di inquinamento provocato che entro il 2064, quando il percolato tossico avrà raggiunto le falde sottostanti, i veleni contamineranno decine di km quadrati di terreno e la vita che ospitano. Un disastro da trattare come quelli nucleari, se pare che l’unica soluzione – peraltro mai applicata – sia quella di sarcofagare la discarica con il cemento.</p>
<p style="text-align: justify;"><object width="590" height="390"><embed src="http://www.youtube.com/v/inZN_4Fc_Z4?version=3&amp;theme=dark&amp;fs=1&amp;cc_load_policy=1&amp;iv_load_policy=1&amp;modestbranding=0" type="application/x-shockwave-flash" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="allowfullscreen" width="590" height="390" /></object></p>
<p style="text-align: justify;">Sulla base di questa perizia, il boss Francesco Bidognetti, clan dei Casalesi, è stato condannato nel 2013 a 20 anni per disastro ambientale e avvelenamento della falda acquifera. E sulla base di questo studio che la difesa ha cercato in tutti i modi di smontare, sull’informativa di Mancini e su un quadro probatorio che appare molto solido, la Direzione Distrettuale Antimafia ha chiesto, nel complesso, 280 anni di carcere per 29 persone coinvolte a diverso titolo nel disastro della Resit. Tra queste, c’è Giulio Facchi, sub-commissario all’emergenza rifiuti tra il 2000 e il 2004 (quando commissario governativo era Antonio Bassolino) e Gaetano Cerci, imprenditore affiliato ai Casalesi e legato alla loggia massonica Propaganda 2.</p>
<p style="text-align: justify;">Attendiamo la sentenza per ore, dietro il vetro dell’aula 116, impegnati in una prova emotiva non da poco. Quando si parla di criminali, di mafiosi, ci si aspetta inconsciamente che siano mostri anche nell’aspetto, come per negare la loro appartenenza al genere umano già alla prima occhiata. Invece, hanno volti comuni, perfino belli, curati. Anche Gaetano Cerci, che assiste al processo dalla gabbia per detenuti, sembra soltanto il ragioniere che è. Questi uomini sono, invece, tra i principali responsabili del biocidio perpetrato in Campania, della morte di troppi bambini e di una devastazione ambientale a cui non potremo porre rimedio.</p>
<p style="text-align: justify;">La pioggia battente di questo 15 luglio, così disarmonica in un giorno d’estate, è la compagna perfetta di una cupezza crescente. Ascolti i giornalisti presenti ripercorrere date, luoghi, nomi conosciuti ad ogni livello della politica italiana, nomi stanati tra giudici, carabinieri e imprenditori gettati nell’immane calderone di una “società alla deriva” – per citare Castoriadis – in cui è così nauseabonda la puzza di marcio da farti salire le lacrime agli occhi. E ti chiedi, abbracciando una mamma che ha perso il suo unico figlio nella Terra dei Fuochi, come la speranza possa ancora chiamarsi tale e come (come!!!) siamo potuti arrivare a tanto. Nessun candore. Mai più.</p>
<p style="text-align: justify;">È intollerabile vedere così nitidamente.</p>
<p style="text-align: justify;">Mentre in aula il numero degli attivisti, delle mamme e dei preti sale al lento susseguirsi delle ore e man mano che la pioggia lascia timida un po’ di spazio alla sera, faccio appello – in mancanza di fede –  a tutti i miei riferimenti culturali. Nel brusio sorvegliato dalla Polizia, mentre porto lo sguardo dai capelli chiarissimi della vedova Mancini alle toghe degli avvocati, mentre mi indicano i consulenti che si sono venduti alla difesa e fissiamo nervosi, dalla stessa sala che ospita due familiari del Cerci, la porta dalla quale entreranno i giudici, ricordo le parole di Alex Langer sulla “cultura del limite”. Io ho davanti l’eccesso, la tracotanza, la superbia dell’Uomo che non ha saputo guardare oltre sé stesso. La corsa sfrenata al profitto, legittimata da questa folle economia del “più” ad ogni costo, ha trascinato nella sua piena qualunque cosa e ha lasciato al suo passare solo una profonda mancanza di dignità. E molti morti.</p>
<p style="text-align: justify;">Se non fosse per gli sguardi puliti delle persone con cui condivido questa assurda attesa, per quello del PM Alessandro Milita che è venuto a salutarci al mattino e per quello ormai privo di luce delle tante vittime campane, io non avrei ragioni per andare avanti. Sono loro il mio limite, il limite alla mia pazzia.</p>
<p style="text-align: justify;">Pochi istanti ancora e sapremo, mentre tratteniamo il respiro, che Chianese Cipriano, Cerci Gaetano e Facchi Giulio vengono condannati rispettivamente a 20, 16 e 5 anni di reclusione in primo grado di giudizio e in un giorno che rimarrà, per noi, storico. Anche se si tratta di uno dei tanti round di un lunghissimo match, riaffiora la speranza nei giorni che verranno: ora è scritto che sono gli imprenditori e la politica ad essi vicina i veri protagonisti del nostro eccidio ambientale, mentre la camorra ne è solo il braccio armato. La “montagna di merda” di Peppino Impastato si popola sempre più di inquietanti figure dall’aria per bene e dallo sguardo tranquillo.</p>
<p style="text-align: justify;">Distolgo il mio da quell’aula piena di gente e lo rivolgo verso i tanti attivisti che negli anni non hanno mai mollato. E’ loro l’immagine che voglio rimanga impressa nei miei occhi, non quella di Chianese in completo scuro o di Cerci dietro le sbarre. Appartiene a loro la sofferenza, la povertà, lo splendore di questo giorno lento e terribile, come appartiene a tutti noi il sacrificio di Roberto Mancini, “morto per dovere”.</p>
<p style="text-align: justify;">A casa, spiegando alla mia piccola cosa ha fatto la sua mamma assente fin dal mattino, mi sento rispondere che “quell’uomo cattivissimo” dovrebbe rimanere in prigione non per 20, ma per 2300 anni. E così, di colpo, mia figlia mi restituisce un po’ di quell’innocenza che, guardando attraverso il vetro dell’aula 116, credevo il mondo avesse perso per sempre.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Miriam Corongiu</em></p>
<p style="text-align: justify;">Articolo pubblicato sul sito nazionale del <a href="http://decrescitafelice.it/2016/07/processo-resit-non-solo-la-mafia-e-una-montagna-di-merda/">Movimento per la Decrescita Felice</a></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Riferimenti bibliografici:</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>“Io, morto per dovere” – Luca Ferrari, Nello Trocchia – Chiarelettere, febbraio 2016</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>“Monnezza di Stato” – Antonio Giordano, Paolo Chiariello – Minerva Ed., gennaio 2015</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Per documenti Video:</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em><a href="https://www.youtube.com/channel/UCP4vRiVr4SJZcFddrYe_XxA">Pino Ciociola</a>, inviato speciale di Avvenire</em></p>
<p style="text-align: justify;">Fonte foto in evidenza: www.diariopartenopeo.it</p>
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		<title>Questione di QUORUM</title>
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		<pubDate>Sun, 17 Apr 2016 10:06:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Miriam Corongiu]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[17 aprile]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>Il Referendum del 17 aprile è davvero una dichiarazione d’amore. E non solo per il nostro mare. Siamo chiamati a riprenderci il ruolo centrale nei processi decisionali che ci spetta di diritto e siamo chiamati a fare una scelta capace di futuro. Ci si chiede un gesto, un SI: un SI al rispetto della Vita le cui ragioni dovrebbero essere [...]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il Referendum del 17 aprile è davvero una dichiarazione d’amore. E non solo per il nostro mare. Siamo chiamati a riprenderci il ruolo centrale nei processi decisionali che ci spetta di diritto e siamo chiamati a fare una scelta capace di futuro. Ci si chiede un gesto, un SI: un SI al rispetto della Vita le cui ragioni dovrebbero essere sempre il faro dei nostri giorni.</p>
<p style="text-align: justify;">Decidere che le estrazioni in mare di idrocarburi entro le 12 miglia dalla costa debbano essere fermate allo scadere della concessione e non all’esaurimento dei giacimenti è affermare il desiderio di cambiamento. Questo quesito referendario non è solo una goccia nel mare, per quanto possa sembrare di esiguo respiro: è, nei fatti, il punto di partenza del lungo viaggio verso la necessaria transizione dall’ (in)civiltà del petrolio a quella della riduzione degli sprechi energetici in primis e dell’obiettivo 100% rinnovabili poi. E a giudicare dai chiari tentativi del Governo di boicottare le urne con il costosissimo scorporamento dalle prossime amministrative, dal clamoroso anticipo della data, dall’averci riservato un solo giorno per il voto e dal silenzio stampa con cui ha tentato di condire tutta la vicenda, è anche l’occasione per dimostrare che siamo ancora interessati alle sorti del nostro Paese e che abbiamo tutta l’intenzione di tornare a essere protagonisti della vita politica dalla quale cercano di escluderci a tutti i costi.</p>
<p style="text-align: justify;">Non solo possiamo, ma dobbiamo.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2016/04/si-lo-voglio1.jpg"><img class=" size-medium wp-image-376 alignleft" src="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2016/04/si-lo-voglio1-300x293.jpg" alt="si, lo voglio" width="300" height="293" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Gli inviti all’astensionismo proprio all’apertura di un’intera stagione referendaria, vergognosi per un capo di Governo, dovrebbero farci saltare dalla sedia e ci dicono quanto la nostra classe dirigente abbia a cuore l’opinione dei cittadini. Noi della Decrescita Felice crediamo, invece, che la somma di tanti comportamenti virtuosi possa smuovere le montagne e non solo perché alla matematica non si sfugge. Ci crediamo perché riprenderci il nostro ruolo nel mondo, facendo scaturire dall’amore per l’Universo un profondo senso di responsabilità per tutto ciò che ci circonda, significa scegliere ogni giorno da che parte stare. Significa rifiutare la passività e agire concretamente sul territorio, anche incamminandoci verso i seggi elettorali in una domenica di aprile.</p>
<p style="text-align: justify;">Significa cercare di ristabilire correttamente il vero ordine tra causa ed effetto e gridare all’ingiustizia laddove la rileviamo. L’oro nero affama e uccide le popolazioni che vivono nei distretti petroliferi. In nome del petrolio si scatenano infinite guerre i cui devastanti effetti si ripercuotono non solo dove vengono combattute, ma anche qui dove ci sentiamo più al sicuro. Non è progresso quello che ci costringe a scegliere tra lavoro e salute, non è futuro quello in cui una parte del mondo sfrutta l’altra per potersi approvvigionare di risorse sempre più rare mentre distrugge l’intero ecosistema solo per poter stabilire il primato del più forte.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.decrescita.com/news/wp-content/uploads/2016/04/no-triv_3.jpg" rel="attachment wp-att-13804"><img class="alignright size-medium wp-image-13804" src="http://www.decrescita.com/news/wp-content/uploads/2016/04/no-triv_3-229x300.jpg" alt="no triv_3" width="229" height="300" /></a>Voi non credete che tutto questo c’entri con il referendum del 17 aprile? Noi SI.</p>
<p style="text-align: justify;">Perché siamo con orgoglio le lumache che credono nei piccoli passi e perché sappiamo che ogni cambiamento -che non sia solo di facciata &#8211; richiede tempo e sempre una scintilla da cui far divampare il fuoco.</p>
<p style="text-align: justify;">Domenica prossima, perciò, diciamo SI al nostro futuro e dichiariamo con passione il nostro amore per il mare e per la vita. In fondo è, come sempre, una questione di Quorum.</p>
<p style="text-align: justify;">Articolo pubblicato su <a title="Decrescita Felice Social Network" href="http://www.decrescita.com/news/">Decrescita Felice Social Network</a></p>
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		<title>No Triv e il 17 aprile: la marea che sale dal basso</title>
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		<pubDate>Mon, 11 Apr 2016 21:21:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Miriam Corongiu]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Il 17 aprile siamo tutti chiamati a esercitare un diritto fondamentale. Qualunque cosa dicano il premier Renzi e le varie voci a favore del NO, il referendum abrogativo sulle trivelle non è inutile e non verte solo su un dettaglio tecnico: è la possibilità di riappropriarci di uno strumento, l’ultimo, di democrazia diretta e di dare un giudizio politico sull’operato [...]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il 17 aprile siamo tutti chiamati a esercitare un diritto fondamentale. Qualunque cosa dicano il premier Renzi e le varie voci a favore del NO, il referendum abrogativo sulle trivelle non è inutile e non verte solo su un dettaglio tecnico: è la possibilità di riappropriarci di uno strumento, l’ultimo, di democrazia diretta e di dare un giudizio politico sull’operato di un governo le cui strategie energetiche, come dimostra il recente scandalo di Tempa Rossa in Basilicata, hanno il solo scopo di favorire i finanzieri dell’oro nero.</p>
<p style="text-align: justify;">Il quesito referendario, l’unico di sei sopravvissuto al vaglio della Corte Costituzionale, pone un interrogativo preciso: noi italiani dovremo decidere se le concessioni per la coltivazione di idrocarburi a meno di dodici miglia dalla costa dovranno cessare all’esaurimento dei giacimenti di gas o petrolio che vi insistono oppure al termine della durata della concessione (trent’anni che possono, tra varie proroghe, arrivare anche a cinquanta). Intorno a quella che sembra una goccia nel mare, una specie di cavillo giuridico, si muovono non solo i due schieramenti del SI e del NO, ma due concezioni del mondo del tutto antitetiche. Forti solo della loro volontà e del senso critico che un governo molto autoritario e poco autorevole sa instillare, i “quattro comitatini” che pullulano su tutto il territorio nazionale hanno ingaggiato una feroce lotta contro il tempo, sostenendo sopra ogni cosa il diritto dei popoli ad autodeterminarsi. Il Coordinamento Nazionale No Triv, che da anni catalizza le lotte e le esperienze delle comunità afflitte dall’insulto ambientale prodotto dalle trivellazioni, ha messo in campo mille iniziative e una campagna referendaria come poche: creatività, spirito, informazione capillare.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://decrescitafelice.it/wp-content/uploads/si-lo-voglio-2-1.jpg" rel="attachment wp-att-11584"><img class="alignright wp-image-11584" src="http://decrescitafelice.it/wp-content/uploads/si-lo-voglio-2-1.jpg" srcset="http://decrescitafelice.it/wp-content/uploads/si-lo-voglio-2-1-150x150.jpg 150w, http://decrescitafelice.it/wp-content/uploads/si-lo-voglio-2-1-300x300.jpg 300w, http://decrescitafelice.it/wp-content/uploads/si-lo-voglio-2-1.jpg 540w" alt="si, lo voglio 2" width="471" height="471" /></a>Quell’informazione artatamente boicottata, come tutto il referendum, sulla TV generalista e sui quotidiani main stream, è invece passata sul web, sui social networks e soprattutto in migliaia di incontri, convegni, banchetti informativi, catene umane, flash mob, spot di artisti, concerti, cortometraggi. Insomma, quanto più Renzi pensa di oscurare, tanto più i territori fanno luce con il mezzo più potente che hanno a disposizione: la cultura. Stare insieme, uniti nell’impegno attivo e nello sviluppo di sapere e consapevolezza, diventa così  una rivoluzione pacifica.</p>
<p style="text-align: justify;">Fossi in Renzi, rifletterei su questa ondata che viene dal basso. Non tanto in virtù del 18 aprile: il giorno dopo il referendum, non si perderà nessun posto di lavoro, né – come la mala fede fa dire ai sostenitori del NO – dovremo fare a meno del petrolio o del gas metano da un momento all’altro. La password è “transizione” e l’espressione chiave è riduzione graduale dei consumi e degli sprechi a vantaggio di forme alternative di energia pulita. Transizione vuol dire passaggio, trasformazione. Vuol dire che nuovi comparti energetici in grado di rispettare l’ambiente, se favoriti, produrranno impiego senza cannibalizzare altre forme di economie territoriali come turismo e agricoltura.</p>
<p style="text-align: justify;">Il Primo Ministro non comprende che la gente, in maniera molto naturale e spontanea, si riconosce nell’opposizione (e lo si legge sui comunicati di tutti i comitati referendari) ad un modello di sviluppo iniquo e assassino. A questo punto, caro Matteo, non siamo solo noi della Decrescita Felice a necessitare le cure di “uno bravo”, come lei di recente ha sostenuto. Siamo i 60.000 di Lanciano, i 130.000 della Terra dei Fuochi, i 40.000 di Potenza. Siamo tanti, troppi. Siamo persone con una visione di ampio respiro e con una speranza: quella di liberarci di uomini come lei che pensano di poter soffocare le nostre aspettative e, quel che è peggio, di barattare la nostra vita con un pugno di barili di petrolio a colpi di emendamenti notturni e telefonate imbarazzanti.</p>
<p style="text-align: justify;">Siamo stanchi di dover scegliere tra lavoro e salute, tra il pane e le cure mediche. In molti casi, siamo addirittura disperati. Ma sappiamo che è la vita dei nostri figli a essere il vero oro. E non è certo nero.</p>
<p style="text-align: justify;">Pertanto, questo referendum, che ci è costato tanto quanto tutte le royalties provenienti dagli idrocarburi estratti nell’ultimo anno e solo perché lei ha pensato di metterci i bastoni tra le ruote scorporandolo dalle amministrative di maggio, non è affatto un dettaglio tecnico: è la possibilità che lei ci ha gentilmente concesso di essere ancora di più una comunità consapevole, unita, forte. In questo, lo devo ammettere, lei ha ottenuto più risultati dello stesso Coordinamento Nazionale No Triv.</p>
<p style="text-align: justify;">A fronte del suo gravissimo e vergognoso invito all’astensionismo, di tutti i sotterfugi adottati con la Legge di Stabilità per non arrivare alle urne e indipendentemente dai risultati del referendum stesso, noi oggi siamo nei fatti una marea. E il mare, ci pensi su,  non lo ferma nessuno: nemmeno le sue trivelle.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Miriam Corongiu</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Articolo pubblicato sul sito nazionale di</em> <a title="No Triv e il 17 aprile: la marea che sale dal basso" href="http://decrescitafelice.it/2016/04/no-triv-e-il-17-aprile-la-marea-che-sale-dal-basso/">MDF:http://decrescitafelice.it/2016/04/no-triv-e-il-17-aprile-la-marea-che-sale-dal-basso/</a></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><em><span class="whole-read-more">“Per me l’uomo colto è colui che sa dove andare a cercare l’informazione nell’unico momento della sua vita in cui gli serve” – Umberto Eco</span></em></p>
<p><a href="http://www.notriv.com/">Coordinamento Nazionale No Triv</a></p>
<p><a href="http://dorsogna.blogspot.it/">Maria Rita D’Orsogna – fisico, docente universitario, attivista ambientale</a></p>
<p><a href="https://www.youtube.com/watch?v=aubnsXS-_FY">Enzo Di Salvatore, docente di Diritto Costituzionale e co-fondatore del CN No Triv – Le Ragioni del SI</a></p>
<p><a href="https://www.youtube.com/watch?v=n6d-oVTJVW8">Criminali dalla faccia pulita – Roberto Pennisi, DNA, sui legami tra mafie e imprenditoria deviata nell’Italia dei Veleni. Intervista di Pino Ciociola.</a></p>
<p><a href="https://andreaspartaco.wordpress.com/amaralucania_il-film/">Amara Lucania – docufilm di Andrea Spartaco</a></p>
<p><a href="http://www.decrescita.com/news/si-contro-ignoranza-e-bugie/">“Referendum 17 aprile: SI contro ignoranza e bugie” di Igor Giussani, Decrescita Felice Social Network</a></p>
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		<title>Azioni in&#8230;campo!</title>
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		<pubDate>Wed, 23 Mar 2016 14:25:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Miriam Corongiu]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Tutti in classe! Un cesto di mandarini e una pen drive sono per oggi i miei attrezzi del mestiere: dai miei orti conviviali alla II B, scuola media “Mauro Leone” in provincia di Napoli, per seminare in conoscenza e coltivare la speranza con “Azioni in…campo!”, il mio semplice progetto su agricoltura buona, economia solidale e difesa ambientale. Si parla d’amore, stamattina! [...]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p class="pagetitle" style="text-align: justify;">Tutti in classe! Un cesto di mandarini e una pen drive sono per oggi i miei attrezzi del mestiere: dai miei orti conviviali alla II B, scuola media “Mauro Leone” in provincia di Napoli, per seminare in conoscenza e coltivare la speranza con “Azioni in…campo!”, il mio semplice progetto su agricoltura buona, economia solidale e difesa ambientale. Si parla d’amore, stamattina! D’amore e rispetto per la terra da tradurre in gesti quotidiani, suggerendo che le singole scelte contano e che fanno la differenza. Sempre!</p>
<p style="text-align: justify;">Nell’aula, vivace e rumorosa, la lavagna multimediale fa sfigurare un po’ quella in ardesia che le è rimasta timidamente accanto e ventisette paia di sguardi curiosi mi dicono che, anche se solo per le prossime due ore, ho il grande privilegio di cercare la strada verso la loro immaginazione. Il futuro si costruisce così: disegnando un mondo migliore con i gessetti colorati.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2016/03/20160216_091645.jpg"><img class="  wp-image-352 alignleft" src="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2016/03/20160216_091645-300x169.jpg" alt="20160216_091645" width="334" height="188" /></a>In jeans e maglietta mi aggiro un po’ intimorita tra i banchi e chiedo: “Avete mai pensato di fare i contadini da grandi? ” Certo che nessuno ci ha mai pensato! Chi penserebbe oggi che i contadini sono le vere sentinelle della terra? Oggi siamo in molti a studiare, impariamo tecniche antiche e nuove, ci informiamo su ciò che davvero è meglio per le colture, ma soprattutto amiamo intensamente. Sappiamo, per esempio, che in un solo grammo di roccia vivono circa 14.000 microorganismi e che le radici delle piante messe a dimora in un campo dovranno creare milioni di legami con ciascuno di essi: pesticidi e diserbanti spazzano via questo continuo fare all’amore e avvelenano ciò che vi cresce su. Lavoriamo duramente noi contadini, a schiena bassa, e non dovremmo lasciare che i contadini di altri mondi, in Sud America o in Africa, vengano schiavizzati dalle multinazionali dell’agroalimentare: il sudore è lo stesso in ogni angolo del globo, dovremmo avere tutti gli stessi diritti. Conosciamo il potere distruttivo dell’inquinamento, legale ed illegale (ma comunque e sempre criminale) e dovremmo porci a difesa del nostro territorio, perché più di tutti sappiamo che se si ammala la terra, noi ci ammaliamo con lei.</p>
<p style="text-align: justify;">Li vedo, i ragazzi, mentre vanno via le slide animate e colorate, stare attenti a parole che, forse, non hanno mai sentito. E fanno domande anche, parlando delle loro esperienze in un orto, contenti di potermi dare del tu. Ma come potreste fare voi, se anche non diventaste mai contadini, ad amare la terra e a proteggerla sempre? Prima regola: mangiare bene! Poca carne! Perchè mangiare carne, dimostro loro, non fa solo male alla salute – se si eccede – ma anche all’ambiente: per consumo di suolo, di combustibili fossili e d’acqua.</p>
<p style="text-align: left;"><a href="http://decrescitafelice.it/wp-content/uploads/CASSETTE-ORTAGGI.jpg"><img class=" size-medium wp-image-9733 alignright" src="http://decrescitafelice.it/wp-content/uploads/CASSETTE-ORTAGGI-300x184.jpg" alt="" width="300" height="184" /></a>E le verdure? Si, ok…Ma quali verdure? Facciamo un gioco, dividiamoci in squadre!!! Scatta subito il rumore assordante dei banchi che si spostano, il chiasso di chi ha davanti un po’ di svago e le voci, sempre troppo alte, dei ragazzi che si affacciano alla vita. Passano sulla lavagna multimediale le foto di frutta e ortaggi: per ogni abbinamento corretto tra un prodotto della terra e la sua stagione, assegnerò un mandarino del mio albero…ridono!!! E rido felice anch’io.</p>
<p style="text-align: justify;">Così, mentre ci divertiamo tra un cavolfiore e una prugna, i mandarini si accumulano sui banchi e scopriamo che le melanzane a gennaio non ci sono – e no, proprio non ci sono – e che se le vediamo al supermercato non dobbiamo fidarcene, perché sono coltivate tra mille sostanze nocive. La natura è così perfetta da darci stagione per stagione tutte le sostanze nutritive di cui ha bisogno il nostro organismo. Bisogna assecondare il ritmo delle stagioni, della luna e del cuore, riappropriarsi della simbiosi che è sempre esistita tra noi e la terra. E bisogna soprattutto tornare a comprare dai contadini perché i contadini sanno aspettare e la loro attesa rispetta profumi e sapori e…la squadra B vince!!!Giù di applausi mentre ci ricomponiamo un po’ e andiamo tutti insieme a parlare, tra le ultime risate, di contadini nel mondo.</p>
<p><a href="http://decrescitafelice.it/wp-content/uploads/raccoglitore-canna-da-zucchero.jpg"><img class="wp-image-9737 " src="http://decrescitafelice.it/wp-content/uploads/raccoglitore-canna-da-zucchero-300x200.jpg" alt="" width="400" height="300" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">In questa foto tratta da “Internazionale”, posano due coltivatori di canna da zucchero, padre e figlio, in Nicaragua: “Il lato oscuro del cibo”. Suggerisco ai ragazzi di guardare oltre l’immagine, perché possano guardare anche oltre il cibo sulle loro tavole. Caffè, zucchero, cacao sono solo alcuni dei prodotti che arrivano da altri mondi e il cui basso costo è fondato sullo sfruttamento del lavoro servile in campi così lontani da sembrare irreali. Quando mostro ai ragazzi un pacco di zucchero da commercio equo e solidale, mi rendo conto che non sanno nemmeno che il vero colore dello zucchero è quello bruno, come la pelle di chi lo raccoglie. Si, costa di più…ma vale sempre la pena privarsi di qualcosa per sostenere le popolazioni che ne hanno bisogno e per mangiare sano.  Si chiamano acquisti responsabili.</p>
<p style="text-align: justify;">Ed è sulla responsabilità che provo a far leva per parlare di inquinamento: la Campania, Terra tradita dai Fuochi.  Per gentile concessione di Pino Ciociola, inviato speciale di Avvenire, instancabile nel difendere i diritti fondamentali di chi si ammala e muore qui da noi, ho potuto mostrare in aula uno dei suoi documenti video.</p>
<p><iframe width="860" height="484" src="https://www.youtube.com/embed/inZN_4Fc_Z4?feature=oembed" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<p style="text-align: justify;">Se è vero, come è vero, che la terra non è una cosa, ma un essere vivente, realtà come quella della Resit di Giugliano in Campania non dovrebbero poter esistere. In questa enorme discarica di proprietà dell’avvocato Cipriano Chianese, imprenditore senza scrupoli e signore dei rifiuti , sono state sversate 350.000 tonnellate di rifiuti speciali provenienti da tutta Italia. Il geologo Renato Balestri, su richiesta della Procura di Napoli, scrive nel famoso rapporto del 2010 che “la contaminazione in corso nell’area vasta di Giugliano è così grave che entro il 2064 provocherà un disastro ambientale totale”. Il Commissario alle Bonifiche Mario De Biase, nel 2013, sostenne che la soluzione più sicura, oltre a convertire in “no food” tutti i terreni coltivati circostanti, avrebbe dovuto essere un enorme sarcofago sotterraneo in cemento armato. Come a Chernobyl o a Fukushima. In quanti ancora dovremo morire, a Giugliano come in qualunque altra terra dei fuochi all’italiana, per la lucida scelleratezza di questa generazione di assassini?</p>
<p style="text-align: justify;">Amare teneramente e senza misura. Custodire la vita. Ripristinare il legame spezzato con la terra. Suscitare meraviglia e stupore per l’infinita Bellezza del Creato. E’ questo che si deve fare, a partire dai piccoli, per riconvertire un manto erboso da tappeto sotto il quale nascondere rifiuti tossici al prato che è sempre stato.</p>
<p style="text-align: justify;">Riprendo il mio cesto di frutta, ormai vuoto, e rinfodero la mia pen drive: lascio i ragazzi contenta di aver fatto almeno un tentativo in questa direzione e mi dico che però devo aver colpito nel segno se una bimba pienotta, con le mani cariche di mandarini, alla fine del video sulla Terra dei Fuochi mi dice: “Ma questa gente, ai bambini non ci pensa?”</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Miriam Corongiu</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Desidero ringraziare <a title="Pino Ciociola" href="https://www.youtube.com/channel/UCP4vRiVr4SJZcFddrYe_XxA">Pino Ciociola</a> – ed è un moto del cuore, non gesto di cortesia – per essersi reso disponibile con chi, come me,  prova a muovere qualche passo nella giusta direzione. </em></p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.georgika.it/wordpress/?p=349">Azioni in&#8230;campo!</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.georgika.it/wordpress">Georgika</a>.</p>
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