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	<title>Georgika &#187; costume</title>
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	<description>Terre dei Fuochi. E di Vita.</description>
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		<title>Halloween o Samhain?</title>
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		<pubDate>Sun, 30 Oct 2016 20:41:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Miriam Corongiu]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Sono solita, da diversi anni ormai, festeggiare Halloween come si conviene. Non tacciatemi di esterofilia, non pensate che il mio sia un cedimento alla commercializzazione dell’inutile. Nella realtà (e non certo nella pubblicità),Halloween è un ponte tra ciò che abbiamo dimenticato e ciò che ci aspetta: è la commemorazione del mondo dell’anima, della dimensione spirituale che non coltiviamo più e della [...]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Sono solita, da diversi anni ormai, festeggiare Halloween come si conviene. Non tacciatemi di esterofilia, non pensate che il mio sia un cedimento alla commercializzazione dell’inutile.</p>
<p style="text-align: justify;">Nella realtà (e non certo nella pubblicità),Halloween è un ponte tra ciò che abbiamo dimenticato e ciò che ci aspetta: è la commemorazione del mondo dell’anima, della dimensione spirituale che non coltiviamo più e della Natura che finalmente, dopo le fatiche dell’estate, si prende il suo meritato riposo. E soprattutto, non è solo una festa statunitense.</p>
<p style="text-align: justify;">Samhain (S<i>owin</i>) era l’antica festa celtica della cesura più importante dell’anno: la celebrazione della fine e dell’inizio per ricordare che la vita e la natura sono un cerchio. La terra da, la terra prende. Nello  sfumare dell’estate nel rigore dell’inverno, anche il confine tra la vita e la morte diviene sottile al punto tale da consentire una qualche forma di passaggio tra una dimensione e l’altra e le civiltà rurali si preparavano ad accogliere il gelo della nuova stagione  e a ricordare l’oscurità della morte.</p>
<p style="text-align: justify;">Le rape irlandesi e scozzesi, divenute poi zucche nel continente americano, venivano intagliate perché accogliessero la luce di una fiammella a rischiarare il regno dei morti (Jack o’Lantern).  I bambini, per ingraziarsi le anime dei familiari defunti, venivano spediti in giro per le case a chiedere frutta e dolci, pena un’innocente maledizione.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2016/10/Logo-Su-Mortu-Mortu.jpg"><img class=" size-medium wp-image-416 alignleft" src="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2016/10/Logo-Su-Mortu-Mortu-186x300.jpg" alt="Logo Su Mortu Mortu" width="186" height="300" /></a>In Sardegna, la festa ha molti nomi, ma tratti similari: Is Animmeddas, Su mortu mortu, Su Prugadoriu o Is Panixeddas. I bambini girano per le case chiedendo un’offerta “pro su ‘ene ‘e sas ànimas”, “<i>per il bene delle anime”<a title="" href="http://www.decrescita.com/news/wp-admin/post-new.php#_ftn1"><b>[1]</b></a></i>; si intagliavano le zucche e si accendevano lampade per ogni defunto della famiglia.</p>
<p style="text-align: justify;">In Sicilia, si dice che tra il 1° e il 2 novembre i defunti tornino dall’aldilà e quindi ad Erice escono dalla Chiesa dei Cappuccini, mentre a Partinico indossano un lenzuolo e portano una torcia accesa percorrendo la città. Ma non solo: i morti rubacchiano dolci (pupi di zuccaru, nucàtuli, crozzi ‘i mottu e martorana) e giocattoli per regalarli poi ai bimbi meritevoli della propria famiglia<a title="" href="http://www.decrescita.com/news/wp-admin/post-new.php#_ftn2">[2]</a>.</p>
<div id="attachment_417" style="width: 310px" class="wp-caption alignright"><a href="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2016/10/cocce-priator.jpg"><img class="wp-image-417 size-medium" src="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2016/10/cocce-priator-300x200.jpg" alt="cocce priator" width="300" height="200" /></a><p class="wp-caption-text">Orsara di Puglia, &#8220;Fucacoste e cocce (zucche) priatorje&#8221;</p></div>
<p style="text-align: justify;">In Puglia, a cena, si usa imbandire la tavola per i morti che si ritiene tornino per un giorno, si decorano le zucche chiamate “cocce priatorje” e i ragazzi cercano  “l’aneme de muerte”, cantando un antico stornello che convinca le donne ad aprire le case e a donare dolci, castagne e altre leccornie<a title="" href="http://www.decrescita.com/news/wp-admin/post-new.php#_ftn3">[3]</a>.</p>
<div id="attachment_418" style="width: 310px" class="wp-caption alignleft"><a href="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2016/10/los-dias-de-los-muertos.png"><img class="size-medium wp-image-418" src="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2016/10/los-dias-de-los-muertos-300x191.png" alt="Messico, abiti tradizionali nei Los Dias de Los Muertos" width="300" height="191" /></a><p class="wp-caption-text">Messico, abiti tradizionali nei Los Dias de Los Muertos</p></div>
<p style="text-align: justify;">In Messico, durante Los Dias de los Muertos, le piazze si riempiono di bancarelle che offrono i dolci della festa e vengono ornate di arancione, il colore del <i>chempasùchil, </i> la calendula degli Aztechi simbolo della terra, dei cari perduti e delle processioni fino ai luoghi sacri<a title="" href="http://www.decrescita.com/news/wp-admin/post-new.php#_ftn4">[4]</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Quindi, chiamiamola pure Halloween questa festa così dileggiata, ma è solo un rito di passaggio tipico di tutte le culture contadine, legate alla semina, al raccolto e al ciclo della vita.</p>
<p style="text-align: justify;">A casa mia, seminiamo le zucche in primavera e le raccogliamo alla fine dell’estate.</p>
<p style="text-align: justify;">Se il mio orto mi ha dato buoni frutti, riesco ad avere anche quelle morbide, quelle buone per l’intaglio, che ad Halloween si trasformano in tante buffe facce. Preparo da sola, spesso con materiali riciclati, le decorazioni per la festa e le mie amiche sfornano fantastici dolci a tema che sono la gioia dei nostri bimbi.</p>
<p style="text-align: justify;">È la mia personale festa dell’autunno e della terra stanca, che così tanto mi ha dato d’estate e che merita di essere celebrata anche nel riposo, promessa di primavera.</p>
<p style="text-align: justify;">È la mia personale festa della terra che accoglie chi ho amato: la festa del rosmarino che ho piantato accanto alla tomba di mio padre e che, come in un racconto di Erri De Luca, immagino lo accarezzi delicatamente con le sue radici.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma fuori da qui, dal nostro mondo fatto di cose semplici e di ritrovato senso, Halloween è la festa del diavolo, del marketing, delle discoteche, del terrore cinematografico.</p>
<p style="text-align: justify;">Buona parte della Chiesa cattolica si scaglia contro le nuove usanze pagane, a Perugia una studentessa inglese viene uccisa dopo una festa, le città del divertimento gareggiano in intrattenimenti sempre più orrifici e i negozi si vestono d’arancio e viola per vendere di più.</p>
<p style="text-align: justify;">Sconnettendoci dal nostro passato, ci siamo catapultati in un rovesciamento totale del senso delle cose e abbiamo disimparato cosa siamo e da dove veniamo.  Senza radici, siamo solo sterpi.</p>
<p style="text-align: justify;">Perfino nelle fiabe classiche luce e tenebra si armonizzano  e spiegano una le ragioni dell’altra. Ma le fiabe non si raccontano più e non impariamo più a riconoscere e a convivere saggiamente con la naturale oscurità della nostra anima . E così teschi, sangue, zombies, vampiri, cimiteri, serial killers…tutto va bene nell’immane calderone del moderno <i>“panem et circenses”.</i></p>
<p style="text-align: justify;">Stravolgiamo le stagioni e così anche i riti ad esse legati; pensiamo di essere padroni del nostro tempo e  invece ci misurano in Rounds Per Minutes; dimentichiamo che la morte è quanto di più naturale ci sia in vita e così la esorcizziamo facendola diventare un fenomeno da baraccone.</p>
<p style="text-align: justify;"> Come direbbe Jack lo Squartatore : “Benvenuti all’inferno, signori miei”.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Articolo pubblicato su <a href="http://www.decrescita.com/news/halloween-o-samhain/">Decrescita Felice Social Network</a></em></p>
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		<title>Perdere il lavoro. E trovare me</title>
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		<pubDate>Tue, 21 Apr 2015 19:24:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Miriam Corongiu]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/04/mouse-cappio.jpg"><img class=" size-medium wp-image-242 alignleft" src="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/04/mouse-cappio-225x300.jpg" alt="mouse cappio" width="225" height="300" /></a>Va bene, ci siamo. Lo chiamano “Piano di Licenziamento Collettivo”. &#8220;C’è una procedura &#8211; hanno detto &#8211; adeguatevi&#8221;. Una delle società di navigazione più competitive a Napoli, quella per cui lavoro io, naufraga a causa di una scellerata politica d’investimenti e manda a casa quasi metà dell’organico. Un foglio di carta, una riunione in cui i dirigenti si mostrano contriti, le trattative sindacali e poi basta. Basta con tutto, con la tua vita così come l’hai condotta per un bel pezzo, con le piccole certezze di cui ti sei nutrita così a lungo.</p>
<p style="text-align: justify;">Seduta alla mia scrivania, raccolgo i cocci dei miei anni dietro la tastiera. Apro i cassetti e fisso inebetita decine di fogli privi di senso, sterili nel contenuto allora come oggi. Accanto al telefono, interno 155, la foto di mia figlia piccola tra i fiorellini di carta e stoffa che abbiamo ritagliato insieme e che ho portato qui per sentirmi meno lontana da lei. E meno in colpa. Un computer, due monitor, un <em>mouse pad</em> eredità di una collega che andò via…le luci al neon, le gabbie in vetro di un <em>open space</em>, mentre Napoli sorride luminosa là fuori, sulla terrazza che si offre alla Riviera di Chiaia. <a href="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/03/napoli.jpg"><img class=" size-medium wp-image-121 alignright" src="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/03/napoli-300x225.jpg" alt="napoli" width="300" height="225" /></a>Il caffè qui sotto e le passeggiate sulla Caracciolo durante la pausa pranzo, la libreria a due passi dove ci siamo spesso rifugiati in cerca di una quarta di copertina che ci facesse sognare, la via delle grandi firme dove puoi ammiccare alle vetrine solo pochi secondi per poi ridere di una ricchezza sfacciata che ti fa sentire a disagio, che non è tua: piccoli ritagli di una vita da impiegata che hanno messo su, giorno dopo giorno, un collage lungo quasi dieci anni.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma che ne sanno quelli in giacca scura e viso compassato, quelli che hanno deciso di stravolgere tutti i miei equilibri, di cosa significa lasciare questo posto. Che ne sanno loro delle difficoltà per arrivare qui dalla periferia tutte le sante mattine su mezzi pubblici fatiscenti, la sveglia alle 5.30, le corse affannose per nemmeno mille euro al mese; che ne sanno dei sensi di colpa di una madre che si  interrogava ogni giorno su cosa fosse meglio per la sua famiglia, del primo dentino che non ha visto cadere, delle notti in bianco e di una manina paffuta che la salutava al mattino sulla porta di casa, il cuore stretto mentre si allontanava.</p>
<p style="text-align: justify;">Loro non capirono di certo perché piansi quando mi dissero che, dopo sei mesi di prova, mi avrebbero assunto a tempo indeterminato. Se cominci a 18 anni a darti da fare, ti paghi gli studi da sola, ti pieghi a qualunque tipo di lavoro accettando ogni forma di contratto (quando c’è) e copri distanze siderali per pochi maledetti soldi, il “posto fisso” è un traguardo raggiunto per grazia ricevuta. In Campania la disoccupazione non è una statistica: è il veleno in un pane che non c’è. Dopo anni di durezza e sacrifici, diventi sorda alle tue aspettative. Ti accontenti. Qualunque cosa ti possa garantire una ragionevole tranquillità a fine mese sfratta l’ansia che si era scomodamente fatta di casa tra i tuoi pensieri e con la quale hai vissuto come con una petulante coinquilina.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/04/tagliare.jpg"><img class=" size-medium wp-image-229 alignleft" src="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/04/tagliare-300x156.jpg" alt="tagliare" width="300" height="156" /></a>Poi qualcuno decide di “tagliare” e “le forbici saranno grandi”. E’ bastato un tratto di penna per cancellare la mia vita e me. È straordinaria la potenza propulsiva di certe <em>Mont Blanc</em>: un lancio da Cape Canaveral verso l’ignoto del Jobs Act. Solo che, Houston, abbiamo un problema. Non è liberalizzando il mercato che si troverà più lavoro, semmai combattendo la corruzione che frena gli investimenti in Italia; non è rendendo facili i licenziamenti che le aziende torneranno a fare impresa, semmai abbattendo la burocrazia e la pressione fiscale che strangola i piccoli: 45 contratti di precariato su 47 sono ancora lì e le tutele che il governo Renzi dice “crescenti”, in realtà, ci catapultano indietro di 50 anni. Non eravamo “risorse umane”? Non eravamo il vero capitale su cui investire? Un donna di 43 anni, a Napoli, non lo è. Non ho bisogno di consultare i dati Istat per sapere che ciò che mi aspetta è probabilmente un lavoro squalificante a poche centinaia di euro al mese e, in proporzione, per troppe ore di lavoro.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi guardo allo specchio e mi scopro invecchiata nell’attesa di un sabato che non arriva mai, anni trascorsi tra un ventisette del mese e l’altro, il senso del sacrificio ad oscurare quello della soddisfazione personale. Tornassi indietro, lo rifarei. Ho famiglia, certo che lo rifarei. Ma stavolta ho deciso: ricomincio da me. Non ho sogni all’americana da realizzare, solo un’immagine di me cui assomigliare di più. E se il futuro mi viene negato, forse è al passato che devo volgere lo sguardo.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/04/lattughina.jpg"><img class="  wp-image-230 alignleft" src="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/04/lattughina-225x300.jpg" alt="lattughina" width="312" height="416" /></a>In molte vite c’è spesso un filo rosso, a volte impercettibile, che lega tutte le esperienze e di cui bisogna scoprire l’origine. Il mio si dipana da un fazzoletto di terra, da un cognome che vuol dire “roccia”, da una pianta di rosmarino che sistemai sulla tomba di mio padre (strappato alla sua Sardegna) perché le radici si diramassero delicate nelle mie e nelle sue profondità. Perciò è lì che sento di dover tornare, da dove sono venuta: torno alla mia terra bellissima e complicata, alla piana Felix che ora piange umiliata, alla polvere e al fertile fango in cui scorgo anche l’altra mia terra, l’isola aspra di cui sarò per sempre innamorata. E io l’amerò da morire, questa terra piena di significati, perché non ho intenzione di mancarle di rispetto sfruttandola per i miei scopi. La via dell’agricoltura, la mia via, è contadina, non industriale. Un orto va coltivato con la pazienza che merita e la gramigna estirpata a schiena bassa. Non è la ricchezza materiale che desidero, solo dare un senso al mio lavoro quotidiano: voglio rientrare in casa stanchissima, ma con gli occhi pieni di meraviglia per la vita che mi cresce tra le mani e voglio, fermamente voglio, fare dell’attesa un valore e delle stagioni il mio ritmo naturale.</p>
<p style="text-align: justify;">Ancora seduta alla mia scrivania e dietro la tastiera, accanto a documenti inutili e ad un telefono che non squilla più, i pezzi adesso li ho messi insieme davvero. Non sono più cocci da raccattare, come quelli sparsi qui in ufficio tra modellini di navi e bandiere straniere, ma tessere di un puzzle. So bene che non sarà facile, ma, in fondo, che cosa lo è stato mai nella mia vita? Preferisco progettare un sogno, battermi per dargli corpo, che lasciarmi andare al pessimismo e alla paura.</p>
<p style="text-align: justify;">Mi si butta in mare aperto, ma non tornerò a navigare a vista. Avanti tutta: oggi, la rotta, la decido io. Ora so dove brilla la mia Stella Polare. Una stella che, guarda caso, tutti chiamano anche il “Grande Carro”.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Miriam Corongiu</em></p>
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		<title>Il bisso, la seta fatta di vento</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Apr 2015 12:35:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Miriam Corongiu]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/04/bisso-pulito-e-pettinato_big.jpg"><img class=" size-medium wp-image-187 alignleft" src="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/04/bisso-pulito-e-pettinato_big-300x200.jpg" alt="bisso-pulito-e-pettinato_big" width="300" height="200" /></a>“<em>Ponente, Levante, Maestro e Grecale prendete la mia anima e buttatela nel fondale</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Che sia la mia vita per essere, pregare e tessere…” – Il Giuramento dell’Acqua</em></p>
<p style="text-align: justify;">Nell’isola di Sant’Antioco, in Sardegna, ancora oggi si tesse il vento che soffia dal mare e si conservano i segreti di un’arte antichissima: il bisso. Bruno in penombra, oro sfavillante alla luce del sole, il bisso è una seta leggerissima donata dal mare intorno alla quale, come una perla, si è sedimentata una leggenda. Non è facile individuare le fonti letterarie che ne parlano e sono rari e preziosissimi i manufatti ancora esistenti poiché Il bisso è frutto di una conchiglia oggi specie protetta e soprattutto, per giuramento, non si compra e non si vende: si dona. Lo imparò a sue spese chi provò, in tempi più recenti, a farne mercato in Sardegna come a Taranto, dove la storia vuole che il bisso fosse uno dei simboli della più fastosa tra le <em>poleis</em> magnogreche.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/04/pinna-nobilis-e1427886334451.jpg"><img class=" size-medium wp-image-183 alignright" src="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/04/pinna-nobilis-e1427886334451-300x175.jpg" alt="pinna-nobilis" width="300" height="175" /></a>Il filo di bisso si ricava dunque da una conchiglia, la <em>pinna nobilis, </em>che vive e si sviluppa nei fondali bassi e incontaminati del Mediterraneo. Simile nella forma ad una madreperla, deve il nome al suo modo di spuntare dalle sabbie proprio come una pinna, come se nascondesse nelle profondità del mare la parte più preziosa del suo essere. Infatti, è da ciò che la ancora al fondale, i filamenti che affondano nella sabbia, che si ricava un tessuto degno di re e regine. Nella Bibbia, è scritto che fossero di bisso le vesti di re Salomone e a Roma imperiale, racconta Plinio, le donne di rango pagavano a peso d’oro ciò che per Apuleio, nelle Metamorfosi, è il tessuto “dal colore cangiante…dal bianco splendente al giallo del fiore di croco” della tunica di Iside, la dea che gli apparve sfolgorante dal mare. Nella Taranto dell’epoca d’oro, quella classica, di bisso erano fatte le “tarantinidie”, vesti femminili trasparenti e provocanti. In letteratura, tuttavia, non è sempre chiaro se è di bisso marino che si parla, di lino finissimo o addirittura di un colore molto vicino al porpora.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 500 d.C., all’epoca di Giustiniano, la seta di terra importata dalla Cina e ricavata dai bachi soppiantò, per facilità di lavorazione e di reperimento, quella del mare e il bisso fu usato per ricamare anziché per tessere: occorrono infatti mille pinne per produrre circa due o tre etti di seta marina, oltre che trattamenti lunghi ed elaborati per il confezionamento di piccoli oggetti. Tuttavia, la fama del bisso, divenuto sempre più raro, si propagherà nei secoli come il vento di cui sembra figlio. Nel XIX secolo i manufatti in bisso non mancarono nelle grandi esposizioni universali di Londra o Parigi, dove furono venduti ad un prezzo che superava di cento volte quello della lana più pregiata. Nel 1914, Vittorio Alinari fotografa, a Sant’Antioco, alcune ragazze intente alla filatura del bisso nella scuola di Italo Diana, maestro di un’arte ormai perduta. Tra queste, Leonilde Mereu, la nonna dell’ultimo maestro rimasto: Chiara Vigo.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/04/bisso-chiara.jpg"><img class=" size-full wp-image-190 alignleft" src="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/04/bisso-chiara.jpg" alt="bisso chiara" width="240" height="156" /></a>A diciotto anni, Chiara presta giuramento al bisso e al mare, di cui divenne sposa fedele. In virtù del rispetto sacrale che nutre nei confronti dell’acqua e della vita, studia per anni il modo di estrarre, senza uccidere il mollusco, i filamenti dalle conchiglie oggi specie protetta: ne preleva soltanto i fiocchi terminali, re-insabbia accuratamente le pinne e infine si assicura che abbiano riaperto le valve. I bioccoli così ricavati vengono sottoposti a lunghi e pazienti trattamenti: dissalati per giorni in acqua dolce, asciugati in luoghi ben ventilati e immersi nel succo di limone per farne risaltare la lucentezza, sono poi cardati a spillo con piccole spazzole che ne eliminano impurità e incrostazioni. La difficile filatura manuale con fusi a piombo costituisce l’ultima fase di una lavorazione millenaria prima che il bisso venga affidato al telaio.</p>
<p style="text-align: justify;">Il laboratorio di Chiara Vigo è un museo vivo: non si paga per entrare, non ci sono percorsi obbligati. Lei riceve secondo le esigenze dei visitatori e racconta loro una storia antica che intreccia i propri fili col vento e con le onde del mare. Dell’arte &#8211; sostiene Chiara &#8211; non si può fare mercato perché ciò che vive nelle profondità del nostro essere è inalienabile.</p>
<p style="text-align: justify;">Non lo capirono, agli inizi del XX secolo, due nomi legati al mondo del bisso e il filo di seta che legava Sant’Antioco a Taranto si tinse di cupidigia. I racconti intorno al dottor Basso-Arnoux in Sardegna e Rita Del Bene, tessitrice, in Puglia, sono storie di moderna mercificazione, se non di avidità. Tentarono entrambi la strada della vendita del bisso su larga scala: Basso-Arnoux riuscì a mettere insieme quarantatré chili di ciuffi di bisso e ne propose la lavorazione a diverse filande del nord Italia. “Fa ridere – si legge nei suoi scritti – il sentire gli industriali chiedere quante tonnellate possono averne! Quasi si trattasse di alghe marine o di juta…”. Anche in Svizzera, una fabbrica celebre per le sperimentazioni sui tessuti si rifiutò di trattare il bisso,  perché le impurità avrebbero bloccato le macchine per giorni.</p>
<p style="text-align: justify;">Sulla vicenda della Del Bene, molto simile a quella del dottore sardo, aleggia un’aura di leggenda. Pare fosse donna molto avida, la tessitrice tarantina. Sesta di otto figli e sempre angustiata da problemi economici, riteneva di poter diventare molto ricca grazie alla vendita e alla filatura industriale del bisso, intravedendovi il suo riscatto personale. Raccolse, si dice, tremilacinquecento chili di bisso perché venisse filato, ma il giorno in cui li consegnò alla fabbrica, morì di colpo per un infarto e i padroni della seteria, che avevano tentato di piegare il bisso all’automazione, videro tutte le loro macchine andare distrutte.</p>
<p style="text-align: justify;">Ancora oggi, il bisso impone le sue regole quasi mistiche: la sua lavorazione  non si può ipotizzare che abbia un futuro, almeno secondo i parametri dell’economia globalizzata. Una seta che può essere reperita solo in piccolissime quantità e non consente altra tessitura che quella manuale, non può essere considerata appetibile attività d’impresa. Le ricerche compiute dalla Scuola di Maricoltura di Taranto e finalizzate all’allevamento assistito della <em>pinna nobilis</em>, hanno evidenziato che, pur proteggendo i fondali dalla pesca a strascico con scogliere sommerse sperimentali e trapiantandovi giovani esemplari del mollusco, i risultati ottenuti non possono che relegare il bisso all’interno delle attività tessili “amatoriali”.</p>
<div id="attachment_194" style="width: 310px" class="wp-caption alignright"><a href="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/04/pinna-nobilis1.jpg"><img class="size-medium wp-image-194" src="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/04/pinna-nobilis1-300x225.jpg" alt="La &quot;pinna nobilis&quot;, il più grande mollusco bivalve del mediterraneo, può raggiungere anche 1 m di lunghezza" width="300" height="225" /></a><p class="wp-caption-text">La &#8220;pinna nobilis&#8221;, il più grande mollusco bivalve del mediterraneo, può raggiungere anche 1 m di lunghezza</p></div>
<p style="text-align: justify;">Del resto, il bisso stesso non desidera diventare una voce di bilancio. È quel tipo d’oro che può sfavillare solo sotto una particolare luce: quella di uno sguardo pieno di stupore. La fascinazione del mare e del vento non può essere svenduta, ma soltanto offerta a chi è aperto a comprendere che la vita stessa è una complessa tessitura i cui fili di bisso dorato sono la nostra intima disponibilità alla meraviglia.</p>
<p style="text-align: justify;">L’esistenza della <em>pinna nobilis</em> va preservata esattamente come i fondali incontaminati in cui vive. Le conoscenze antiche e i maestri che le tramandano sono tesori viventi che, anche quando non possono essere capitalizzati, sono comunque fonti di ricchezza inestinguibile. Tutto sta nel capire a quale tipo di ricchezza tendere: la pazienza richiesta dalla tessitura disciplina il cuore, il vero valore del bisso risiede nella devozione che esige, non nella sua rarità. E se c’è un filo che lega tutti noi è quello dell’intimo e profondo desiderio di armonia, un’armonia che per Chiara Vigo, l’ultimo maestro di bisso, viene dal mare della sua Sardegna.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Miriam Corongiu</em></p>
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		<title>La plastica sa. E parla.</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Mar 2015 16:00:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Miriam Corongiu]]></dc:creator>
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<p style="text-align: justify;">La plastica può prendere vita. E svariate forme di vita.</p>
<p style="text-align: justify;">Possiamo trasformarla in altri oggetti e continuare ad usarla, si sa. Oppure, farla diventare un continente e farle generare nuovi ecosistemi. E questo si sa già meno. Ma pochi intuiscono che possiamo perfino farla parlare e farle dire NO.</p>
<p style="text-align: justify;">Al CNR (Istituto per i Polimeri, Compositi e Biomateriali) di Portici, nel Napoletano, si sperimenta, per esempio, un insolito versante del riutilizzo della plastica: un “riciclatore incentivante”. E’ una macchina capace di compattare e di trasformare la PET, attraverso una stampante 3D, in oggetti di artigianato locale, come decorazioni per i presepi o cornetti portafortuna.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche un’idea originale come questa e, per il momento, di limitata applicazione, può aiutare quando si parla di plastica. Perché la plastica si fotodegrada, in mare si smembra grazie anche al movimento meccanico delle onde, ma non si distrugge mai del tutto. È eterna. Prova ne sono le “Isole di Plastica”, che si formano grazie all’ammassarsi dei rifiuti in zone di relativa quiete: le correnti marine si incontrano e creano punti di stasi.</p>
<p style="text-align: justify;">Secondo alcuni studi pubblicati nel corso del 2014<a href="http://www.decrescita.com/news/la-plastica-sa-e-parla/#_ftn1" name="_ftnref1"><span style="color: #0089c4;">[1]</span></a>, l’isola nota ai più, la Great Pacific Garbage Patch, nel solo Pacifico Orientale raggiunge il peso minimo di 21.290 tonnellate, cioè il peso di 132 Boeing 747 o di 120 balenottere azzurre, il più grande animale esistente.</p>
<p style="text-align: justify;">Miliardi di minuscoli frammenti plastici, perciò, si conglomerano fino a raggiungere l’estensione di veri e propri nuovi continenti. Ma non solo. Imitando il plancton, diventano cibo per le specie ittiche entrando così anche nella nostra catena alimentare, con conseguenze non ben definite scientificamente, e generano, addirittura, nuovi ecosistemi. La Plastisfera è, difatti, l’insieme delle comunità microbiche che popolano i rifiuti plastici in mare e ancora non è chiaro in che modo interagisca con fauna e flora marine.</p>
<p style="text-align: justify;">Sbaglieremmo, però, a pensare che le Garbage Patches siano solo una realtà oceanica. Già nel 2010, la spedizione denominata “Expedition Med” ha stimato, tramite rilievi effettuati su 40 stazioni analizzate a largo di Francia, Spagna e Nord Italia, che il peso dei detriti di plastica, entro 20 cm dalla superficie dell’acqua, è di circa 500 tonnellate.</p>
<p style="text-align: justify;">L’estate scorsa, un monitoraggio di Goletta Verde e Accademia del Leviatano su 1700km di “mare nostrum”, ha evidenziato una situazione oltremodo preoccupante<a href="http://www.decrescita.com/news/la-plastica-sa-e-parla/#_ftn2" name="_ftnref2"><span style="color: #0089c4;">[2]</span></a>, tale da farci ipotizzare, in un futuro non troppo lontano, che anche da noi possa formarsi un’isola in plastica e che non sia astruso sostenere che la composizione stessa delle nostre sabbie si stia conseguentemente alterando. Come si può facilmente intuire, ripulire disastri di tale portata significa affrontare costi immani: si stima (Università dell’Oregon) che sia necessaria una quantità di energia, quindi ancora una volta petrolio, pari a 250 volte la massa dei rifiuti.</p>
<p style="text-align: justify;">La soluzione, come sempre, è a monte del problema. Produrre meno rifiuti, smaltirli correttamente e, quando possibile, riutilizzarli. La plastica parla da sé.</p>
<p style="text-align: justify;">Nei luoghi di camorra (Casal Di Principe, Casapesenna, San Cipriano d’Aversa), il buio dell&#8217;inverno è stato rischiarato da “Luci di Speranza”: 50.000 bottiglie di plastica, raccolte da associazioni, volontari e scuole, sono state riciclate e trasformate in opere d’arte da Giovanni Pirozzi. Contro le imponenti e dispendiosissime luminarie delle grandi città turistiche, le Luci di Speranza hanno dato coraggio a territori sviliti dalla malavita e martoriati da roghi e tombamenti di rifiuti tossici.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/03/cigno-pet1.jpg"><img class=" size-medium wp-image-152 alignright" src="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/03/cigno-pet1-225x300.jpg" alt="cigno pet" width="225" height="300" /></a>Un grandioso presepe ha ingentilito la piccola piazza di Casal di Principe con i suo cigni di PET e ci ha fatto accarezzare il sogno di un esistere differente, una vita dove perfino la plastica si anima e diventa il simbolo del riscatto. La plastica ha parlato e ha detto NO. Ed è stato il NO più commovente, la risposta più silenziosa e più assordante al sistema che dei rifiuti fa merce e della vita una nullità.</p>
<p style="text-align: justify;">Si può vivere diversamente, la plastica lo sa.</p>
<p style="text-align: justify;">La scelta, ovvio, è sempre la nostra: possiamo inondare il mondo di spazzatura e morirci dentro. Possiamo alterare tutti gli equilibri naturali e portare all’implosione il nostro pianeta. Oppure, possiamo provare a vederla da altre angolazioni. Possiamo immaginare e creare una realtà che ci somiglia di più.</p>
<p style="text-align: justify;">E per renderla migliore, possiamo provare a farli parlare i rifiuti. Non ci vuole così tanta fantasia. Ascoltandoli bene, ci direbbero molte cose intelligenti.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Miriam Corongiu</em></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.decrescita.com/news/la-plastica-sa-e-parla/#_ftnref1" name="_ftn1"><span style="color: #0089c4;">[1]</span></a> dalla Sea Education-Woods Hole Oceanographic Institution e dalla School of Oceanography dell’ Università di Washington</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.decrescita.com/news/la-plastica-sa-e-parla/#_ftnref2" name="_ftn2"><span style="color: #0089c4;">[2]</span></a> nell’Adriatico ci sono 27 rifiuti galleggianti per kmq, in maggioranza plastica; 26 nel Tirreno, con altissima concentrazione (150/kmq) lungo la costa di Castellammare di Stabia; meglio il Mar Ionio, favorito dalla sua posizione geografica.</p>
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		<title>La Primavera, un bacio tra le stelle</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Mar 2015 05:20:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Miriam Corongiu]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/03/eclissi-3.jpg"><img class="  alignleft wp-image-135" src="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/03/eclissi-3-300x125.jpg" alt="eclissi 3" width="400" height="167" /></a>E’ previsto un Bacio per l’esordio di questa primavera. Un bacio ancestrale, fatto di stelle e di spazi siderali: Sole e Luna si specchieranno l’uno nell’immagine dell’altra ed emaneranno una luce inquietante, nera. Un’eclissi totale. Anche del cuore.</p>
<p>Oggi, 20 marzo, dalle isole Svalbard ai paesini del sud Italia, il cielo farà sfoggio del suo fascino più oscuro e in quel bacio scriverà ancora una volta la storia dell’umanità, atterrita e deferente davanti al mistero dell’universo. Questo evento oscurerà tutti gli altri esordi: chi guarderà i fiori sbocciare, se le stelle decidono di amarsi in pubblico?</p>
<p style="text-align: justify;">Eppure i narcisi sono lì, semplici nella loro eleganza giallo oro, tesi a sfidare il gelo di un inverno recalcitrante. Sono temerari, i narcisi, fiori antichi che portano il nome di un cacciatore superbo della sua inoffuscabile bellezza. E per quella avvenenza, una ninfa morì. Seguiva il suo Narciso da lontano, paga di ammirarlo di sfuggita tra i boschi, attendendo uno sguardo, un’attenzione, un bacio. Ma la Bellezza si negò all’Amore e quel bacio non venne mai.</p>
<p style="text-align: justify;">Il Sole e la Luna si baceranno oggi per loro, all’alba di una primavera che, invece, non sarà avara né di bellezza né d’amore: lei ama il tepore e le piogge improvvise, perché, dice Calvino, “la fantasia è un posto dove ci piove dentro”.  Tutto così rinascerà indisturbato, come ogni anno, noi per primi. Sentiremo comunque il risveglio, tra mille preoccupazioni, e capiremo che siamo sempre parte di un ciclo importante, che per ogni morte c’è una nuova gemma e, a dispetto di tutto il gelo, una nuova estate.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/03/narcisi_foto.png"><img class="  wp-image-126 alignleft" src="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/03/narcisi_foto.png" alt="narcisi_foto" width="238" height="135" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Sono i narcisi a dircelo, non si faranno intimidire da un disco nero nel cielo. Anzi. Sapranno vedere nell’oscurità quel bacio e svetteranno impavidi come sono soliti fare. Porteranno l’incanto e rinnegheranno la crudeltà che una leggenda ha voluto fosse legata al loro nome. Non si accontenteranno di guardare il riflesso della loro immagine né si risparmieranno: detesteranno la solitudine e faranno dono di sé.</p>
<p style="text-align: justify;">Il gelido cacciatore non venne mai alla sua ninfa. La primavera, invece, è qui.</p>
<p style="text-align: justify;">Un bacio tra le stelle, un temporale inatteso e la Bellezza che si concede, finalmente libera, all’Amore.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Miriam Corongiu</em></p>
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		<title>Il caffè sospeso</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Mar 2015 08:04:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Miriam Corongiu]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/03/caffè-sospeso.jpg"><img class=" size-medium wp-image-120 alignleft" src="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/03/caffè-sospeso-225x300.jpg" alt="caffè sospeso" width="225" height="300" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">Napoli, fredda mattina di marzo, le otto e un quarto. Arrivo in centro assai in anticipo rispetto al mio orario di lavoro. E insieme a un caro amico e collega ci concediamo un caffè in una delle più belle caffetterie di Napoli. Mentre sorseggio dalla tazzina, fino in fondo, pensando che questi pochi minuti sarebbero stati l’ultima nota di colore prima del grigiore dell’ufficio, noto una piccola locandina: “Qui si può lasciare un caffè sospeso”. Mi chiedo cosa sia: pur essendo napoletana e frequentando il centro della città da sempre, non ne ho idea. Me lo faccio spiegare. Affascinata.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel dopoguerra, quando davvero per molti era un lusso potersi concedere un caffè al bar (in genere &#8211; racconta Eduardo De Filippo &#8211; il caffè si comprava fresco, perché costava meno, e dopo l’“abbrustulatura” si tostava in casa, profumando i vicoli napoletani), chi era più fortunato pagava un caffè per sé e un altro per chi sarebbe entrato dopo nel bar. Era &#8211; dice Luciano De Crescenzo &#8211; “un caffè offerto all’umanità”. Perciò c’era sempre chi entrava nel locale e chiedeva “C’è un sospeso?”.</p>
<p style="text-align: justify;">Navigando poi sul web, scoprirò che questa pratica non soltanto ogni 10 dicembre viene ricordata da diversi anni in moltissimi bar cittadini, ma che è diventata anche celebre in tutto il mondo, dove, a seconda di dove ci si trovi, è possibile chiedere un’”<em>empanada pendiente</em>” o la tradizionale tazzina di caffè già pagata.</p>
<p style="text-align: justify;">Lascio allora un caffè sospeso con grande gioia: mi sembra, in un grigio giovedì mattina, un semplice, ma fiducioso gesto di condivisione coi miei simili. Non è certo il costo del mio espresso a fare la differenza, ma sapere che una tazzina di caffè possa tener alta la speranza di sentirsi fraternamente connessi agli altri, che non serve conoscere la persona che berrà il nostro “sospeso”, né il gestore del bar, perché si potrà aver fiducia nel fatto che nessuno approfitterà della nostra buona fede. Un tempo era un punto d’onore riservare il caffè sospeso a chi davvero ne avesse bisogno e un fatto di lealtà chiederlo solo se necessario.</p>
<p style="text-align: justify;">Se Pino Daniele vedeva nella nostra “<em>tazzulella ‘e cafè</em>” una variante del tirare a campare, del <em>non voler vedere</em> come unica difesa contro gli indifendibili, contro imbrogli e mistificazioni di quelli che, senza orgoglio né onore, distruggevano (e distruggono) la città, stamattina un caffè è diventato il simbolo di un’umanità che si specchia nell’onestà  e nella fiducia reciproca, respingendo l’abbrutimento dei cuori e l’individualismo legato al produttivismo.</p>
<p style="text-align: justify;">È un caso, ma nel bar adesso suona un’antica canzone napoletana, autentica poesia. Mi ricorda che nel profondo di ogni essere umano, per quanto amara e spessa possa essere la sua corazza, può scoprirsi un po’ di “zucchero” e che questo, girando girando, col cucchiaino giusto, può arrivare fino alle labbra e addolcire la vita. Zucchero che stamattina arriva fino a me. Grazie a un solo, semplice, caffè sospeso. E perfino l’ufficio mi sembra un posto migliore.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Miriam Corongiu</em></p>
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