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	<title>Georgika &#187; cambiamenti climatici</title>
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	<description>Terre dei Fuochi. E di Vita.</description>
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		<title>QUI PIANETA “TERRA”!</title>
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		<pubDate>Thu, 01 Sep 2022 09:53:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Miriam Corongiu]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[agroecologia]]></category>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Quando, ormai passati i quaranta, ho scelto di diventare una contadina, ho capito subito che coltivare significava soprattutto prendersi cura: della terra, della salute delle persone che avrebbero mangiato il mio cibo, della comunità come insieme di relazioni positive. Mi sono resa conto molto presto, inoltre, che il lavoro che svolgo in regime di agroecologia è importantissimo e necessario soprattutto perché vivo, ogni giorno, l’ingiustizia ambientale. L’agroecologia infatti, come processo di integrazione tra natura e umanità, non solo rigenera terra, acqua e aria, ma attiva le comunità che intorno alla terra si riuniscono. Nonostante il mio lavoro sia fondamentale per il mio territorio e, più in generale, per il mondo flagellato dai cambiamenti climatici, nessuno però conosce l’enorme mole di tempo, fatica e dedizione che richiede seguire non solo la produzione agricola, ma l’elaborazione politica che c’è nella ricerca e nella pratica del mio posizionamento, l’organizzazione dei progetti di reti contadine informali, l’attivismo sui territori. Tutto è da coniugare con la gestione pratica della mia piccola azienda e con le esigenze della famiglia: come tantissime donne rurali sono una pianta produttiva e silenziosa alla quale, in un paesaggio che io stessa ho contribuito a far rifiorire, non si fa più caso.</p>
<p style="text-align: justify;">Dove sono le politiche che dovrebbero sostenermi quando, malata o troppo stanca, non posso lavorare? Se devo occuparmi di mia figlia o della mia anziana madre, se sono senza aiuti esterni, il mio lavoro e il mio attivismo rallentano o si fermano. E dov’è il tempo per la cura di me stessa? Proprio io che, attraverso il cibo buono, metto in relazione le persone con tutto ciò che è vivo, stento a riconoscermi come essere vivente e desiderante. Per la legge italiana le contadine sono imprenditrici, non persone, non donne, né care givers: siamo tuttalpiù destinatarie di finanziamenti, non soggetti di diritti.</p>
<p style="text-align: justify;">Ciò di cui ho bisogno è dunque che il mio lavoro venga riconosciuto come specchio di ciò che sono e di tutto ciò che faccio: non c’è soluzione di continuità tra cura di me, cura della terra, cura degli affetti e cura del territorio. Ognuna di queste declinazioni della cura è parte di un unico approccio salvifico, l’agroecologia, del cui messaggio, pur facendosi un gran parlare in sede europea, non si è ancora compresa la radicalità e l’imprescindibilità al tempo dei cambiamenti climatici.</p>
<p style="text-align: justify;">Non sarò Berta Caceres, né Wangari Maathai, ma come tutte ho diritto a vivere la mia vita rispettando ciò che sono e il mio lavoro, come quello di tutte le donne rurali, ha il diritto di essere preservato dagli attacchi del potere.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Miriam Corongiu per il <a href="https://globalwomenstrike.net/">Global Women&#8217;s Strike</a>: &#8220;What mothers and other caregivers want?&#8221;</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Campagna a favore del reddito di cura, 2022</em></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">In copertina: FAO, Giornata Internazionale della Donna 2015</p>
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		<title>LA TRANSIZIONE AGROECOLOGICA LIBERA E PENSANTE</title>
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		<pubDate>Sat, 07 May 2022 13:14:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Miriam Corongiu]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[agricoltura]]></category>
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		<category><![CDATA[transizione agroecologica]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Ho un modo molto personale di guardare alla campagna. Non riesco mai a provare quel particolare abbandono dettato da un’idea di natura altra, incontaminata e forse un po’ algida, che sembra beare tanti quando si ritrovano in luoghi lontani dal vivere moderno. Non c’è niente che si possa definire lontano o altro da noi e anche se, nella comunicazione ordinaria, [...]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Ho un modo molto personale di guardare alla campagna. Non riesco mai a provare quel particolare abbandono dettato da un’idea di natura altra, incontaminata e forse un po’ algida, che sembra beare tanti quando si ritrovano in luoghi lontani dal vivere moderno. Non c’è niente che si possa definire lontano o altro da noi e anche se, nella comunicazione ordinaria, sottolineo continuamente la dimensione poetizzante della terra che pure esiste e persiste nonostante tutto, le fondamenta stesse del mio pensiero sono sempre pesantemente poggiate su ciò che non va. E ciò che non va è decisamente troppo.</p>
<p style="text-align: justify;">La guerra in Europa emana un’economia che ripete lo stesso modello dei conflitti precedenti. Per l’agricoltura essenzialmente vuol dire: 1)un ulteriore sfruttamento dei terreni per rispondere alle contrazioni del mercato in relazione ad alcuni beni primari (in questo caso grano e mais); 2) aumento dei prezzi dei prodotti agricoli in corrispondenza dei rincari elevatissimi dei costi di produzione, mentre la moneta perde capacità di acquisto; 3) accentuazione delle disuguaglianze nei campi in seno a quelle più genericamente sociali, ma ancora più significative se riguardanti le persone migranti nere; 4) poderosa spinta verso quel passato che non passa, fatto di lobbies dell’agrofarmaceutica e delle associazioni di categoria così vicine agli interessi della grande industria produttiva e distributiva.</p>
<p style="text-align: justify;">Per riprendere le parole di Serpieri in Paolo Nanni a proposito del patrimonio agricolo dopo la Grande Guerra, le decisioni emergenziali portano solo ad ipotecare il futuro: il conflitto di tipo bellico è l’apoteosi della condizione d’emergenza.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo scorso marzo l’ISMEA, Istituto di Servizi per il Mercato Agricolo Alimentare, ha ben individuato il peso di Russia e Ucraina nel mercato del grano duro e tenero, del mais, dei fertilizzanti e di come la guerra influisca sugli equilibri economici italiani. Per il grano duro c’è di sicuro una grande speculazione in atto che esaspera quelle già in essere, mentre per il mais e i fertilizzanti c’è un’oggettiva difficoltà che riguarda essenzialmente le grandi agroindustrie convenzionali, ma che trasforma tutto il quadro produttivo, piccole aziende biologiche comprese: quando si verifica una contrazione dell’offerta, tutti – e dico tutti – ne approfittano per rincarare i prezzi delle materie prime o dei prodotti indispensabili nella produzione agricola, anche indipendentemente dal costo dell’energia fossile che costituisce la base dell’agricoltura supermeccanizzata e dei fitofarmaci, all’interno dei quali è massiccia la presenza di coadiuvanti e coformulanti di derivazione petrolifera. Il problema è che, mentre le grandi produzioni industriali hanno la possibilità concreta di assorbire i contraccolpi del mercato perché già esternalizzano costi ambientali e sociali e perché sono di nuovo in pole position per le erogazioni dei fondi della Politica Agricola Comunitaria, le piccole realtà si barcamenano molto peggio e sono a rischio chiusura.</p>
<p style="text-align: justify;">L’Europa, in un battito di ciglia, ha dimenticato pratiche e promesse: stop alle rotazioni colturali, alle aree a greening, ai limiti per l’uso di agrofarmaci e fertilizzanti nelle fasce a riposo, a quelli per l’import di materie prime in deroga ai limiti massimi di residui fitosanitari. Stop allora alla strategia Farm To Fork, all’Agenda 2030, a quel chiacchieratissimo Green New Deal che, già debolissimo in partenza, oggi, se messo al paio con la peggiore PAC di sempre e le scudisciate del Copa Cogeca al parlamento europeo, è carta straccia.</p>
<p style="text-align: justify;">Non da ultima c’è la questione dei nuovi OGM perché tali vanno chiamati gli NBT, New Breeding Tecniques. I semi NBT – chiedono le 27 associazioni che si riuniscono nella campagna “Italia Libera dagli OGM” – dovrebbero sottostare alla stessa legislazione che vieta da vent’anni gli OGM in Europa e alla sentenza (2018) della Corte di Giustizia Europea che assimila in tutto e per tutto le nuove biotecnologie alle vecchie. I contadini hanno provveduto sempre da soli al miglioramento genetico dei propri semi, adattando le popolazioni colturali alle condizioni sitospecifiche del clima e del terreno. E’ chiaro che è qui che si giocano gli interessi delle solite multinazionali: i semi Round Up Ready e Round Up Ready 2 vengono venduti con tutto il pacchetto di fitofarmaci necessari a controllare la resistenza delle supermalerbe ai semi transgenici, ma c’è molto di più. Ora che la guerra sul fronte ucraino complica la produzione di mais in Europa, da chi lo importeremo? Possiamo rivolgerci ai paesi dell’UE che hanno avuto raccolti migliori, ma non agli USA perché OGM. Mi sembra abbastanza implicito dove è possibile che vada il mercato del mais e perché ci sia tutta questa rinnovata pressione, anche da parte della Coldiretti, sul tema NBT.</p>
<p style="text-align: justify;">Si consuma perciò, sull’altare del nuovo teatro geopolitico, il dramma delle nostre terre.</p>
<p style="text-align: justify;">La transizione ecologica non è l’unico problema-cardine in periodo di guerra perché non può in nessun caso realizzarsi senza quella agroecologica e, quando giustamente ci battiamo per un clima fuori dal fossile, non possiamo dimenticare che sono l’agricoltura e gli allevamenti convenzionali ad essere responsabili per circa il 50% delle emissioni climalteranti. Per converso, se ci battiamo per l’agroecologia, non possiamo dimenticare che non esistono solo i conflitti su larga scala e che viviamo, ogni giorno, conflitti a bassa intensità accesi dall’ingiustizia ambientale su ogni territorio. La rovina dell’agricoltura è, in primo luogo, un certo tipo di agricoltura, ma coincide anche con le discariche e gli sversamenti abusivi della Terra dei Fuochi, le acciaierie obsolete come l’ILVA di Taranto e i 20km di raggio entro i quali non si può coltivare, le industrie chimiche come la Caffaro di Brescia e l’inquinamento da PCB che ha reso sterili e impraticabili i terreni, i gasdotti come la TAP che marciano sugli ulivi storici e il patrimonio agricolo del Salento, i treni veloci che vorrebbero sventrare la Val di Susa sottraendo acqua, smuovendo amianto, togliendo lavoro utile e magnifici paesaggi.</p>
<p style="text-align: justify;">L’agroecologia, in entrambe le tipologie di conflitto, non è solo una delle possibili alternative all’agricoltura industriale, ma LA risposta comunitaria e rigenerativa che non può essere ridotta a mero pacchetto di conoscenze tecniche. E’, nelle parole e nell’immaginario di Miguel Angel Altieri, di Vandana Shiva e di milioni di contadini e contadine al mondo, un processo di integrazione tra esseri umani e natura. Se davvero ai piani alti lo avessero capito, non la propugnerebbero come perno della transizione.</p>
<p style="text-align: justify;">È ovvio e ormai scontato per alcuni di noi che solo il passaggio dal paradigma meccanico-riduzionista a quello sistemico-ecologico (V. Shiva, 2017) possa garantire la sopravvivenza del pianeta. La transizione agroecologica si può fare solo se smettiamo di farla coincidere con la digitalizzazione e le biotecnologie, se togliamo aria al neolatifondismo e a quella PAC che lo favorisce per far respirare le realtà di piccola scala in cui soprattutto le donne hanno – ad ogni latitudine – un peso determinante, se impediamo alle grandi concentrazioni di potere di fare di braccianti e ambiente la propria personale pattumiera, se parliamo alle persone di sovranità alimentare e non di sovranismo, se sostituiamo la cooperazione alla competizione.</p>
<p style="text-align: justify;">Il nostro immaginario economico è completamente sbagliato, come completamente errati sono i fondamenti biologici del <em>processo </em>economico. Sappiamo da molto tempo che la crescita infinita è un mito distruttivo, ma siamo davvero pronti e pronte a smontare le tesi culturali che lo supportano? E’ molto facile, per moltissime persone, comprendere che i sistemi biologici non tendono alla massimizzazione di alcuna variabile (figuriamoci di quella del profitto) ed è relativamente semplice provare a vivere quindi più sobriamente, modificando con gradualità le proprie abitudini di acquisto o quelle alimentari.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma cosa sappiamo e cosa facciamo in relazione ai rapporti di potere? Mauro Bonaiuti in “Bioeconomia”, una raccolta di scritti di Nicholas Georgescu-Roegen sul tema, rimarca come i sistemi biologici non adottino per sopravvivere solo comportamenti di tipo competitivo, ma che – da sistemi complessi quali sono – adottino una pluralità di strategie diverse come relazioni cooperative e simbiotiche tra le specie, argomenti già centrali in molta letteratura biologica sovietica e che oggi, per esempio, ritroviamo in numerosi studi scientifici come quelli di Suzanne Simard sullo scambio di informazioni tra caducifogli e sempreverdi in contesti di scarsità di CO2.</p>
<p style="text-align: justify;">Possiamo allora riconoscere certamente due cose: la prima e la più lapalissiana è che, a differenza della natura, non siamo abbastanza intelligenti da rispondere con efficacia ai mutamenti di contesto o non ci troveremmo ad un pelo dalla terza guerra mondiale e dalla sesta estinzione di massa nel cuore del Wasteocene (M. Armiero, 2021); l’altra è che i tratti di quel potere che tanto condanniamo sono i nostri stessi tratti somatici.</p>
<p style="text-align: justify;">Ci riempiamo la bocca di parole come comunità e cura, ma non comprendiamo che i processi rivestono la stessa importanza degli obiettivi e non riusciamo nemmeno lontanamente ad avere relazioni autentiche nella differenza perché non ci concediamo il tempo di “stare ed esistere” nelle relazioni. In questo vuoto praticato dalla confusione tra opinione e sapere, e tra sapere e sapere, dalla tensione tra governo e potere perfino nei rapporti personali, dalla cancellazione dell’Altro in politica che, alla maniera di Lacan, non gode affatto di buona salute, dimentichiamo che siamo esseri viventi stigmatizzati dalla profonda necessità di entrare in connessione (non in competizione) con tutti gli altri esseri viventi.</p>
<p style="text-align: justify;">Il cibo buono, sano e giusto, in quanto frutto vivo e manifestazione dell’enorme rete neurale che collega corpi e intenzioni alla terra, potrebbe essere la chiave attraverso la quale ripensare ogni cosa.</p>
<p style="text-align: justify;">Potrebbe se solo non ce ne privassimo in maniera così insensata e non pensassimo di avere più valore assoluto del più esile dei fili d’erba.</p>
<p style="text-align: justify;"><i>Miriam Corongiu</i></p>
<p style="text-align: justify;"><em>A Taranto, per l&#8217;Uno Maggio Libero e Pensante, davanti ad attivisti e attiviste di tutta Italia, decine di migliaia di persone e me stessa. </em></p>
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		<title>Centomila fiori</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Jul 2021 17:49:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Miriam Corongiu]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il fascino millenario delle api nasce da un livello di cooperazione così organizzato e perfetto da essere diventato riferimento e sogno dell’umanità che vorremmo. Leggere e inconsapevoli della loro generosa natura, le api propagano la biodiversità così necessaria alla sopravvivenza di ogni specie e, ignare del <em>do ut des </em>alla base della mistificazione che permea le nostre relazioni, costruiscono l’habitat del mondo che verrà. A differenza di altri insetti impollinatori, non hanno coscienza del soffio impercettibile che la loro vita costituisce nello spazio e nel tempo e producono più miele di quanto sia necessario alla covata: lasciano così in eredità non solo la perfetta geometria delle loro case ceree e la dolcezza del cibo degli dei, ma la dimensione di una società programmata amorevolmente per il futuro. Quella che noi non siamo in grado di realizzare.</p>
<p style="text-align: justify;">Il rapporto UNEP 2021 (United Nations Environment Program) sottolinea come siano ben tre le crisi planetarie da affrontare: i cambiamenti climatici, l’emorragia di biodiversità e l’inquinamento. Mette anche in evidenza come porre fine a queste crisi sia indispensabile per ridurre la povertà, l’insicurezza alimentare/idrica e le pessime condizioni di salute in cui versiamo. Secondo lo stesso rapporto “i governi dovrebbero includere il capitale naturale nelle misurazioni della performance economica, dare un prezzo al carbonio, eliminare gradualmente i sussidi verso i combustibili fossili e reindirizzare i proventi verso soluzioni a basse emissioni di carbonio” tutti punti essenziali per incamminarci verso la salvezza di un pianeta fustigato dalla nostra presenza e di una natura con cui siamo in guerra da troppo.</p>
<p style="text-align: justify;">Fa particolarmente effetto ritrovare tra questi goals indifferibili anche le governance partecipate, il <em>multistakeholderism </em>tanto sbandierato in ogni agenda internazionale e mai veramente voluto da tutti gli anelli di ogni catena di comando. L’effettivo diritto di tutte le parti interessate (<em>stakeholders</em>) a prendere parte ai processi decisionali è un claim dal basso, il perno intorno al quale ruotano le rivendicazioni di quei cittadini e di quelle cittadine che vivono l’ingiustizia ambientale e sociale come una ferita indelebile, qualsiasi sia il loro orientamento politico e qualunque sia il loro posto nel mondo.</p>
<p style="text-align: justify;">I contadini, per esempio, lamentano da sempre scarsissima attenzione all’agricoltura come lavoro in armonia con la terra contro quell’agricoltura industriale che della terra è solo sfruttamento perché concepita come massimizzazione dei profitti. La sovranità alimentare è il diritto di tutti ad autodeterminarsi attraverso la produzione del cibo buono, sano e giusto, ma rimane una mera enunciazione concettuale nelle mani dei potenti. Al Pre-Summit romano del Food System Summit di settembre, infatti, avuto luogo in questi giorni, avremmo potuto/dovuto assistere allo svolgersi di lavori preparatori aperti davvero ad ogni parte interessata e invece – come denuncia da tempo La Via Campesina – abbiamo potuto solo assistere all’ennesima danza di morte delle corporations legate alla grande produzione, alla grande distribuzione e ai sindacati che inevitabilmente le sostengono snaturando il loro stesso ruolo.</p>
<p style="text-align: justify;">La battaglia per una nuova Politica Agricola Comune, nell’ambito della quale risuona il pesante tintinnio di 350 miliardi di euro, non è andata a buon fine e – come sottolinea Fabio Ciconte dalle pagine di Terra e di Domani – dovremo aspettare il 2027, altri sette anni in cui l’agricoltura aggraverà la crisi climatica, per vedere se l’Europa deciderà di spostare l’asse dal greenwashing ai fatti.</p>
<p style="text-align: justify;">Non li abbiamo altri sette anni.</p>
<p style="text-align: justify;">La grandinata record in Emilia Romagna con bombe di ghiaccio grandi come meloni e il caldo record di questi giorni con temperature più alte anche di 18° rispetto alla media stagionale ci dicono che a fallire non sono state la Comunità Europea, né le buone intenzioni della società civile, ma l’umanità tutta.</p>
<p style="text-align: justify;">L’agricoltura dovrebbe avere il potere di cambiare le nostre vite e noi, mani nella terra, dovremmo avere sempre la possibilità e il diritto di ricongiungerci a ciò che siamo stati, di dissipare le nostre inquietudini e di ritrovare la nostra identità riallineandoci con gli equilibri naturali. Dovremmo avere il tempo e il modo di sentirci magnifiche piante, felci lussureggianti nelle giungle equatoriali, modeste, ma luminosissime ginestre alle falde del Vesuvio oppure erica bianca nelle piane scozzesi così vicine al cielo. Potremmo essere api e, con infinita pazienza e alacrità, toccare centomila fiori in un volo soltanto per diffondere la speranza e la concretezza della vita, costruire case che non siano di carta e creare abbondanza, non fame, né infelicità, per tutti gli esseri viventi.</p>
<p style="text-align: justify;">Potremmo. Dovremmo.</p>
<p style="text-align: justify;">L’agricoltura rimane invece terreno di scontro per chi gareggia a essere più potente, per i rapporti di forza e per una visione patriarcale del tutto anacronistica della terra come del mondo. Senza nutrire, dopo il covid e nel mezzo del torpore che ha portato, particolari speranze per il futuro della nostra specie, non sento oggi di poter investire emotivamente e politicamente sulle api come ispirazione e modello.</p>
<p style="text-align: justify;">I questi giorni di sofferenza in cui facciamo la conta dei danni e aspettiamo, tremando, quella dei morti per il caldo fuori misura, mi basterebbe essere uno di quei centomila fiori: sarà anche fede nell’effimero e quindi intima consapevolezza della mia impotenza, ma per un attimo sarò stata baciata da una favola e, sempre e solo per un attimo, mi sarò sentita innocente e viva nell’infinito deserto che c’è.</p>
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		<title>Terra, fuoco, cambiamenti climatici</title>
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		<pubDate>Tue, 22 Jan 2019 17:45:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Miriam Corongiu]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[agricoltura]]></category>
		<category><![CDATA[ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[cambiamenti climatici]]></category>
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		<description><![CDATA[<p>L&#8217;agricoltura è spesso considerata un tema squisitamente tecnico, noioso e culturalmente disancorato dalla modernità, soprattutto perché, nell&#8217;immaginario collettivo, è stata deprivata di tutta la sua nobiltà.  Eppure, soprattutto nelle agende politiche dei movimenti ambientalisti &#8211; legati alla terra come fonte d&#8217;identità profonda e luogo dell&#8217;esistere &#8211; dovrebbe essere  centrale: dovrebbe poter penetrare nel linguaggio comune, in ogni discorso. E dovrebbe [...]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">L&#8217;agricoltura è spesso considerata un tema squisitamente tecnico, noioso e culturalmente disancorato dalla modernità, soprattutto perché, nell&#8217;immaginario collettivo, è stata deprivata di tutta la sua nobiltà.  Eppure, soprattutto nelle agende politiche dei movimenti ambientalisti &#8211; legati alla terra come fonte d&#8217;identità profonda e luogo dell&#8217;esistere &#8211; dovrebbe essere  centrale: dovrebbe poter penetrare nel linguaggio comune, in ogni discorso. E dovrebbe esserlo non solo perché &#8220;palestra di virtù civili&#8221;, come vuole Virgilio nelle Georgiche, ma perché le civiltà contadine di tutto il mondo insegnano una condivisione del vivere imperniata sui beni comuni da opporre all&#8217;idolatria neoliberista dell&#8217;io (basta guardare ai millenari usi civici)  e perché, oggi, l&#8217;agricoltura nella sua declinazione convenzionale costituisce una gravissima problematica ambientale con effetti devastanti sulla salute delle persone, sulla fertilità dei suoli e sui cambiamenti climatici.</p>
<p style="text-align: justify;">I contadini risentono ormai drammaticamente delle alterazioni del clima e, con ogni probabilità, sono fra coloro che le registrano prima e con maggior attenzione. Un esempio generazionale e al femminile può ben descrivere l&#8217;accelerazione del cambiamento: mia madre ha conosciuto solo la neve del &#8217;56 che a Napoli fu un evento di portata storica; io, al contrario, avevo visto solo un po&#8217; di zucchero a velo sui tetti della mia città. Ma mia figlia, che oggi ha dieci anni soltanto, ne ha invece fatto esperienza già due volte e di entrambe le volte io ricordo la data. In tutti e due casi, soprattutto nell&#8217;ultimo, le colture hanno riportato danni e nel 2018 (anche per eventi non riconducibili al gelo) i <a title="Italia, con disastri naturali persi 48,8 mld in 20 anni" href="http://https://www.ilmessaggero.it/economia/news/italia_con_disastri_naturali_persi_48_8_mld_in_20_anni-4037097.html">danni riportati in agricoltura</a> ammontano a 600 milioni di euro.</p>
<p style="text-align: justify;">Alluvioni, siccità, nevicate sono fenomeni che influenzano moltissimo l&#8217;andamento dei raccolti. L&#8217;aumento progressivo delle temperature globali, nello specifico, comporta  una diversa distribuzione degli agenti patogeni. In soldoni, significa che le colture soggette a stress idrico (troppa acqua o troppo poca) si ammalano di più, cosa che in agricoltura industriale si traduce in un uso ancora più massiccio di fitofarmaci per evitare che le rese produttive calino drasticamente. Sulle conseguenze nefaste dell&#8217;uso, razionale e irrazionale, dell&#8217;agrochimica mi sono già espressa <a title="Pesticidi, una cultura da eradicare" href="http://http://www.georgika.it/wordpress/?p=489">qui</a>. In questo contesto, vale perciò la pena insistere non tanto sui danni <em>causati</em> <em>in agricoltura </em>dalle alterazioni climatiche, ma principalmente sul processo inverso, ossia su quelli <em>provocati dall&#8217;agricoltura</em> al clima.</p>
<p style="text-align: justify;">I gas climalteranti, la cui produzione naturale viene drammaticamente aumentata da quella antropica, sono essenzialmente l&#8217;anidride carbonica, il metano, i gas fluorurati e il protossido di azoto. Nel complesso, si ritiene che l&#8217;agricoltura convenzionale sia responsabile per circa il 25-30% delle emissioni globali di gas serra perché incide pesantemente sulla produzione della maggior parte di essi. E&#8217; basata, infatti, sull&#8217;uso massiccio di combustibili fossili tanto come carburanti dei mezzi meccanici quanto come coadiuvanti e coformulanti degli agrofarmaci. Inoltre, la spropositata fertilizzazione chimica dei terreni &#8211; oltre a provocare serissimi problemi d&#8217;inquinamento delle falde acquifere &#8211; ha determinato un significativo aumento delle emissioni di protossido di azoto. Rivedere, pertanto, la cultura produttiva attuale non è solo un&#8217;alternativa possibile, ma una necessità impellente.</p>
<p style="text-align: justify;">C&#8217;è di più. Se accostassimo le problematiche ambientali specifiche della Terra dei Fuochi, le alterazioni climatiche e la riflessione fin qui condotta sull&#8217;agricoltura, ci renderemmo conto di quanto, tecnicamente e politicamente, tutto si incroci.</p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;Italia, in quanto paese sottoscrittore del Protocollo di Kyoto, è tenuta ad elaborare periodicamente l&#8217;Inventario Nazionale delle Emissioni (INES) suddividendolo in sei settori: Energia, Processi Industriali, Solventi, Agricoltura, LULUCF (grosso modo consumo di suolo e silvicoltura) e Rifiuti. In tutti questi ambiti, la combustione dei rifiuti presa in esame è esclusivamente quella legale, ossia derivante da incenerimento, cremazione dei corpi e compostaggio. Nessun accenno, chiaramente, alla combustione <em>illegale </em> dei rifiuti che è invece un fenomeno largamente diffuso non soltanto in Campania, ma in tutto il Paese.</p>
<p style="text-align: justify;">Secondo <a title="In due anni 250 incendi nello smaltimento dei rifiuti: non è normale " href="http://https://www.lastampa.it/2017/09/13/scienza/in-due-anni-incendi-nello-smaltimento-dei-rifiuti-non-normale-lpUTVvHf7Vd1apoyAi0InI/pagina.html"><em>La Stampa </em></a>e soltanto fino al settembre del 2017, sono 250 gli incendi dolosi negli impianti di gestione dei rifiuti. In Campania, nella sola estate del 2018, sono state 8 le piattaforme di stoccaggio andate a fuoco: colonne di fumo nero, densissime e imponenti, hanno messo a rischio le colture e la salute delle popolazioni circostanti nel raggio di molti chilometri. Una fenomenologia criminale così radicata, che in Terra dei Fuochi si accompagna ad una vera e propria quotidianità di roghi appiccati ad ogni discarica abusiva di rifiuti, influisce sicuramente in maniera catastrofica sui cambiamenti climatici e dovrebbe essere registrata anche all&#8217;interno dell&#8217;INES. Varrebbe dunque la pena, per noi ambientalisti, spingere politicamente perché lo sia.</p>
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<p style="text-align: justify;">Risulta di certo comprensibile che le popolazioni afflitte da un&#8217;ordinaria e locale violenza ambientale non abbiano, probabilmente, sviluppato una sensibilità particolare ad un gravissimo problema globale. Tuttavia, è necessario attivarsi in questa direzione e incrociare sempre la riflessione politica sulla Terra dei Fuochi a quella sul clima. E se, abbandonando per un attimo i Fuochi, ci concentrassimo sulla parola Terra, dovremmo sostenere un deciso cambiamento di passo a favore del modello contadino, l&#8217;unico in grado di poter garantire:</p>
<ul>
<li style="text-align: justify;">giustizia ambientale, perché fa a meno dell&#8217;agrochimica</li>
<li style="text-align: justify;">equità, perché incentrata sui beni comuni</li>
<li style="text-align: justify;">economia produttiva di segno positivo, come dimostrano i moderni studi agroecologia</li>
<li style="text-align: justify;">un rinnovato senso di umanità perché la spiritualità diffusa in tutte le civiltà contadine è ciò che ci serve per immaginare un mondo diverso</li>
</ul>
<p style="text-align: justify;">In fondo, dedicare tutto a questa terra è quello che facciamo da sempre: combattiamo per lei, per il diritto di restarci, perché non venga deturpata e perché continui ad avere radici lunghissime e delicate nella memoria di ciascuno di noi. L&#8217;agricoltura, dunque, non è solo la storia di questa regione. E&#8217; il futuro radioso che ci attende se sapremo coltivare opportunamente il nostro passato.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Miriam Corongiu</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Intervento preparato per Stop Biocidio nell&#8217;ambito di Occupy Climate Change, incontro incentrato sulle strategie di contrasto ai cambiamenti climatici e promosso da Marco Armiero, direttore dell’Environmental Humanities Laboratory del KTH Royal Institute Technology di Stoccolma. </em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Foto in evidenza: Luigi Viglione</em></p>
<p style="text-align: justify;">
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="https://www.georgika.it/wordpress/?p=499">Terra, fuoco, cambiamenti climatici</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="https://www.georgika.it/wordpress">Georgika</a>.</p>
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