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	<title>Georgika &#187; Lavoro</title>
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	<description>Terre dei Fuochi. E di Vita.</description>
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		<title>Tu sei casalinga: non fai niente, beata te!</title>
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		<pubDate>Sat, 10 Sep 2022 17:13:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Miriam Corongiu]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[ecofemminismo]]></category>
		<category><![CDATA[Lavoro]]></category>
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		<category><![CDATA[lavoro di cura]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>“Tu stai a casa: non fai niente, beata te” Questo è quello che mi viene detto tutte le volte che dico di essere casalinga. Eppure, a ben guardare, il mio lavoro ne racchiude tanti altri che hanno un valore economico di tutto rispetto. Nonostante ciò, il lavoro di casalinga viene visto secondo il pensiero comune come un non lavoro svolto [...]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">“Tu stai a casa: non fai niente, beata te”</p>
<p style="text-align: justify;">Questo è quello che mi viene detto tutte le volte che dico di essere casalinga. Eppure, a ben guardare, il mio lavoro ne racchiude tanti altri che hanno un valore economico di tutto rispetto. Nonostante ciò, il lavoro di casalinga viene visto secondo il pensiero comune come un non lavoro svolto da donne insoddisfatte o poco acculturate.</p>
<p style="text-align: justify;">La scelta di occuparmi della mia famiglia non è stata ragionata, consapevole, ma è stata dettata da un susseguirsi di eventi che mi hanno portato a stare in casa per un po&#8217;. Certo è che non avrei potuto assolutamente affidare la cura dei miei familiari a mani diverse dalle mie.</p>
<p style="text-align: justify;">Ora che i miei figli sono grandi e in procinto di intraprendere le loro strade, mi guardo indietro e so di aver fatto, tutto sommato, un buon lavoro (perché il mio è un lavoro ed è stato chiaramente sancito da una sentenza della <a href="https://www.inail.it/cs/internet/comunicazione/news-ed-eventi/news/p283048489_sentenza_della_cassazione_cas.html">Cassazione n.6658</a>) e, a chi mi chiede quale sia la mia professione, rispondo che sono un’amministratrice delegata di una piccola società che si occupa di <em>welfare, cooked food , cleaning</em> e tanto altro.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Carmelina Cutolo</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Foto in evidenza: https://www.diritto.net/la-pensione-per-le-casalinghe-senza-contributi-versati/</em></p>
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		<title>Lavoro e Costituzione: una relazione spirituale</title>
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		<pubDate>Tue, 15 Nov 2016 19:42:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Miriam Corongiu]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[referendum costituzionale]]></category>
		<category><![CDATA[Simone Weil]]></category>

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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Troppa gente in questo Paese pensa di essere – e in fondo è – infelice sul lavoro. Stressato, stanco, insoddisfatto. Mal pagato, umiliato, “mobizzato”. Disperato, disilluso, precario. Sono questi gli aggettivi che perlopiù oggi qualificano il lavoratore e sono (quasi) sempre negativi. Si invecchia tra un ventisette del mese e l’altro e quando ci si guarda allo specchio, ciò che lo specchio rimanda è l’immagine di qualcun altro: quella di un uomo o di una donna che in una vita precedente aveva aspettative e sogni e per il quale, ora, accontentarsi è la misura di tutte le cose.<br />
Eppure, scriveva Simone Weil, una filosofa poco main stream, il lavoro è un atto d’amore, una relazione spirituale. Lei sapeva di cosa parlava: aveva lasciato il suo lavoro di insegnante per entrare in fabbrica e aveva vissuto in prima persona la perdita di sé che “la macchina” e otto ore di catena montaggio producevano. Erano gli anni ’30 di un secolo sanguinoso e breve che capovolse tutto e polverizzò l’arte, anni di un’umanità bandita nel deserto dell’Ego e spazzata via dalla sua stessa, caparbia, ferocia. E Simone Weil, sul lavoro, si sentiva una cosa.<br />
A distanza di quasi cento anni, quella sensazione ci appartiene anche di più se non possiamo scegliere tra il pane e le cure mediche, tra il lavoro e la salute. Il Mercato è il Grande Fratello orwelliano nelle mani capienti del quale le persone hanno un codice a barre come tutto il resto. Ma c’è ancora quel senso di bruciante insoddisfazione, come il ricordo sbiadito di un’infanzia perduta, a suggerirci che non può finire così.<br />
Lavorare non può essere una condanna e non può rendere inutile la vita come a fine giornata capita a molti di pensare. Lavorare dovrebbe essere una questione d’identità, un momento di forte condivisione, proiezione e non alienazione. Dovrebbe poter produrre il giusto reddito per tutti e non sperequazioni sociali. Dovrebbe poter coprire solo alcune ore del giorno e non configurarsi come una rinuncia costante alle nostre vere aspirazioni. Non dovremmo avere tempo libero dal lavoro, ma tempo ritrovato nel lavoro.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2016/12/liberta.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-423" src="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2016/12/liberta-300x240.jpg" alt="liberta" width="300" height="240" /></a><br />
Perfino la nostra Costituzione, scritta soltanto pochi anni dopo l’esperienza della Weil, guarda al lavoro come ad un’esperienza di pienezza se lo pone alla base della nostra forma di stato nel primo articolo e “riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità” nel secondo. E la nostra personalità non è anche – e soprattutto – nel lavoro, atto sociale, che dovrebbe svolgersi?<br />
Le costituzioni si scrivono da sobri – diceva Calamandrei – perché servano quando si è ubriachi, ma dopo la pervicace erosione dei diritti così faticosamente conquistati nel dopoguerra e un’Europa che è tale solo sulla carta, il dettato costituzionale è, nei fatti, un bersaglio per pochi e noti cecchini. In un rapporto datato 28  maggio 2013 , Malcolm Barr della JP Morgan mette nero su bianco che il principale ostacolo alle politiche (neoliberiste) dell’UE sono le costituzioni dei paesi che maggiormente faticano a seguire il passo: Spagna, Italia, Grecia.  Nate dall’antifascismo e impregnate di socialismo, impediscono le riforme necessarie e danno – addirittura – ai lavoratori il diritto di protestare. La libertà, quindi, continua a intrecciarsi al lavoro anche e soprattutto quando si vuole negarla e faremmo bene, in vista del prossimo referendum sulla riforma costituzionale, a capire chiaramente cosa c’è dietro e in quale subdolo modo il nostro esecutivo tenti di distruggere la democrazia rappresentativa.<br />
Nel frattempo, il lavoro inteso dalla Weil come relazione spirituale e dalla Costituzione Italiana come un diritto alla piena esplicazione della personalità umana, sembra rimanere un sogno per molti. Ma se non sognassimo coraggiosamente una società diversa, se non tentassimo di sfuggire alla terribile presa di un’economia ormai superata e se non lavorassimo ogni giorno per costruire un’alternativa concreta, cosa ci qualificherebbe ancora come uomini e donne?<br />
Oggi come oggi, tentare di dar corpo ad un sogno sarà anche un atto eversivo, ma è l’unico modo che abbiamo per conservare quell’umanità che, a dispetto di tutto, si ostina a proiettare la propria immagine nel libero e profondo universo del Sé.<br />
Miriam Corongiu</p>
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