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	<title>Georgika &#187; admin</title>
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	<description>Terre dei Fuochi. E di Vita.</description>
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		<title>Augusta, la Terra dei Fuochi silenziosa</title>
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		<pubDate>Mon, 05 Jun 2017 10:09:59 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>La Sicilia è un’isola sfolgorante, se ne percepisce l’intensità non appena si sbarca a Messina. E’ stato tranquillo il viaggio in auto con la troupe cinematografica che realizza il docu-film “Resistenti”: un vario sonnecchiare e un robusto chiacchierare fino ad Augusta, in provincia di Siracusa, dove ci aspettano Padre Palmiro Prisutto e i suoi. Loro difendono la loro terra tra [...]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">La Sicilia è un’isola sfolgorante, se ne percepisce l’intensità non appena si sbarca a Messina. E’ stato tranquillo il viaggio in auto con la troupe cinematografica che realizza il docu-film “Resistenti”: un vario sonnecchiare e un robusto chiacchierare fino ad Augusta, in provincia di Siracusa, dove ci aspettano Padre Palmiro Prisutto e i suoi. Loro difendono la loro terra tra Augusta, Priolo Gargallo e Melilli, nota alle cronache come il Triangolo della Morte. Un nome che dice tutto.</p>
<div id="attachment_442" style="width: 870px" class="wp-caption alignnone"><a href="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2017/06/DSC_0022.jpg"><img class="size-large wp-image-442" src="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2017/06/DSC_0022-1024x681.jpg" alt="Augusta, Polo Petrolchimico" width="860" height="572" /></a><p class="wp-caption-text">Augusta, Polo Petrolchimico</p></div>
<p style="text-align: justify;">E’ di un polo petrolchimico che raccontiamo stavolta, un mostro al quale sono stati sacrificati 30km di costa fascinosissima, di storia e di cultura. Al vederlo, ci si spiega perché chiamino “cattedrali nel deserto” questi insediamenti industriali: intorno alle centinaia di ciminiere, alla faccia ferrosa di un gigante che solo apparentemente dorme e alle mille luci che di notte lo rendono una stazione lunare, c’è solo un gran senso di solitudine e di degrado. Le rovine dell’antica Megara Hyblea, fondata nel 750 a.C. dai Greci in cerca di una nuova vita, sono lì, a pochi passi da un disastro ambientale come pochi e così abbandonate a se stesse da preconizzare il futuro di una piana già dimenticata. Un mare bellissimo e pescoso ospita piattaforme petrolifere dai nomi evocativi e lunghi tentacoli di raffinerie: circa 15 anni fa, livelli di mercurio 20.000 volte superiori alla norma lo colorarono di rosso, come in Sardegna, a Porto Scuso. Tra cardi e acacie selvatiche che solo timidamente nascondono le industrie, pascolano indolenti alcune mucche e si coltiva biologicamente. A pochi chilometri case, gente, vite comuni.<br />
Il petrolchimico è una Cattedrale contro una piccola Chiesa. Don Palmiro, un uomo profondamente buono e schivo, ha già pagato sulla propria pelle il costo di una vita all’ombra di quel mostro e non può lasciare che i suoi concittadini continuino a essere carne da macello. Lui parla. Parla ai parrocchiani, ai suoi studenti, ai suoi confratelli e anche per lui, purtroppo, si ripete il clichè della derisione, quando non delle minacce. Perfino la sua Famiglia, quella in Cristo, gli si schiera contro e ne tenta la rimozione: il Vescovo, al contrario del Parroco, ama il silenzio. Ma Don Palmiro resiste: contro i numeri agghiaccianti che vogliono morto un augustano su due nei prossimi anni, contro i voltafaccia dei compaesani che guardano al petrolchimico come ad un faro nella notte dell’endemica disoccupazione siciliana e perfino contro la Chiesa locale, lui va avanti. E con lui un pugno di donne e uomini che non possono rimanere fermi ad aspettare.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2017/06/Guerriere_1.jpg"><img class="alignnone size-large wp-image-443" src="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2017/06/Guerriere_1-1024x681.jpg" alt="guerriere_1" width="860" height="572" /></a><br />
Sulle magliette che ha fatto stampare il migliore di loro, Carmelo Miano, si legge: “Se dovessi morire di cancro, sarebbe un omicidio”. Già nel 2001 uno studio del OMS prova che nell’area di Augusta – Priolo si registrano eccessi di mortalità significativi &#8211; per patologie polmonari negli uomini &#8211; nelle zone più vicine al petrolchimico. Ma è solo il principio: è un’escalation di notizie terrificanti fino alle ultime dichiarazioni del Dott. Madeddu, direttore del Registro Tumori di Siracusa-Messina-Catania, che nel 2015 definisce “incontrollabile” il tasso di mortalità per tutti le neoplasie nei prossimi 40 anni.<br />
Di cancro, purtroppo, muore anche Carmelo. Indossano le sue magliette durante le manifestazioni pubbliche che mai radunano grandi folle e in quelle occasioni in cui, per fortuna, possono gioire del corso della giustizia. Sotto la discarica CISMA, a Melilli, pochi giorni prima del nostro arrivo, un sit-in degli attivisti sugella l’arresto di 14 presunti assassini responsabili dello smaltimento illegale di rifiuti tossici: “ricette” le chiamavano, le misture abominevoli in cui mescolavano a calce e ad altri inerti i rifiuti che avrebbero dovuto essere codificati in ben altro modo. Così allegramente confezionati, venivano bruciati nel vicino inceneritore della Gespi.<br />
Sono queste le pennellate principali del mio dipinto siciliano. L’ultima è quella nota ai più, quella buia e fosca dell’elenco dei “caduti” per inquinamento che il Don fa ogni 28 del mese, alla fine della messa. Più di 900 nomi e professioni: impiegati, casalinghe, studenti, bambini, operai, professionisti. Il cancro non guarda in faccia a nessuno, non importa che si lavori nel petrolchimico o meno. Basta viverci accanto. E a chi continua a dire che il nesso di causalità tra ambiente e salute è labile, tocca venire in questi luoghi di morte per rendersi conto che tutte le cause che determinino, anche in maniera opaca, terribili malattie, malformazioni e alterazioni genetiche come ad Augusta, vanno rimosse senza perdere un solo attimo di tempo.<br />
Oltre lo scempio e il disastro, rimangono gli attivisti, i cittadini che non si stancano di lottare e rifuggono il silenzio come l’immobilismo. Di elenco voglio farne uno anch’io, per ricordare che c’è chi non si arrende e per dare dignità a chi spesso viene abbandonato, deriso, minacciato:</p>
<p style="text-align: justify;">Don Palmiro Prisutto</p>
<p style="text-align: justify;">Alessandro Riera<br />
Cinzia Di Modica e suo figlio Alessio<br />
Lina Iannello e la piccola Chiaretta<br />
Cosimo e Lucia Rapisarda<br />
Giusi Palmi<br />
Maurizio Di Grande<br />
Angela Passarello<br />
Giusi Nanè</p>
<p style="text-align: justify;">Tutti loro soffrono, hanno sofferto. Nessuno di loro molla. Tra cardi ed acacie selvatiche, non ci sono solo le ciminiere, ma santuari in cui la gente si raccoglie con speranza come l’ “Adonai”, “Mio Signore”: davanti ad un mare che rimanda a genti antiche, io che non ho fede non posso che guardare al Cielo e cogliere in Don Palmiro e nei suoi un frammento di specchio. Quello che riflette con coraggio un Amore che dissolve la storia e ne cancella la disumanità.<br />
<em>Miriam Corongiu</em></p>
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		<title>#Resistenti_Brescia: pane e veleni nella Terra dei Fuochi del Nord</title>
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		<pubDate>Tue, 14 Feb 2017 16:58:08 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">&#8220;REsistenti” è il nuovo lungometraggio della Socialmovie: dopo “Il Segreto di Pulcinella – Storie dalla Terra dei Fuochi”, per la regia di Mary Griffo, il cinema torna ad occuparsi di inquinamento, devastazione ambientale, disagio sociale e coraggio. Coraggio, si. Perché stare sul territorio, ogni giorno, combattendo la mala politica, l’indifferenza e un paradigma economico che produce solo distruzione e disuguaglianze, richiede fermezza e coraggio. È resistenza. Un manipolo di attivisti della Terra dei Fuochi, quelli della Rete di Cittadinanza e Comunità, segue le riprese del film in giro per l’Italia: in ogni regione c’è una Terra dei Fuochi, in ogni regione c’è una forma di resistenza. Il cinema le racconterà come sa, attraverso il grandangolo e le luci. Noi le racconteremo qui, su Decrescita Felice Social Network, attraverso lo sguardo di chi si fa barricata tutti i giorni e di chi sa nel profondo che, battaglia dopo battaglia, “questa terra, un giorno, sarà bellissima”.<br />
E’ povero il cortile di Pierino Antonioli, un allevatore di Brescia che circa 15 anni fa si è visto stravolgere la vita dalla Caffaro. Oggetti vari ammonticchiati un po’ ovunque e una tenda in plastica che separa la parte abitata da quella ormai semiabbandonata, parlerebbero di stentata sopravvivenza se non ci fossero due incredibili, maestosi pavoni blu oceano a testimoniare tutt’altro: un pezzo di vita che pulsa ancora prepotente, una forma semplice e inconsapevole di resistenza.<br />
Ci accolgono con la riservatezza tipica della civiltà contadina, gli Antonioli, ma si vede che sono abituati a giornalisti e telecamere. Ce ne sono stati fin troppi lì, ad ascoltare i racconti di Pierino, senza che poi chi doveva e poteva fare un po’ di giustizia intervenisse. E così Pierino racconta ancora, ogni volta, a chiunque si mostri interessato la storia di un Piccolo Agricoltore che un giorno si scontrò con la Grande Industria e ne rimase spezzato.<br />
La Caffaro è un’industria chimica sorta agli inizi del Novecento in quella che un tempo era la periferia di Brescia. Dall’albergo dove siamo, in pieno centro, oggi però non dista che pochi minuti e quando il disastro si è consumato, la fabbrica era già tra scuole e case, a ridosso di terreni coltivati. Produceva PCB (policlorurobifenili) utilizzati come olio isolante per condensatori e trasformatori elettrici, una piccola rivoluzione della chimica – brevetto Monsanto –  rivelatasi poi mortale. I PCB, infatti, sono inquinanti organici persistenti. Significa che una volta dispersi nell’ambiente non vanno più via se non a seguito di costosissime bonifiche. Permangono nelle acque, non si biodegradano, rimangono pervicacemente nei terreni e così, anche se la Caffaro ha dismesso buona parte dei suoi impianti – il sito è ancora attivo – i PCB continuano ad avvelenare terre e sangue dei bresciani.</p>
<div id="attachment_437" style="width: 310px" class="wp-caption alignleft"><a href="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2017/03/pierino-antonioli.jpg"><img class="size-medium wp-image-437" src="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2017/03/pierino-antonioli-300x200.jpg" alt="Pierino Antonioli. Ph. www.senigalliesi.photoshelter.com" width="300" height="200" /></a><p class="wp-caption-text">Pierino Antonioli. Ph. www.senigalliesi.photoshelter.com</p></div>
<p style="text-align: justify;">Lo sa bene Pierino Antonioli che lì vive e lì ha perso tutto. Quando il caso Caffaro scoppiò, molti anni dopo che i PCB vennero messi al bando in Giappone e molti anni dopo la chiusura dello stabilimento, gli ispettori dell’ASL andarono nella sua cascina e gli ingiunsero di abbattere i suoi undici capi di bestiame e le sue galline. Non fu sufficiente ucciderli: dovettero incenerirli, perché le carcasse non inquinassero il terreno. Gli dissero che non poteva più coltivare nemmeno un pezzetto di terra e che tutta la sua famiglia doveva sottoporsi ad analisi. Fu così che scoprirono che Pierino era altamente intossicato, con un livello di PCB nel sangue pari a 290 su una soglia massima di 15. La madre, Luigia, ne aveva 700.<br />
Fu difficile cambiare, racconta la moglie. Franca era abituata a lavorare in campagna, alle balle di fieno. Una vita dura, come quella di tutti i contadini, una vita però a cui si dice addio a malincuore. Rimane in piedi mentre mi parla con gentilezza, con lo sguardo chiaro un po’ distante e con la premura verso gli ospiti propria delle donne di un tempo. Le piace che anch’io sia una contadina e con quel cameratismo che da l’appartenere alla stessa categoria, mi porta a vedere un albero di limoni che le hanno regalato e che mai ha potuto piantare: come in uno scenario post-atomico, cresce in un gigantesco vaso di ferro, al riparo, in una specie di garage…la signora Antonioli, però, è orgogliosa di quella pioggia di frutti gialli il cui colore così intenso, in quella penombra e in quella latente tristezza, fa il paio con il blu elettrico delle piume di pavone che pochi minuti più tardi mi regalerà perché le porti a Napoli, a mia figlia.<br />
Ce ne andiamo con il silenzio nel cuore. Venendo dalla Terra dei Fuochi, dovremmo essere abituati alle storie di disagio economico e sociale che accompagnano sempre la devastazione ambientale, ma le persone non sono certo un numero in una statistica e quando le incontri, immergendoti nelle loro vite, non puoi lasciarle senza che l’incredulità e l’amarezza ti invischino nella loro ombra. Nessuno ha mai risarcito Pierino, anzi. Pierino paga l’IMU sui suoi terreni che non valgono più nulla e dovrebbe sopportare in prima persona parte dei costi altissimi della bonifica, se volesse recuperarli. Hanno sacrificato il piccolo, mentre la Caffaro, dopo alterne vicende giudiziarie e societarie, non ha mai pagato.<br />
Sarà che da noi lo Stato non l’abbiamo mai sentito presente, sarà che da noi l’inquinamento non è mai stato l’effetto collaterale di un’economia che portasse vera occupazione e sarà, perciò, che abbiamo imparato prima degli altri ad alzare la testa e a ribellarci, ma il silenzio che abbiamo dentro lasciando Brescia Sud è il silenzio che avvertiamo fuori, nella città. La Caffaro smette nel 1983 di produrre PCB, mentre lo scandalo scoppia solo nel 2001 e tutt’ora sembra relegato ai soli, ordinati, cartelli che segnalano le aree inquinate. Eppure, tonnellate di diossine e PCB sono state emesse dalla fabbrica della morte facendo diventare Seveso un granello di polvere tra i disastri industriali. Scrive bene Zancan in un articolo apparso su La Stampa nel 2012: a Brescia i veleni sono istituzionalizzati. Un prezzo, per molti, adeguato alla vita benestante che vi si conduce.</p>
<div id="attachment_438" style="width: 310px" class="wp-caption alignright"><a href="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2017/03/discarica-vighizzolo.jpg"><img class="size-medium wp-image-438" src="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2017/03/discarica-vighizzolo-300x225.jpg" alt="Montichiari, una delle 15 discariche che lì si concentrano" width="300" height="225" /></a><p class="wp-caption-text">Montichiari, una delle 15 discariche che lì si concentrano</p></div>
<p style="text-align: justify;">La chiamano la Terra dei Fuochi del Nord per i rifiuti tossici sepolti un po’ ovunque, nelle fondamenta dei centri commerciali come nelle arterie stradali. Oppure, a Montichiari, è la Terra dei Buchi per via delle circa 140 discariche autorizzate che popolano la provincia e che le Mamme di Castenedolo ben pensarono di riprendere dall’alto, con un aereo da turismo, in un colpo d’occhio che rende conto con crudele precisione di uno sventramento senza precedenti. Brescia è anche l’esempio nazionale dell’incenerimento supertecnologico dei rifiuti, quello che ci sbattevano sotto il naso quando in Campania nel 2008 soffrivamo di un’emergenza – oggi si sa – montata ad arte per favorire l’Impregilo e l’imprenditoria criminale di cui la camorra era solo il braccio armato.<br />
Dietro un ordine perfetto, siepi ben potate e cascine un po’ retrò, si nasconde il nucleo nero di un’economia disfunzionale che compra il cuore degli uomini e lo rivende al miglior offerente. Non di tutti, però. Perché anche lì abbiamo conosciuto un coraggio che non si traduce solo nella pacata resistenza di Pierino Antonioli. Anche lì, manipoli di cittadini si organizzano e si oppongono come accade in ogni angolo d’Italia. Anche lì, un po’ per volta, cambieranno le cose. Perché siamo tutti vittime della devastazione planetaria e del silenzio connivente delle istituzioni, ma diventiamo tutti attori del cambiamento quando mettiamo al primo posto la dignità e la vita degli altri. Quelle combattute con il cuore sono battaglie vinte in partenza. Ad ogni latitudine. Come ad ogni latitudine, le fratellanze strette tra uomini e donne di coraggio sconfiggeranno il buio e l’indifferenza che c’è.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Miriam Corongiu</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em>Articolo pubblicato su <a title="Decrescita Felice Social Network" href="http://www.decrescita.com/news/resistenti_brescia-pane-veleni-nella-terra-dei-fuochi-del-nord/">Decrescita Felice Social Network</a></em></p>
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		<title>Georgika è on line!</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Mar 2015 08:46:18 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/03/rosa.jpg"><img class=" size-medium wp-image-63 alignleft" src="http://www.georgika.it/wordpress/wp-content/uploads/2015/03/rosa-300x225.jpg" alt="rosa" width="300" height="225" /></a>Oggi comincia una nuova esperienza!</p>
<p>Georgika è lo spazio libero per noi che abbiamo voglia di conoscere, scoprire e approfondire temi legati al mondo della natura, lasciandocene stupire, confermandoci figli della terra e investigando sullo scempio ambientale di cui siamo al contempo vittime e responsabili.</p>
<p>Nei Menu in alto, potrete trovare le informazioni che vi guideranno alla comprensione delle finalità del sito e cenni su chi scrive. Con il tempo, saranno disponibili link interessanti all&#8217;approfondimento delle tematiche trattate e consigli di lettura. Ma non ci fermeremo a questo: le idee sono fiori sempre pronti a spuntare!</p>
<p>Di ogni suggerimento e di ogni opinione, qui, si farà tesoro. Siete perciò tutti invitati a considerare gli articoli e le riflessioni che qui verranno pubblicati come un&#8217;esperienza di lettura interattiva: parliamo insieme del mondo che vorremmo e proviamo insieme a costruirlo!</p>
<p>E mentre questo laboratorio prende il via, i ringraziamenti non sono solo un obbligo, ma un&#8217;esigenza del cuore:</p>
<p>a Mario, bravissimo e paziente nell&#8217;allestire questo sito a mia misura;</p>
<p>alla mia famiglia e a mio marito, che incoraggiano ogni mia iniziativa e che sopportano il vortice dei miei pensieri;</p>
<p>a mio padre, perché è a lui che penso quando guardo a quel poco che sono riuscita a costruire;</p>
<p>alle mie amiche, Francesca e Paola, che ci sono sempre, mi prendono per mano e mi spingono oltre i miei evidentissimi limiti;</p>
<p>ad un vecchio amico, che voleva fare il giornalista, e che per primo mi ha fatto credere che potessi fare anch&#8217;io un&#8217;esperienza di scrittura;</p>
<p>alla maternità, alla vita stessa, alle cesure della mia esistenza, alle difficoltà e alle ferite, senza le quali, nel meglio e nel peggio, non sarei quella che sono;</p>
<p>alla terra, all&#8217;orto, alle coccinelle, ai narcisi di inizio primavera, alle ortiche e alle margherite selvatiche, perché senza di loro non avrei scoperto qual è il centro del mio esistere;</p>
<p>e già che ci siamo, allo scarabeo verde e blu della foto, che non solo si è lasciato pazientemente fotografare, ma che ha ispirato parte dei mie giorni.</p>
<p>Grazie, infine, a tutti voi che vi fermerete qui: se troverete un fiore, coglietelo pure e portatelo con voi. E se saranno spine quelle che vedrete, non arrendetevi: insieme possiamo renderle meno pungenti e, in questo modo, ogni passo che faremo sarà un pezzetto di terra strappato al deserto che c&#8217;è.</p>
<p>&nbsp;</p>
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